L’Amore

A Sgorby è andata così: quando da piccola aveva bisogno di una madre ha trovato me, quando da adulta cercava un compagno ha trovato ancora me. Non c’è stato verso di lasciarla in natura, né di farle piacere i vari piccioni che le ho presentato per farla accoppiare. In una forma speciale, siamo a modo nostro una coppia: lei un piccione, io un essere umano. In fondo, agli umani non va poi così diversamente, solo che tra animali lo chiamiamo imprinting; tra noi, anche se spaventosamente dissimili diventa amore. Arrivo al punto: amiche ed amici si sono sempre prodigati nel tempo per farmi conoscere uomini a loro parere adatti a me: quello è sportivo come te, quell’altro ha i tuoi stessi interessi culturali, quello ha la tua stessa forma mentis, quell’altro ancora i tuoi interessi, ma di fatto con questi uomini non è mai scattato nulla. È che non funziona così; non sono similitudini e virtù a farci innamorare. Se così fosse ci innamoreremo tutti dei nostri migliori amici o di chi più stimiamo. Le ragioni dell’amore restano incomprensibili, agendo per vie misteriose come quelle che presiedono all’ispirazione o alla nascita dei grandi capolavori. E più si tenta di spiegarle quelle ragioni, più l’amore si impoverisce, finendo come una medusa sulla sabbia. Pensando ad un uomo, non ho mai cercato i requisiti suggeriti in buona fede dai miei amici. Molti di quelli che conosco hanno scelto accanto un compagno o una compagna per non dover più stare da soli, confondendo la relazione con la compagnia. Ma io ho sempre seguito e seguo altre rotte. Per motivi vari – e qui tornano le misteriose ragioni dell’amore – mi sono spesso legata ad uomini che si sono rivelati infine carenti e fragili. Eppure, non ho rimorsi né rimpianti: il bene e l’amore non vanno mai sprecati, e se costretta a scegliere, preferisco sempre amare essendo riamata poco o male, che essere amata non riuscendo ad amare.
Perché ero rimasta? Per quella strana forma di sacrificio o di poco bene verso di sé che pure dicono far parte dell’amore; per il vizio che hanno le donne di pensare ogni volta di poter educare, trasformare, ricondurre in porto; vizio che chiama ‘bene’ solo uno sguardo miope sulla natura essenziale dell’altro. Perché me ne sono andata? Perché non era più possibile mungere pietre.
Dell’amore conservo un’idea alta e nobile. Quello in cui credo è un sentimento grande che sappia far luce in ciò che di me ignoro. Solo attraverso questo incontro saprò conoscermi veramente, imparando il limite mio ed il suo superamento. Uscirò da me, e finalmente incontrandomi andrò matura verso l’altro, e poi da qui insieme verso una più rotonda pienezza del mondo. Non è forse questo, chiedo, l’Amore?

KITSCH BEACH RELOADED – The best of

La baia in cui mi trovo è tra le più belle della Campania. Come in molti luoghi d’Italia però, l’importante è guardare sempre avanti, perché se ti volti, ecco albergoni sconclusionati, baracche e depositi, nella sciatteria tipica di abusi e condoni. Ma siamo fortunati: il Sud è un frutto che si mangia con le mani senza togliere la buccia; i turisti si lamenteranno ogni volta di qualcosa, poi guarderanno il paesaggio e gli passerà. Chi gestisce il turismo da queste parti è di solito l’abitante del posto che, disponendo di locali propri, ne ha fatto nel tempo abitazioni per turisti, bar e ristoranti, senza però aver maturato mai né spirito imprenditoriale né alcuna forma di cortesia. Questi paesi devono ringraziare la bellezza del paesaggio e soprattutto del mare se il turista di anno in anno torna, incurante delle molte cose che non cambiano, se non in peggio.


Già stanca a prima mattina cerco di riposare, ma l’impresa è impossibile. All’equatore dello sgomento una cosa mi è chiara: l’uomo inizia dove la folla finisce. In arrivo, caterve di bagnanti; talmente tante che l’effetto gentaglia è assicurato a prescindere. In un giorno solo, ecco riunite tutte le cose che più mi disgustano: colletti di t-shirt in erezione, zanzare, karaoke, selfie, griffe a vista su abbigliamento e accessori, espressioni come: un attimino, amo’, cara, bella, teso’. Visto da lontano, il litorale ha una bellezza tropicale. Ma se ti stendi a pancia in sotto sulla sabbia e guardi in prospettiva la distesa degli ombrelloni, ti sembra di scrutare la misteriosa esistenza di cavallette, lucertole, scarafaggi, formiche e altre creature non meglio identificate. Qui, le regole contro natura del vivere comune vengono abolite dagli ancestrali diktat del branco. Capisci allora quanto impari sia la lotta tra natura e cultura, e quanto quest’ultima sia destinata a soccombere. Per vivere vacanze serene, basta di fatto seguire poche, sane regole di asocialità, come chiudere i varchi tra il proprio ombrellone e i lettini, con borse e tutto quanto serve a impedire a mamme e bambini di infilarvisi di continuo come blatte. A riva, stanziano numerose famiglie dell’hinterland, tra letture a basso voltaggio, pasti consumati con fame da dopoguerra, giochi idioti a danno degli altri bagnanti. Un fatto è certo: è più facile imbattersi in una tartaruga albina dell’isola di Pinta, che in fascino, eleganza e buon gusto in spiaggia. Ma accetto il fuoco dei cecchini: è colpa mia se vado a cercare ogni anno tucani nella tundra. Riporto di seguito alcuni resoconti dell’udito e dello sguardo, registrati in dieci giorni di vacanza tra Cilento e litorali del salernitano, da leggere (spero) con una dose minima di ilarità.

– All’arrivo nel parcheggio, ecco una ragazza lanciata ad occupare il posto: stile velina, tacchi a spillo, tubino stretch. Strano look per scendere in spiaggia: forse una ragazza fine, mi dico. Ma ecco che all’improvviso prende una storta correndo e dice: “Ma cumm’ cazz’ s’ cammina ‘ngopp ‘a ‘sti tacch’’e mmerd’! Si sapev’ m’ purtav’ ‘e ppaposc’ vecchie!

– Cip e Ciop sul lettino accanto al mio, si spendono in smancerie che preludono alla copula. Sarebbe in effetti un gran bene tenere private le proprie intimità, che nella maggior parte dei casi non sono fatte né di passione né di perversione, ma di ridicolo, tout court.

– Spiaggia libera, famiglia di dieci persone dell’hinterland stipate sotto un solo ombrellone ALGIDA, tra costumi animalier e asciugamani Armani e Forza Napoli. Ad un certo punto uno del branco dice: ‘Ne’ Carme’, ma rint o’ Porsche l’e lasciat’ nu poc’ o finestriell’ apert’?

– A caccia sul bagnasciuga, cortei di maschi a caccia che non accenderebbero nemmeno una ninfomane. Perché questi uomini? Una domanda che presuppone fondamenti speculativi. Ma la natura, si sa, non è niente di tutto questo. Tipo questo pingue fauno partenopeo, che aspetta che moglie e figli si allontanino, si avvicina col piglio del predatore che non è mai stato, e mi dice: ‘Sei spettacolosa. Se non sarei sposato ti corteggerei’. Ed è subito inverno.

– Mentre leggo Memorie di Adriano della Yourcenar, è bello distrarsi perché la vicina d’ombrellone, recandosi dal figlio con la piscinetta gonfiabile piena d’acqua, è scivolata sul bagnasciuga cadendo rovinosamente gridando ‘Moccachitammuort!’

– Famiglia dell’agro-sarnese con stereo a palla durante l’ora del riposo, sguaia conversazioni con costante ricorso alle zone genitali di sorelle e madri dell’interlocutore. Tra i precetti zen, quello di “mirare direttamente al cuore delle persone”: direi il modo più efficace per eliminarne molte.

– Ragazzo rasato, palestrato, lampadato, con piercing e tatuaggi full skin, fa gli squatt in acqua con la fidanzata cavalcioni sulle spalle. Tra grugniti da coito, alla fine della serie dice: ‘Amo’, m’ sto scassann’: m’sa ca stasera nun hai niente…’

– A proposito: dopo ‘Amò’, la new entry di quest’anno tra le coppie dell’hinterland è ‘Bijoux’. Al primo posto delle idiozie del momento: avere una figlia che si chiama Eva, e chiamarla Evi a mo’ di diminutivo.

– Famiglia composta da padre, madre e tre figli dai tre ai nove anni, gioca con la sabbia sporcando la mia asciugamano; gioca a ping-pong lasciando cadere in continuazione la pallina sul mio corpo disteso. Di tanto in tanto si accorgono pure del mio sguardo disgustato, ma niente. Comprano gelati, ed ecco le carte lasciate nella sabbia, malgrado a pochi passi sulla passerella vi siano i bidoni per la differenziata. La bambina deve fare pipì? Via il costumino, e giù la pipì nella sabbia accanto ai miei piedi, dove poco dopo gli altri siederanno a fare castelli. La madre alla bambina: “Principessina di mamma, Pucci-Pucci, Patatina! Ma come ho fatto a campare prima senza di te?” Te lo dico io, amica: il sospetto è che una persona come te avrebbe vissuto invano anche senza figli, evitando di generare i quali avrebbe certamente contribuito al miglioramento della specie umana.

– Pausa drink al bar del lido: alla natura non interessano le vie di mezzo, è chiaro. Bronzi di Riace a spasso con Veneri di Willendorf, Atena Afrodite con Pisolo e Brontolo. La fauna da spiaggia ama il brutto, l’eccesso ed il curioso, che sentitamente ricambiano.

– Due signore over 50, stile Chanel di Gomorra, in leggins neri e canotte nere sintetiche, capelli ossigenati e grossi orecchini di plastica dorata, passano sotto gli ombrelloni a chiedere offerte per i bambini disabili.

– È sempre difficile stabilire esattamente cosa sono fascino e classe, ma altrettanto facile è capire cosa di sicuro non lo è. Nubile solitaria in bikini tigrato RB, capelli platino, taglio modello ‘impatto con asteroide’, rossetto fucsia spalmato oltre il contorno labbra, scarpino con strass, ipotono muscolare da dieta Duncan. Le squilla il telefono e attenzione: la suoneria è “’O ball’ ro’ cavall’” cantata da Gigione.

– In fondo alla spiaggia, una giovane festeggia i suoi 18 anni alle 10 del mattino, tutti presi ad ascoltare l’ospite d’onore, un cantante neo-melodico a torso nudo e in boxer del Napoli, che canta una canzone dal titolo “’Hann’ accis’ ‘o meglio amico mio”.

– Pittura fiamminga in Full HD: una donna giovane e il suo uomo come il contadino accasciato al sole de “Il paese di Cuccagna” di Bruegel, si avviano a schiena china, lui con un’anguria intera in braccio, lei con una busta per la spesa colma di borse firmate, acquistate dal senegalese Mario.

– Ragazza grassa con fidanzato magro siede a gambe aperte, sputando e gracchiando con frequente ricorso a bestemmie. Il suo nome è Candida: nessuna sorpresa da una che si chiama come la peggiore delle infezioni vaginali.

– Famiglia con madri di neanche vent’anni con due o tre figli al seguito, maschi tatuati, parenti sfigurati chi dall’incuria chi dal pessimo gusto; tutti accomunati dallo stesso grado di maleducazione, a cui fanno da contraltare soprattutto i nomi delle femmine: Noemi, Fabiana, Desiré, Esmeralda; grazia esotica presto annientata dai loro commenti sguaiati, tipo questo: “Esmera’, ma tu che cazz’ stai capenn’??Meglio a ten’ nu figlio drogato ca nu figlio ricchione!”

Sulla via del ritorno, una donna cammina sul marciapiede verso la sua auto. Dietro le spalle si è attaccata un foglio con la scritta “Non sono una puttana”.

Foto: miei scatti

Apolitic

Mitragliate di manifesti elettorali sui muri, con facce che si commentano da sole; strade incatramate di fresco, inaugurazioni a destra e a manca; la solita sfilza di promesse in perfetto stile ‘vorrei ma non posso’. Passando in macchina tra paesi e città, la coda dell’occhio coglie solo una gigantesca slide rosa Piggy. Le strade si sporcano di volantini con la faccia del candidato, che ritrovi poi nella buca delle lettere, nei messaggi di posta elettronica, in nuove misteriose richieste di amicizia su Facebook. Vedo un tipo fotografato con occhiali da sole, catena d’oro al collo e faccia da detenuto recidivo; un altro che ride col pollice alto in segno di vittoria, contro un fondale stile Seychelles. Uno sfondo simile compare dietro la foto di un giovane che recita slogan dalla banalità improferibile; il viso ritagliato di fretta col Photoshop, la faccia da defunto su una prece. Se questa è la cura profusa per vendere la propria immagine, figuriamoci quale sarà quella che dedicheranno questi individui alla cosa pubblica una volta eletti. La data si avvicina. I candidati, quasi tutti con facce da smile e scarpini da matrimonio di borgata, spuntano all’improvviso solo in questi giorni. Prima non sapevi neppure chi fossero, o che addirittura esistessero. Come lumache alle prime piogge, li vedi arrampicarsi con le loro bave dappertutto. Li incontri al centro della piazza la domenica mattina: di punto in bianco ti salutano, loro che non ti hanno mai guardato in faccia. Ti sorridono, ti chiamano, ti vogliono offrire il caffè per forza anche se tu non lo vuoi, perché lo hai appena accettato da qualcuno come loro. E allora se non vuoi il caffè ti vogliono offrire un dolce, un aperitivo, e se proprio non lo vuoi tu lo vogliono offrire agli amici che stanno lì con te. A proposito di manifesti elettorali, inviterei tutti i candidati a studiare attentamente la fisiognomica posturale prima di farsi fotografare. Per esempio, suggerirei di evitare occhiali da sole e braccia conserte. Il messaggio per l’elettore è chiaro: ‘Io non ti vedo, e con te, a cose fatte, non avrò più nulla a che fare’. Eviterei anche la nonchalance con la quale il candidato finge di camminare con la giacca in spalla, come se stesse andando a fare una passeggiata nel parco. Sarebbe meglio farsi ritrarre con stivali da guado o equipaggiamenti da arrampicata. La situazione è tragica, e il lavoro che li aspetta è tra i più penosi. Sotto elezioni, io meno mi faccio vedere in giro e meglio sto. Se io non mi occupo della politica, la politica si occuperà di me: ma ne siamo proprio sicuri? Lo ammetto: la politica – da decenni lontana da qualsiasi integrità ideologica, oltre che da una pratica coerente e fattiva a favore delle comunità – non mi piace, non mi interessa e non mi vedrà coinvolta mai in nessun ruolo. Mai come sotto elezioni, i canditati di ogni schieramento si spendono in proclami e promesse votati alla più spietata demagogia. Alcuni ovviamente sono dotati pure di buon senso; peccato che una volta eletti, quasi nessuno di questi proclami troverà attuazione, ma è storia nota. Io credo più banalmente nella politica del singolo cittadino, e cioè nella pratica quotidiana di chi, a prescindere da orientamenti o appartenenze di sorta si impegna – per quelle che sono le proprie capacità e possibilità – a realizzare qualcosa di buono per il territorio nella direzione di una crescita comune, invece che di iniziative volte a protagonismi di circostanza e a proclami a cui ormai non credono più nemmeno i polli. Non credo addirittura opportuno che un artista debba assumere un ruolo politico. L’arte deve osservare le cose da una certa distanza, per mantenere uno sguardo chiaro oltre l’orizzonte sempre confuso delle contingenze. Esiste l’arte d’impegno politico e sociale; è un’arte che prende posizione e si schiera. È sempre esistita ed io la rispetto, ma non è l’arte che sento e per la quale ho speso tutta la vita, che mi ha donato negli anni ampi spazi di libertà individuale, e che perciò difendo. Se nella mia vita di donna e di artista avessi accettato tutte le possibilità che mi sono state offerte di volta in volta da compromessi di tipo politico, forse avrei realizzato molto altro. Ma ho scelto di restare dove sono nata. Vivere qui mi è faticoso, ma il poco che ho costruito è frutto solo del mio impegno, del mio sacrificio e forse di un poco di talento ricevuto in dono. È probabile che io abbia realizzato poco, che il mio cammino sia più lento, ma questo poco per me è molto perché libero e onesto, e non lo cambio per nient’altro ottenuto per vie differenti. Rigare dritto ogni giorno, pregare di riuscire a fare un poco di bene, lavorare con tenacia restando umili e coerenti, pregare di imparare a dare più che a ricevere, a me pare già una grande rivoluzione.

Light grey

Io morta al centro della casa: il mio corpo presente si è fatto imprendibile. Il viso, le mani, l’altezza e il peso sono certamente i miei, ma altrettanto certamente sono sparita. Mi sono amata? Signor sì, ogni giorno e con diligenza, come sistemare negli scaffali i libri mai letti. I crampi della paura preferiscono le ore vuote, quando la constatazione del fallimento si fa più lucida. Pregando, di solito chiedo aiuto per la mia salute prima e per la mia anima poi. Chiedo scusa per il mio opportunismo da raccatto: quando le cose vanno bene non so che farmene di divinità e preghiere. Poi però, quando una difficoltà qualsiasi mi trova impreparata mi aggrappo alle vesti di Dio, chiedendogli persino di raccomandarmi qualche Santo che metta una buona parola tra me e l’Assoluto. A un certo punto la preghiera si fa confusa; una specie di farneticazione in cui continuo a scusarmi, perché chiedere a Dio cose precise, dicono, contrasta con la sua volontà già chiaramente prevista per te. Forse dovrei uscire più spesso, frequentare gli altri, ma il pensiero mi ripugna. Noia, chiasso e messe in scena, in uno straripante sperpero di non senso. Nulla difende dalla brutalità degli stolti. E tuttavia, davanti a tanta pena eccomi provare una fascinazione profonda: la somma delle stupidità mie ed altrui produce lo spettacolo maestoso di un palazzo che implode o di una montagna che frana. In strada, saluto l’interlocutore accidentale, coppie infelici e serene, giovani sfaldati come paesaggi nell’afa. Fumo snello che sale, ciminiere ammutolite, calmo spargimento di cose che se ne vanno. I tacchi dei miei stivali segnano il passo, con la spensieratezza che si tiene nelle file di dietro appresso a un funerale. Un rudere sulla collina mi ricorda che cercare conforto è il solo senso della vita. Odore di pane tra le mani strette, finestre cieche, il nuoto dritto di una gazza sui pini. Nel cassetto di mio padre, gli oggetti a lui cari sono le case di un paese che non ho mai voluto abitare, ma quando è arrivato il temporale, è sotto i loro balconi che sono andata a cercare riparo.
L’impressione è di essere rimasta ai margini di un’impresa che mi riguardava. Calma sul divano, stupore alla vista del cielo migrante. Cerco di ricordare episodi della mia infanzia. Ho quattro anni, mi aggiro carponi nell’erba in cerca di piccoli insetti incidentati a cui riparare una zampetta o un’ala. A nove anni, il mio gioco preferito era mettere pietre sui binari con mia sorella, sperando che il treno deragliasse. Altri episodi apparentemente insignificanti della mia giovinezza: una canzoncina scherzosa che mio padre canticchiava e che con le mie sorelle ripetevamo allo sfinimento; la molletta per i panni che chiudevo sulla punta del naso di notte, nella speranza che mi crescesse all’in su; l’odore di calce fresca che, misto a quello dell’erba, mi annunciava l’inizio dell’estate nel cortile. L’albero di Natale dei miei quattro anni campeggiava al centro del salone; lo ricordo immenso per via della più breve distanza tra la mia testa e i piedi di allora. Ritrovato l’altro giorno per caso pulendo il garage, è alto meno di un metro. Gelosia a undici anni per tre peli appena spuntati sotto le ascelle della compagna di classe che più detestavo. Il profumo tra collo e spalla che aveva il ragazzo di cui ero innamorata a tredici anni; ballavamo un lento al Petit Paradise, ero una ragazza goffa e lui non mi voleva. Mi capita a volte di sognare la ventenne che ero. Mi curavo poco, non ne avevo ancora bisogno. Mi sveglio al mattino cercando la ragazza che non vorrei mai smettere di diventare. È di fatto incomprensibile la tristezza per le cose che finiscono, considerando che non c’è altra regola nella vita. Tutto nasce in un momento di pienezza. Poi il passo si fa calmo e arriva il silenzio, in cui brillano misteriose tutte le cose.

EROS E PATHOS: POLIAMORI, TRADIMENTI, ILLUSIONI E DISINCANTI NELLA VITA DI COPPIA.

Premessa

Ho raccolto queste riflessioni rivolgendomi alle donne, ma sono considerazioni reversibili anche se lette da un uomo. Poi ognuno troverà qualcosa della propria vicenda. Ho romanzato le confidenze di molti che hanno collaborato a questi scritti, rivelandomi amarezze e misfatti. Inutile dire che troverete anche dell’autobiografico: ho collezionato nel tempo un numero di fallimenti sentimentali portentosi, con generi di individui molto differenti tra loro; a causa della mia miopia, altre dell’illusione tipicamente femminile di cambiare certi uomini. Ma una cosa posso dirla: pur avendo attraversato momenti di autentico disgusto nei riguardi delle relazioni sentimentali, non ho mai perso fiducia sia nell’amore che nella capacità della vita di sorprenderci, trasportandoci quando meno ce l’aspettiamo fuori dal guado. Durante ogni delusione, ho sempre cercato di fare amicizia col dolore: non c’è altra via per uscirne. Paradossalmente, è stata pure la meno dolorosa. Sarà successo anche a voi: quando ci si trova smarriti nel bosco assediati dall’incendio, la paura di morire ci porta a ritenere salvifico ogni appiglio. Ecco allora che il filo di ragno si fa fune per la salvezza. Quando poi però l’emergenza finisce, ci si accorge di quanto piccolo era l’incendio: un fuoco fatuo e nulla più. Era troppo basso pure il gradino che chiamavamo baratro. Metafore macchinose per dirvi che solo l’amore sa traghettarci dall’altra parte. Solo lui, per dirla con Saramago, ‘converte in fiamma l’ora logora, in mani che donano dita che tolgono‘.

-ACQUE STAGNANTI
È la storia di un caro amico di studi che riporto perché – devo dire per par condicio sia tra miei amici che amiche – ricalca un copione piuttosto diffuso. Chiusa una storia lunga ed importante, ne ha allacciata una nuova con una donna da lui descritta come estremamente modesta da ogni punto di vista: non particolarmente bella, non affascinante, poca classe, poca cultura, carattere senza infamia e senza lode: la classica ricetta facile su cui si buttano di solito i maschi quando non sanno starsene un po’ da soli. Me la mostra in foto: in effetti, esclusi gli occhi chiari, bruttina assai: bassa, tutto seno e pancia, espressione da orata al vapore. Insomma, il tipo di donna che negli anni di scuola avrebbe prontamente deriso, se vista in strada o in spiaggia. Oltre a ciò, mi confida, è pure un’ameba, che non partecipa alla sua vita pubblica né ai suoi interessi. Il mio amico oggi dice di stare bene, e tuttavia ha pagato a caro prezzo questa serenità a buon mercato: si è impigrito, è ingrassato, ha lasciato abitudini, hobby, amicizie. Ha perso la luce di un tempo, imbrigliato da una rete di abitudini, diversivi noiosi ed orari fissi che la compagna, in perfetto stile gas nervino dolcemente gli ha stretto al collo, soffocandolo senza dolore e separandolo dalla vita di un tempo, che naturalmente ora rimpiange. Lui dice di stare bene, che la sua è una scelta di tranquillità, ma al mio amico manca eccome qualcuna con cui condividere ampie vedute, con cui vivere emozioni forti ed affrontare progetti a largo spettro; gli mancano soprattutto certe sane inquietudini che, se un poco sporcano la serenità in cui lui ha creduto (confuso dalla rima) di trovare la felicità, di certo fanno la vita meno saporita. È purtroppo il prezzo che si paga quando ci si arrende anzi tempo al rigor mortis di una quiete soporifera, rinunciando al coraggio, alle difficoltà e a tutti gli imprevisti che passioni forti e venti d’alta quota richiedono per sentirsi vivi. Almeno dopo, amiche ed amici, non lamentatevi. Io la mia idea di sempre non la cambio: le relazioni migliori sono quelle che arrivano solo quando prima si è imparato a stare bene anche da soli.

-SALOMÉ
Certi amori stanno bene solo nell’ombra. Come alberi perpendicolari alla pendenza di un picco, se ne stanno in bilico sbiechi e impervi, ma vivi sempre. Sono la sua amante perché abbiamo capito di essere in fondo uguali: inquieti, irrisolti, instabili, infedeli agli altri, ma a noi due legati misteriosamente, incapaci di vite regolari e chiare. Lui ha fatto bene a prendere altrove ciò che io non volevo né potevo offrirgli; e ha fatto bene lui a lasciare a me la possibilità di incontrare relazioni in cui potessi trovare ciò che pure lui non voleva e non poteva darmi. Uniti da questa intesa, il nostro legame si è fatto più onesto. Io sto bene solo slegata: la mia gioia non ha nomi di persone, ma quiete di sorgenti, capienza di strade vuote. Quando stiamo insieme ci comprendiamo come nessuno mai, e tutto accade come se al mondo non avessimo incontrato altri che noi. In fondo, quasi tutti vivono all’oscuro di chi hanno accanto, fidandosi per anni di persone di cui non sanno nulla. Penso anzi che questa inconoscibilità di chi amiamo sia in fondo l’unica verità che ci riguardi. Io so, lui mente, l’altra ignora. Non è peccato: in fondo siamo tutti così piccoli.

-LE BELLE ADDORMENTATE NEL BOSCO
Le Belle Addormentate nel Bosco sono quelle donne che, a causa ora della loro buona fede, ora della loro stupidità, fingono di vivere relazioni fatte di stabilità, fedeltà, sincerità e benessere. A volte sospettano, altre sanno da una vita, ma nella gran parte dei casi non immaginano neanche lontanamente che chi hanno accanto – gran cerimoniere di doppiezza – è capace di tenere in piedi due relazioni contemporaneamente, senza togliere granché a nessuna (qui sta il genio) riuscendo persino a provare dell’autentico sentimento per ciascuna delle sue concubine. La Bella Addormentata non chiede, non indaga, non sospetta, non effettua verifiche, non sguinzaglia investigatori o amicizie per tendere tranelli che in poche ore disvelerebbero l’occulto, ma ad ogni nuovo sospetto si lascia convincere dalle fandonie del suo lui. Ovviamente tutti sanno, tranne lei. Si sveglia dal letargo troppo tardi, oppure preferisce sognare a vita di essere l’unica, che tutto sia come appare, che la verità sia nelle dichiarazioni fantasmagoriche del suo uomo, come nei suoi messaggi di scuse, nei suoi complimenti sperticati e così via, avanti ad oltranza. Altre volte, invece, la Bella Addormentata ha capito tutto, ma preferisce restare in silenzio aspettando che prima o poi qualcosa cambi in suo favore. Ma lo sa bene che in queste faccende alla fine nessuno vince e nulla cambia, e vissero tutti per sempre infelici e contenti.

-È curioso quanto sia variegato l’amore; soprattutto come uomini e donne trovino la felicità per vie del tutto opposte. Recenti statistiche sulla felicità di coppia hanno rilevato che il motivo per cui due persone restano insieme nel tempo è nel bisogno di essere amati: cioè, mediamente, le persone trovano la felicità più nel ricevere amore che nel donarlo: incontrano una persona che li fa stare bene, a volte per una fortunatissima questione di affinità elettive, altre (la maggioranza) per i voli a bassa quota di cui è fatta la quotidianità. Non hanno bisogno di amare necessariamente a loro volta: si legano appunto perché amati. Nel loro amore ci sono pace, affetto e gratitudine per ciò che ricevono ogni giorno. Tra questi, molti di amare non sono forse neanche capaci: danno il minimo sindacale, cercando per tutta la vita sempre altrove le cose che nessun rapporto al mondo, neanche il più completo alla lunga può dare. A questa categoria appartengono tutti coloro che, come il mio amico di studi, confondono la tranquillità con la felicità, che sono invece spesso due cose del tutto differenti.
Ci sono invece quelli che all’essere amati preferiscono amare, e naturalmente capita che, per una crudele compensazione della vita difficilmente verranno riamati. Sprecandosi a lungo in relazioni infelicitanti, restano con un filo di sabbia tra le dita, ma sceglieranno ancora e sempre lo slancio del dare a quello del ricevere. Dimenticavo le coppie in cui entrambi amano e sono riamati, in tutte le forme che dell’amore ci hanno offerto nel tempo poemi, romanzi, liriche ed opere d’arte. Personalmente ne ho conosciute poche. Nella maggior parte dei casi, confondendo la mano con il guanto, ci si accontenta di amori sgangherati, finendo per credere normale la miseria del sangue cui l’abitudine costringe. Che si esca quanto prima da certi guadi, che fanno solo più povero il nostro sguardo sulla vita. Quando perdiamo qualcuno, invece di disperarci, ricordiamo questa frase di Ceronetti: ‘Né debiti né rimpianti. Dio ha dato. Anche togliendo ha dato.’ Ed io aggiungerei: ‘Soprattutto togliendo ha dato’.

-TRADIRE
Ho terminato da poco la lettura del libro ‘Amare Tradire’, di Aldo Carotenuto, di cui riporto – riformulate e riassunte – le considerazioni principali. Pare che un tradimento (sia inflitto che subito) contenga, oltre a quelli dolorosi, anche aspetti edificanti. Contro il mito della sincerità nella coppia, idealizzare l’amore è di fatto già una prima forma di tradimento, se non la peggiore. Tanto vale, quindi, fare amicizia da subito con la realtà delle cose. Il rispetto e l’amore per l’altro richiedono una distanza, negando la quale neghiamo il mistero della sua individualità, che noi per errore cerchiamo di adeguare alle nostre attese e ai nostri bisogni. In questo percorso, l’errore più comune consiste in una consegna assoluta al partner, memore di quella simbiosi indifferenziata che risale per alcuni al mito platonico dell’androgino separato, per altri alle fasi iniziali del rapporto con la madre, o coi genitori più in generale. Per questo, come sostiene Carotenuto, è paradossalmente più forte e duraturo il rapporto tra due partner che hanno accettato una separazione che, espropriandoli di ogni illusione fusionale, li restituisce all’accettazione dell’assoluta imprevedibilità della vita. Il tradimento non è cioè una disgrazia, ma è forse la ferita necessaria a lacerare le mistificazioni di cui l’amore è ingenuo portatore. Se in una coppia desideri idealizzanti, proiezioni ed aspettative hanno privato entrambi della percezione reale dell’altro, il tradimento irrompe chiamando in causa la necessità di accettare l’imperfezione nostra e di chi ci è accanto. Lo scriveva in qualche modo Roland Barthes: ‘Tale è la ferita d’amore: una piaga radicale che non riesce a rinchiudersi, e da cui il soggetto scivola via, componendosi come soggetto proprio in questo fluire’. In linea più generale, solo accettando le contraddizioni, le ombre, l’incomprensibile, il dolore, il lutto e l’abbandono, è possibile sviluppare in modo pieno e creativo il proprio sé nel mondo. Sono infatti soprattutto le frustrazioni ad attivare la creatività, intesa come capacità di generare qualcosa che prima non esisteva, attinta dentro di sé nel tentativo di aprirsi alla misteriosa complessità della vita.
Più delicata è la questione se è possibile recuperare veramente un rapporto dopo un tradimento.
La cosa più faticosa è fare i conti con chi ci ha delusi, vedere spegnersi verso quella persona la fiducia, la stima ed il trasporto, che durante la mistificazione d’amore ci avrebbero probabilmente indotti ad ogni genere di sacrificio e di slancio. È affrontare il peso del disincanto che, comunque andranno le cose nella vita, lascerà intatto il cratere generato dalla caduta. Ed è pure capire come porsi in relazione a tutto questo: rimuovendo il trauma, come accade per i grandi incidenti; odiando o vendicandosi (la via più inutile e dannosa per tutti); o recuperando, nell’umana accettazione di ogni nostra miseria, uno spazio pulito per un po’ di bene: direi senz’altro la soluzione vincente, e la più difficile.

-Nei confessionali tra amiche gli uomini, devo dire, escono abbastanza male. Probabilmente accadrà lo stesso a noi donne quando sono gli uomini a riunirsi tra loro, ma ci sta, perché pure noi all’occorrenza facciamo parecchio schifo. C’è anche da dire che delle storie felici si parla poco: quelle si vivono e basta, mentre sono quelle storte ad attirare curiosità e commenti. Il problema è che secoli di letteratura ci hanno consegnato un’idea dell’amore come di qualcosa senza cui la vita non ha senso. Amori romantici, amori passionali, amori felici, amori complicati: pare che all’amore si perdoni ogni cosa. Io credo profondamente in questo sentimento, ma troppo spesso penso se ne sopravvaluti la nobiltà. Ho infatti realizzato nella vita, accanto ad esperienze certo riuscite, che uno dei suoi talenti migliori è la cecità.

1) Il tipo a seguire, in cui temo ogni donna sia incappata almeno una volta nella vita, è quello che Franco Arminio ha definito ‘l’evasore sentimentale’: colui che ha una ragazza, una compagna, una moglie e dei figli, ma che preferisce amare al nero e fuori porta, in modo da diminuire l’imponibile affettivo dichiarato. Se poi capita ogni tanto pure una relazione, tanto meglio. Maestro eccelso di menzogna pure davanti all’evidenza, questo genere di uomo è di solito un vanesio che nella relazione primaria sta pure bene ma che, in cerca perenne di stimoli e di conferme, si offre a generi di donne completamente diverse tra loro, per assicurare alla specie umana un’equa distribuzione dei suoi talenti. Marisa, insegnante, è sposata da 22 anni con Paolo, dirigente d’azienda. Marisa si è accorta che le numerose trasferte del marito per riunioni, convegni ed aggiornamenti erano in realtà rilassanti gite fuori porta con Lucia, la giovane collaboratrice; ma pure con altre di passaggio, all’occorrenza. Una storia banale, come ne accadono a migliaia ogni giorno in ogni angolo del pianeta. I primi tempi, Marisa si è consumata nel dolore e nel silenzio perché, per capire fino a che punto Paolo volesse arrivare, o forse sperando che la sbornia gli passasse, aveva pensato fosse meglio non sbottare. Aveva pure pensato di sfilare il rosario e di mollarlo su due piedi mettendolo alla porta. Poi però ha capito che la cosa migliore per separarsi da un fedifrago è restare sul campo. Se infatti avete accanto un compagno bugiardo e avete tempra a sufficienza, non lo dovete allontanare, ma dovete farlo cuocere lentamente nel suo brodo, affinché sia lui a suicidarsi dentro di voi, con la delusione quotidiana che vi procurerà ora per essere continuamente disonesto, ora per essere incapace di affrontare una scelta, ora per non saper dimostrare ciò che serve quando serve. Se resterete accanto a quest’uomo, infatti, assistendo alla sua inesorabile disfatta vi verrà più facile ridimensionarlo, allontanarvene senza rimpianti, dirigendovi altrove ripulite da ogni residuo abbaglio. Voi in fondo lo sapete che non lo amate più; non si può amare a lungo un debole ed un bugiardo. Vi siete svendute troppo a lungo per qualche sicurezza a buon mercato, e state ancora lì a piangere non tanto l’amato, ma il posto vacante, le cose condivise negli anni, le abitudini più radicate e tutto il resto. Purtroppo, si sa, durante una pena d’amore il penante ama rotolarsi compiaciuto in un guado di disperazione fatto di cadaveri: innanzitutto il cadavere dell’amato, che se poi lo guardate bene somiglia tanto al cadavere di una madre o di un padre con cui avete avuto un rapporto complicato o interrotto. Poi c’è il cadavere più grande, che continua a sanguinare pure da morto: quello dell’amor proprio ferito. Ma anche qui, con un po’ di umiltà e di sana autoanalisi, potete rimediare.

2) Altro tipo di uomo ricorrente nelle confidenze femminili è il tirchio sentimentale (che poi nel 90% dei casi tirchio lo è pure di tasca), cioè l’uomo incapace di condivisione, che porta il conto meschino del tuo e del suo, ignorando la differenza tra coppia e compagnia. Chi cerca solo compagnia approfitterà di tutti i piaceri e le comodità offerti dall’altra parte, ma guai a prospettargli una difficoltà: il tirchio scapperà a gambe levate, adducendo un improvviso bisogno di recuperare i propri spazi, per dedicarsi all’unica persona con cui ha stabilito dalla nascita l’idillio perfetto: se stesso. Se in un momento di crisi verrà chiamato a riconoscere anche le proprie responsabilità, si affretterà a precisare che colpe non ne ha, e che le sue eventuali scivolate sono sempre state una reazione alle tue. Il tirchio non desidera stare a lungo insieme a te, terrorizzato dall’idea di dover stringere legami. Meglio quindi definire ogni giorno nuove separazioni: negli spazi da abitare, negli interessi e nei momenti da condividere, soprattutto in tutte le cose che non si possono fare insieme. E se gli farai notare che tutto questo non va esattamente d’accordo con un naturale stato d’amore tra due persone, ti accuserà di essere opprimente. Il concetto del ‘noi’, infatti, non ha mai neanche lontanamente sfiorato il suo spirito profondo, perché per il tirchio sentimentale vige l’IO, assoluto e onnipresente. Povero piccolo uomo: non sa che la distanza separa, facendo rigidi come i morti.

-SE DOTTA È ABBANDONATA
Prendo il via da questa bella battuta di un amico per raccontare la storia che segue. Rossella, responsabile marketing, è la compagna di Alessandro, consulente finanziario, cui è legata da un rapporto conflittuale sempre in bilico tra il prendersi e il lasciarsi. Alla fine, dopo sei anni si sono lasciati definitivamente, perché Paolo non sopportava più di sentirsi in ombra accanto a Rossella; di tanto in tanto la tradiva pure con sfrontata baldanza, con donne che stavano a Rossella come un’osteria ad un ristorante gourmet. Insicuro di suo probabilmente dall’infanzia, alla fine ha smesso di amarla, e pure lei a lui, e arrivederci ai suonatori. Dopo pochi mesi dalla separazione, incapace di stare da solo, Paolo si è accoppiato con una pianta a tronco largo e fusto corto, di quelle sotto cui ci si può riposare inebetiti e sereni. Rossella, invece, ha ritrovato la serenità e sta benissimo da sola; se e quando sarà, vorrà un compagno vero, non una compagnia di comodo. Bisogna essere onesti: esistono anche molte donne come Alessandro, a conferma che non è tanto un problema di sesso, ma di forza di carattere e di personalità, che tuttavia, statisticamente affligge più gli uomini, abituati da millenni a dominare su donne cui non era riconosciuta alcuna facoltà di pensiero, di decisione, di iniziativa.
‘Voglio una donna bella, colta, ironica, divertente, sexy, capace, forte, esuberante; una che tutti mi invidino’. Lo dicono molti uomini, ma quanti nel privato ce la fanno davvero a vivere felici e sereni con donne simili accanto? E quanti invece cedono, fiaccati da ataviche competizioni di genere? Care donne ‘belle, colte, ironiche, divertenti, capaci, forti, esuberanti ecc.’, ricordate che gli uomini che prima o poi non ce la faranno, preferendo a voi ‘relazioni meno impegnative’, vanno allontanati senza rimpianti. Questi individui preferiranno sempre una chiwawa ad una lupa, credendola più rassicurante solo perché di piccole dimensioni. Potrete essere affettuose ed accudenti quanto vi pare, ma a loro spaventerà sempre la vostra potente natura di fondo. Uomini come Alessandro daranno sempre la colpa a qualcun altro delle loro lacune; non saranno infatti stati loro nella vita a non impegnarsi abbastanza per raggiungere il traguardo, ma voi ad essere andate troppo avanti, e per questo andate punite. Coi vostri talenti conquistati con merito e sacrificio, dovreste stare a consolare loro, quasi scusandovi delle vostre capacità, anzi impegnandovi a scendere più in basso che potete per far loro compagnia nel fosso dell’autocommiserazione. La cosa peggiore, poi, è che quando si allontanano da voi per donne di cui non sono neppure innamorati, ma con cui ‘si riposano’ (parole loro), le prime non le vogliono lasciare – e certo che no – ma faranno come quei parvenu che escono in strada con l’utilitaria, per tenere la Ferrari chiusa in garage. Incapaci di reggere il confronto con una persona forte perché abituati a vincere facile, sceglieranno accanto qualcuno di mediocre da ogni punto di vista, che gli cammini sempre un passo indietro, preferendosi campioni di discesa a peso morto, che scalatori.
In estrema sintesi: i vostri uomini hanno traslocato dall’attico in centro per trasferirsi nel seminterrato di periferia, chiedendovi ogni tanto di risalire per darsi una ripulita? Se la risposta è sì, mandateli dritto per dritto a scopare il mare. Potrebbero vivere in eterno col piede in due scarpe, ma a voi serve un centometrista scattante, non un claudicante.
Inutile dire che la seguente riflessione vale anche se rivolta contro molte donne della stessa guisa, giusto per essere onesti.

-È POSSIBILE RESTARE AMICI DEI NOSTRI EX?
Ecco uno di quegli argomenti assai spinosi, che tengono banco nei consessi tra amici quando si parla di chiusure sentimentali.

CASO A – Lucio ed Amalia sono stati insieme 17 anni, poi si sono lasciati di comune accordo perché l’amore tra loro col tempo si era trasformato in una specie di incesto. Così, hanno accettato la trasformazione del sentimento in un’affettuosa amicizia, immune da sesso (no ‘trombamici’), e da tutte le complicazioni in genere restrittive messe in campo dall’amore. Hanno intrapreso relazioni con nuovi compagni che, altrettanto intelligenti, hanno accettato senza fastidi né gelosie il loro legame precedente. Diventati anzi tutti amici tra di loro, si ritrovano spesso in serate che ricordano l’humour di certe commedie francesi, dove allegramente ci si deride su aneddoti trascorsi, pregi e difetti dei vecchi e dei nuovi partner, oltre a scambiarsi ricette di cucina e planning per vacanze future insieme.

CASO B – Francesco e Annamaria si sono lasciati dopo una relazione tormentata fatta di diversità conflitti e pure qualche tradimento, ma pure di simbiosi, complicità e passione. Chiusa la storia a causa delle frequenti tempeste, hanno deciso di continuare a frequentarsi. Hanno nuovi compagni, con cui intrattengono relazioni a soddisfazione parziale. In questo caso, però, i rispettivi nuovi partner, per decisione di Francesco e Annamaria, non si conoscono tra di loro. Ufficialmente ‘amici’, per vie del tutto misteriose il loro legame non si è mai spezzato e non riesce a slegarsi. I nuovi compagni, dal canto loro ingenui e in buona fede, hanno accettato più o meno di buon grado la faccenda: peccato per loro.

Se una storia, come nel caso A, si è chiusa serenamente e contemporaneamente per entrambi i partners, trasformandosi nel tempo in un sentimento di sincero affetto, sì, è possibile ed anzi bello che due ex compagni restino amici, giacché la loro amicizia trarrà cemento e forza ulteriore dalla conoscenza che avranno maturato negli anni in cui si sono amati. E a riprova della chiarezza di questo sentimento, non vi è ostacolo a che i nuovi compagni si conoscano tra di loro, tessendo rapporti reciproci quantomeno armoniosi.
Diversa è la questione se la storia si è chiusa in maniera poco chiara o non bilaterale. Esiste un momento particolarmente delicato quando una relazione entra in crisi, in cui entrambi dovrebbero avere la forza, il coraggio e l’onestà di capire se quel percorso di anni, ricco di così tante esperienze condivise, può essere salvato o meno. A meno che non sia proprio tutto da cestinare, si tratta di rispetto per il proprio vissuto comune, oltre che del proprio compagno o della propria compagna, tentare di salvare o di rivitalizzare quanto in una relazione è rimasto vivo ed in salute, tentando di ripartire da lì. Per questo, bisognerebbe avere la capacità di dire di no a chiunque, in un momento di crisi, entra nella nostra vita offrendoci lo svago, la freschezza e la novità che una storia in difficoltà per sua natura in quel momento non può offrire. Cambiare aria solleva, ma aiuta davvero a vedere le cose con la lente giusta? Se uno dei partner, per debolezza o per egoismo lascia che questo accada, peraltro senza alcuna chiarezza verso nessuna delle parti, incluso ovviamente se stesso, accadrà inevitabilmente che il nuovo arrivato o la nuova arrivata, con cui in precedenza si nascondeva, verrà beffato/a nella stessa misura in cui, a subire ombre e doppiezza sarà stato in precedenza il lui o la lei che in buona fede attendeva la risoluzione della crisi in un senso o in un altro. In poche parole, amiche ed amici, le situazioni torbide ed irrisolte tali restano, e i legami non si sciolgono come ci si illudeva dovesse accadere. Molti credono nel detto: ‘Chiodo scaccia chiodo’; non so quante volte mi è stato ripetuto da quando frequentavo le scuole medie. Con me non ha mai funzionato. Nella vita si commettono errori e se ne subiscono altrettanti, ma resto sempre dell’idea che le storie importanti arrivano solo se e quando si è imparato a star bene anche da soli.

-‘Nelle faccende di cuore, invero, ogni insuccesso ha qualcosa che sfiora il gaudio’. (Robert Walser)

Fin da piccola ho creduto in un’idea dell’amore romantica, fatta di tenerezza, armonia, condivisione e capacità di sacrificio; colpa dei romanzi, dei grandi poeti letti e delle canzoni ascoltate. Alla dolcezza soprattutto ho creduto e credo, più che alla passione, perché duratura negli anni e più brava a superare le avarie. Ma la natura degli uomini mi ha smentita nel tempo, insegnandomi che è più utile imparare a stare bene da soli, trovando in sé completezza e pace. Amica mia, nell’attesa dell’amore dedicati al mondo che ti vive intorno. Dedicati al luogo in cui vivi: non è poco avere quattro mura tra cui tornare, in compagnia dei tuoi molti cammini. Dedicati soprattutto a te: il tuo corpo è la tua casa sul ponte; prenditene cura finché ci abiti e finché dura. Bisogna imparare a fare ciò che amiamo, sapendo che se non esiste qualcuno con cui condividerlo, il nostro bene non va sprecato, così come non sono vani i frutti maturi sull’albero solo perché la mano dell’uomo non li ha colti. Se l’altro manca, era qualcuno che doveva andare. Nel posto sgombro, adesso il vuoto si fa pieno. Piccole cose sostanziano il cammino solitario di ogni giorno, e quando le azioni compiute sono ricche di uno sguardo aperto sulla vita, l’amore celebra in modo più onesto i suoi capolavori.

-DEL POLIAMORE: AMARE PIÙ PERSONE CONTEMPORANEAMENTE.
Blaise Pascal diceva: “L’amore ha le sue ragioni, che la ragione non capisce”. Dunque vi chiedo: amare due persone contemporaneamente è possibile? La risposta istintiva è no: l’amore dona il coraggio di scelte esclusive che non comportano rinunce, giacché ciò che si sceglie per l’amato è sempre il tutto. Nessuno è completo, ma chi ama trova in quell’individuo un’unicità perfetta ed irripetibile, che impedisce di percepirne le carenze, o che rende quelle carenze prove ulteriori da superare, in nome dell’amore. Amare insieme due persone sarebbe quindi come parlare di dittatura democratica. Si è abituati ad etichettare le storie d’amore parallele come amori fedifraghi, ma amare due persone nello stesso momento è in effetti molto più frequente di quanto si possa immaginare: si chiama polifedeltà. La religione cristiana, la cultura occidentale e la paura dell’abbandono impongono rapporti basati sulla stabilità e l’esclusività della coppia, alimentando indignazione nei confronti del tradimento. Per rispondere alla domanda iniziale e capire se sia possibile amare due persone contemporaneamente, dobbiamo ragionare sul significato di ‘amore’. L’amore in senso lato è un sentimento intenso fatto di affetto, bisogno di accudimento, attaccamento, protezione e vicinanza che si prova nei confronti di un’altra persona; in quello passionale dovrebbero subentrare anche componenti come fedeltà, rispetto e stima reciproca, ma qui il condizionale è d’obbligo. Presupponendo che nella vastità di definizioni dell’amore siano compresi anche i loro contrari, sì, credo che sia possibile amare contemporaneamente due persone diverse. Personalmente sono per la monogamia. Ma ritengo anche che non sempre la bigamia sia una patologia o un vizio: ci sono persone tendenzialmente monogame, portate a vivere amori unici, esclusivi e totalizzanti, e ci sono altre persone che, diversamente, provano un autentico coinvolgimento sia sessuale che affettivo con più di un partner contemporaneamente. Statisticamente, vivere un doppio amore accade più agli uomini che alle donne. Spesso ci si innamora o ci si infatua di un’altra persona perché nella relazione primaria manca qualcosa, ma pure questo non è sempre vero. Di fatto, è raro trovare un partner in grado di completarci totalmente per tutta la vita, per cui alla fine anche l’altra persona, che ci arricchisce in quel preciso momento di euforia, finirà per risultare manchevole di qualcosa o di molte. Se l’amore non fosse – com’è di fatto – una sorta di deficit cognitivo, saremmo tutti in grado di discernere prontamente, di operare le scelte più giuste per noi e per gli altri, di non commettere errori, di non crogiolarci nel torbido. Ma le cose in questo campo vanno sempre diversamente dalle nostre previsioni, sia migliori che peggiori. Solitamente, chi vive una doppia relazione afferma di non riuscire a pensare ad una vita senza il compagno ufficiale, ma nonostante questo non riesce a rinunciare alle attenzioni e all’attrazione per l’altro, che può essere un ex (quasi sempre) o qualcuno subentrato durante la relazione. C’è anche da dire che, laddove non esiste chiarezza con se stessi e con chi ci è accanto, chi vive due storie in contemporanea non vive una relazione in più, ma due relazioni deludenti ed incomplete, in cui solo uno ama due individui, ma gli altri due continuano ad amarne uno solo; e queste faccende alla fine, dall’una e dall’altra parte sono fatte solo di limitazioni, di bugie, di sotterfugi continui, di stress e di rancori estenuanti. A quel punto, amici poliamorosi e polifedeli, se ci si accorge che le cose non riescono a funzionare, sarebbe bene affrontare il dolore di una scelta, sedersi con calma e mettere in discussione il rapporto o i rapporti, in modo da capire in che direzione girare il timone per evitare che il vostro viaggio finisca contro un iceberg.

-Mi trovo spesso a discutere con amici ed amiche di un argomento che viene a scardinare secoli di convinzioni inveterate sulla monogamia. Il poliamore – neologismo che esprime il concetto di “amori molteplici” – ammette la possibilità che una persona intrattenga più relazioni (sentimentali e/o sessuali) contemporaneamente, purché – attenzione – nel pieno consenso di tutti i partner coinvolti, in opposizione al postulato della monogamia, intesa come norma sociale necessaria. Il tradimento è sempre il segno di una disfunzione della coppia? Ci sono uomini e donne che riescono a vivere talvolta per una vita intera due relazioni sentimentali in contemporanea, con due tipi di persone del tutto differenti: una è dolce e remissiva, l’altra è mutevole e passionale; una asseconda, l’altra contraddice; l’una dà sicurezza, l’altra eccita col brivido di un tornado. Scegliere non è possibile tra due estremi così inconciliabili, perché alla fine si ha bisogno di entrambi per essere felici. Non è semplice, ovvio, e se anche solo uno dei tre non sa, non è neppure corretto. Ci è stato insegnato che solo una tra tutte le possibili forme di relazione – il rapporto eterosessuale monogamico a vita – è quella giusta. Se usciamo da questo modello, facilmente verremo definiti moralmente discutibili, psicologicamente difettosi, nonché contro natura; un’artiglieria linguistica che mira di fatto a patologizzare il vasto ventaglio delle nostre capacità performative, sia in amore che nel sesso. Di fatto, l’ideale della monogamia a vita rappresenta un concetto relativamente nuovo nella storia dell’umanità, che ci rende unici rispetto agli altri primati (ad esclusione di urubù, lupi, gibboni, aquile di mare, albatri, piccioni, tortore, pappagalli inseparabili e cigni).
Interpretare un’avventura come segno di malessere all’interno di una relazione primaria è a ben vedere piuttosto limitante, perché costringe il partner tradito a chiedersi cosa c’è in lui/lei che non va, mentre a chi tradisce si farà sempre notare di stare infliggendo un comportamento scorretto al partner primario. Sarebbe però il caso di chiedersi come mai il tasso di tradimento nelle coppie sia molto più alto di quello di fedeltà. Ma soprattutto come mai, dietro le quinte, ci sia sempre una specie di comprensione bonaria verso i tradimenti, quasi a riconoscerne la naturalità a dispetto della monogamia, percepita alla lunga come faticosa ed innaturale. Certo, per entrare nell’universo disorientante degli amori plurali ci vogliono requisiti non comuni: per esempio una profonda sicurezza di sé, massimo rispetto per l’altro e per tutti i suoi desideri che non comprendono noi. Bisognerebbe essere incapaci di gelosia, di territorialità, di proiezioni, di pretese di esclusività e di controllo, e pure di continue richieste di rinunce come prove a garanzia del sentimento. Di fatto, i legami e i desideri degli individui mutano con l’età e le circostanze, e i rapporti a lungo termine più soddisfacenti sono sempre quelli abbastanza flessibili da poter essere continuamente ridefiniti nel corso degli anni. Forse, allora, legittimare apertamente e reciprocamente certe aperture, non solo ravviverebbe le relazioni primarie, ma consentirebbe di creare una rete di affinità affettive molto più generosa ed illuminante di quanto non si sospetti. Dimenticavo di aggiungere che tra il dire e il fare c’è di mezzo il mare, e bisogna vedere alla fine quanti sanno veramente nuotare.

-Lui ti ha lasciata per una tua amica. Lui ti ha sempre tradita e te ne sei accorta dopo anni. Lui sta con te ma sta pure con la sua ex. Lui ti promette da una vita di lasciare moglie e figli ma non lo fa, perché la moglie non è preparata, i figli andrebbero in depressione ecc. Insomma, le solite storie da rotocalco di cui si sghignazza dal parrucchiere, e che nessuna pensa mai possano capitare a sé. Di fatto, prima o poi le prove arrivano per chiunque, secondo un criterio di perfetta democrazia che prescinde da età, aspetto fisico, cultura, bontà, cattiveria, ricchezza e povertà. Considerando l’ipocrisia del genere umano e le sottili crudeltà di cui sono capaci soprattutto i commiseratori, troveremo compagni inattesi, ma pure molti che credevamo vicini, la cui cattiveria sarà pari solo alla loro stupidità. Per il resto, è bene ricordare che nei momenti cruciali della vita si è sempre soli. L’etimologia di ‘crisi’ deriva dal verbo greco krino: separare, cernere; in senso più lato, discernere, giudicare, valutare. Nell’uso comune, la parola assume un’accezione negativa, riferita al peggioramento di una situazione. Ma se riflettiamo sulla sua etimologia, possiamo coglierne la sfumatura positiva; la crisi diventa cioè momento indispensabile di riflessione, di valutazione, di discernimento e di cernita, trasformandosi nel presupposto necessario per un rifiorire prossimo. Se si ha la capacità di abbracciare con coraggio la delusione ed il dolore, affrontandoli senza perdere l’autostima, ci saranno momenti in cui il vostro grazie per la pienezza della vita vi sembrerà sempre troppo piccolo, per quanto è generoso quello che ogni giorno vi verrà offerto. Raccogliere e sviluppare il potenziale edificatore del crollo, sfruttare soprattutto gli effetti benefici di un dispiacere: ecco a cosa servono separazioni e tradimenti. Avete vagato per anni con un topo morto tra le grinfie, morto e decomposto, e ancora state lì ad accanirvi, più attaccate al gesto della presa che alla preda. Dovete mollarlo: non subito, adesso. Se vi fa una carezza, la sua mano è più rigida della paletta di un finanziere. Se vi dà il braccio, vi porge un osso morto. Se costretto a scegliere, andrebbe sempre e comunque altrove. Prende accanto a voi il raccolto del giorno, ma non semina più insieme a voi; non sa e non vuole.
Quando un amore finisce, tuttavia, è solo colpa dell’altro? Non saremmo stati anche noi pigri e miseri a tenere sempre lo sguardo verso il basso, preferendo raccattare le briciole per terra, che guardare il fuoco ardere nel forno? A danno accaduto, non chiedete, non indagate, non immaginate, non guardate. Non recriminate, non denigrate, non fatevi compatire. Non rimestate sangue putrido nella piaga aperta. Chiudete, cauterizzate e passate avanti. Essere in difficoltà sentimentali, poi, è un po’ come avere un bambino piccolo: potete inventare scuse per cose che non desiderate fare, o per non incontrare persone che non avete mai avuto in fondo nessuna voglia di incontrare. Potete dilazionare ragionevolmente i tempi di un impegno, annullare appuntamenti. Vi accorgerete così che di tempo ne avete tanto, per assetti impensati e nuove messe a fuoco. Il tempo adesso serve a voi. Quello per gli altri arriverà, e vi vuole interi. Amici traditi, deve darvi forza questo: che sempre nella vita le cose che ci sembrano immense sono solo poco più che grandi. Chiuso un amore infelicitante, non dovremmo commettere mai il peccato di dire: ‘Non amerò mai più’. E smettiamo pure di cercarlo un altro amore quando una storia è finita. L’amore non si cerca: ti trova. La vita ha di bello che in una manciata di ore sa ripulire lo sguardo e distendere gli orizzonti. Ci fa guardare avanti ma anche voltare indietro, mostrandoci quanto tempo avevamo perso per noia, per ego e per paura, chiamando case, trincee che contenevano solo i morti di una guerra tra poveri. Che si esca quanto prima da certe pene, che fanno solo più povero il nostro sguardo sulla vita. Mi ripeto: quando perdiamo qualcuno, invece di disperarci, ricordiamo questa frase di Ceronetti: ‘Né debiti né rimpianti. Dio ha dato. Anche togliendo ha dato.’ Ed in questo caso aggiungerei: ‘Soprattutto togliendo ha dato’.
Solo la vita insegna ad amare, e a capire che tutto ciò per cui si dispera, mai vale il disperare.

-Quando un percorso si chiude ha poco senso guardarsi indietro. Anche con qualcuno accanto, il cammino in fondo si fa sempre da soli, in se stessi attraverso l’altro. Ripensando con attenzione agli inizi della via, non sarà difficile ricordare che le indicazioni sbagliate erano esatte da principio. Ma noi, sempre abili a confondere la luna col lampione, abbiamo voluto proseguire, sbagliando sempre meglio. Dopo ogni fallimento, viene facile parlare male del nostro o della nostra ex. Ma quando sparliamo di chi un tempo abbiamo amato, non parliamo male che di noi. Chi ci mettiamo accanto è la vera cartina di Tornasole per capire chi siamo veramente, non ciò che crediamo di essere. È successa la stessa cosa a me con le mie scelte. Ho quasi sempre chiuso le mie relazioni sentimentali per sopraggiunti limiti di inadeguatezza dei miei partner, e visto in seguito con quale genere di persone si sono poi quasi tutti risistemati, non ho potuto che confermare la mia idea, consolandomi se non altro di averli colti in un momento di vivacità e di floridezza, prima del grande sbadiglio in cui sono precipitati. Stando insieme, paragonavo me stessa ad una grande viaggiatrice, e quegli uomini a continenti piene di cose da visitare. Ma vedendo in seguito com’è andata a finire, ho capito di essere una turista della domenica in gita all’Italia in miniatura.
Certo sfogarsi aiuta a liberare tossine. Ma abbiamo scelto noi quella persona, e se siamo andati a piantare banani nella tundra, solo noi siamo responsabili. Avremmo dovuto chiederci cosa ci è accaduto in un tempo antico, quando si è formata per la prima volta e per sempre la nostra idea dell’amore. Avremmo fatto bene ad incolpare noi della pigrizia con cui abbiamo scelto persone con cui fosse facile primeggiare, o comodo essere sottomessi. Nostra è la colpa di transfert, fantasie fusionali e desideri inappagabili, per realizzare le quali abbiamo utilizzato l’altro a mo di schermo. Allo stesso modo, specie se si è stati traditi, non ha alcun senso pensare di tenere legato a noi il traditore con sensi di colpa, ingiurie, recriminazioni, rinfacci, o peggio ancora con le nostre patetiche perdite di decoro e dignità. Bisognava svegliarsi prima. Soprattutto, bisognava prestare più attenzione a cosa significa veramente fare l’amore. Penso spesso a questa espressione, riferita all’atto con cui il mistero di amarsi prende corpo e si fa carne unita. Si pensa sempre poco, però, al fatto che fare l’amore vuol dire soprattutto operare una costruzione che consenta alla natura volubile del sentimento, se non di durare in eterno, almeno di stare in piedi a lungo. Sì, l’amore chiede azioni concrete, sacrificio, scelte, pazienza, volontà e grazia. E questo piace a pochi perché l’amore, a quote medie, è fatto soprattutto di confini territoriali e di piccole amputazioni. Le incomprensioni richiedono rammendi dispendiosi, l’orgoglio non dimentica. Di fatto, l’amore fa con le coppie un po’ come il sole con baie e calette in vacanza. A favore di luce la sabbia è bianca, l’acqua è turchese e ogni immagine sembra perfetta per una cartolina. Ma appena l’ora cambia, la sabbia è grigia e grigia è pure l’acqua, ai Tropici come al lido dietro casa. È solo l’amore in fondo che si ama; poi si va a cercare qualcuno in cui riporlo, e talvolta lo si incontra calzante a pennello. Altre volte, invece, la nostra collezione è ricca solo di abbagli. Finite infatuazioni e passioni giovanili, amare è fatica di ogni giorno, è portare pesi fermandosi sempre un passo prima del precipizio. Ad ogni incomprensione reciproca, dissipiamo giorni interi a dare di noi solo la faccia brutta e le mani spente. Io donna e tu uomo siamo razze diverse dentro la stessa specie, e il più delle volte non ci capiamo. La mia vita e la tua sono fatte di sensibilità differenti e di strade già battute. Poi ci siamo incontrati, scegliendoci tra molti altri. Esisto io ed esisti tu, ma esiste pure il noi, che deve arricchirci oltre l’uno che anche insieme ciascuno continua ad essere. Per stare insieme, a volte persino l’amore non basta. Ci vogliono piuttosto intelligenza e umanità, rispetto e delicatezza, distanza e delicatezza. Per amare, bisogna anche avere imparato a stare bene da soli. Molti confondono la mano con il guanto, facendosi una fredda compagnia nel cratere della vita. Ci si accontenta così di amori sgangherati e di sterili alleanze. Per debolezza e per speranza, avete creduto normale lo squallore cui l’abitudine vi aveva costretti. Guardandovi allo specchio, avete notato una pelle stanca intorno agli occhi. Sono gli anni? No: è la distrazione di chi vi è stato accanto a farvi vecchi prima del tempo. Proviamo sempre dispiacere e rabbia per quei partner che, per ragioni antiche, passano la vita in una bolla di gelo. Se colpiti non sanguinano, se uccidono non vedono il cadavere. Sono quelli che negli incubi ti camminano davanti, dandoti le spalle. Stai annegando o qualcuno vuole ucciderti e tu chiami proprio loro, pregandoli di voltarsi e di tornare indietro. Ma non si voltano, sordi e lievi come i morti. Si crede di aiutarli con la pazienza e la dolcezza, questi compagni infelicitanti. Ma bisogna pure arrendersi al fatto che la loro natura vince sul bene a cui è indifferente, e sull’amore a cui non è vocata. Noi restiamo a guardarli, mentre se ne vanno altrove come viaggiatori smarriti, chiedendosi se esiste veramente un posto dove andare, se è proprio quello il luogo in cui voglio stare o da cui vogliono partire; se le cose fatte e le persone amate sono parte della vita, e non un tremore d’aria che si leva lontano da strade vuote.

-Di mattina il paesaggio, la campagna, le colline e l’incarnato delle case, sono epifanie perfette di tutti i disegni dell’infanzia. Basterebbe scavare in ogni dettaglio, per trovare peccaminosa ogni forma di malinconia. Di pomeriggio, tornate negli stessi luoghi, evitando tristezze al tramonto. Dinanzi alla perdita di qualcuno o di qualcosa, non bisognerebbe pregare perché le cose vadano in un modo piuttosto che in un altro. Più onesto sarebbe chiedere che, comunque vada, non diventi amaro il nostro sguardo sul mondo, soprattutto che non smettano mai di indicarci bellezza le cose e le persone intorno. Fare amicizia coi cambiamenti è intraprendere un viaggio a latitudini differenti tra geografie impensate. Né diminuzione né danno, ma alterità da vivere in pienezza, di nuovo e per la prima volta. Osservo due piccioni che cercano di fare il nido in un posto pericoloso, tra l’infisso della finestra al secondo piano e l’asfalto del marciapiede in basso, ma la cosa non sembra preoccuparli. In ordinata armonia, scendono a turno in picchiata in cerca di ramoscelli che ricadono nel vuoto. E giù di nuovo a recuperarli, per dare forma al loro fragile riparo che prepara alla vita. È sempre dalle semplici creature della natura che ho colto nella vita gli insegnamenti più importanti, come questo: l’amore è un’energia che vive quando, come e dove vuole; per cui alla fine, chiedersi se ne è valsa la pena è solo un modo per bloccarne il corso e la potenza. A volte basta uno spiraglio socchiuso, attraverso cui s’infilano giovinezze d’animo e tutti i desideri maltolti, e ogni cosa di nuovo ha meravigliosamente inizio. Niente paura dunque, amanti infelici.

Farewell

‘Perciò dobbiamo incontrarci da lontano, tu lì io qui, lasciando solo socchiusa la porta degli oceani, e la preghiera, e quel bianco nutrimento che è la disperazione.’
(E. Dickinson)

L’assenza dell’altro mi tiene la testa sott’acqua; poco a poco io soffoco, la mia aria si fa più rarefatta: ed è attraverso quest’asfissia che io ricostituisco la mia verità’.
(R. Barthes)

Certi amori sono come mazzi di fiori: risplendono a centro tavola, ma sono morti.
La delusione e la collera non perdonano. Ci si finge magnanimi per tramare risarcimenti, ma non funziona quasi mai. Nemmeno avremmo dovuto accanirci in questo patto malsano, continuando a chiamare amore il percolato di ciò che fummo e che mai più diventeremo. Abbiamo camminato a lungo guardando indietro perché davanti non c’era niente, e perderci sembrava un modo così crudele di morire. La burrasca è durata pure troppo, la pioggia è scesa profonda nel terreno, ma non è servito. Adesso basta mungere pietre. Le cose che siamo e che facciamo sono ancora qui tra noi, ma mancano il sangue e il volo planare. La verità è che indietro non si torna mai: non si può e non si deve. Con questa storia del kintsugi abbiamo cercato la luce nell’oro tra le ferite, ma era solo un modo delicato e piuttosto compassionevole di chiamare la paura del nuovo, che sempre ci attende.

Certe rotture somigliano a terremoti che inghiottono la terra dietro di sé; terra che sprofonda sotto i nostri passi che fuggono. Ci siamo scambiati la rabbia e la pena, e non ci desideriamo più: che modo orrendo di essere sepolti vivi. Ho iniziato a farmi i selfie che ho sempre odiato, per curare la mancanza dei tuoi occhi, dall’altra parte. Mi credevi fiera e forte: ero un’orfana di guerra rannicchiata dietro una pietra, in attesa della casa che non abitammo.
Abbiamo provato a sopravvivere persino all’ombra. D’altra parte, quasi tutti vivono all’oscuro di chi hanno accanto, fidandosi per anni di persone di cui non sanno nulla. Questa inconoscibilità essenziale di chi amiamo è forse l’unica verità che ci riguardi.
Come alberi perpendicolari alla pendenza di un picco, siamo rimasti in bilico sbiechi e impervi, ma vivi sempre. In fondo, non ho mai voluto qualcuno con me sempre. Io sto bene solo slegata: la mia gioia non ha nomi di persone, ma quiete di sorgenti, capienza di strade vuote.
Ti ho sempre sognato nello stesso modo: mi cammini davanti volgendomi le spalle, sto annegando, altre volte qualcuno vuole uccidermi e io ti chiamo pregandoti di voltarti, ma tu non ti volti. Te ne vai come un viaggiatore smarrito, chiedendoti se esiste veramente un posto dove andare, se le cose fatte e le persone amate sono mai state parte della tua vita, e non un tremore d’aria che si levava lontano da strade vuote.

Ho provato a ricucire quest’abito troppe volte, ma alla fine la stoffa si è sgranata: sotto, si sentono tutte le vertebre di questo corpo smagrito dal freddo, che noi siamo.
Ogni volta che si apriva una distanza mi dicevi: “Qui non c’è niente, solo pietre. Torniamo indietro”. E io: “Ma no, lo vedi? possiamo tracciare un sentiero.” Mi avvicinavo a te con timore, con piccoli baci sugli occhi; mi pareva un modo così totale di amarti. E tu ogni volta: “Togliti. Che devo fare con questi baci da bambina?”. Cercavi il sole che brucia, io quello che asciuga. Quando te ne andavi, il mio corpo era la giacca appesa, piena del tuo mancante. Tu: chiodo arrugginito per la mia sottana, uccello che cadendo si rompeva, oceano che sapeva di terra. Ogni volta che ti ho seguito ho perso qualcosa. Il presente è una gamba in cancrena. Bisogna lasciar finire le cose che mai ebbero inizio.

Gaudente macerarsi nella piaga, sposare il torbido delle cose, saziarsi di chimere, parteggiare risolutamente per l’errore, difendere a spada tratta il carnefice, facendolo salvatore. So bene cosa ami di me: il mio amore per te e nient’altro. Tolto questo, non mi hai mai vista. Alle prese con aspettative decrescenti, mi sono fatta bastare il poco riciclandolo in mille salse, come i poveri in guerra con le bucce delle patate. So bene anche perché ho voluto proprio te: per piangere all’infinito la morte di un padre che mi lasciò vedova, per compiacermi di certe solitudini, preferendo dispiacermi per ciò che non mi hai dato, che annoiarmi di quanto avrei potuto ottenere. In questo andirivieni della pena, soffice, senza rumore, identico, mi riconosco. Nell’oscurità benevola della malinconia, mi ritrovo. Nello smottamento del nostro dire, mi spiego e spiego te perfettamente; in un parto a ritroso in cui a nascere sarà la tua morte, finalmente.

Chi dà prima o poi chiede; pure chi non chiede col suo non chiedere domanda. Ti fisso a lungo e non ti riconosco. Ciò che resta è la banalità delle cose, affidabile come il muro sotto l’intonaco, la lana dietro il ricamo. All’inizio l’amore solleva burrasche, ma poi lui per primo si stanca. La pigrizia chiama fedeltà la sciatteria benevola di un’abitudine, chiudendo gli occhi alla varietà del mondo. Mi dicevi: “Io la varietà del mondo l’ho trovata in noi”, perché non hai mai sospettato quanto è grande la varietà del mondo. Se sono infelice è perché vorrei conoscere le cose che hanno smesso di conoscere noi, offese dalla misura breve del nostro abbraccio.

Solo i sogni parlano senza mentire. Non ti sogno più come un tempo; non ci sono più storie né scenari, solo schegge di un marchingegno che si è rotto senza rimedio. Sei spesso con questa persona mediocre che hai ora accanto, che hai preso per mano mentre giacevo morta, ancora calda sul nostro letto. Non l’ho apprezzato, naturalmente. Alla fine, nemmeno ero morta per davvero e mi sono risvegliata, mentre a morire eri tu. Da condottiero a fante, ti sei sgretolato e le tue briciole non mi fanno più gola. Penso alla tua vita di adesso e non la invidio. Ciò che facilmente ti ha saziato, ha aperto la distanza che mi serviva per quietare la pena. Eri un muro di strada buono per la luce del sole, per un graffito distratto e per l’ombra dei passanti. Ho fatto confusione io a scambiarlo per una tela su cui dipingere un’opera immensa, piena di prospettive ardite e di colori sgargianti. È che per i dipinti ci vuole chi si ferma a guardarli con attenzione, non l’ombra dei passanti. Ma ho fatto bene a non allontanarti tenendoti accanto ogni giorno, accettando la tua proposta di nascondimento. Le bugie sono paesi nei paesi: hanno le loro strade e i loro abitanti, paesaggi e case con giardini, sottotetti e cantine. Qui le cose si chiamano con nomi differenti, come fanno gli stranieri che vivono per anni in un luogo, e non ne imparano la lingua mai. Avrei dovuto, mi dicevano, troncare di netto con te, invece era restare insieme la via maestra per separarci. Io adesso non ti amo, e sono felice di questo muro di vetro attraverso il quale ogni giorno continuiamo a cercarci, ma non ci siamo.

Certo però, che peccato aver abitato a lungo in una città impervia, e non averla apprezzata. Era una città in cui pochi avrebbero detto: “Resteremo”. Lì dove non abitammo, c’erano ombre che si stagliavano contro la luce torrenziale di strade senza bivi, né trasparenze tra gli alberi che indicassero la direzione. La vita miope di ogni giorno tante volte ci aveva salvati, e di questa debolezza avremmo dovuto ringraziarla. Era nostra la dolcezza con cui si ripara una crepa, si ferma il corpo che cade; nostro quel generoso traboccare di letizia che arrivava all’improvviso, stando insieme. Quando è andata via la luce, abbiamo ritrovato le paure dell’infanzia sempre certe della cura. Poi, tornato il sole, ci siamo salutati ciascuno nella propria direzione. Si fa presto a rimpiangere il bel tempo quando fuori piove. Ma se arrivava un’ora di caldo, eccoci pregare perché tornasse l’inverno che io e te eravamo.
Ricordi al mare? Ci avevano detto che per raggiungere le baie più belle bisognava camminare nel bosco per sentieri sterrati lungo tratti rocciosi; che ci volevano gambe forti, che con gli infradito di gomma sarebbe stato meglio non partire. Ma noi con quelli siamo andati, inventando scalini tra pietre e radici. Abbiamo posato i passi con cura, trovando ogni volta più faticosa la discesa della salita. Un chilometro è durato come dieci, ma quando abbiamo intravisto il mare abbiamo ringraziato per il cammino duro, che si ricorda sempre più a lungo di una strada spianata. Non hai visto la mia infanzia sempreverde, le mie spine che curavano. Ero docile come una colomba e più fedele di una lupa, ma non hai capito niente e te ne sei andato.

Prendiamo un treno oggi, dopo anni. Sei seduto accanto a me, perso nell’I-Phone. Io e te somigliamo ad una carta geografica piegata più volte negli stessi punti, che alla lunga si è spezzata deviando il corso dei fiumi, separando territori un tempo confinanti. Dal finestrino di un treno il brutto non esiste, ridotto a macchie di quel grigio che i pittori faticano una vita a indovinare. Non sono triste e non sono felice. Se adesso penso per quale ragione non vorrei morire, non è né per l’amore andato né per i piaceri perduti, ma per il mistero delle cose che scopro in queste ore solitarie, e per quello mio profondo, al cui appuntamento sono a lungo mancata.

Ordinando l’armadio, ritrovo gli abiti dell’estate, lavati e riposti dopo il nostro ultimo viaggio. Ero triste, ma piena di speranza. Molte cose mi dicevano che forse esageravo la portata della pena, che dovevo avere pazienza, accettando il tuo passo zoppo come parte del viaggio, ma non mi sbagliavo. Fino alla fine, in quei luoghi dove gli amanti stanno legati e pieni di gratitudine, io camminavo indietro e tu davanti, e non ti sei voltato. Voglio spiegarti perché sei morto, dentro di me, piano. Debole, impulsivo, distratto, non hai mai saputo che in una scelta d’amore, anche nel meno non esiste diminuzione. Sei venuto ad offrirmi il calco vuoto di ciò che eravamo un tempo chiamando questo, a modo tuo, ancora amore. Ogni giorno però, pur tenendoti difronte io facevo un passo indietro, fino a quando non sei diventato piccolo. Certo, sei ancora qui presente, lo stesso di un tempo, ma altrettanto certamente sei morto. E tuttavia, come ai morti è riservato sempre uno struggente pensiero d’amore, ti devo adesso tenerezza e comprensione: per l’inciampo del tuo passo e per il buio dei tuoi abbagli.
Alla fine di ogni cosa, nel cratere degli amori resta una brace che volendo tiene, e che si chiama bene.

Aprile 2018

Senegal

Partenza
Il cervello è un faro che illumina senza tregua spiagge dove vado a cercare pace. L’aria che si sposta mi rinfaccia l’odore delle lenzuola ruminate nelle ore crude della notte. Avere fiducia nelle memorie del corpo, che ora un poco spengo; fiducia nella pazienza delle cose che mi aspettano a casa al rientro, e che da lontano mi guarderanno come gli occhi dei cavalli. Le paure che mi accarezzano sono a tende con l’orlo in fiamme. Eppure, non sapere cosa voglio da un viaggio mi riempie sempre di gratitudine.

Dakar
Cammino a testa bassa, trascinata dalla posizione eretta e da un senso naturale di ciò che è opportuno. La sola felicità di cui sono capace è un’ignoranza selvatica in cui amo egualmente ogni cosa. Il desiderio non si impiglia in niente e in nessuno, ma cresce al di là, privo di oggetto. La vita è un’immagine sfocata dalla necessità della sua urgenza: meglio evocarla in un’immagine corale fatta di tutto e del suo contrario. Scelgo questi luoghi per riconsiderare immenso il poco, per imparare pazienza e lentezza; per imparare soprattutto che restare lungo il fiume ad aspettare dà sempre più frutti che rincorrerlo a mani tese.

Ziguinchor
Sul pontile della nave per Ziguinchor, guardo un mare ceruleo e calmo. Penso al mio continuo congedarmi, a questa luce dentro che non illumina né a ritroso nella memoria né in avanti nel desiderio. Non restare è più durevole.
Sono qui e avrei molto da descrivere, ma sempre più spesso penso che niente si può raccontare, né da una distanza zero né da una lontananza siderale; e nemmeno nel mezzo, perché quello è il tempo inenarrabile dell’esserci.

Saint Louis
Per molte delle persone che osservo, il negozio consiste in un banchetto sul marciapiede, pieno di quisquilie le più disparate, simile ai mercatini che i bambini fanno nei quartieri, quando vogliono giocare a fare i grandi. Le donne vendono merci in strada, o restano nei villaggi ad accudire figli e capanne. Ridono spesso giocando tra loro; quando si rivolgono ad un uomo, parlano con un tono autoritario che non ammette repliche. In generale, le persone sono cordiali, ma se devono comunicare un divieto al viaggiatore, sono poco inclini al garbo. Hanno proibizioni che, a domandarne la ragione, neanche sanno spiegare, e tanta intransigenza un poco dispiace. Le foto che scatto sono il risultato di complicate trattative e spiegazioni. Qui nessuno vuole essere fotografato neppure da lontano. Così, per difendere anche il mio diritto ad un ricordo, a volte rubo e passo avanti.

Casamance
Imparo a declinare la cadenza lenta delle ore. Da casa mi chiedono che faccio qui tutto il giorno, se mi annoio. Ci sarebbe invece da viverli questi villaggi, per capire quanto succoso e sorprendente sia il niente da fare. Finito il lavoro, la gente resta all’ombra di un albero a guardare il fiume. Le donne hanno un’eleganza fiera e paziente, con qualcosa di impenetrabile che è di certi animali. Tutti si muovono lentamente, con fiducia nelle generose soluzioni offerte dalla vita. I villaggi sono popolati da giovani e da bambini. Pochi gli anziani, e sacri. Per l’occidentale che osserva questi Paesi col proprio metro, tutto appare miserrimo ed irreversibile. Ma questa gente, che ha sorrisi aperti ed un senso arcaico della comunità da noi perduto, sa vivere restando più in piedi di chi giudica. Di ogni viaggio, io aspetto sempre il preciso momento in cui divento nessuno: la gente mi guarda ma non mi vede. Non ci conosciamo e non ci rincontreremo, ed in questo è la forza del nostro sodalizio. Niente mi rassomiglia: solo in questo mi riconosco. Non avverto la mancanza di nessuno, non ho memoria, non ho più storia, in un’immagine finalmente ricomposta del mondo, come sempre vorrei che fosse.

Foto: miei scatti.