L’amore dopo i 50

Sere fa discutevo con una conoscente, 56 anni, che, raccontandomi le sue vicissitudini sentimentali, mi chiedeva se secondo me è possibile rinnamorarsi e  ricostruire una vita a due dopo i 50 anni. Francamente non ci sono ancora arrivata, ma un’idea me la sono già fatta, ed è la seguente. A 50 anni ci vuole coraggio ad amare. Da ragazzi tutto è più semplice: incoscienza, audacia, passione ed una certa dose di malleabilità consentono di costruire più facilmente e di venirsi incontro con più naturalezza. Ma a 50, ciascuno ha un passato alle spalle, ma soprattutto un presente in larga parte già edificato, fatto di abitudini, attività, spazi fisici e legami, che difficilmente si è disposti a mettere in discussione e che non sempre è facile o possibile condividere. Se si ricomincia un percorso a questa età, vuol dire che si hanno alle spalle più o meno 20/30 anni di storie d’amore andate male. Si arriva quindi ad una nuova relazione con un cimitero di delusioni, tradimenti, abbandoni, trasformazioni, lutti. Di sicuro, a 50 anni cambiano i parametri, che si fanno meno fisici e più mentali. Nella qualità della relazione entra in gioco il fattore cultura, non intesa come tutti i libri letti o gli spettacoli teatrali visti, ma come bagaglio di vita, di esperienze e di pensieri che ci si è costruiti negli anni; un pensiero critico ed una consapevolezza di cui a 20 anni si è quasi del tutto privi. Se si ha la fortuna di incontrarlo, per queste ragioni penso che a 50 anni l’amore possa essere molto più ricco: non si tratta solo di un’unione corporale o di un’attrazione fisica, ma di sentirsi parte di un mondo simile e di un percorso comune.
Aggiungo anche che oggi le donne, grazie all’indipendenza acquisita su molti livelli, non sono più disposte a mercanteggiare sul tema fondamentale della dignità personale, per cui non hanno bisogno di relazioni utili solo a farsi un po’ di compagnia, e talvolta neanche di buona qualità. Oggi una donna a 50 anni, grazie allo sport, ad una vita salubre e ad un’alimentazione corretta, spesso è molto più desiderabile di una donna più giovane.
Ma anche gli uomini hanno guadagnato molto. Una volta, a 60 l’uomo era un nonno che faceva vita da nonno. Ora, in questa fascia d’età si incontrano uomini pieni di energie fisiche e mentali, che si muovono alla ricerca di una relazione. A 20, 30 anni, spesso noi donne avevamo scarsa autostima, e un ventennio dopo eccoci profondamente consapevoli, forti e sicure. Una donna matura è bella perché sa chi è, cosa desidera, come ottenerlo e fin dove può spingersi. Ha compreso che può riuscire bene nel suo lavoro, che un progetto può diventare realizzabile; ha fatto alcune delle cose che le piacevano, è stata più o meno felice, ha amato ed avrà avuto uomini che l’avranno amata. Sicuramente ripartire daccapo a 50 anni è più dura, e tante volte neanche se ne ha più la voglia, perché si impara pure che, se l’amore è importante, non lo è di meno amare se stessi. Si impara cioè che se non si trova con chi volare alla pari, diventa faticoso strisciare in cerca di compromessi che invece di arricchire diminuiscono.
Esistono altre forme di bellezza e di godimento nella vita. Io, per esempio, da quando sono single ho capito cose che prima neanche vedevo. L’amore è coraggio, luce, volo ad alta quota: non per tutti. Molti fuggono dinanzi ai sentimenti forti come si fugge dinanzi al baratro, al dolore, alla morte. Sono deboli, certo, ma non vanno biasimati: ciascuno reagisce a proprio modo dinanzi all’intensità ed al rischio. Io preferisco amare al volere bene. Preferisco l’acqua viva di un torrente al ristagno putrido dei pantani. Preferisco essere il grande amore di qualcuno che non ha il coraggio di tenermi accanto, che la compagnia di seconda mano di qualcuno che continua ad amare qualcun’altra. Mi sono anche accorta che i miei interessi, le mie priorità e tutte le cose che ho sempre amato di più nella vita, si sono rimpossessate di ogni mio spazio come la foresta tropicale delle rovine di Angkor Wat.
E devo essere onesta, per ora è meraviglioso.

Foto: un mio scatto cambogiano

FOUR HANDS – Dialoghi scritti a quattro mani: Michelangelo Giovinale/Eliana Petrizzi

Quel senso di finitudine

Michelangelo Giovinale Il più delle volte è un’atmosfera inquieta, che sfuma nelle tonalità del sogno e della visione, con un senso della distanza immensurabile, atavica, ma forse anche indispensabile tra l’uomo e le cose della terra, che inumidisce l’espressione dei volti, con una luce degli occhi, liscia e densa, inaccessibile. Via col tempo, nella pittura hai inseguito una grandezza interiore, inquieta e pudica, che non si lascia svelare e che il tuo sorriso continua a nascondere. Dipingere e vivere sono sempre state una identica cosa. La vita trascinata nello spazio della tela. Vivere e dipingere con un identico respiro. L’euritmia, quel confine che si stabilisce, se pur fragile, fra il corpo dell’artista -la sua mano- e il corpo dell’opera.  Un respiro, però, a tratti inquieto, che agita le atmosfere come preludi di morte, di una luce -richiamando Platone- che sopravviene dal di dentro e s’urta con quella che s’abbatte dal di fuori”. Quell’orizzonte, una lama nello spazio della tua pittura, che sembra venirci a dire che per imparare a vivere dobbiamo prima imparare a morire, come teorizzato anche da Heidegger, come primo passo per comprenderne l’essenza. Quel dopo che presenti allo sguardo di chi sosta davanti ad una tua opera, e si interroga su quel senso di finitudine, di abbandono del corpo fisico, per abitarne uno nuovo. Ma solo per chi ha fede.

Eliana Petrizzi Sì, nei miei quadri il volto si astrae dal corpo, a ricordare una parte intangibile dalla mediocrità terrena e dall’abbandono, malgrado il segno della lacerazione congenita all’essere al mondo. Ecco così aprirsi lo spazio di una ferita, vanitas dell’immagine, rottura, mancanza, ad insegnare che solo dall’inciampo è possibile immaginare una forma di riscatto e di trascendenza. La ferita è amica dell’inganno, racconto pittorico di tutti gli inganni attraverso l’illusione suprema: quella di disconoscere o di allontanare dalle nostre vite il dolore. Non si tratta semplicemente di un discorso intorno alla morte come scomparsa del corpo, ma delle differenti declinazioni che della morte incontriamo ogni giorno da vivi: l’esistenza che non abbiamo scelto, l’attracco senza porto delle parole, l’amore spento, la paura che toglie la speranza. Il paesaggio naturale che spesso affianca le mie visioni, suggerisce di accettare e amare la nostra fragilità. Una costante ricerca di sfocatura e scioglimento è il mio obiettivo da anni. Inseguo di fatto una figurazione che contenga uno spaesamento impercettibile, una distonia, una parola intraducibile. La pittura deve far scomparire la realtà, truccando al tempo stesso la sua sparizione. Dietro ogni immagine, qualcosa si perde sempre nell’atto in cui viene fermata. La mia è in fondo una pittura che dell’immagine insegue la nostalgia, lontana da ogni possibile approdo. Cerco di raccontare un percorso mentale della visione, in un processo di allontanamento dall’oggetto reale. In questa direzione narrativa, più grande è la distanza che separa dal modello, più forte è la tensione emotiva interna dell’opera. Ma solo per chi ha fede.

MG Terzani, in suo scritto, riprendendo un pensiero asiatico, annotava che la morte sia un inizio, come a dire, conta solo ciò che vi è dietro questo sipario della vita e conta, come vi si è giunti innanzi a questo palcoscenico. Esattamente come innanzi ad ogni tua opera, dove ogni involucro, ogni corpo si dissolve nello spazio della scena, nel mondo. Una essenza di ciò che resta della vita, che la tua pittura riesce ad estrarre come un profumo, quasi fossi ossessionata dal quotidiano pensiero di crearne un’essenza. Ma il profumo, come la pittura Eliana è sorella del respiro. Un effluvio, talmente fine che ogni tua opera suscita nella memoria la persistenza di un’immagine. Quel percorso mentale della visione che resta come residuo dello sguardo, in quelle infinitesimali prospettive che si allungano verso una luce, indecifrabile, fra profili di luoghi e di volti che si succedono nella scena come quinte. E tutta lì l‘esperienza della tua pittura. In quella luce essenza, sull’interpretazione di quel dopo, di quell’oltre, in quel bagliore che acceca, che dissolve ogni residua forma in una sorta di misterioso profumo. Un aldilà, forse una vita dopo. Chissà. La reincarnazione di qualcosa o del nulla. In ogni caso, solo nella consapevolezza della nostra, certa, finitudine. 

EP La morte: non è forse ogni racconto per immagini un modo per scongiurarla, per allontanarla dalla nostra consapevolezza di finire? In tutte le mie opere, l’immagine è il calco del corpo che resta nel vuoto di una giacca appesa. Nelle nature morte barocche che guardavo da bambina, sono sempre rimasta affascinata da forme che, seppure colte in un momento di rigoglio, erano di fatto il ritratto di un cadavere truccato nella bara aperta. Mi colpivano in particolar modo i pochi dettagli che lasciavano intendere cosa stavo guardando esattamente: la mela bacata, il bruco morto accanto al vaso, la foglia secca caduta da un ramo, il bordo marcio che orlava un petalo. Mi è parso chiaro da subito che ogni evocazione della bellezza reca di fatto una tara. Sorpresa dal sospetto di non esistere, ogni immagine dipinta è il punto in cui l’orologio fermo segna l’ora esatta. Niente in fondo le somiglia, e in questo si riconosce. Il silenzio di ogni cosa che passando non resta trova in essa il suo centro. Per la pittura di ogni mia figura e di ogni mio paesaggio, io devo ringraziare sempre la paura di scomparire, maestra di misura; i tratti ciechi delle interruzioni, il tono perentorio delle incertezze, la banalità che ha deposto sempre a favore delle cose, la pena struggente per le ombre del corpo. Quando la morte entra nella vita non è un vento che passa, un tanfo che esce, un tuono che smette. Basta però fare un passo oltre per capire che due cose distinte non sono separate, e che niente di più lontano dal buio descrive la scomparsa di ciò che abbiamo perduto. E ben venga il dolore, perché a me pare che solo dopo la devastazione le giornate si riempiono di un vento che trasforma con gioia la forma dei cieli, lo sguardo degli animali, le chiome degli alberi, le mani degli uomini. Dipingere è esattamente questo: capire che ogni cosa – dall’immagine dipinta a colui che la dipinge fino a chi la riceve – trova sempre nella sua fine il proprio ricominciare.

http://www.michelangelogiovinale.it

Take a deep breath

Ci vediamo  in una stanza al buio, schiarita da una finestra socchiusa. Non abbiamo niente da dirci e niente in comune. A me di lui non interessa; faccio l’amore con la sua giovinezza e con la cecità che in tante cose l’accompagna. Neanche a lui interessa niente di me: non mi ha mai chiesto nulla della mia infanzia, del mio passato, del mio presente. Tra noi solo dolcezza sensuale e sconquasso; un vento asciutto e caldo, senza profumi né di terra né di mare. Alla luce del giorno, siamo una medusa sbattuta sulla sabbia dalla risacca. Una volta l’ho seguito in strada, l’ho guardato bene e non mi è piaciuto: i polpacci troppo grossi, un modo volgare di starnutire. Al buio invece, lui è sotto di me come la foresta vista da un aliante. Il corpo steso sul suo in perfetta corrispondenza di parti, le braccia aperte, le mani l’una sull’altra come il piede e la sua terra. Le vene delle sue mani: lampi di tuono, gli affluenti dell’Orinoco. I nostri respiri sono l’aria che ci voleva per venire al mondo. Vedo la sua faccia scura, il suo corpo giovane e teso, il suo sorriso assoluto e ignorante come il sole. Poi stramazzo al suolo, dove la mia voglia di felicità incontra un identico bisogno di sventura. In fondo, ho sempre voluto qualcuno con cui non poter avere seriamente a che fare. A me sembrano più oneste le cose sgualcite, le giostre spente nel parco, la polvere del cantiere chiuso, il vento che ulula tra i pali della darsena; lo sguardo di chi, fissando l’orizzonte, sa che è sempre sulla soglia di un benvenuto che inizia l’addio.
Era pomeriggio, stavo camminando lungo una strada vicina a un cantiere in costruzione. Si è avvicinato a me, mi ha chiesto una sigaretta e abbiamo parlato un poco. Mi ha guardata attentamente e poi ha detto: «Allora che facciamo? Tu sei più grande, comincia tu.» Ma siccome io non iniziavo, mi ha preso per un braccio e mi ha tirata dietro un muro. Io ho cercato di sottrarmi alla sua lingua dura, alla sua voce sporca, ma lui mi teneva ferma con una mano sul collo e io non ce la facevo a liberarmi. Mi ha stesa per terra e si è spogliato di fretta; poi mi ha spogliata come si apre una merendina. Eppure, mentre mi teneva la mano sulla bocca mi sono accorta che c’era nei suoi movimenti qualcosa di potente, come l’odore che si alza nell’aria dopo un terremoto. Era bravo, meglio di tanti altri. Quando ha finito, mi ha guardata negli occhi con un’espressione familiare. Così ci siamo rivisti, e non c’è mai più stato tempo per le parole. Meglio stare zitti nell’amore: le parole sono pali mentre stai correndo. Io invece voglio essere come il vento, che non si cura di niente e odora solo d’aria.
Non voglio più occuparmi di dolori. Il dolore è come il parto: uno ci vuole, ma se poi ne vengono un altro e un altro ancora, sei presto vecchia. Certi giorni mi dispero per la mia solitudine, scelta con l’entusiasmo di chi scala l’alta montagna, e finita con l’impotenza che solo l’alta montagna sa dare. Ma che io non abbia mai l’espressione gretta di chi ha saputo dire solo no o passa domani. Meglio morta che non amare più di quanto non sia stata amata. Voglio andare al buio confidente e curiosa come nel bosco. Il sole illumina, ma è violento e non lo posso guardare. La luna invece posso fissarla per ore, e quando distolgo lo sguardo le cose intorno restano accanto a me, sempre così intime e chiare.

Ode ai colori del giorno

All’alba mi svegliano i miei due colombi, che vengono ad amarsi ai piedi del letto. A volte esco per un giro tra i campi vicino casa, per vedere il giorno che nasce e riempirmi di una gioia sovrumana. Torno a casa e mi metto a dipingere.
Un pranzo veloce, e di nuovo a piedi tra campi e boschi. Gran parte della mia inconcludenza quotidiana è dovuta al fatto di trovare del tutto incomprensibile restare al chiuso in casa se fuori splende il sole e la vita è in piena. Siedo a riposare sotto un albero, o resto sveglia a scrivere e a pensare.
La natura ha inventato la paura della morte per restare attaccati alla vita, ma succede che per la paura di morire non si riesce mai a restare veramente vivi. Cerco qualcosa che unisca l’illimitatezza dello scorrere alla stabilità dello stare. All’aria aperta, i colori del giorno mi asciugano. La vita è un campo confuso di possibilità grandiose. È sguardo che capta e che crea, è domanda e risposta, è imprevisto e sovvertimento. Accadono cose meravigliose: guardo il mare brillare in un applauso entusiasta, vedo coppie innamorate e sono felice, vedo persone bellissime e sono felice. Vedo dettagli apparentemente insignificanti, e sono felice. In ogni cosa che vivo, da ogni luogo che attraverso traggo insegnamenti sorprendenti, e sempre qualcosa di utile che mi aiuta ad essere grata alla vita.
Fa caldo. I panni asciugano presto. Posso lavare i capelli con l’acqua fredda, cammino scalza. Un abito entra in un pugno. Le cicale tengono acceso il sole fino a sera.  Bel tempo stabile. Chiarore lunare nelle ombre. Luce liquorosa al tramonto, oro caldo che spiana gli anni sui volti. Il mare forte, il lungomare deserto, vento. Su una panchina, un uomo e una donna fissano l’orizzonte. Come certe case, che stando in un paese da sempre hanno finito per prendere lo stesso colore del paesaggio, così in silenzio siedono l’una accanto all’altra, uguali.

Cuba

Nel ventre antico de L’Avana fregi, portoni, colonnati, balconate, scale e ceramiche commuovono col loro sapore di zucchero grezzo, di carne calda, di vento battente. Due giorni in cammino per le strade meno battute del centro: inutili troppe foto, le riprese, la scrittura: le migliaia di persone che attraverso disgregano i luoghi in una levità di bolla. Per strada, molti capiscono subito che sono italiana: si avvicinano, mi salutano e mi dicono: “Holà, Italia! Mozzarella, Mafia e Berlusconi!”


Indosso scarpe basse, il viso per la prima volta senza trucco. Qui niente mi rassomiglia, e in questo mi riconosco. Nel pomeriggio vado a visitare Alamar, un grosso sobborgo popolare a est, affacciato sul mare. Da qui, nel 1994 iniziò la fuga disperata dei balseros verso Miami. Le persone che ci vivono mi lasciano entrare senza fare domande, felici che scatti loro delle foto. Le bambine hanno sorrisi che sembrano brividi; una di loro mi chiede di visitare la sua camera. Saliamo lungo una scala di legno che dà accesso a un sottotetto, di quelli che i nostri nonni usavano per stivare il tabacco. I giacigli accomodati per terra, le lenzuola disfatte, il pavimento di legno, una finestra sventrata accanto alla quale le bambine si lasciano ritrarre in pose da dive. Il balcone è un rudere coloniale da cui è meglio non affacciarsi; sotto, L’Avana si stende immensa e cruda. Molte delle abitazioni in cui vivono stipate decine di famiglie erano un tempo alberghi del regime caduti in abbandono. Una donna che mi vede filmare il cortile e gli interni mi dice che queste baracche sono del Governo; che anche chi ci abita, pure il pappagallo in gabbia sul balcone è del Governo. Da queste case, le ragazze che di giorno stanno scalze e senza trucco la sera scappano, trasformate da minigonne e lustrini. Profumano d’incenso, escono con gli infradito e, tacchi a spillo in mano, si avviano spedite verso il bar accanto all’Hotel Inglaterra.


Cienfuegos, spiaggia di Rancho Luna. Evito le baie segnalate dalla guida, preferendo quelle consigliate dagli abitanti del posto. A riva, incontro una coppia di calabresi trapiantati da 50 anni in Canada. Lei mi dice che faccio bene a viaggiare e a spendere i soldi adesso; che è inutile risparmiare, perché non si è mai vista la bara di un miliardario seguita da quella piena di tutti i suoi soldi. Lui, grasso e con una vistosa catena d’oro al collo, dice che questo posto fa schifo, che anche Trinidad è una fogna, che la vera Cuba è Varadero, dove ci sono i “bildings” e si fanno i “bisniss”.


Appena fuori dalle città il trambusto smette, per lasciare spazio ad un paesaggio tropicale fatto di palme reali, terra rossa, strade sterrate, fiumi e vento. La strada che porta verso Pinar del Rio è un’ampia carreggiata in cui s’incontra l’anima contadina di Cuba. I mezzi pubblici qui funzionano solo per i turisti. I cubani chiedono passaggi lungo la via ai mezzi del Governo, concessi in comodato d’uso ai lavoratori delle imprese di allevamento e agricoltura di cui vive la regione. Le strade extraurbane del Paese sono un circo sregolato che diverte o stupisce, a seconda delle circostanze. Ogni cosa in questi luoghi ricorda i racconti di mia madre bambina: il canto del gallo all’alba, il coro dei pulcini nei pollai, lo strillo del venditore di pane e del giornalaio; il calesse che consegna il latte in otri di alluminio, gli ambulanti di frutta, verdura, patate dolci e frutti tropicali, il lustrascarpe sul marciapiede, i friggitori di pesce, chicharritas e dolci in pasta di yuca, Prendo una bicicletta e vado a fare una passeggiata appena fuori dal paese. Lungo la strada, mi fermo a guardare due case abitate da campesinos. Il centro del villaggio è lontano, qui i turisti non si fermano. C’è solo l’asfalto vuoto, palme reali, vento. Scavalco il recinto e chiedo alle donne se posso stare un po’ con loro. Le bambine si guardano, ridono, corrono a nascondersi, poi ritornano. Le cose che ho donato loro – un pacchetto di gomme, una collana di perline di vetro, un sapone, degli abiti – sono trofei di cui le più piccole si vantano, proponendosi scambi. Dalla finestra si apre una valle immensa. Lontano, un campesino col suo aratro lancia versi d’incitamento ai buoi. Nel solco appena tracciato, grandi uccelli bianchi si alzano in volo come un mulinello di carte al vento, verso le cime dei mogotes.

Foto: Eliana Petrizzi

Diario dal confino

-Da due mesi indosso solo tute da ginnastica e scarpe comode. Niente orologi né gioielli. I capelli raccolti, poco trucco, nel vento caldo di un aprile che già somiglia a giugno.
Di tutto e di tutti mi stanco, irrimediabilmente e presto, ma della Natura mai. Posso percorrere ogni giorno lo stesso tratto di pochi metri, ma ogni giorno il viaggio sarà differente. Silenzio, completezza, letizia e pace: erano anni che non davo del tu alla Primavera in questo modo. Come sempre nella vita, le cose migliori riescono se si assecondano le curve, perché qualcosa di buono c’è sempre: nella polvere che vola, nel fiore che si apre, nel sonno che non caglia, nel treno già passato.

-Mi chiedo perché, nei momenti di difficoltà, viene naturale andare a cercare in cassetti dimenticati le foto del passato. È qualcosa di molto simile a quello che succede per esempio nella Storia dell’Arte quando, in momenti di particolare crisi storica e sociale, nel cuore delle avanguardie più audaci gli artisti sono tornati alla Classicità. Perché era quello il tempo del mito, libero dalla paura e da ogni forma di corruzione. Era, quella delle nostre vecchie foto, una stagione della vita che ci vedeva integri e protetti, e poi audaci, coraggiosi, folli. Tutto accadeva allora per la prima volta e senza rimpianti. Erano vive accanto a noi le persone più care, oggi scomparse. Neanche sapevamo cos’era la morte. Se qualcuna di quelle ci è rimasta vicino, spesso l’abbiamo persa ugualmente in modi diversi. C’era in quelle foto una parte di noi essenziale che non tornerà più, spenta da tutte le cautele dell’essere adulti. Per cui alla fine, rivedere come eravamo non è un atto di vanità, ma una carezza indulgente ed estrema a chi fummo e che ancora vorremmo diventare.

-Il confino è stato per me uno dei periodi più fertili e catartici degli ultimi anni. Spegnere i motori mi ha aiutata a fare silenzio intorno e dentro. Ho tornito oggetti che avevano spigoli, portato luce in luoghi che stavano all’ombra. Mi sono accorta che la gran parte delle mie attività era dettata da inquietudine e noia, raramente da vero interesse. Ho potato attività lavorative che si erano consumate per il corso naturale degli eventi. Ho capito che pochi amici avevo e che quei pochi sono rimasti. Ho allontanato dalla mia vita uomini immaturi e confusi, che sotto la comoda, ipocrita etichetta di ‘amicizia’ non volevano che continuare a prendere altrove ciò che le loro scelte sbagliate non gli hanno offerto. Ciò che ho conservato non è andato a male. Ciò che andava utilizzato ha trovato solo in questi giorni il proprio impiego. Piccoli incidenti che al momento parevano disgrazie, si sono invece rivelati la soluzione ottimale per lunghe cancrene in corso. Prima, se dovevo uscire andavo sempre di fretta, perciò accorpavo tutte le commissioni in zona, per impiegare il minor tempo possibile. Adesso, per forza di cose ho imparato a dilazionare, a rallentare, prevedendo lunghe attese da affrontare con pazienza. Se devo uscire per necessità vado a piedi. Camminare è diventato per me un impegno indefettibile, una vera e propria occupazione che, a parte il beneficio per la salute, mi tiene allenata all’attenzione verso i dettagli della vita che mi si muove intorno, consentendomi di raccogliere ogni giorno una quantità di bellezza sempre differente, e pressoché illimitata.
Le gite, la natura, i viaggi, lo sport e tutti i piaceri della vita: a saper aspettare, torneranno più giovani e veri di prima. Ho capito che le due cose più intelligenti fatte nella vita sono state andare a vivere da sola in una casa-studio tutta mia, e di aver rinunciato ad ogni tipo di legame per amore della pittura e della libertà. L’arte e la natura in sublime pariglia, guidano la mia esistenza; la esaltano, la elevano e la confortano in ogni circostanza. Non avrei alcun senso  senza questa linfa, che predispone per me condizioni di rarefazione, di pace e di benessere illimitati. Ho dato al mio tempo curve più ampie, luci morbide, voci più basse. I miei giorni erano ‘La camera di Van Gogh ad Arles’; sono diventati un interno di Vermeer. Ho imparato a godere anche dei pochi metri fatti a piedi per andare al supermercato o dei cinquanta minuti a pedalare sui rulli al balcone, davanti ad un paesaggio fatto di case silenziose e di ciliegi in fiore. Pensare di dover tornare al ritmo di prima un poco mi dispiace, e voglia adesso ne ho poca; mi parrebbe tutto così faticoso, nel rimestare di un continuo déjà-vu.
Ho trascorso gran parte delle ore di confino in giro per casa da sola, osservando una ad una le mie stanze, come sono arredate e da cosa. L’autoritratto che non ho mai dipinto è tutto qui, e non l’avevo mai visto. Molte cose non mi sono mai piaciute, ma al punto in cui sono faccio prima ad accettarle che curarle. Fin da ragazza, se una cosa non mi piaceva la disponevo in armonia con altre migliori, affinché si confortasse e prendesse fiducia. Molto andava pulito, ridimensionato, eliminato o sistemato in posizioni differenti, ma l’ho lasciato lì com’era, convincendomi nel tempo che, in fondo, anche per via della sua imperfezione aveva trovato un assetto così eloquente. Tutto in me sembra più di quanto non sia. Ma sono felice, perché in ogni situazione critica della vita piccoli miracoli mi hanno salvata in tempo dal peggio, ridimensionando le mie prefigurazioni più amare. Piccole cose, niente che abbia mutato radicalmente il corso degli eventi: una mano che mi ha tirata indietro se mi ero sporta troppo sull’orlo del fosso. Ed io a queste piccole fortune sono affezionata: ai piccoli raccolti, alle grazie minime, alla fedeltà di minuscole abitudini domestiche che mai svenderei per un solo, immenso momento di buona sorte.

-Mi muovo lentamente, ritrovando in questo ritmo nuovo la libertà del respiro lungo. Nella lista della spesa c’è scritto: ‘Vino bianco, pasta corta, lampadine’: niente di necessario. Faccio amicizia con quanto tengo in casa, ne ho rispetto, me lo faccio bastare. Quando proprio sono a corto, esco e provvedo. Sistemo la pasta nei pensili in cucina: prima i pacchi grandi, poi i più piccoli. Passo in salotto a sistemare la libreria: ordino i libri per altezza in ordine decrescente, eliminando quelli che col tempo hanno smesso di rivolgermi la parola. Pulisco i ripiani dalla polvere, poi passo ai cassetti in basso, colmi di foto, anche quelle di sistemare. Passandole in rassegna, contabilizzo il mio passato. Mi manca un poco la ragazza che ero; la sua sfrontatezza, la sua furiosa incoscienza, il suo coraggio che negli anni a volte si è spento, lasciando posto a ragionevoli dubbi e a troppo pensiero intorno alle cose. Trovo anche le centinaia di foto scattate nel tempo al luogo in cui vivo, soprattutto alle strade di campagna, con dettagli di fiori, foglie, alberi, piccoli animali, campi e boschi: sapevo che un giorno mi sarebbero servite. Riesumo le lenzuola del corredo dalla cassapanca; quelle bianche ricamate, mai utilizzate in trent’anni per paura che si rovinassero. Ci preparo il letto per la notte: meglio morire rovinate che vergini. Progetti per il futuro: scongelare i progetti interrotti. Lasciar maturare al buio lo zucchero della frutta, affinché una volta pronta la polpa sia irresistibile. Nel frattempo, occuparsi di tutto ciò che è bene eliminare, cose e persone in egual misura. In ogni caso, non accanirsi troppo sulle cose: ordine ossessivo, compulsioni maniacali e micro sistemazioni possono lasciare un penoso senso di incompiuto: è quello il segno che non era lì che bisognava ordinare.

-Fino a tre mesi fa, la domenica mattina sotto il mio balcone passavano flotte di ciclisti; sentivo gli schiamazzi con cui si salutavano, il suono dei raggi delle ruote a folle, e mi veniva un brivido di gioia, perché sapevo che di lì a poco sarei uscita anch’io. Dal mio balcone vedo le curve della Laura, e anche lì era tutto un brulichio di ciclisti che salivano o che scendevano, e di motociclette che si avviavano verso il mare. Suonavano le campane delle chiese, passavano auto e motorini, uomini e donne correvano per strada. Oggi il silenzio è completo. Le strade la domenica sono deserte, sotto casa e a perdita d’occhio. Un elicottero dei carabinieri sorvola la zona. Gli animali si sono ripresi i propri territori: sento il canto di uccelli mai ascoltato prima d’ora. Tutto brilla nell’assenza degli uomini, come immagino splendesse agli inizi della Creazione.
Da sportiva, non avrei mai pensato di poter desiderare così ardentemente il mal tempo durante il week end. Una malinconia strana si insinua giorno dopo giorno, a fitte sottili e continue, come aghi in una bambola di pezza. Di fatto, non posso dire di stare male: ho una bella casa – studio, in cui vivo con due creature che amo. Ci sono l’acqua, il riscaldamento, la corrente, connessione internet illimitata, e poi cibo, vettovaglie, libri, fotografie, attrezzi ginnici. Ho persino una dignitosa scorta di cioccolato fondente per i momenti di sconforto. Mi viene da pensare ai miei nonni in tempo di guerra, e se immagino di dover vivere un giorno solo ciò che vissero loro per mesi, non ce la faccio e mi vergogno di questa mia malinconia, che neppure ha la dignità di una vera e propria pena. Non mi mancano le cose che facevo prima. Penso anzi a tutte le volte che sono uscita di casa inventandomi commissioni del tutto superflue o appuntamenti con persone che non mi interessavano, pur di cambiare aria. Per tutte quelle uscite sprecate, ecco ora una pari quantità di occasioni proibite. Capisco allora cos’è questa mia malinconia, che forse è un po’ pure quella degli altri: è la perdita della libertà, anche quella di uscire senza ragione, ma di poterlo fare decidendo in autonomia. È lo stare stretti in uno spazio che rischia di diventare estraneo per eccesso di familiarità. È la paura che, di qui a poco tempo, anche le cose in cui avremmo ritrovato utilità e piaceri domestici perderanno il loro smalto, lasciando la ruggine di una grata troppo stretta. Ma la causa è giusta e chiama tutti noi a superare la prova. Dal pipistrello killer al complotto macroeconomico, ci si perde ogni giorno in un caleidoscopio di ipotesi, dati, previsioni che lasciano attoniti ed impotenti. Ma neppure possiamo insabbiarci aspettando che la tempesta passi. Rifiutare l’informazione è ignoranza dolosa. Certo, affronteremmo molto meglio tutto questo se conoscessimo la verità. Ma la verità, si sa, non esiste. E così, pur avendo tempo, passa pure la voglia di fare le cose rinviate da anni. Le telefonate tra i pochi amici che ci si accorge di avere, sono bengala lanciati dai superstiti di una catastrofe nel deserto. Poi, chiuse le telefonate e i libri, mi metto a pensare a a tutte le persone costrette in questi giorni a stare insieme entro le stesse mura: quante famiglie scollineranno indenni, e quante esploderanno? Quante coppie capiranno di aver fatto la scelta giusta, e quante, finito il peggio non vedranno l’ora di separarsi? Quante persone sole si tempreranno al freddo tonificante di una condizione estrema? E quante invece soccomberanno al peso di fragilità irrisolte? Penso anche, e soprattutto, a tutti coloro che in questi giorni muoiono da soli come in guerra, sepolti in fosse comuni che non prevedono né carezze estreme né addii. Potrei continuare, e c’è poco da stare allegri. Ognuno cerca di andare avanti come può: c’è chi calca la mano sul dolore proprio e su quello degli altri, e chi preferisce offrirsi ed offrire momenti di svago e di leggerezza. Mi colpisce però un dato: parlando con gli amici, mi accorgo che a nessuno manca il ristorante, il centro commerciale, la libreria, il cinema, il viaggio, che offrono prodotti tranquillamente reperibili in casa o in rete, o di cui molti possono addirittura fare a meno. A tutti manca invece una cosa: la possibilità di passeggiare in mezzo alla natura, specie ora che è iniziata la primavera. Non mi pare un dato assurdo o irrilevante, al contrario. Storpiatura, dissacrazione, negazione, bruttezza, fragilità, malattia, individualismo e noia in ogni aspetto delle nostre esistenze, sono forse proprio la conseguenza della separazione avvenuta da troppo tempo tra uomo e natura, per la quale si è perso quel sentimento unitario di armonia, di letizia, di mistero e di entusiasmo che sorge davanti alla bellezza, capace di traghettarci da una dimensione estetica ad un’esperienza estatica: l’unica in grado di garantire elevazione e speranza. Perso questo primitivo contatto, eccoci tutti affrontare una sorta di Odissea senza Itaca.
Al di là di considerazioni sentimentali, un fatto è certo: l’emergenza in corso non svela solo l’impotenza di ogni individuo, ma mette a nudo tutte le fragilità e i limiti delle grandi potenze. Abbiamo fallito, e miseramente. La pandemia ha mostrato con impietosa evidenza quella che Federico Rampini definisce “la ritirata della globalizzazione”, rendendo visibile la vulnerabilità di poteri economici interconnessi e di catene produttive troppo estese, dove basta un incidente più o meno serio in punti strategici per paralizzare tutto e tutti. E dove alla fine, a contare per ciascuno non sono né poteri economici interconnessi né catene produttive troppo estese, ma che la notte passi, e che se ne esca vivi.

-Incappati in una crisi emergenziale largamente imprevista, ci ritroviamo a fare di necessità virtù, tornando ad apprezzare le azioni minime, la lentezza, gli insegnamenti del poco. Tutto sommato ci stiamo comportando bene. Nel mio paese (Montoro – AV), alle 18 il centro diventa una Piazza di De Chirico. Molti escono di casa da soli, si mettono in macchina coi finestrini chiusi, indossano la mascherina e fanno lunghi giri nei paraggi, per vedere se anche altri escono di casa da soli, si mettono in macchina coi finestrini chiusi, e indossano la mascherina per fare lunghi giri nei paraggi. Tutti a distanza, coperti, furtivi, sfuggenti. Anche tra amici. Dopo una certa ora, dileguate le presenze umane, persino le macchine parcheggiate in strada rispettano la distanza minima imposta per decreto. La vita ci è cara, molto più di quanto crediamo. Ed è cara in questi giorni soprattutto ai vecchi, che nella logica dei grandi numeri sarebbero i primi, in casi estremi, a dover essere sacrificati. Vanno per strada da soli o si chiamano dai balconi per un saluto, e li vedo amarla questa vita con una disperazione tenera e luminosa, che commuove. Si cambiano abitudini: il viaggio si fa nei paraggi di casa, che si scoprono ignoti. Le azioni si dilatano, il respiro si fa lungo, le conversazioni non si affrettano. Si rispetta la casa, il suo calore fedele e tutte le cose che al suo interno noi siamo. Se non siamo stati contagiati e i nostri cari sono in buona salute, in momenti di oggettiva difficoltà si può approfittare degli effetti collaterali della crisi che, come etimologia insegna, aiuta a discernere, a fare selezione, a rivedere la gerarchia delle priorità nei comportamenti e nelle relazioni; ma pure a concedersi qualche innocua vanità utile a distrarsi, e a mantenere un indispensabile quota di ottimismo. Osservo i miei due piccioni in amore, trascorrere ore a tubare in una cassetta in cui stanno stretti l’uno sull’altra. Si adattano loro a vivere in uno spazio minuscolo, non vedo perché non possiamo farlo noi, a scoprire quanto immensi sono il vicino e il poco, e come alla fine sono sempre tenerezza e bellezza a salvare. Immagino che nelle grandi città lo scenario sia metafisico, alienante, talvolta spettrale. Ma in un paese circondato da campagne e colline com’è il mio, il silenzio di questi giorni lascia in giro una luce calda che cura. I pochi passanti si incrociano a distanza, salutandosi con una sollecitudine affettuosa. Si sentono nell’aria solo i canti merlettati degli uccelli e delle loro covate. Non si vive solo di paura. Il panico porta pericolosamente a galla fragilità insospettabili anche nelle persone che credevamo più forti. In momenti di sacrificio e di difficoltà, fa dunque bene orientare l’anima alla bellezza, in tutte le sue forme. Per forza di cose, ognuno trova nuovi assetti in ciò che gli è più caro: c’è chi resta in casa a curare gli affetti, chi legge, chi rivede vecchi film, chi studia, chi riscopre la Fede. Io faccio quello che ho sempre fatto: vado a piedi nei paraggi da sola. Per me non esiste niente di superiore alla natura; in essa mi riconosco e mi ritrovo quando mi perdo. La natura è meravigliosa sempre, sia quando nutre che quando uccide. Talvolta atterrisce, incarnando le esaltanti contraddizioni di cui è fatta la vita, mettendoci dinanzi a forze che in nessun modo siamo in grado di governare. Ma accanto all’esaltante tormento di cui è portatrice, sa pure rasserenare e consolare, con la grazia maestosa delle sue fioriture, delle stagioni, dei suoi cieli mutevoli, dei suoi stupefacenti spazi. La bellezza della natura appartiene a quella categoria che Kant definiva ‘bellezza libera’: non abbiamo cioè alcuna aspettativa di come debbano o possano essere una nuvola, un torrente, una collina, e per questo ci disponiamo liberamente dinanzi ad essi, osservandoli e godendone per quello che sono. Se solo riuscissimo a fare lo stesso col resto della nostra vita, quanto dolore senza frutto ci risparmieremmo. Per via di metafora, riflettiamo sul fatto che, in viaggio in una città nuova, ad affascinarci non sono i centri direzionali, ma il centro storico, la strada stretta, la casa abbandonata, il selciato scomodo, la taverna con pochi tavoli. Ci piace un po’ di disordine e persino un poco d’emergenza, perché più vicini al nudo della vita. Delle statue ai musei, ci spaventano talvolta quelle ferme nel sottozero della perfezione, mentre amiamo quelle che conservano nell’impronta delle dita il gesto rapido della mano, ricordando il verso di Mark Strand che dice: “Cammino nel poco di luce che c’è, insufficiente sia alla cecità che a veder chiaro ciò che verrà.”

-Ogni giorno una versione, un cambiamento, una verità dichiarata o nascosta. Non è facile orientarsi nel buio: si va a tentoni, si sbatte e si inciampa, e rialzandosi si sbaglia l’appiglio. Ascolto ogni mattina un telegiornale, e francamente non ho idea di quando scollineremo. Per qualche stolto accanimento penso sempre bene di tutto, convinta che in fondo mai nulla verrà scalfito, che ogni cosa tornerà rinvigorita dalla potatura. Ma quante cose saranno cambiate definitivamente? E in che direzione? Bastano davvero pochi mesi per decapitare le vite di tutti e le condizioni di un intero Paese? E se questo dovesse accadere, cosa concluderne? Dopo l’ultima guerra del secolo scorso, la ricostruzione fu sostenuta da un entusiasmo potente perché c’era una direzione chiara verso cui andare, o almeno verso cui non si poteva e non si doveva più tornare. Ma oggi? Penso che il fallimento dei massimi sistemi sia plateale e sconfortante. Globalizzazione, sistemi economici interconnessi, guerre biologiche che annientano senza causare crolli di case, di strade, di palazzi, di fabbriche, e macro interessi più o meno occulti hanno portato l’umanità ad una deriva che pare senza speranza. Molti in questi giorni fanno il pane in casa; sui social è un continuo postare foto e ricette. In fondo non è necessario; i supermercati ne vendono di tutti i tipi, e certo non manca. Forse allora, è il segno di una civiltà che sente il bisogno di tornare verso modelli più autarchici, più raccolti, più controllabili, fatti anche di coesione sociale, di calore condiviso, oltre che di sacrosante cose semplici ed essenziali. Certo il sentimentalismo non serve, ma tante volte una strada possibile riesce ad indicarla.

-Ciascuno in questi giorni racconta la propria esperienza. Ci sono storie dure, che ricevono la nostra vicinanza e tutto il nostro sostegno. Ma ci sono anche, per fortuna, situazioni più lievi, in cui la regola del rigore riesce a produrre effetti addirittura positivi. Dal punto di vista personale, questo momento si sta dimostrando costruttivo per molti aspetti. Se è vero che ho dovuto rinunciare doverosamente alle mie libertà extra domestiche, è anche vero che, per esempio, ho riscoperto il piacere del telefono rispetto ad una chat, e della scrittura su carta rispetto alla tastiera. I libri ci sono sempre stati e fedelmente sono rimasti. Si ha voglia di sentire persone con cui normalmente prima neanche ci si scambiava un messaggio, così come si riceve l’interesse di amici che si stimano, ma con i quali per una ragione o per un’altra non ci si sentiva se non di rado. Persone di cui si rispettava l’intelligenza, nel momento della fragilità hanno mostrato una natura meschina ed amara. Altre invece, che si sottovalutavano, si sono rivelate di rara luce. Ed ancora, impegni ai quali prima non si prestavano né tempo né attenzione, reggono adesso il peso di ore. I giorni si somigliano, il tempo frena. Le azioni si dilatano come elastici allentati, che a tirarli non si spezzano. Dettagli minimi osservati nel paesaggio intorno casa, sostituiscono dignitosamente un viaggio. Si impara che tante volte la felicità non è fare ciò che si desidera, ma fare al meglio quello che si può fare. È potere di ogni tempesta traghettare dalla catàbasi alla catarsi. Io sono serena ed ottimista per natura, e non mi annoio. Ma sopra ogni cosa, sono curiosa di sapere, quando tutto ciò sarà finito, quali rami del mio albero saranno caduti a causa della gelata, chi e cosa desidererò incontrare e fare, dove vorrò andare, come tutto questo mi avrà trasformata, se per poco o per sempre, ed in quale direzione.
Se non siamo stati contagiati e i nostri cari sono in buona salute, in momenti di oggettiva difficoltà come questi si può approfittare degli effetti collaterali della crisi che, come etimologia insegna, aiuta a discernere, a fare selezione, a rivedere la gerarchia delle priorità nei comportamenti e nelle relazioni; ma pure a concedersi qualche innocua vanità utile a distrarsi, e a mantenere un indispensabile quota minima di ottimismo.
Ma una cosa su questa situazione voglio dirla anch’io. L’hashtag IORESTOACASA lo sostengo e lo pratico senza riserve, aiutata dalla mia naturale misantropia. Accolgo persino con giubilo la stretta radicale imposta dal Governo, che limita a lungo termine la quasi totalità dei nostri spostamenti e delle nostre abitudini sociali ordinarie. Se serve a prevenire la catastrofe sanitaria, ben venga. Il punto è un altro: perché si è giunti ad una soluzione così estrema? Perché gli italiani sono un popolo di faciloni spavaldi convinti che nulla di serio gli può mai davvero accadere, e se pure dovesse accadere gondole, sole, mandolini e pacche sulla spalla li salveranno. Perché l’italiano, mediamente, è un egoista di bassa lega, un superficiale maldestro, un esibizionista goliardico privo di qualsiasi senso di responsabilità personale in fatto di questioni pubbliche. Perché una buona parte dei nostri giovani è una pletora di dementi immaturi vocati solo a frivolezze e a sensi di sfida lanciati non verso traguardi importanti da raggiungere nella vita, ma ad imprese come il selfie sull’orlo del precipizio o all’esultanza barbara per il divieto appena violato. Una gioventù mediocre ed ignorante, priva di curiosità sane, incapace di attenzione e di cura, cresciuta alla luce di miti friabili come il divertimento h24 e la bellezza flawless forever; tutto subito e niente a lungo andare. È sempre difficile capire dove sta il giusto quando si oscilla tra due estremi. In Cina vige la dittatura, non esiste libertà, si vive per lavorare, ma questo eccesso di rigore ha consentito di arginare in maniera rapida ed efficace un problema che da noi, giunto in forma più lieve ha proliferato molto più rapidamente ed in proporzioni – in rapporto alla popolazione – molto più drammatiche, con la velocità di mosche su un cadavere. Quale cadavere? Quello del buon senso collettivo, spentosi serenamente tra la disaffezione dei suoi cari.

Foto: Eliana Petrizzi

Il foto-turista – sociologia del selfie

In giro per il mondo, dopo gli incivili non esiste categoria più fastidiosa del foto-turista. Questo genere di individuo viaggia esclusivamente per saziare la vanità del proprio obiettivo e per poi mostrare agli altri i propri scatti. A conti fatti, per il foto-turista nulla esiste se non può essere fotografato. Se da quella veduta o da quel volto non riuscirà ad ottenere una buona foto, di colpo i soggetti smetteranno di essere degni persino di essere guardati. Ma scattare senza aver prima osservato il soggetto vuol dire non saper instaurare con lui nessun rapporto d’amore, e la foto infine questo lo dice chiaro a tutti. La foto pubblicata sui social alla fine sarà pure tecnicamente buona, ma resterà sorda, muta, esanime. Di un paesaggio, di un volto, lo scatto avrà colto la superficie di una pelle che non parla a nessuno. Un viaggio prima, una fotografia poi, sono invece un atto d’amore totale e gratuito verso i luoghi e i popoli che si visitano. Come si ama qualcuno anche per le sue debolezze e per le cose che non ci piacciono, così in un viaggio bisogna stringere un patto di cuore pure con la miseria, con la noia, con l’apparente anonimia di un luogo, se non addirittura con lo squallore e lo sfacelo. Serve pure a tornare a casa con una coscienza differente, con più rispetto per gesti di cura verso cose e persone a cui normalmente non si presta alcuna attenzione.
La considerazione non cambia se si passa dal viaggio all’opera d’arte. È un fenomeno che riscontro da anni sia nei Musei che quando guido i ragazzi nella visita di mostre. Quando sono stata per la prima volta al Louvre, ero già scettica di mio a vedere la Gioconda, perché la fama iperbolica di cui gode me l’ha sempre resa piuttosto antipatica. Ma devo ammettere che, quando l’ho vista, ho provato nei suoi riguardi una sorta di commossa pietà. Il dipinto era custodito dietro un cristallo che tiene a debita distanza i visitatori i quali, in gruppi di parecchie decine, le si assiepavano accanto o nei paraggi con l‘unico obiettivo di scattare un selfie col quadro sullo sfondo. In primo piano il faccione ebete del fotografo; alle sue spalle, sfocato e distante, il capolavoro per cui aveva affrontato la spesa e il viaggio. Povera Monna Lisa, che mai avrebbe pensato di trovarsi al centro di una platea così gremita, a tutto interessata fuorché allo spettacolo principale.

Ma il fenomeno è quanto mai variegato. In spiaggia, invece di fare il bagno si scattano foto alla trasparenza dell’acqua, con un cellulare tenuto sempre a tracolla o comunque addosso. Durante un concerto, i selfie-addicted si arrampicano sui muri per rientrare nell’inquadratura col cantante sullo sfondo. All’inaugurazione di una mostra, vale lo scatto rubato accanto a chi conta nella serata o ai dipinti che non si sono neppure notati. E la foto si deve fare, perché senza, niente avrà mai avuto veramente luogo. Ci saremo accaniti a documentare un ridicolo “io c’ero”, ma alla fine il bagno non l’abbiamo fatto, il concerto non l’abbiamo ascoltato, il quadro non l’abbiamo visto. L’irripetibile del momento è passato come un treno di cui avevamo pure pagato il biglietto, ma su cui non siamo mai saliti.

Un dato è certo: è scioccante quanto si sia diventati incapaci di vivere senza cellulari e macchine fotografiche. La foto, peggio ancora il selfie, è diventato l’unico certificato di esistenza di cose e persone, utile a garantirne la concretezza, altre volte a creare una realtà parallela in cui quelle stesse cose e persone possano ritenersi migliori di quanto non siano in realtà. Le piattaforme social hanno cambiato radicalmente il modo di percepire ciò che viviamo. Il senso di quasi tutti i nostri post è di vedere e rivedere noi stessi, più che di farci vedere dagli altri, cercando di capire attraverso questo strumento onnipresente chi siamo, come appariamo o come vorremmo apparire. Che poi la nostra immagine possa interessare a qualcuno è solo un gradito effetto collaterale. Il post serve a noi, alle nostre fragilità e al nostro Ego malato. È il verme solitario che condanna all’appetito perpetuo. L’anonimato dei più, un tempo normalità quasi per tutti, viene oggi avvertito come la peggiore delle disgrazie, una sorta di suicidio sociale. Cellulari e macchine fotografiche sono diventati a tutti gli effetti non protesi, ma surrogati dell’occhio. Si scatta una foto ancor prima di aver guardato. L’elaborazione del dato visivo non è più affidata né alla memoria personale né ad un processo di consapevolezza culturale di tipo critico o puramente estetico, ma solo alla foto postata su un social e a stento rivista sul proprio display. Il populismo culturale delle masse gioca sulla stanchezza intellettuale dei singoli e sulla loro distrazione, su una crescente tendenza alla noia per eccesso di stimoli, oltre che alla destrutturazione, semplificazione e banalizzazione di ogni messaggio, che garantiscono ai contenuti di raggiungere con facilità platee molto vaste. Insomma, tutto in una volta e niente a lungo andare.
A me pare, questa, una forma di miopia molto grave. Personalmente e da pittrice, trovo ci siano cose che non possono essere né fotografate né dipinte e nemmeno scritte. Rifiutando la precarietà di ogni messa a fuoco, di ogni traduzione e di ogni commento, certo non possono essere condivise, ma scendono in profondità dentro chi le avrà vissute, a farne un distillato che arricchirà il proprio senso della bellezza, dell’umanità, del sentimento misterioso dell’essere al mondo.
È solo questo in fondo l’insegnamento della bellezza, cui l’occhio prima, una foto poi, dovrebbero votarsi.

L’Amore giovane

Sistemando i cassetti della libreria arrivo a quello delle scatole, in cui tengo archiviati foto e ricordi delle mie relazioni finite; ciascuna chiusa in una busta bianca su cui ho scritto la data di nascita e di morte della storia. Una in particolare riposa in una scatola tutta sua. Avevo 28 anni, e amavo un ragazzo lucano conosciuto per caso in un ospedale a Potenza. Nella scatola ci sono tutte le sue cartoline, i pupazzetti, i piccoli doni, le fotografie, le lettere. Rocco era un ragazzo fragile, dolce, molto bello, e malgrado le nostre abissali differenze, io lo amavo in un modo che dava luce, in quegli anni, ad ogni aspetto della mia vita, anche ai più dolorosi. Ritrovo tutti i messaggi d’amore o di scuse scritti su pezzetti di Scottex che, quando litigavamo, mi scriveva di notte e mi faceva trovare al mattino sul tavolo della cucina: messaggi teneri e un po’ infantili, di quelli che si scrivono nei primi amori tra adolescenti. Come un adolescente, creava per me cuori di DAS, piccoli animali, barchette di carta piene di Ti AMO viaggianti, con cui corredava i suoi messaggi mattutini.

Tra le foto che mi sono particolarmente care, tre ritraggono il momento in cui lo accompagnavo alla stazione, quando tornava a Melfi. Nella prima si vede il treno arrivare da lontano, nel crepuscolo radente di una giornata d’estate; nella seconda il treno si ferma davanti a noi; nella terza, dal finestrino del treno che si allontana, Rocco  si sporge lanciandomi un bacio.
In tutti questi anni mi è capitato spesso di ricordare la naturalezza, la semplicità, la furia, il calore, il coraggio e la tenerezza di quell’amore. Forse Rocco è morto, perché aveva un problema di salute e non mi ha mai più cercata: strano per un amore così grande. Non c’è traccia di lui in nessuna notizia sul web, non è iscritto a nessun social. Di lui non ho mai più saputo nulla.
In seguito ho avuto altre relazioni, una in particolare, in cui mi sono innamorata in un modo completamente diverso: più adulto, più costruito, più durevole. Eppure, in questi giorni solitari e grigi in cui sono costretta a casa, riguardando le sue foto, se penso all’idea dell’amore che più mi ha resa felice e che mi resta ancora la più familiare, mi accorgo di non essermi mai mossa di lì.

GUINEA BISSAU

Viaggiare per illuminare, portando all’essenziale. Pulire la mente dagli ingombri marcescenti dell’ego,  dalle polveri sottili di abitudini e malumori.
In luoghi come la Guinea Bissau non è esatto parlare di vacanza, ma di esperienza. Sono viaggi stancanti, che fanno la gincana tra difficoltà ed imprevisti. Parto con un’amica che condivide con me la stessa idea del viaggio e lo stesso amore per destinazioni scomode.
L’Africa versa in una miseria che vista da vicino pare irreversibile; una miseria studiata, necessaria a chi governa e ai Paesi predatori, che qui vengono a fare razzie delle risorse preziose di cui dispone il Continente. Tenuti in uno stato di inferiorità culturale e civile utile a tenerli in sottomissione perpetua, i suoi abitanti si ritrovano in condizioni di vita indietro spesso di circa un secolo rispetto ai Paesi di provenienza di chi arriva qui per visitare una specie di museo antropologico diffuso, dove sperimentare nostalgie sentimentali per culture primitive semi estinte, per una natura di struggente bellezza, anche per una certa quota di squallore e disagi, che diventano di volta in volta pittoreschi solo perché chi li documenta sa bene che tornerà presto in luoghi di gran lunga più confortevoli. Qui la disorganizzazione è estrema, come la corruzione. Ai posti di blocco disseminati ovunque senza ragioni apparenti, i poliziotti non chiedono i documenti; allungano direttamente la mano per prendere piccole tangenti. Lo straniero si indigna, il locale sorride.


La Guinea Bissau è uno dei Paesi con il PIL pro-capite più bassi del mondo, e con un indice di sviluppo umano tra i più bassi sulla terra. Più dei due terzi della popolazione vive al di sotto della soglia di povertà. L’economia dipende principalmente dall’esportazione di pesce, anacardi e arachidi. Analfabetismo ed indigenza dilagano ovunque, creando una condizione a cui lo sguardo si abitua presto, senza più sorpresa né dolore. La situazione politica è precaria a causa della recente auto-proclamazione di due presidenti di fazioni opposte. Dopo diversi anni di crisi economica e instabilità politica, nel 1997 la Guinea Bissau è entrata nel sistema monetario franco CFA, che ha portato il Paese ad una relativa stabilità monetaria. La guerra civile che si è verificata nel 1998 e nel 1999 e un colpo di stato militare nel settembre 2003, hanno però nuovamente turbato l’attività economica, lasciando una parte sostanziale delle infrastrutture sociali in completa rovina. Oltre a ciò, dal 2005 i trafficanti di droga con sede in America Latina hanno cominciato a utilizzare la Guinea Bissau, insieme a diverse nazioni vicine dell’Africa occidentale, come punto di trasbordo verso l’Europa per la cocaina, facendone un Paese ad alto rischio di diventare “narco-stato”.


Perché vengo ogni anno in Paesi come questo? Me lo chiedono in molti. Certo, potrei andare nei molti luoghi del mondo dove si vive meglio che in Italia, e quando lo faccio ammetto di sentirmi carente, impreparata, spesso ignorante ed incivile: una mosca vissuta al buio di un palmo chiuso. È che bisogna confrontarsi per crescere, ma in ogni dimensione e latitudine, non solo con chi sta meglio. In questi viaggi rivedo innanzitutto il mio senso del tempo che qui, pure lento e vuoto, ignora la noia che mi prende per esempio a casa quando sto più di mezz’ora senza fare niente. Vago e osservo, imparando così che la sostanza del tempo non è nell’agire, ma nel puro esistere aperta al mondo. Scrivendo il mio taccuino di viaggio, riscopro la mia grafia impigrita dalle troppe ore di tastiera. Le parole evadono facilmente dalla griglia dietro cui il foglio a quadretti vuole costringerle, e se ne vanno per vie traverse, cadendo e rialzandosi ad ogni pensiero. Il tempo a volte qui passa anche solo a decifrare ciò che ho scritto. Durante il giorno, se fa troppo caldo riposiamo al fresco di una camera spartana, ma silenziosa e piena di pace. Dalla finestra vedo la strada piena di gente che va senza fretta. Lontano, le palme stanno immobili con la ferma fiducia di montagne. Resto ore a guardare questo calmo movimento di persone e animali, fatto di scarti minimi, di cambiamenti insostanziali, di azioni dilatate, di giudizi sospesi, di parole dileguate. Accolgo ogni cosa con gratitudine, accogliendo soprattutto l’aspettativa violata: il miglior insegnamento contro la presunzione di ritenere che solo ciò che desideriamo è giusto. Qui turisti non ne arrivano. I viaggiatori sono pochi. I bianchi che incontriamo sono soprattutto operatori umanitari, missionari e medici, come i cinque giovani italiani – quattro ragazze ed un ragazzo – che operano in Senegal, radiosi nell’entusiasmo della loro missione. O come Anita e Michele, una coppia over sessanta che da anni gira il mondo in camper.


I guineani sono un popolo giovane, accogliente e cordiale. Si entra nelle case di chiunque liberamente. Chi è ostile chiede soldi per lasciarci visitare il suo privato, e tutto si sistema. La ragazza che mi chiede una foto al mercato si mette in posa con un’abilità da modella. È felice della sua bellezza sensuale, con l’erotismo dei giovani che da queste parti vivono presto l’amore, con la stessa naturalezza con cui le ciliegie si toccano tra le foglie sui rami. I bimbi nei villaggi rigirano in bocca i lecca lecca con tutta la plastica intorno. Dico alla mia guida che non fa bene, che la carta va tolta. Ma lui dice: ‘No, lo sanno. È che così dura di più.’ Nel minimarket di Bissau, l’unico collutorio in vendita si chiama ‘AMALFI’.
Torno più volte nello stesso luogo: un tratto di strada disastrata fatto di terra battuta, una terra rossa fine che entra dappertutto. Mi colpiscono soprattutto le donne, che hanno un incedere quieto e fiero, gesti generosi e pratici, e sorrisi sempre. Stanno accovacciate per ore a sbrigare faccende necessarie alla vita, serene e taciturne, mai stanche. Di sera, scende sul paesaggio una luce rosa. Un vento delicato profuma d’erba e d’alto mare. La vita continua ancora un poco per le strade, ma è già tutta un tornare nella quiete di piccole case, tra giovani che ridono, bimbi che brillano, uomini che stanno a vigilare su ciò che gli appartiene.


Rispetto al viaggio in Senegal dell’anno scorso, scatto meno foto; preferisco osservare, tenere dentro. Ci sono cose che non possono essere né fotografate né dipinte, e nemmeno scritte. Rifiutando la precarietà di ogni messa a fuoco, di ogni traduzione e di ogni commento, certo non possono essere condivise, ma scendono in profondità dentro chi le ha vissute in prima persona e in solitudine, a fare un distillato che arricchirà poi il senso personale della bellezza, dell’umanità, del sentimento misterioso dell’essere al mondo. Un viaggio è un atto d’amore totale e gratuito verso i luoghi e i popoli che si visitano. Come si ama qualcuno anche per le sue debolezze e per le cose che non ci piacciono, così in un viaggio bisogna stringere un patto di cuore pure con la miseria, con la noia, con l’apparente anonimia di un luogo, se non addirittura con lo squallore e lo sfacelo, a volte persino con la violenza della gente, dettata da chiusure di varia natura. Perché il mondo abitato è in gran parte così, e andare in posti come questo serve se non altro a non illudersi del contrario. E serve pure a tornare dove si è nati con una coscienza differente, con più rispetto per gesti di cura verso cose e persone a cui normalmente non si presta alcuna attenzione; con un sentimento dell’umanità più rotondo e più caldo. In destinazioni come la Guinea, bisognerebbe andare se non altro per questo.

Foto: miei scatti

L’Amore

A Sgorby è andata così: quando da piccola aveva bisogno di una madre ha trovato me, quando da adulta cercava un compagno ha trovato ancora me. Non c’è stato verso di lasciarla in natura, né di farle piacere i vari piccioni che le ho presentato per farla accoppiare. In una forma speciale, siamo a modo nostro una coppia: lei un piccione, io un essere umano. In fondo, agli umani non va poi così diversamente. Amiche ed amici si sono sempre prodigati nel tempo per farmi conoscere uomini a loro parere adatti a me: quello è sportivo come te, quell’altro ha i tuoi stessi interessi culturali, quello ha la tua stessa forma mentis, quell’altro ancora le tue passioni, ma di fatto con questi uomini non è mai scattato nulla. È che non funziona così; non sono similitudini e virtù a farci innamorare. Se così fosse ci innamoreremo tutti dei nostri migliori amici o di chi più stimiamo. Le ragioni dell’amore restano incomprensibili, agendo per vie misteriose come quelle che presiedono all’ispirazione o alla nascita dei grandi capolavori. E più si tenta di spiegarle quelle ragioni, più l’amore si impoverisce come una medusa sulla sabbia. Pensando ad un uomo, non ho mai cercato i requisiti suggeriti in buona fede dai miei amici. Molti di quelli che conosco hanno scelto accanto un compagno o una compagna per non dover più stare da soli, confondendo la relazione con la compagnia. Ma io ho sempre seguito e seguo altre rotte. Per motivi vari – e qui tornano le misteriose ragioni dell’amore – mi sono spesso legata ad uomini che si sono rivelati infine carenti, fragili e sleali. Eppure, non ho rimorsi né rimpianti: il bene e l’amore non vanno mai sprecati, e se costretta a scegliere, preferisco sempre amare essendo riamata poco o male, che essere amata non riuscendo ad amare.
Perché ero rimasta? Per quella strana forma di poco bene verso di sé che pure dicono far parte dell’amore. Perché me ne sono andata? Perché non era più possibile mungere pietre.
Dell’amore conservo un’idea alta e nobile. Quello in cui credo è un sentimento grande che sappia far luce in ciò che di me ignoro. Solo attraverso questo incontro saprò conoscermi veramente, imparando il limite mio ed il suo superamento. Uscirò da me, e finalmente incontrandomi andrò matura verso l’altro, e poi da qui insieme verso una più rotonda pienezza del mondo. Non è forse questo, chiedo, l’Amore?