Apolitic

Mitragliate di manifesti elettorali sui muri, con facce che si commentano da sole; strade incatramate di fresco, inaugurazioni a destra e a manca; la solita sfilza di promesse in perfetto stile ‘vorrei ma non posso’. Passando in macchina tra paesi e città, la coda dell’occhio coglie solo una gigantesca slide rosa Piggy. Le strade si sporcano di volantini con la faccia del candidato, che ritrovi poi nella buca delle lettere, nei messaggi di posta elettronica, in nuove misteriose richieste di amicizia su Facebook. Vedo un tipo fotografato con occhiali da sole, catena d’oro al collo e faccia da detenuto recidivo; un altro che ride col pollice alto in segno di vittoria, contro un fondale stile Seychelles. Uno sfondo simile compare dietro la foto di un giovane che recita slogan dalla banalità improferibile; il viso ritagliato di fretta col Photoshop, la faccia da defunto su una prece. Se questa è la cura profusa per vendere la propria immagine, figuriamoci quale sarà quella che dedicheranno questi individui alla cosa pubblica una volta eletti. La data si avvicina. I candidati, quasi tutti con facce da smile e scarpini da matrimonio di borgata, spuntano all’improvviso solo in questi giorni. Prima non sapevi neppure chi fossero, o che addirittura esistessero. Come lumache alle prime piogge, li vedi arrampicarsi con le loro bave dappertutto. Li incontri al centro della piazza la domenica mattina: di punto in bianco ti salutano, loro che non ti hanno mai guardato in faccia. Ti sorridono, ti chiamano, ti vogliono offrire il caffè per forza anche se tu non lo vuoi, perché lo hai appena accettato da qualcuno come loro. E allora se non vuoi il caffè ti vogliono offrire un dolce, un aperitivo, e se proprio non lo vuoi tu lo vogliono offrire agli amici che stanno lì con te. A proposito di manifesti elettorali, inviterei tutti i candidati a studiare attentamente la fisiognomica posturale prima di farsi fotografare. Per esempio, suggerirei di evitare occhiali da sole e braccia conserte. Il messaggio per l’elettore è chiaro: ‘Io non ti vedo e con te, a cose fatte, non avrò più nulla a che fare’. Eviterei anche la nonchalance con la quale il candidato finge di camminare con la giacca in spalla, come se stesse andando a fare una passeggiata nel parco. Sarebbe meglio farsi ritrarre con stivali da guado o equipaggiamenti da arrampicata. La situazione è tragica, e il lavoro che li aspetta è tra i più penosi. Sotto elezioni, io meno mi faccio vedere in giro e meglio sto. Se io non mi occupo della politica, la politica si occuperà di me: ma ne siamo proprio sicuri? Lo ammetto: la politica – da decenni lontana da qualsiasi integrità ideologica, oltre che da una pratica coerente e fattiva a favore delle comunità – non mi piace, non mi interessa e non mi vedrà coinvolta mai in nessun ruolo. Mai come sotto elezioni, i canditati di ogni schieramento si spendono in proclami e promesse votati alla più spietata demagogia. Alcuni ovviamente sono dotati pure di buon senso; peccato che una volta eletti, quasi nessuno di questi proclami troverà attuazione, ma è storia nota. Io credo più banalmente nella politica del singolo cittadino, e cioè nella pratica quotidiana di chi, a prescindere da orientamenti o appartenenze di sorta si impegna – per quelle che sono le proprie capacità e possibilità – a realizzare qualcosa di buono per il territorio nella direzione di una crescita comune, invece che di iniziative volte a protagonismi di circostanza e a proclami a cui ormai non credono più nemmeno i polli. Non credo addirittura opportuno che un artista debba assumere un ruolo politico. L’arte deve osservare le cose da una certa distanza, per mantenere uno sguardo chiaro oltre l’orizzonte sempre confuso delle contingenze. Esiste l’arte d’impegno politico e sociale; è un’arte che prende posizione e si schiera. È sempre esistita ed io la rispetto, ma non è l’arte che sento e per la quale ho speso tutta la vita, che mi ha donato negli anni ampi spazi di libertà individuale, e che perciò difendo. Se nella mia vita di donna e di artista avessi accettato tutte le possibilità che mi sono state offerte di volta in volta da compromessi di tipo politico, forse avrei realizzato molto altro. Ma ho scelto di restare dove sono nata. Vivere qui mi è faticoso, ma il poco che ho costruito è frutto solo del mio impegno, del mio sacrificio e forse di un poco di talento ricevuto in dono. È probabile che io abbia realizzato poco, che il mio cammino sia più lento, ma questo poco per me è molto perché libero e onesto, e non lo cambio per nient’altro ottenuto per vie differenti. Rigare dritto ogni giorno, pregare di riuscire a fare un poco di bene, lavorare con tenacia restando umili e coerenti, pregare di imparare a dare più che a ricevere, a me pare già una grande rivoluzione.

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Light grey

Io morta al centro della casa: il mio corpo presente si è fatto imprendibile. Il viso, le mani, l’altezza e il peso sono certamente i miei, ma altrettanto certamente sono sparita. Mi sono amata? Signorsì, ogni giorno e con diligenza, come sistemare negli scaffali i libri mai letti. I crampi della paura preferiscono le ore vuote, quando la constatazione del fallimento si fa più lucida. Pregando, di solito chiedo aiuto per la mia salute prima e per la mia anima poi. Chiedo scusa per il mio opportunismo da raccatto: quando le cose vanno bene non so che farmene di divinità e preghiere. Poi però, quando una difficoltà qualsiasi mi trova impreparata mi aggrappo alle vesti di Dio, chiedendogli persino di raccomandarmi qualche Santo che metta una buona parola tra me e l’Assoluto. A un certo punto la preghiera si fa confusa; una specie di farneticazione in cui continuo a scusarmi, perché chiedere a Dio cose precise, dicono, contrasta con la sua volontà già chiaramente prevista per te. Forse dovrei uscire più spesso, frequentare gli altri, ma il pensiero mi ripugna. Noia, chiasso e messe in scena, in uno straripante sperpero di non senso. Nulla difende dalla brutalità degli stolti. E tuttavia, davanti a tanta pena eccomi provare una fascinazione profonda: la somma delle stupidità mie ed altrui produce lo spettacolo maestoso di un palazzo che implode o di una montagna che frana. In strada, saluto l’interlocutore accidentale, coppie infelici e serene, giovani sfaldati come paesaggi nell’afa. Fumo snello che sale, ciminiere ammutolite, calmo spargimento di cose che se ne vanno. I tacchi dei miei stivali segnano il passo, con la spensieratezza che si tiene nelle file di dietro appresso a un funerale. Un rudere sulla collina mi ricorda che cercare conforto è il solo senso della vita. Odore di pane tra le mani strette, finestre cieche, il nuoto dritto di una gazza sui pini. Nel cassetto di mio padre, gli oggetti a lui cari sono le case di un paese che non ho mai voluto abitare, ma quando è arrivato il temporale, è sotto i loro balconi che sono andata a cercare riparo.
L’impressione è di essere rimasta ai margini di un’impresa che mi riguardava. Calma sul divano, stupore alla vista del cielo migrante. Cerco di ricordare episodi della mia infanzia. Ho quattro anni; mi aggiro carponi nell’erba in cerca di piccoli insetti incidentati a cui riparare una zampetta o un’ala. A nove anni, il mio gioco preferito era mettere pietre sui binari con mia sorella, sperando che il treno deragliasse. Altri episodi apparentemente insignificanti della mia giovinezza: una canzoncina scherzosa che mio padre canticchiava e che con le mie sorelle ripetevamo allo sfinimento; la molletta per i panni che chiudevo sulla punta del naso di notte, nella speranza che mi crescesse all’in su; l’odore di calce fresca che, misto a quello dell’erba, mi annunciava l’inizio dell’estate nel cortile. L’albero di Natale dei miei quattro anni campeggiava al centro del salone; lo ricordo immenso per via della più breve distanza tra la mia testa e i piedi di allora. Ritrovato l’altro giorno per caso pulendo il garage, è alto meno di un metro. Gelosia a undici anni per tre peli appena spuntati sotto le ascelle della compagna di classe che più detestavo. Il profumo tra collo e spalla che aveva il ragazzo di cui ero innamorata a tredici anni; ballavamo un lento al Petit Paradise, ero una ragazza goffa e lui non mi voleva. Mi capita a volte di sognare la ventenne che ero. Mi curavo poco, non ne avevo ancora bisogno. Mi sveglio al mattino cercando la ragazza che non vorrei mai smettere di diventare. È di fatto incomprensibile la tristezza per le cose che finiscono, considerando che non c’è altra regola nella vita. Tutto nasce in un momento di pienezza. Poi il passo si fa calmo e arriva il silenzio, in cui brillano misteriose tutte le cose.

EROS E PATHOS: POLIAMORI, TRADIMENTI, ILLUSIONI E DISINCANTI NELLA VITA DI COPPIA.

Premessa

Ho raccolto queste riflessioni rivolgendomi alle donne, ma sono considerazioni reversibili anche se lette da un uomo. Poi ognuno troverà qualcosa della propria vicenda. Ho romanzato le confidenze di molti amici che hanno collaborato a questi scritti rivelandomi amarezze e misfatti. Inutile dire che troverete dell’autobiografico: ho collezionato nel tempo un numero di fallimenti sentimentali portentosi, con generi di individui molto differenti tra loro; a causa della mia miopia, oltre che dell’illusione tipicamente femminile di cambiare certi uomini. Ma una cosa posso dirla: pur avendo attraversato momenti di autentico disgusto nei riguardi delle relazioni sentimentali, non ho mai perso fiducia sia nell’amore, che nella capacità della vita di sorprenderci, trasportandoci quando meno ce l’aspettiamo fuori dal guado. Durante ogni delusione, ho sempre cercato di fare amicizia col dolore: non c’è altra via per uscirne. Paradossalmente, è stata pure la meno dolorosa. Sarà successo anche a voi: quando ci si trova smarriti nel bosco assediati dall’incendio, la paura di morire ci porta a ritenere salvifico ogni appiglio. Ecco allora che il filo di ragno si fa fune per la salvezza. Quando poi però l’emergenza finisce, ci si accorge di quanto piccolo era l’incendio: un fuoco fatuo e nulla più. Era troppo basso pure il gradino che chiamavamo baratro. Metafore macchinose per dirvi che solo l’amore sa traghettarci dall’altra parte. Solo lui, per dirla con Saramago, ‘converte in fiamma l’ora logora, in mani che donano dita che tolgono‘.

 

ACQUE STAGNANTI

Questa è la storia di un amico di studi, che riporto perché – sia tra miei amici maschi che femmine – ricalca un copione piuttosto diffuso. Chiusa da poco una storia importante, ne ha allacciata una nuova con una donna da lui descritta come estremamente modesta da ogni punto di vista; la classica retrocessione su tutti i fronti su cui si buttano i maschi quando non sanno starsene un po’ da soli. A. dice di stare tranquillo, ma ha pagato a caro prezzo questa pace: si è impigrito, è ingrassato, ha lasciato abitudini, hobby, amicizie. Ha perso la vernice e la luce di un tempo, imbrigliato da una rete di abitudini, diversivi noiosi ed orari fissi, che la compagna gli ha stretto al collo soffocandolo senza dolore, separandolo soprattutto dalla vita di un tempo, che lui ovviamente adesso rimpiange. L’ha costretto qualcuno? No. È innamorato? Non crede. La sua, dichiara, è piuttosto una scelta di quieto vivere con una persona a basso voltaggio, che lo asseconda facendolo sentire migliore senza sforzo alcuno. Ogni tanto, però, gli mancano certe appassionate inquietudini che, se un poco sporcano la serenità in cui ha creduto (confuso dalla rima) di trovare la felicità, di certo fanno la vita meno saporita. È purtroppo il prezzo che si paga quando ci si arrende anzi tempo al rigor mortis di una quiete soporifera, rinunciando al coraggio, alle difficoltà e a tutti gli imprevisti che passioni forti e venti d’alta quota richiedono per sentirsi vivi. Almeno dopo, amiche e amici, non lamentatevi. Io la mia idea di sempre non la cambio: le relazioni vere sono quelle che arrivano solo se prima si è imparato a star bene anche da soli.

 

-Salomé Come alberi perpendicolari alla pendenza di un picco, certi amori se ne stanno sbiechi ed impervi, ma vivi sempre anche quando gli altri li credono finiti. Io e lui siamo in fondo uguali: incapaci di vite regolari e chiare, inquieti, irrisolti, instabili, infedeli agli altri, ma a noi legati misteriosamente. Le bugie sono per noi paesi nei paesi: hanno le loro strade e i loro abitanti; paesaggi e case con giardini, sottotetti e cantine. Qui le cose si chiamano con nomi differenti, come fanno gli stranieri che vivono per anni in un luogo, e non ne imparano la lingua mai. Lui ha fatto bene a prendere altrove ciò che io non volevo né potevo offrirgli; ha fatto bene lui a lasciare me a relazioni in cui potessi trovare ciò che pure lui non voleva e non poteva darmi. Uniti da questa intesa, il nostro legame si è fatto più onesto. Ci sono piante che non possono vivere senza la luce del giorno, altre che invece dal sole vengono uccise e che solo al buio trovano linfa. Non ho mai voluto qualcuno con me sempre; io sto bene solo slegata: la mia gioia non ha nomi di persone, ma quiete di sorgenti, capienza di strade vuote. Quando stiamo insieme ci comprendiamo come nessuno mai, e tutto accade come se al mondo non avessimo incontrato altri che noi. Mi è parso pure un buon modo per educare senso del possesso ed amor proprio a chinare il capo, ritrovando in certe sottrazioni un modo più adulto di essere al mondo. In fondo, quasi tutti vivono all’oscuro di chi hanno accanto, fidandosi per anni di persone di cui non sanno nulla. Questa inconoscibilità essenziale di chi amiamo è in fondo l’unica verità che ci riguarda. Né diminuzione né danno: siamo tutti piccoli, così piccoli.

 

-È curioso quanto sia variegato l’amore; curioso soprattutto come uomini e donne trovino la felicità per vie del tutto opposte. Recenti statistiche sulla felicità di coppia hanno rilevato che il motivo per cui due persone restano insieme nel tempo è nel bisogno di essere amati: cioè, mediamente, le persone trovano la felicità più nel ricevere amore che nel donarlo: incontrano una persona che li fa stare bene, a volte per una fortunatissima questione di affinità elettive, altre (la maggioranza) per i voli a bassa quota di cui è fatta la quotidianità. Non hanno bisogno di amare necessariamente a loro volta: si legano appunto perché amati. Nel loro amore c’è pace, stima, affetto e profonda gratitudine per ciò che ricevono ogni giorno. Tra questi, molti di amare non sono forse neanche capaci; danno il minimo sindacale, cercando per tutta la vita sempre altrove le cose che nessun rapporto al mondo, neanche il più completo alla lunga può dare. Ci sono invece quelli che all’essere amati preferiscono amare, e che troppe volte difficilmente vengono riamati. Sprecandosi a lungo in relazioni infelicitanti, preferiscono struggersi restando con un filo di sabbia tra le dita, ma sceglieranno ancora e sempre lo slancio del dare a quello del ricevere. Poi certo ne usciranno carponi, ma avranno dovuto metterlo nel conto. Dimenticavo le coppie in cui entrambi amano e sono riamati, in tutte le forme che dell’amore ci hanno offerto nel tempo poemi, romanzi, liriche ed opere d’arte. Personalmente ne ho conosciute pochissime, anche perché, diciamocelo, scopo di poemi, romanzi, liriche e opere d’arte è da sempre stato nient’altro che la seduzione dell’inganno. La verità è che, confondendo la mano con il guanto ci si accontenta troppo spesso di amori sgangherati, finendo per credere normale la miseria del sangue, cui abitudini e false sicurezze costringono. Ma se è bene prestarsi alle infinite sfumature di una relazione, non bisognerebbe mai essere troppo indulgenti con uomini e donne piccini, come i bugiardi, gli infedeli, gli irrisolti, gli anaffettivi. Che si esca quanto prima da certe pene, che fanno solo più povero il nostro sguardo sulla vita. Quando perdiamo qualcuno, invece di disperarci, ricordiamo questa frase di Ceronetti: ‘Né debiti né rimpianti. Dio ha dato. Anche togliendo ha dato.’ E io aggiungerei: ‘Soprattutto togliendo ha dato’.

 

-La Bella addormentata nel Bosco Le Belle Addormentate nel Bosco sono quelle donne che, a causa della loro buona fede o della loro stupidità, fingono di vivere relazioni fatte di stabilità, fedeltà, sincerità e benessere. A volte sospettano, altre sanno da una vita, ma nella gran parte dei casi non immaginano neanche lontanamente che chi hanno accanto – gran cerimoniere di doppiezza – è capace di tenere in piedi almeno due relazioni contemporaneamente, senza togliere granché a nessuna (qui sta il genio) riuscendo anzi persino a provare dell’autentico sentimento per ciascuna delle sue concubine. La Bella Addormentata non chiede, non indaga, non sospetta, non effettua verifiche, non sguinzaglia investigatori o le sue amicizie per tendere tranelli che in poche ore disvelerebbero l’occulto. Soprattutto, e qui sta l’errore più grande, non si affida al proprio sesto senso: così, ad ogni nuovo sospetto si lascia convincere dalle fandonie del suo lui. Ovviamente tutti sanno, tranne lei. Si sveglia dal letargo troppo tardi, oppure preferisce sognare di essere l’unica, che tutto sia come appare, che la verità sia nelle dichiarazioni fantasmagoriche del suo uomo, come nei suoi messaggi di scuse, nei suoi complimenti sperticati e così via, avanti ad oltranza. Altre volte, invece, la Bella Addormentata ha capito tutto, ma preferisce restare in silenzio aspettando che prima o poi qualcosa cambi in suo favore. Ma lo sa bene che in queste faccende alla fine nessuno vince e nulla cambia, e vissero tutti per sempre infelici e contenti.

 

-Nei confessionali tra amiche gli uomini, devo dire, escono abbastanza male. Probabilmente accadrà lo stesso a noi donne quando sono gli uomini a riunirsi tra loro, ma ci sta, perché pure noi all’occorrenza facciamo parecchio schifo. C’è anche da dire che delle storie felici si parla poco: quelle si vivono e basta, mentre sono quelle storte ad attirare curiosità e commenti. Il problema è che secoli di letteratura ci hanno consegnato un’idea dell’amore come di qualcosa senza cui la vita non ha senso. Amori romantici, amori passionali, amori felici, amori complicati: pare che all’amore si perdoni ogni cosa. Io credo profondamente in questo sentimento, ma troppo spesso penso se ne sopravvaluti la nobiltà. Ho infatti realizzato nella vita, accanto ad esperienze certo riuscite, che uno dei suoi talenti migliori è la cecità.

Il tipo a seguire, in cui temo ogni donna sia incappata almeno una volta nella vita, è quello che Franco Arminio ha definito ‘l’evasore sentimentale’: colui che ha una ragazza, una compagna, una moglie e dei figli, ma che preferisce amare al nero e fuori porta, in modo da diminuire l’imponibile affettivo dichiarato; per l’esattezza non è che preferisce proprio amare fuori porta, ma aspergere il seme indiscriminatamente. Se poi capita ogni tanto pure una relazione, tanto meglio. Maestro eccelso di menzogna pure davanti all’evidenza, questo genere di uomo è di solito un vanesio che nella relazione primaria sta pure bene ma che, in cerca perenne di stimoli e di conferme, si offre a generi di donne completamente diverse tra loro, per assicurare alla specie umana un’equa distribuzione dei suoi talenti. Marisa, insegnante, è sposata da 22 anni con Paolo, dirigente d’azienda. Marisa si è accorta che le numerose trasferte del marito per riunioni, convegni ed aggiornamenti erano in realtà rilassanti gite fuori porta con Lucia, la giovane collaboratrice; ma pure con altre di passaggio, all’occorrenza. Una storia banale, come ne accadono a milioni ogni giorno in ogni angolo del pianeta. I primi tempi, Marisa si è consumata nel dolore e nel silenzio perché, per capire fino a che punto Paolo volesse arrivare, o forse sperando che la sbornia gli passasse, aveva pensato fosse meglio non sbottare. Certo, aveva pure pensato di sfilare il rosario e di mollarlo su due piedi mettendolo alla porta. Poi, però, ha capito che la cosa migliore per separarsi da un fedifrago è restare sul campo. Se infatti avete accanto un compagno bugiardo, e avete ovviamente tempra a sufficienza, non lo dovete allontanare subito, ma dovete farlo cuocere lentamente nel suo brodo, affinché sia lui a suicidarsi dentro di voi, con la delusione quotidiana che vi procurerà ora per essere continuamente disonesto, ora per essere incapace di affrontare una scelta. Se resterete accanto a quest’uomo, infatti – assistendo alla sua lenta, inesorabile disfatta – vi verrà più facile al momento giusto allontanarvene senza rimpianti, dirigendovi altrove finalmente ripulite da ogni residuo abbaglio. Voi in fondo lo sapete che non lo amate più; non si può amare a lungo un debole ed un bugiardo. Vi siete svendute troppo a lungo per qualche sicurezza a buon mercato, e state ancora lì a piangere non tanto l’amato – deceduto da tempo nella vostra stima e nel vostro sentimento – ma il posto vacante, le cose condivise negli anni, le abitudini più radicate, qualche sicurezza a buon mercato e tutto il resto. Se però continuate ad accanirvi in questa direzione, sappiate che la vita si piglia collera, perché in questo modo fate uno sgarro alla sua capacità di sorprendervi quando meno ve l’aspettate, oltre che alla vostra autostima, ma questo era sottinteso.

Altro tipo di uomo ricorrente nelle confidenze femminili è il tirchio sentimentale (che poi nel 90% dei casi tirchio lo è pure di tasca), cioè l’uomo incapace di condivisione, che porta il conto meschino del tuo e del suo, ignorando la differenza tra coppia e compagnia. Chi cerca solo compagnia approfitterà di tutti i piaceri e le comodità offerti dall’altra parte, ma guai a prospettargli una difficoltà: il tirchio scapperà a gambe levate, adducendo un improvviso bisogno di recuperare i propri spazi, per dedicarsi all’unica persona con cui ha stabilito dalla nascita l’idillio perfetto: se stesso. Se in un momento di crisi verrà chiamato a riconoscere anche le proprie responsabilità, si affretterà a precisare che colpe non ne ha, e che le sue eventuali scivolate sono sempre state una reazione alle tue. Il tirchio non desidera stare a lungo insieme a te, terrorizzato dall’idea di dover stringere legami. Meglio quindi definire ogni giorno nuove separazioni: negli spazi da abitare, negli interessi e nei momenti da condividere, soprattutto in tutte le cose che non si possono fare insieme. E se gli farai notare che tutto questo non va esattamente d’accordo con un naturale stato d’amore tra due persone, ti accuserà di essere opprimente. Il concetto del ‘noi’, infatti, non ha mai neanche lontanamente sfiorato il suo spirito profondo, perché per il tirchio sentimentale vige l’IO, assoluto e onnipresente. Povero piccolo uomo: non sa che la distanza separa, facendo rigidi come i morti.

Se dotta è abbandonata’: prendo il via da questa bella battuta di Alberto Troisi, per raccontare la storia che segue. Rossella, responsabile marketing, è la compagna di Alessandro, consulente finanziario, cui è legata da un rapporto conflittuale sempre in bilico tra il prendersi e il lasciarsi. Alla fine, dopo sei anni si sono lasciati definitivamente, perché Paolo non sopportava più di sentirsi in ombra accanto a Rossella; di tanto in tanto la tradiva pure con sfrontata baldanza, con donne che stavano a Rossella come un’osteria ad un ristorante gourmet. Insicuro di suo probabilmente dall’infanzia, alla fine ha smesso di amarla e pure lei a lui, e arrivederci ai suonatori. Dopo pochi mesi dalla separazione, incapace di stare da solo come il 90% degli uomini, Paolo si è accoppiato con una pianta a tronco largo e fusto corto, di quelle sotto cui ci si può riposare inebetiti e sereni. Rossella, invece, sta benissimo da sola; se e quando sarà vorrà un compagno vero, non una compagnia di comodo. ‘Voglio una donna bella, colta, ironica, divertente, sexy, capace, forte, esuberante, che tutti mi invidino’. Lo dicono molti uomini, ma quanti nel privato ce la fanno davvero a vivere felici e sereni con donne simili accanto? E quanti invece cedono, fiaccati da ataviche competizioni di genere? Care donne ‘belle, colte, ironiche, divertenti, capaci, forti, esuberanti ecc.’, ricordate che gli uomini che prima o poi non ce la faranno, preferendo ‘relazioni meno impegnative’, vanno allontanati senza rimpianti. Questi individui daranno sempre la colpa a qualcun altro delle loro lacune. Non saranno stati loro nella vita a non impegnarsi abbastanza per raggiungere il traguardo o per fare chiarezza in se stessi, ma voi ad essere andate troppo avanti, e per questo andate punite con la distanza. Voi, coi vostri talenti conquistati con merito e sacrificio, dovreste consolare loro, quasi scusandovi delle vostre capacità, anzi impegnandovi a scendere più in basso che potete per far loro compagnia nel fosso dell’autocommiserazione. La cosa peggiore, poi, è che quando si allontanano da compagne impegnative per donne di cui non sono neppure innamorati, ma con cui ‘si riposano’ (parole loro), le prime non le vogliono lasciare – e certo che no – ma fanno come quello che esce in strada con l’utilitaria, per tenere la Ferrari chiusa in garage, dove va a lucidarla ogni tanto di nascosto. Incapaci di reggere il confronto con una persona forte perché abituati a vincere facile, sceglieranno accanto qualcuno di molto modesto da tutti i punti di vista, che gli cammini sempre un passo indietro, preferendosi campioni di discesa a peso morto, invece che scalatori. E tuttavia, non vogliono perdere né Salomè né la Bella Addormentata nel Bosco: e chiamateli fessi. In estrema sintesi: i vostri uomini hanno traslocato dall’attico in centro per trasferirsi nel seminterrato di periferia, chiedendovi ogni tanto di risalire per darsi un tono? Vi hanno scongiurato di aspettarli e di capirli, nel gioco al massacro dei loro inutili rinvii? Se la risposta è sì, mandateli dritto per dritto a scopare il mare. Potrebbero vivere in eterno col piede in due scarpe, ma a voi serve un centometrista scattante, non un claudicante.

 

-È POSSIBILE RESTARE AMICI DEI NOSTRI EX?

CASO 1 – I. e L. sono stati insieme 17 anni, poi si sono lasciati di comune accordo, perché l’amore tra loro col tempo si era trasformato in una specie di incesto. Così, hanno accettato la trasformazione del sentimento in un’affettuosa amicizia, immune da sesso (no trombamici), e da tutte le complicazioni in genere restrittive messe in campo dall’amore. Hanno intrapreso relazioni con nuovi compagni che, altrettanto intelligenti, hanno accettato senza fastidi né gelosie il loro legame precedente. Sono anzi diventati tutti amici, e si ritrovano spesso in serate che ricordano l’humour di certe commedie francesi, dove allegramente ci si deride su aneddoti trascorsi, pregi e difetti dei vecchi e dei nuovi partner, oltre a scambiarsi ricette di cucina e planning per vacanze future insieme.

CASO 2 – F. e A. si sono lasciati dopo una relazione tormentata fatta di diversità e conflitti, ma pure di simbiosi, complicità e passione. Chiusa la storia a causa delle frequenti tempeste, hanno deciso di restare amici perché soci di una s.r.l. Hanno nuovi compagni, con cui intrattengono relazioni a soddisfazione parziale. In questo caso, però, i rispettivi nuovi partner non si conoscono tra loro. Ufficialmente ‘amici’, per vie del tutto misteriose il loro legame non si è mai spezzato e non riesce a slegarsi. I nuovi compagni, dal canto loro ingenui e in buona fede, hanno accettato più o meno di buon grado la faccenda: peccato per loro.

 

-‘Nelle faccende di cuore, invero, ogni insuccesso ha qualcosa che sfiora il gaudio’ (Robert Walser) Fin da piccola ho creduto a un’idea dell’amore romantica, fatta di tenerezza, armonia, condivisione e capacità di sacrificio; colpa dei romanzi, dei grandi poeti letti e delle canzoni ascoltate. Alla dolcezza soprattutto ho creduto e credo, più che alla passione, perché duratura negli anni e più brava a superare le avarie. Ma la natura degli uomini mi ha smentita nel tempo, insegnandomi che è più utile imparare a stare bene trovando in sé completezza e pace. Amica mia, nell’attesa dell’amore, dedicati al mondo grande che ti vive intorno. Dedicati al luogo in cui vivi: non è poco avere quattro mura tra cui tornare, in compagnia dei tuoi molti cammini. Dedicati soprattutto a te: il tuo corpo è la tua casa sul ponte; prenditene cura finché ci abiti e finché dura. Bisogna imparare a fare ciò che amiamo, sapendo che se non esiste qualcuno con cui condividerlo, il nostro bene non va sprecato, così come non sono vani i frutti maturi sull’albero solo perché la mano dell’uomo non li ha colti. Se l’altro manca era qualcuno che doveva andare. Nel posto sgombro, adesso il vuoto si fa pieno. Piccole cose sostanziano il cammino solitario di ogni giorno, e quando le azioni compiute sono ricche di uno sguardo aperto sulla vita, l’amore celebra in modo più onesto i suoi capolavori.

 

-Del Poliamore: come amare più persone contemporaneamente. Blaise Pascal diceva: “L’amore ha le sue ragioni, che la ragione non capisce”. Mi chiedo e vi chiedo: amare due persone contemporaneamente è secondo voi possibile? La risposta istintiva è no: l’amore dona il coraggio di scelte esclusive che non comportano rinunce, giacché ciò che si sceglie, per l’amato è sempre il tutto. Nessuno è completo, ma chi ama trova in quell’individuo un’unicità perfetta ed irripetibile, che impedisce di percepirne le carenze, o che rende quelle carenze prove ulteriori da superare proprio in nome dell’amore. Amare insieme due persone sarebbe quindi come parlare di dittatura democratica. Si è abituati ad etichettare le storie d’amore parallele come amori fedifraghi, ma amare due persone nello stesso momento pare in effetti più frequente di quanto si possa immaginare: si chiama polifedeltà. La religione cristiana, la cultura occidentale e la paura dell’abbandono impongono rapporti basati sulla stabilità e l’esclusività della coppia, alimentando indignazione nei confronti del tradimento. Per rispondere alla domanda iniziale e capire se sia possibile amare due persone contemporaneamente, dobbiamo ragionare sul significato di ‘amore’. L’amore in senso lato è un sentimento intenso fatto di affetto, bisogno di accudimento, attaccamento, protezione e vicinanza, che si prova nei confronti di un’altra persona; in quello passionale dovrebbero subentrare anche componenti come fedeltà, rispetto e stima reciproca, ma qui il condizionale è d’obbligo. Presupponendo che nella vastità di definizioni dell’amore siano compresi anche i loro contrari, sì, credo sia possibile amare contemporaneamente due persone diverse. Personalmente, per onestà prima e per pigrizia poi, sono per la monogamia. Ma ritengo anche che non sempre la bigamia sia una patologia o un vizio: ci sono persone tendenzialmente monogame, portate a vivere amori unici, esclusivi e totalizzanti, ma ci sono pure persone che, diversamente, provano un autentico coinvolgimento sia sessuale che affettivo con più di un partner contemporaneamente. Statisticamente, vivere un doppio amore accade più agli uomini che alle donne. Spesso ci si innamora o ci si infatua di un’altra persona perché nella relazione primaria manca qualcosa, ma pure questo non è sempre vero. Di fatto, è raro trovare un partner in grado di completarci totalmente per tutta la vita, per cui alla fine anche l’altra persona, che ci arricchisce in quel preciso momento di euforia, finirà per risultare manchevole di qualcosa o di molte cose. Se l’amore non fosse – com’è di fatto – una sorta di deficit cognitivo, saremmo tutti in grado di discernere prontamente, di operare le scelte più giuste per noi e per gli altri, di non commettere errori, di non crogiolarci nel torbido. Ma le cose in questo campo vanno sempre diversamente dalle nostre previsioni sia migliori che peggiori. Solitamente, chi vive una doppia relazione afferma di non riuscire a pensare ad una vita senza il compagno ufficiale, ma nonostante questo non riesce a rinunciare alle attenzioni e all’attrazione per l’altro. C’è anche da dire che, laddove non esiste chiarezza con se stessi e con chi ci è accanto (vedi definizione di ‘poliamore’), chi vive due storie in contemporanea non vive una relazione in più, ma due relazioni deludenti ed incomplete, in cui solo uno ama due individui, ma gli altri due continuano ad amarne uno solo; e queste faccende alla fine, dall’una e dall’altra parte, sono fatte solo di limitazioni, di bugie, di sotterfugi continui, di stress e di rancori estenuanti. A quel punto, amici poliamorosi e polifedeli, se ci si accorge che le cose non riescono a funzionare, sarebbe bene affrontare il dolore di una scelta, sedersi con calma e mettere in discussione il rapporto o i rapporti, in modo da capire in che direzione girare il timone, per evitare che il vostro viaggio finisca contro un iceberg.

 

-Quando un percorso si chiude, ha poco senso guardarsi indietro. Ogni rimpianto è inutile come fare il bagno in mare aperto vestiti di tutto punto. Anche con qualcuno accanto, il cammino in fondo si fa sempre da soli, in se stessi attraverso l’altro. Ripensando con attenzione agli inizi della via, non sarà difficile ricordare che le indicazioni sbagliate erano esatte da principio. Ma noi, sempre abili a confondere la luna col lampione, abbiamo voluto proseguire, sbagliando sempre meglio. Dopo ogni fallimento, viene facile parlare male del nostro ex. Ma quando sparliamo di chi un tempo abbiamo amato, non parliamo male che di noi. Certo, sfogarsi aiuta a liberare tossine. Ma abbiamo scelto noi quella persona, e se siamo andate a piantare banani nella tundra, solo noi siamo responsabili. Avremmo forse dovuto chiederci cosa ci è accaduto in un tempo antico, quando si è formata per la prima volta e per sempre la nostra idea dell’amore. Avremmo fatto bene ad incolpare noi della pigrizia con cui abbiamo scelto persone con cui fosse facile primeggiare, o comodo essere sottomesse. Nostra è la colpa di transfert, fantasie fusionali e desideri inappagabili, per realizzare le quali abbiamo utilizzato l’altro a mo’ di schermo. Allo stesso modo, specie se si è state tradite, non ha alcun senso pensare di tenere legato a noi il traditore con sensi di colpa, ingiurie, recriminazioni, rinfacci, o peggio ancora con le nostre patetiche perdite di decoro e dignità. Bisognava svegliarsi prima. Soprattutto, bisognava prestare più attenzione a cosa significa veramente fare l’amore. Penso spesso a questa espressione, riferita all’atto con cui il mistero di amarsi prende corpo e si fa carne unita. Si pensa sempre poco, però, al fatto che fare l’amore vuol dire soprattutto operare una costruzione che consenta alla natura volubile del sentimento, se non di durare in eterno, almeno di stare in piedi a lungo. Sì, l’amore ha bisogno di fare; chiede azioni concrete, sacrificio, scelte, pazienza, volontà e grazia. E questo piace a pochi perché l’amore, a quote medie, è fatto soprattutto di confini territoriali e di piccole amputazioni. Le incomprensioni richiedono rammendi dispendiosi, l’orgoglio non dimentica. Di fatto, l’amore fa con le coppie un po’ come il sole con baie e cale in vacanza. A favore di luce la sabbia è bianca, l’acqua è turchese e ogni immagine sembra perfetta per una cartolina. Ma appena l’ora cambia, la sabbia è grigia e grigia è pure l’acqua, ai Tropici come al lido dietro casa. È solo l’amore in fondo che si ama; poi si va a cercare qualcuno in cui riporlo, e talvolta lo si incontra calzante a pennello. Altre volte, invece, la nostra collezione è ricca solo di abbagli. Finite infatuazioni e passioni giovanili, amare è fatica di ogni giorno, è portare pesi fermandosi sempre un passo prima del precipizio. Ad ogni incomprensione reciproca, dissipiamo giorni interi a dare di noi solo la faccia brutta e le mani spente. Io donna e tu uomo siamo razze diverse dentro la stessa specie, e il più delle volte non ci capiamo. La mia vita e la tua sono fatte di sensibilità differenti e di strade già battute. Poi ci siamo incontrati scegliendoci tra molti altri. Esisto io ed esisti tu, ma esiste pure il noi, che deve arricchirci oltre l’uno che anche insieme ciascuno continua ad essere. Per stare insieme, a volte persino l’amore non basta. Ci vogliono piuttosto intelligenza e umanità, rispetto e delicatezza, distanza e delicatezza. Per amare, bisogna anche avere imparato a stare bene da soli. Molti confondono la mano con il guanto, facendosi una fredda compagnia nel cratere della vita, tra amori sgangherati e sterili alleanze. Amiche mie, per debolezza e per speranza avete creduto normale lo squallore cui l’abitudine vi aveva costrette. Guardandovi allo specchio, avete notato una pelle stanca intorno agli occhi. Sono gli anni? No: è la distrazione di chi vi è stato accanto a farvi vecchie prima del tempo. Noi donne proviamo sempre dispiacere e rabbia per quegli uomini che se colpiti non sanguinano, che se uccidono non vedono il cadavere. Sono quelli che negli incubi ti camminano davanti dandoti le spalle. Stai annegando o qualcuno vuole ucciderti e tu chiami proprio loro, pregandoli di voltarsi e di tornare indietro. Ma non si voltano, sordi e lievi come i morti. Si crede di aiutarli con la pazienza e la dolcezza, questi uomini infelicitanti. Ma bisogna pure arrendersi al fatto che la loro natura vince sul bene a cui è indifferente. Noi restiamo a guardarli, mentre loro se ne vanno altrove come viaggiatori smarriti, chiedendosi se esiste veramente un posto dove andare, se è proprio quello il luogo in cui voglio stare o da cui vogliono partire; se le cose fatte e le persone amate sono parte della vita, e non un tremore d’aria che si leva lontano da strade vuote.

 

-Di mattina il paesaggio, la campagna, le colline e l’incarnato delle case, sono epifanie perfette di tutti i disegni dell’infanzia. Basterebbe scavare in ogni dettaglio, per trovare peccaminosa ogni forma di malinconia. Di pomeriggio, tornate negli stessi luoghi, evitando tristezze al tramonto. Dinanzi alla perdita di qualcuno o di qualcosa, non bisognerebbe pregare perché le cose vadano in un modo piuttosto che in un altro. Più onesto sarebbe chiedere che, comunque vada, non diventi amaro il nostro sguardo sul mondo, e soprattutto che non smettano mai di indicarci bellezza le cose e le persone intorno. Fare amicizia coi cambiamenti è intraprendere un viaggio a latitudini differenti tra geografie impensate. Né diminuzione né danno, ma alterità da vivere in pienezza, di nuovo e per la prima volta. Osservo due piccioni che cercano di fare il nido in un posto assai pericoloso, tra l’infisso della finestra al secondo piano e l’asfalto del marciapiede in basso, ma la cosa non sembra preoccuparli. In ordinata armonia, scendono a turno in picchiata in cerca di ramoscelli, che però ricadono nel vuoto, e giù di nuovo a recuperarli, per dare forma al loro fragile riparo che prelude alla vita. È sempre dalle semplici creature della natura che ho colto nella vita gli insegnamenti più importanti, come questo: l’amore è un’energia che vive quando, come e dove vuole; per cui alla fine, chiedersi se ne è valsa la pena è solo un modo per bloccarne il corso e la potenza. Quando si ama o si è amati male non serve dispiacersi, perché la vita si accorge che una delle sue corde ha smesso di vibrare, e viene a soccorrerci. Basta uno spiraglio socchiuso, attraverso cui s’infilano inattese giovinezze d’animo e tutti i desideri maltolti. Niente paura dunque, amanti infelici.

Farewell

Ho provato a ricucire quest’abito troppe volte, ma alla fine la stoffa si è sgranata: si sentono sotto tutte le vertebre di questo corpo smagrito dal freddo, che noi siamo. Ogni volta mi dicevi: “Qui non c’è niente, solo pietre. Torniamo indietro”. E io: “Ma no, lo vedi? possiamo tracciare un sentiero.” Mi avvicinavo a te con timore, con piccoli baci sugli occhi; mi pareva un modo così totale di amarti. E tu ogni volta: “Togliti, che devo fare con questi baci da bimba?” Cercavi il sole che brucia, io quello che asciuga. Quando te ne andavi, il mio corpo era la giacca appesa, piena del tuo mancante. Tu: chiodo arrugginito per la mia sottana, uccello che cadendo si rompeva, oceano che sapeva di terra. Ogni volta che ti ho seguito ho perso qualcosa. Il presente è una gamba in cancrena. Bisogna lasciar andare chi non saprà mai più diventare ciò che fu.

Gaudente macerarsi nella piaga, saziarsi senza nausea di chimere; parteggiare risolutamente per l’errore, fare ostinata la fede nella mancanza di prove, difendere a spada tratta il carnefice, facendolo salvatore. So bene perché ho voluto questo nostro amarci contro: per piangere all’infinito la morte di un padre che mi lasciò vedova, per compiacermi di certe solitudini, preferendo dispiacermi per ciò che non mi hai  dato, che annoiarmi di quanto avrei potuto ottenere. In questo andirivieni della pena, soffice, senza rumore, identico, mi riconosco. Nell’oscurità benevola della malinconia, mi ritrovo. Nello smottamento del nostro dire, mi spiego e spiego te perfettamente, in un parto a ritroso in cui a nascere sarà la tua morte, finalmente.

Le nostre bugie sono paesi nei paesi: hanno le loro strade e i loro abitanti; paesaggi e case con giardini, sottotetti e cantine. Qui le cose si chiamano con nomi differenti, come fanno gli stranieri che vivono per anni in un luogo, e non ne imparano la lingua mai. Ho fatto bene a tenerti accanto ogni giorno accettando la tua proposta di nascondimento, perché sapevo che era questa la via maestra per separarci. Io adesso non ti amo, e sono felice di questo muro di vetro attraverso il quale, ogni giorno ciechi continuiamo a cercarci, ma non ci siamo. Certo, però, che peccato aver abitato a lungo in una città impervia, e non averla capita. Era una città in cui pochi avrebbero detto: “Resteremo”. Lì dove non abitammo, c’erano ombre che si stagliavano contro la luce torrenziale di strade senza bivi, né trasparenze tra gli alberi che indicassero la direzione. La vita miope di ogni giorno tante volte ci aveva salvati, e di questa debolezza avremmo dovuto ringraziarla. Era nostra la dolcezza con cui si ripara una crepa, si ferma il corpo che cade; nostro quel generoso traboccare di letizia che arrivava all’improvviso, stando insieme. Quando è andata via la luce, abbiamo ritrovato le paure dell’infanzia sempre certe della cura. Poi, tornato il sole, ci siamo salutati ciascuno nella propria direzione. Si fa presto a rimpiangere il bel tempo quando fuori piove. Ma se arriva un’ora di caldo, eccoci pregare perché torni l’inverno che io e te siamo.

Prendo un treno oggi, dopo anni. Sei seduto accanto a me, perso nell’I-Phone. Io e te somigliamo ad una carta geografica piegata più volte negli stessi punti, che alla lunga si è spezzata deviando il corso dei fiumi, separando territori un tempo confinanti. Finita la febbre delle grandi cose, mi sono rannicchiata nel poco fingendomelo immenso. Alla fine, come vedi, non ho munto che pietre. Dal finestrino di un treno il brutto non esiste, ridotto a macchie di quel grigio che i pittori faticano una vita a indovinare. Non sono triste e non sono felice. Se adesso penso per quale ragione non vorrei morire, non è né per l’amore andato né per i piaceri perduti, ma per il mistero delle cose che scopro in queste ore solitarie, e per quello mio profondo, al cui appuntamento sono a lungo mancata.

Sei venuto ad offrirmi il calco vuoto di ciò che eravamo un tempo, chiamando questo, a modo tuo, ancora amore. Ogni giorno però io facevo un passo indietro, fino a quando non sei diventato piccolo: in questo modo sei morto dentro di me, piano. Certo, sei ancora qui presente ogni giorno, lo stesso di un tempo, ma altrettanto certamente sei morto. E tuttavia, come ai morti è riservato sempre uno struggente pensiero d’amore, ti devo adesso tenerezza e comprensione: per l’inciampo del tuo passo e per il buio dei tuoi abbagli. Nel cratere degli amori resta una brace calda che, volendo, tiene, e che si chiama bene.

Senegal

Partenza
Il cervello è un faro che illumina senza tregua spiagge dove vado a cercare pace. L’aria che si sposta mi rinfaccia l’odore delle lenzuola ruminate nelle ore crude della notte. Avere fiducia nelle memorie del corpo, che ora un poco spengo; fiducia nella pazienza delle cose che mi aspettano a casa al rientro, e che da lontano mi guarderanno come gli occhi dei cavalli. Le paure che mi accarezzano sono a tende con l’orlo in fiamme. Eppure, non sapere cosa voglio da un viaggio mi riempie sempre di gratitudine.

Dakar
Cammino a testa bassa, trascinata dalla posizione eretta e da un senso naturale di ciò che è opportuno. La sola felicità di cui sono capace è un’ignoranza selvatica in cui amo egualmente ogni cosa. Il desiderio non si impiglia in niente e in nessuno, ma cresce al di là, privo di oggetto. La vita è un’immagine sfocata dalla necessità della sua urgenza: meglio evocarla in un’immagine corale fatta di tutto e del suo contrario. Scelgo questi luoghi per riconsiderare immenso il poco, per imparare pazienza e lentezza; per imparare soprattutto che restare lungo il fiume ad aspettare dà sempre più frutti che rincorrerlo a mani tese.

Ziguinchor
Sul pontile della nave per Ziguinchor, guardo un mare ceruleo e calmo. Penso al mio continuo congedarmi, a questa luce dentro che non illumina né a ritroso nella memoria né in avanti nel desiderio. Non restare è più durevole.
Sono qui e avrei molto da descrivere, ma sempre più spesso penso che niente si può raccontare, né da una distanza zero né da una lontananza siderale; e nemmeno nel mezzo, perché quello è il tempo inenarrabile dell’esserci.

Saint Louis
Per molte delle persone che osservo, il negozio consiste in un banchetto sul marciapiede, pieno di quisquilie le più disparate, simile ai mercatini che i bambini fanno nei quartieri, quando vogliono giocare a fare i grandi. Le donne vendono merci in strada, o restano nei villaggi ad accudire figli e capanne. Ridono spesso giocando tra loro; quando si rivolgono ad un uomo, parlano con un tono autoritario che non ammette repliche. In generale, le persone sono cordiali, ma se devono comunicare un divieto al viaggiatore, sono poco inclini al garbo. Hanno proibizioni che, a domandarne la ragione, neanche sanno spiegare, e tanta intransigenza un poco dispiace. Le foto che scatto sono il risultato di complicate trattative e spiegazioni. Qui nessuno vuole essere fotografato neppure da lontano. Così, per difendere anche il mio diritto ad un ricordo, a volte rubo e passo avanti.

Casamance
Imparo a declinare la cadenza lenta delle ore. Da casa mi chiedono che faccio qui tutto il giorno, se mi annoio. Ci sarebbe invece da viverli questi villaggi, per capire quanto succoso e sorprendente sia il niente da fare. Finito il lavoro, la gente resta all’ombra di un albero a guardare il fiume. Le donne hanno un’eleganza fiera e paziente, con qualcosa di impenetrabile che è di certi animali. Tutti si muovono lentamente, con fiducia nelle generose soluzioni offerte dalla vita. I villaggi sono popolati da giovani e da bambini. Pochi gli anziani, e sacri. Per l’occidentale che osserva questi Paesi col proprio metro, tutto appare miserrimo ed irreversibile. Ma questa gente, che ha sorrisi aperti ed un senso arcaico della comunità da noi perduto, sa vivere restando più in piedi di chi giudica. Di ogni viaggio, io aspetto sempre il preciso momento in cui divento nessuno: la gente mi guarda ma non mi vede. Non ci conosciamo e non ci rincontreremo, ed in questo è la forza del nostro sodalizio. Niente mi rassomiglia: solo in questo mi riconosco. Non avverto la mancanza di nessuno, non ho memoria, non ho più storia, in un’immagine finalmente ricomposta del mondo, come sempre vorrei che fosse.

Foto: miei scatti.

L’estate

Scrivo dell’estate perché davvero mi pare non esista niente di più stupefacente. Voglio farne il ritratto un piccolo segno alla volta, come si dipinge il volto di una persona amata con cui è importante abitare a lungo, prima di iniziarne il quadro. Scrivo di questa frenata lunga del tempo che inizia a marzo, con l’emozione inaugurale dei germogli. Poi arrivano i piedi scalzi sui pavimenti, i vestiti di garza, l’odore dell’asfalto e del vento tra i muri delle case aperte, il profumo dell’erba tagliata al mattino, arsa al tramonto. Di sera, gli spari di una festa svegliano la colomba che mi dorme accanto. Ne vedo il profilo disegnato in controluce dalla luna. Il suo corpo raccolto respira sollevandosi appena, come una nuvola sul mare.
Ogni cosa è riunita in un abbraccio di madre. Distesa sul letto non ho niente da fare. È un gran bene sentire il corpo che scorre, intorno i suoni della vita farsi sempre più lievi. A mezzogiorno, restano una macchina solitaria in giro per l’isolato, l’incenso di una frittata, il flauto delle tortore. La certezza è di essere perfettamente felice, senza sapere perché e senza volerlo scoprire. Il bucato del giorno si raccoglie in un catino. In una borsetta sta tutto il riparo dal fresco della sera. I giorni sprecano le ore mentre io, a guardare il sole sul mare, ringrazio per questo  sperpero che cura.
L’ora più bella per passeggiare è verso le 18: il sole inclina un raggio radente che trasforma le strade in torrenti di luce, su cui passano lunghissime ombre. A quest’ora si prepara un silenzio grande che dice: ‘Ancora e mai più’. Mi piace attraversare le strade dei piccoli paesi: quelli con le case vecchie, al centro ancora il bar col flipper, le botteghe del salumiere e del barbiere. Fuori le porte, seduti sulle sedie o sulle scale stanno soprattutto i vecchi,  immobili e in silenzio come insetti, più sazi dell’attesa che di quanto l’attesa promette. Guardo le donne nei vicoli: le più giovani stanno sedute in pose generose, i vestiti attillati o un poco slacciati. Se passa un uomo lo fissano dritto negli occhi, ma non cercano sesso; chiedono un eros come quello che c’è tra il vento e le ciliegie mature sul ramo.
Il caldo forte è passato, la sera si avvicina, fresca e luminosa. I ragazzini escono a giocare nei cortili, le madri come lupe sui balconi a controllarli, mentre loro da basso strillano, corrono, si urtano e si maledicono senza criterio. Il paese gli appartiene e la loro gioia è furibonda; se fanno un danno nemmeno chiedono scusa. Ognuno tra i grandi nasconde bene una pena grande che non dice. A loro invece, la cosa peggiore che può capitare nella vita è quando il pallone finisce oltre un cancello dall’altra parte della via, e i proprietari sono in vacanza.

Qui

Dalle mie parti, i passaggi a livello si chiudono con largo anticipo e si riaprono con comodo; e nell’attesa non ci sono motori accesi, ma lucertole che riposano, cicale che brillano. A mezzogiorno, sulle panchine davanti al Comune i corpi dei vecchi assumono la posizione di quelli che si vedono al telegiornale dopo una strage.
Mi sono laureata per fare contenti i miei genitori, ma mi sono sempre guadagnata da vivere dipingendo e creando oggetti piuttosto inutili. Ho tre amiche e nessun amico. La mia vita sociale è prossima allo zero. Mi lamento di tutte le cose che si potrebbero fare e che non si fanno, ma io per prima non mi interesso a niente, credo poco in ogni cosa, sto bene solo assente o defilata. Nel mio paese, quello dell’artista è un hobby che alimenta da sempre pittoresche leggende popolari. Per le amiche rimaste con me nel cratere, la mia è follia. Io, infatti, sarei dovuta essere la prima a scappare, ma proprio non ce l’ho fatta a trasferirmi a Londra, a Berlino o a Tokyo; a imparare un’altra lingua, a lavorare in un bar fino a tardi; io che alle nove di sera vado a dormire e che ho tutte le fisime di una vecchia zitella. Anche perché, tutto sommato io qui non sto poi così male. Intorno a me, montagne a est e colline a ovest mi insegnano il buono del limite; maestro di pazienza e di misura. Pesano gli strascichi dell’assistenzialismo, l’opportunismo delle combriccole politiche, gli scempi perpetrati ai danni del paesaggio da vecchi abusi e da nuovi condoni; la bancarotta intellettuale, la paccottiglia degli ignavi e dei disfattisti, falsità, cattivo gusto, pettegolezzi e pregiudizi. Ma questi sono i contro della provincia, di ogni provincia. Una volta ho provato ad andarmene e ho fallito. Sono passati vent’anni anni. Quando esco in strada, la gente si chiede ancora se ho messo la testa a posto, se porto le mutande, se sono fedele al mio compagno, com’è la mia casa, se mi drogo e se bevo, perché una pittrice che non si droga e non beve che artista è? Qui la gente si accende per poco, ti fa sentire importante per niente, e gioisce senza farsi tante domande. Il circo della provincia mi intenerisce, mi affascina e mi diverte; è uno dei motivi per cui sono rimasta. Le città sono pomate profumate sopra ferite che non si rimargineranno. I paesi di provincia invece sono onesti, perché le loro ferite le lasciano all’aria aperta ad asciugare, compiacendosi pure del fatto che non guariranno mai. Non me ne sono andata perché viaggiando ho capito che il mondo si somiglia dappertutto. Di certo, se fossi rimasta a Milano non avrei incontrato la piccola piazza di S. Felice. L’olmo al centro della piazza diventa in primavera la cattedrale di insetti e piccoli fiori. In questo posto vengo a scrivere la vita che azzanna, quando il mio amore per le cose diventa amico dell’errore. A casa, viene spesso a trovarmi una signora che ha perso un figlio. Non ce la fa a rialzarsi, così per distrarsi si è messa a dipingere. Mi chiede consigli sull’ultimo quadro: di solito il ritratto del figlio, che non riesce a finire. Mentre mi ringrazia, la vedo armeggiare con le mani nella borsa, da cui caccia infine un pan di Spagna ancora caldo fatto apposta per me; non una fetta, ma un dolce intero, solo perché l’ho ascoltata. Ecco, sono questi piccoli episodi, vasti silenzi e la paura di non farcela a darmi la spinta per un salto ancora. Ogni giorno mi dico: “Non chiuderti, conserva una mente curiosa, la capacità di amare l’esistenza col suo carico di povertà, varietà e bellezza”. Quando il salto arriva, la vita va come un vento portato dall’urgenza del suo racconto. Ho tempo, ne ho molto in questo vivere nel poco, cercando sempre quello che è già mio, nella certezza di esistere che avrei, se solo io ci fossi.