Di corsa

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Sulla griglia di partenza i ciclisti sembrano cavalli pronti allo sparo. C’è un gran fermento tra i gruppi; si parla in dialetto, chiamandosi coi soprannomi o con battute da circolo; soprattutto si tendono i muscoli perché chi guarda capisca con chi ha a che fare.
A dieci anni seguivo mio padre con la mia bicicletta gialla. Lungo salite estive in cui non passava nessuno, lui davanti mi guidava in silenzio. Ci fermavamo a salvare un calabrone capovolto o a cogliere ciliegie. Alla processione del paese, fermi lungo il ciglio, contavamo tra i piedi dei fedeli le formiche che passavano coi semi di grano sul dorso; fermi pure ai passaggi a livello, tra lucertole che riposavano, cicale che brillavano. Non come oggi, che si passa sotto le sbarre chiuse per raggiungere gli altri davanti. I miei compagni mi dicono “Non mettere mai il piede a terra”, di corsa sempre, così veloci che se una farfalla urta contro il casco muore col rumore di un sasso. Alla partenza, migliaia di ruote suonano come una pioggia a tratti spezzata da un applauso o da un nome chiamato tra la folla.
La bici da corsa è uno strumento delicato e potente che ti dice molto di chi la guida. Se vuoi capire di un ciclista che persona è ogni giorno, basta osservare come tiene le mani sul manubrio, come evita le buche, come affronta o subisce un sorpasso. La prima cosa che ho imparato io in bicicletta è che la discesa è più faticosa della salita. Se c’è vento devi pedalare come in pianura, se la discesa è ripida devi stringere i muscoli contro il telaio per contenere le vibrazioni, e chiuderti per limitare l’opposizione al vento; devi saper distinguere con prontezza l’ombra di una foglia da una buca, tenere i freni tirati, ma pure capire quando allentarli un poco. Mani e avambracci fanno male, ma se tieni il passo agile e il respiro regolare, se soprattutto capisci quando dare il colpo di reni, puoi affrontare qualsiasi pendenza. E così è pure nelle difficoltà della vita.
In bicicletta, e mai come durante una corsa, due tipi di ciclisti non mancano mai. Il primo è il ciclista fantasma, ovvero colui che ti raggiunge alle spalle e che, avendo finalmente agganciato un treno, non ti molla per chilometri. Non ti saluta, non ti guarda in faccia e non dice una parola, cosa particolarmente sgradevole soprattutto se lui è un signore e tu una signora. Ti accorgi dell’ectoplasma solo perché ogni tanto lo senti mollare il pedale o schioccare il cambio. Non sai assolutamente chi sia fino a quando, avendo fatto lavorare te in salita, si prende la rivincita in discesa. Quando ti sorpassa vedi finalmente di chi si tratta: il fantasma è un ciclista over 50 che sta sulla bicicletta come uno straccetto appeso di sguincio sulla gruccia. Lo vedi preso dal piglio di chi, non accettando gli anni che passano ti odia perché sei più giovane e più allenato, non ne parliamo poi se sei donna. Lo vedi davanti girarsi di continuo come un cane braccato, per vedere se lo stai raggiungendo. Accelera, si dà da fare sui pedali, poi eccolo trafelato al primo punto ristoro. Il secondo tipo, e il più ricorrente, è il cicloesaltato. Quando un cicloesaltato ti affianca ti parlerà subito di tutti quelli più allenati di te, mai di quelli più allenati di lui, vantandosi di prestazioni cui solo lui ha assistito, e di gare e volate cui solo lui ha preso parte. Se ha percorso 80 chilometri dirà di averne percorsi almeno 120, ignaro inoltre della differenza tra velocità massima e velocità media. Quando non ce la fa dice di essere fermo da mesi. Se aspetta un amico non è allenato abbastanza, perché se lo è dell’amico rimasto indietro se ne frega altamente. Quando ti affianca nel tentativo di superarti e non ci riesce perché ti avrà sottovalutato, non solo non ti saluta, ma si mette a fischiettare per dimostrare di non essere in sopraffiato. A questo genere di ciclista qualcuno dovrebbe suggerire di curare meno la carrozzeria e più la centralina. A tempo debito avrà coltivato, si spera per lui, amicizie, qualche talento, interessi vari e un buon carattere, che gli consentiranno di non restare solo nei giorni del tramonto, coi ricordi di vittorie che somigliavano più a trofei da sagra che a conquiste da podio.
Durante la gara conto decine di ciclisti maleducati e di donne brutte troppo simili agli uomini. Un tizio mi confessa di fare questa strada da dieci anni e di non essersi mai accorto del paesaggio intorno, sempre con gli occhi sull’asfalto e le gambe a motore. A me invece piace osservare le distese di grano e di papaveri, tra strade eleganti come serpenti. Solo nei tratti più duri ci ritroviamo in silenzio; si sentono solo respiri affaticati, i grilli, un tuono lontano. Chiusi i ventagli della baldoria, eccoci ciascuno con la propria fatica. “Stiamo in gruppo, diamoci il cambio, cerchiamo di arrivare insieme”: dei miei compagni non vedo più nessuno. Con me è rimasta la bicicletta come quando, da bambina, cavalcavo un ramo d’albero, certa che fosse il purosangue che mi avrebbe portata ovunque. Le mie ruote vanno veloci: una cavalletta è rimasta attaccata a un raggio per chilometri viva, senza impazzire. Da lontano vengono il profumo dell’erba, il tepore della terra bagnata dalla pioggia, il filo radioso di un aereo che sale. Nei tratti più violenti immagino mio padre che mi aspetta a braccia aperte in cima alla salita.
All’arrivo, una hostess mi dà un fiore finto e una medaglia. Poi mi perdo nella calca, tra centinaia di ciclisti sudati coi piatti di plastica in mano pieni di dolci e pasta. Tengo la bicicletta tra le gambe come il ramo d’albero di una volta. Qualcosa nei colori del paesaggio mi ricorda l’ironia severa di mio padre, che se avevo pedalato bene mi diceva che non avevo pedalato bene abbastanza. Persino l’aria mi fa un regalo: ha il profumo della casa di un tempo.

 

A Licusati – In omaggio ai piccoli borghi del Cilento

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Ci voleva questa giornata velata e incerta per allontanarmi dalla spiaggia che frequento da vent’anni, in un paese di cui conosco gente e strade come fosse un poco il mio: Marina di Camerota, tra le località balneari più rinomate del Cilento; mare cristallino, cibo tipico, ospitalità e percorsi naturalistici che hanno conservato intatto il rigoglio dell’entroterra mediterraneo.
Il Parco del Cilento non è solo mare. È una vasta area naturale protetta che comprende ottanta comuni, Patrimonio dell’UNESCO, dal 1997 anche Riserva della biosfera, e dal 2010 primo parco nazionale italiano a diventare Geoparco. Lascio quindi il lido e salgo verso Licusati, borgo di origine medievale il cui nome pare indicare l’antica divisione territoriale che sussisteva tra “li monaci“, i celibi, e “li accasati“, coloro che contraevano matrimonio. Licusati è una frazione di Camerota, distante circa otto chilometri dal mare. Chi viene qui è di solito il turista straniero, in coppia o con amici, ma anche il viaggiatore italiano che non ama la confusione e che non ha voglia di scendere ogni giorno in spiaggia, preferendo il lieto niente da fare offerto da un borgo nascosto tra i tipici ulivi pisciottani. Licusati è un paese senza tacchi e senza trucco. Qui non si viene a visitare qualcosa di preciso, non è nemmeno un paese che si incontra andando da una destinazione più nota all’altra. È un paese che appartiene al circuito dell’intenzione lenta, cui si presta il camminatore votato alla deriva psicogeografica suggerita da Guy Debord: “Per fare una deriva, andate in giro a piedi senza meta od orario. Scegliete man mano il percorso non in base a ciò che sapete, ma in base a ciò che vedete intorno. Dovete essere straniati e guardare ogni cosa come se fosse la prima volta”.
Raggiungendo Licusati, il turista affetto da isteria vacanziera resterà spiazzato. Qui ci sono poche distrazioni, mancano soprattutto le paralisi global che hanno fatto di troppi centri luoghi atopici. Licusati è un frutto spontaneo che si mangia con le mani e senza togliere la buccia. Qui passato e presente si vivono accanto senza giaculatorie e senza rimpianti. Il vecchio si tiene e si rispetta, il nuovo si fa. Tra le sue strade e nelle campagne, la pace e il vuoto respirano l’orizzonte vasto del mare vicino. Il vuoto allora si consola e diventa ottimista, diversamente da quanto accade ai paesi che vanno scomparendo perché senza popolo, con troppa memoria e poche speranze. A Licusati non ci si annoia e non ci si sconforta. Le mete balneari vicine danno lavoro a molti, e dove non arriva il mare interviene la terra coi suoi uliveti e i suoi prodotti tipici. Si sta bene in compagnia del cielo chiaro e di passi calmi, e il clima lascia vivere meglio chi non ha voluto trasferirsi altrove. In strada passano molte Ape Piaggio che trasportano bombole del gas e materiale per lavori manuali. Visito la Chiesa di S. Marco, poi entro nel ventre del paese. A Licusati c’è da vedere: tra le altre cose, i ruderi del Castello di Montelmo e il Cenobio italo-greco di S. Pietro, l’attuale cimitero, che fu per un periodo anche monastero augustiniano dei Premostratensi. Salutate le vestigie storiche, inizio un viaggio diverso. Incontro così i muri delle botteghe spente, l’insegna di un negozio che sta lì da cinquant’anni, la posa degli abitanti fuori al circolo, la misura dell’eco di un mezzo che passa, la cui durata dice sempre molto di un posto e di chi ci abita. In paesi come Licusati mi piace soprattutto il fatto che sono le ombre che cambiano a comandare il momento del pranzo, di un incontro o di uno spostamento. E mi piacciono pure i vecchi seduti dall’alba davanti al bar. Di fatto non si capisce bene cosa fissano. Eppure, osservandoli capisco che solo in questo modo sono veramente felici. La vita per loro è un raccolto che dà sempre qualche frutto. Ogni giorno prendono una sedia e stanno all’aria aperta, censori impeccabili delle persone che prima c’erano e poi non ci sono più, dello straccio al balcone prima bagnato poi asciutto, di uno che prima stava da solo e adesso è in compagnia.
Le case in pietra di Licusati hanno balconi di ferro battuto, con piante grasse che colano rigogliose oltre le ringhiere. I vasi di gerani vincono senza gara sui rossi e i verdi delle bandiere dell’Italia appese ovunque in onore degli europei. Nonni, madre e bambini siedono in strada a ripassare i compiti o a scherzare, con quella fiducia nell’ora presente che mi ricorda certi viaggi in Sud America, all’Havana per esempio, o a Caracas. Come lì, fregi, portoni, colonnati, scale e terrecotte struggono coi loro sapori di zucchero grezzo, di carne calda e di vento battente. Si sente il mare tra gli ulivi, mentre la luce che intarsia case e strade va salvandole in una delicatezza di trina. Nelle abitazioni abbandonate, le finestre sono palpebre che anche chiuse vegliano. Accanto a queste, le anziane vestite di nero siedono in silenzio sulle scale di casa. Riconoscono subito chi non è del posto, dagli gli abiti della città e il passo di chi non è abituato alla lentezza. Da queste parti gli accadimenti sono aghi senza cruna e ganci senza presa. Il niente da fare, cancro per chi vive in città, qui è la cura.
Pantaleo Tarallo è un giovane scultore del posto. Lo conosco per caso chiedendogli dove andare, e così, nascosto tra le case del centro storico, mi mostra il suo “trappeto a sangue all’uso genovese”, un frantoio risalente alla fine del ‘700, tra i pochi rimasti dei 32 presenti in passato a Licusati. Pantaleo lo sta ristrutturando per restituire alla comunità e ai turisti un capitolo di storia locale, che anche così diroccato vale un museo della civiltà contadina. Salendo ancora lungo i vicoli, incontro Palazzo Crocco (1550), splendida dimora gentilizia in parte trasformata in Bed and Breakfast dalle eredi Elena e Pina, signore riservate e generose che hanno preservato struttura e arredi originali dell’epoca, creando una formula di accoglienza che abbina l’ospitalità storica di lusso ai pregi del paese tipico: umiltà, genuinità dell’accoglienza, rispetto delle tradizioni e curiosità del nuovo. Tra l’altro, il palazzo offre la possibilità di visitare una pregevole collezione di porcellane antiche, e una libreria storica che annovera testi cinquecenteschi di Cicerone, Tito Livio, Seneca e Orazio. Gli amici venuti con me a Licusati, che all’arrivo avevano detto che qui non c’era niente da fare e che la nostra gita era solo una giornata di mare persa, hanno cambiato idea. Adesso anche loro non vogliono più scendere in spiaggia. Il grigio del cielo si è mantenuto calmo, dietro squarci che ricordano a tratti la pacata inumanità delle foto di Ghirri. Nei vicoli di Licusati si sta freschi e non c’è confusione, il cibo è ottimo e costa meno che a Marina. Non c’è passo che non raccolga una storia da cui trarre una foto saporita o una considerazione importante. La mia considerazione a Licusati è stata la seguente: in luoghi come questo bisognerebbe combattere pretese e miserie della compiutezza, esonerando azioni e parole dall’ambizione dell’approdo. Il cammino deve accompagnare alla scoperta di quello che non si vede per eccesso di presenza. Più che le forme piene, deve descrivere gli spazi vuoti, considerando l’intervallo come evento concreto. Solo allora si saluta la propria casa e il viaggio verso la bellezza pacificante dell’essenziale ha veramente inizio. A Licusati, per questo viaggio si può andare.

 

Nel bel tempo

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Dall’erba arsa nei campi viene un incenso che invita ad andare, e io vado. Chi mi vede in giro pensa che una pittrice sia in fondo una sfaccendata. Io dico invece che mi occupo della bella stagione a tempo pieno, e che pure in seguito a riflessioni più attente proprio non vedo di cos’altro dovrei occuparmi.
Il buon tempo dura poco. È dunque bene lasciare ogni impegno, per dedicarsi agli spazi aperti e ai loro insegnamenti.
La vita comincia presto. Iniziano gli uccelli alle 5; il loro linguaggio resta sconosciuto, ma qui arriva un cieco invito alla speranza, e tanto basta. Alle 8 la gente corre in strada, il sole si alza, la stagione si fa furibonda e lieta. Vedo l’erba nuova, gli alberi sfumati all’orizzonte dal maestrale, la vocazione del paese a una disarmonia che rassicura. Piccole cose attirano la mia attenzione: una chiocciola dorme sullo schienale della panchina, quasi si confonde col decoro del cemento. Più in là, un insetto posato al caldo dispiega ali in cui è scritta la mistica musicale dell’universo. Eppure basta così poco per eliminare chiocciola ed insetto, per distrazione o per crudeltà, mentre loro si fidavano, memori di un patto antico con l’unità del tutto.
Il mio paese è cambiato negli anni. Chi ha fatto soldi ha costruito recinzioni intorno a prati su cui ci si stendeva a guardare i papaveri. Dove prima c’erano fichi e gelsi, vedo palazzi in cui la gente entra ed esce di fretta fingendo di non vedersi, e così passano la vita, senza conoscersi. Ma non sono diversa da loro: le persone che incontro aspettano un saluto, ma passo avanti, nella meschina contentezza di chi trova soldi per terra che non divide con nessuno.
Il suono del vento viene a ricordarmi i miliardi di morti dall’inizio dei tempi, il mistero di civiltà scomparse, la striscia sottile di terra nei dipinti fiamminghi, che riassume così onestamente la natura delle cose e degli uomini. E di nuovo la sorpresa sempreverde di essere al mondo.
Osservando le persone che camminano per strada, capisco che durante la vita si cercano molte strade per non cadere: c’è chi parla poco, chi ride troppo, chi controlla cento volte se ha chiuso la porta prima di uscire, chi riassetta per ore una casa in ordine, e non c’è in questo niente di male. Dove la natura è stata severa, fanno così anche gli animali e le piante che per sopravvivere si adattano agli anfratti tra le rocce, alle sabbie dei deserti, al buio degli oceani, in bilico sui dirupi. Solo la tenerezza salva. Il valore pervade il creato, gli dà calore e una gentile potenza di senso, più durevole di ogni miseria. Guardando i germogli, dimentico volentieri un torto subito. Mio è solo ciò che non mi appartiene: l’aria spostata dagli uccelli, una traccia di gesso sul muro, una parola senza messaggio. Di nuovo ogni cosa è come ieri, e per la prima volta.

Vado in un prato dove pascolano le capre. Una volta distesa, vedo sui rami fiori e germogli mossi dal vento. Gioisco della natura, della sua quiete, della sua maestà violenta e della sua insensatezza, che mi saziano più di qualsiasi risposta.
Vivono poco i ciliegi fioriti, perciò decido di fare degli appostamenti, scrivendo dove si trovano e quanti sono. Nell’appostamento di S. Felice c’è un prato con 14 ciliegi disposti in 2 file da 7. Nella postazione successiva ce ne sono 52. Nell’appostamento di Via Madonnella c’era un boschetto di noccioli con un solo ciliegio al centro. Vado a vedere se è già fiorito, ma scopro che il campo è stato recintato e il ciliegio reciso. L’anno scorso venivo qui ogni pomeriggio. Mi stendevo ai suoi piedi e riposavo. Una lucertola forse aveva imparato a riconoscermi, perché restava accanto alla mia mano senza scappare. Il vento mi portava sul viso i petali dei fiori, e la mia gioia diventava disumana. Al tramonto ritrovavo una ad una le cose amate, le persone perdute, la prodigiosa intelligenza dell’inintelligibile. Restavo fino a sera a guardare il ciliegio in mezzo al prato posare una lunga ombra di uomo.
Indosso scarpe basse, il viso senza trucco. Niente mi rassomiglia, e in questo mi riconosco. Passeggiando per le strade mi accorgo che la gente non fa niente di speciale. Dopo pranzo, molti restano in casa a riposare, due anziani vanno a passeggio, una donna lancia un pallone a sua figlia, un uomo scava buche per le piante. Nelle misteriose necessità della vita tutto si equivale. Molti sono morti nel modo più atroce, capolavori sono stati creati e nessuno li ha mai visti. Una belva ha abbandonato il figlio imperfetto, le vespe che mi preoccupavano sbattevano le ali solo per rinfrescare l’aria intorno al loro nido. Ma il mandorlo oggi è sbocciato a prescindere. Nessuno si curerà di me, e niente mi sarà inutile.

Oltre il muro che cinge la piazza c’è un orto. Fermo in piedi, il proprietario è circondato dal rigoglio di piante dai fusti alti come ragazzi. È evidente che questi esseri si scambiano informazioni sullo straniero venuto a controllarli, con qualche riserva che non nascondono, nella grazia severa del loro stare. Il contadino però non si accorge di nulla, coglie solo la bellezza, stupito dal ritorno di amici perduti.
Verso quest’ora viene a sedersi accanto a me una donna. In paese dicono che è impazzita da quando il marito l’ha lasciata per un’altra. Ma io non credo a questa storia. A me Matilde sembra solo una che non è stata capita, che nessuno ha raccolto e che se ne va in giro per non morire da sola. Trascina un vecchio trolley pieno di buste e pacchi, e trascorre la giornata seduta dove capita. Fuma, sospira, poi si alza e riprende il cammino. Quando ci incontriamo teniamo conversazioni tranquille, restituendoci il dovere di ore leggere. Le sue disgrazie le tace e fa bene, perché certi dolori solo così restano solenni e dignitosi sempre.
Resto ancora seduta a guardare come cambiano le ore, il paesaggio, la gente. Guardo i bruni del terreno, a cui i colori delle case vogliono somigliare per sentirsi più amate dagli uomini. Non esiste peccato più stupido per un pittore che tornare a casa e mettersi a dipingere il paesaggio. Solo lontano dal dettato delle forme le opere rivelano la storia misteriosa delle cose. Certi momenti vanno vissuti in prima persona e senza testimoni. Bisogna sentire il dolore della bellezza nemica di ogni racconto, ritrovando una a una le cose che mai si potranno dire.

Nel mio quartiere, dalle 14 alle 16 si respira l’atmosfera sgombra che c’era forse nel Pleistocene. Ogni cosa che osservo è una parola buona come aria, paese e pane.
So poco di questa esistenza. Apprendo di distanze di trilioni di anni luce e di processi lunghi miliardi di anni. Mi chiedo allora perché preoccuparmi della mia ignoranza che, proprio come l’Universo, accoglie ogni cosa generosamente. Nessun tempo mi spetta se non quello presente. Devo ringraziare la natura e i suoi discorsi maestosi, fatti soprattutto di cose che non comprendo. Se penso dove ho cercato la felicità, mi accorgo del tempo sprecato. Bastava così poco: spostare un quadro in casa, guarire da un malanno, ritirare il bucato asciutto, ricambiare il saluto gentile che i turisti porgono incontrandoti in un Paese straniero. Bastava l’acciottolio dei piatti nei vicoli del paese o il solletico delicato di un insetto, per il quale il mio corpo era solo un pezzo di strada tra il cespuglio e la pietra. Non bisognerebbe lamentarsi del bel tempo che non finisce, delle giornate uguali, delle stesse strade percorse. Non bisognerebbe pensare di aver sprecato le ore, nell’inutile rammarico che non ci sarebbe costato nulla spenderle meglio. Anche il tempo vuole starsene leggero, lasciando spazio al desiderio interrotto e all’incontro mancato. È nell’orma delle ore vuote che mi accorgo di essere stata felice, perché nell’ordinario c’è tutto quello che mi serve, e davvero in questo non c’è niente di ordinario.

Foto: Enzo Rea De Falco

Due?

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Perciò dobbiamo incontrarci da lontano, tu lì io qui, lasciando solo socchiusa la porta degli oceani, e la preghiera, e quel bianco nutrimento che è la disperazione.
(E. Dickinson)

1.Da ragazza pensavo all’amore come a un vento d’alta quota, ma l’aria fine alla lunga stanca. Ciò che resta è la banalità delle cose, affidabile come il muro sotto l’intonaco, la lana dietro il ricamo. All’inizio l’amore solleva burrasche che non cercano ripari, ma poi lui per primo si stanca. All’amore piacciono le tinte neutre, altro che rossi caravaggeschi. Cerca le luci calme del tardo mattino, non i raggi di un tramonto tropicale. Ti vende case di lusso e destinazioni da sogno, poi però il viaggio lo fa nel raggio di pochi metri. La pigrizia dell’amore chiama fedeltà la sciatteria benevola di un’abitudine, chiudendo gli occhi alla varietà del mondo. Ora tu dici: “Ma io la varietà del mondo l’ho trovata in noi”. Non avrai mai allora neanche sospettato quanto grande è la varietà del mondo. Se sono infelice è perché vorrei conoscere le cose che hanno smesso di conoscere noi, offese dalla misura breve del nostro abbraccio. Eccoci nella calma di quest’ora raccolta, al riparo in una casa graziosa, di quelle di cui gli uragani si fanno beffe.

2. Seduta di fronte a te che dormi, ti fisso a lungo e non ti riconosco.
Chi dà prima o poi chiede; pure chi non chiede col suo non chiedere domanda. Eruzioni a freddo ed emozioni al ribasso le nostre. Mi sfinisco tra abitudini in fila come denti digrignati in una notte di guerra. Rivesti di parole cose che hanno rifiutato da tempo ogni commento, mentre aspetto una parola onesta del suo splendore insignificante. Più che la passione aspetto la stanchezza; più che un momento di pace, cerco la depravazione dell’abbandono. La mia gioia non ha nomi di persone, ma capienza di strade vuote. Tu sei una strada larga che vuole essere battuta a falcata piena. Io invece cammino lenta e mi stanco presto. Per stare insieme bisogna affidarsi. Io invece resto impietrita, in piedi al buio. Non mi fido, non mi lascio cadere, non ci ho mai nemmeno provato. Nel viaggio insieme porto anche la mia solitudine, muta e lieve come affonda una nave.

Eliana – Intervista sui colori dell’anima

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ELIANA – INTERVISTA SUI COLORI DELL’ANIMA, è il titolo del libro scritto dal giornalista Franco Genzale, edito da D’Agostino Editore;  un’intervista a tutto campo che, partendo dai primi anni dell’infanzia, spazia in maniera originale, schietta e profonda su tutti gli aspetti della mia vita: dalla dimensione pubblica e privata a questioni più intimamente artistiche e creative. Un’operazione editoriale che mi trova imbarazzata per la messa a nudo cui mi sono prestata, ma anche emozionata e sorpresa per il risultato di pubblico finora ottenuto.
Il libro, introdotto da una prefazione di Franco Arminio, è corredato da un’appendice di ottanta immagini a colori, che documentano il mio percorso umano e la mia ricerca pittorica dagli inizi, nel 1995, ad oggi.

Gli amici, i collezionisti e tutti coloro che fossero interessati ad acquistarlo, possono ordinarlo al prezzo di 12,00 euro incluse le spese di spedizione, contattandomi all’indirizzo mail elianapetrizzi@tiscali.it

In accordo con autore ed editore, il ricavato verrà devoluto all’Associazione Italiana per la Lotta alla Sclerosi Laterale Amiotrofica.

Grazie a tutti voi

 

Della morte

La signora Gemma era appena stata dal parrucchiere. Una bambina di nove anni indossava l’abito della prima comunione, Antonio il doppio petto di una domenica riuscita. Di certo, nessuna di queste persone nel momento in cui  è stata scattata la foto aveva la minima idea di dover morire. Non ce l’aveva nemmeno Lidia, una ragazza morta a vent’anni in un incidente stradale. Aveva caricato su Facebook un video che la ritraeva in una camera d’albergo, felice di essere arrivata a Roma in gita con la famiglia. Seduta sul letto, salutava gli amici, raccontava quello che avrebbe fatto nel pomeriggio, sorrideva e guardava sempre in alto o di lato, come le spose nelle foto. E invece, dopo poco eccola carambolare come un pupazzo sull’asfalto. Ho ripensato alla sua camera, agli abiti che l’aspettavano, come l’aspettavano le scarpe, le penne, le spazzole, la borsa della palestra. Dopo una morte si informano parenti ed amici, ma nessuno avvisa mai le cose della scomparsa di chi le viveva.
Quando mio padre era malato, pur sapendo di trovare un corpo sconfitto dalla malattia, mi ritrovavo sorpresa ogni volta dall’allegria di essere ancora vivi, dove tutto ha ancora un corpo, un nome e una possibilità d’incontro. Ci sono cancellature che lasciano lèggere sempre un poco le parole negate. La morte no, nemmeno alzando il foglio contro luce è possibile ritrovarle.
Il corpo è dimora inagibile, maceria da cui evacuare, assegnamento in comodato d’uso. Nella sua incoscienza, la vita ci segue nel bene e nel male; ci spostiamo con lei in ogni luogo della mente e dello spazio. A volte litighiamo, ma non penseremmo mai seriamente di abbandonarla.
Quando la morte entra nella vita non è un vento che passa, un tanfo che esce, un rombo che smette. Al centro dei giorni si cambia il mobilio, si puliscono le lenzuola, si ripongono i panni del cadavere, si spazza dove l’occhio non vede, ma il ristagno non si cura. Basta però fare un passo oltre per capire che due cose distinte non sono separate, e che niente di più lontano dal buio descrive la scomparsa di chi abbiamo perduto. Tutto nasce a suo tempo e senza sforzo. E ben venga il dolore, perché solo dopo la devastazione le giornate si riempiono di un vento che trasforma la forma dei cieli, lo sguardo degli animali, le chiome degli alberi, le mani degli uomini.

 

Kitsch beach/reloaded

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Lo ammetto: è colpa mia se scelgo ogni anno spiagge in cui l’unica bellezza è la straordinaria varietà del brutto. E’ uno spettacolo che non cessa di stupire, e che ignora migliorie.
La baia in cui mi trovo è tra le più belle della zona. Come in molti luoghi d’Italia, però, l’importante è guardare avanti. Se ti volti, ecco infatti albergoni sconclusionati, baracche e depositi, nella sciatteria tipica di abusi e condoni. Qui conta solo la salute, che si cura all’aria aperta dove, soprattutto se le cose non funzionano, l’immagine che si riceve somiglia di più al passo zoppo della vita. Al Sud c’è una merce che si vende da sola, e che perciò non serve migliorare. Il Sud è un frutto che si mangia con le mani senza togliere la buccia. I turisti si lamenteranno ogni volta di qualcosa, poi guarderanno il paesaggio e gli passerà.
Chi gestisce il turismo da queste parti è l’abitante del posto che, disponendo di locali di proprietà, ne ha fatto abitazioni per turisti, bar e ristoranti, senza però aver maturato nel tempo né spirito imprenditoriale né alcuna forma di cortesia. Questi paesi devono ringraziare la bellezza del paesaggio e soprattutto del mare, se il turista di anno in anno torna incurante delle molte cose che non cambiano, se non in peggio.
Tre ore di traffico per arrivare in spiaggia. Già stanca a prima mattina cerco di dormire, ma l’impresa è impossibile. All’equatore dello sgomento una cosa è chiara: l’uomo inizia dove la folla finisce. La vicinanza tra estranei scatena disagi profondi, a volte progetti esecrabili.
La cosa che meglio mi riesce è l’esercizio di una disumanità  cui gli altri contribuiscono rivelandosi puntualmente per quello che sono. Per vivere vacanze serene basta di fatto seguire poche regole di sana asocialità, come chiudere i varchi tra il proprio ombrellone e i lettini con borse e tutto quanto serve ad impedire a mamme e bambini di infilarvisi di continuo come blatte.
Quando Noemi è venuta qui la prima volta aveva cinque anni. Oggi, a diciassette, è una ragazza over size che qualcuno l’anno scorso ebbe l’idea di presentarmi. Mi saluta con una stretta di mano più sciatta del suo smalto scrostato, sfarfallando occhi di un verde senza speranza. A caccia sul bagnasciuga, decotti rancidi di maschio lanciano segnali che non accenderebbero nemmeno una ninfomane. Perché questi uomini? Una domanda che presuppone fondamenti speculativi, ma la natura, si sa, non è niente di tutto questo.
Casalinghe rapite da letture di bassa cilindrata, adolescenti con depilazioni integrali modello Bikini Hollywood, discussioni estenuanti su smalti per unghie e custodie per cellulari: mi chiedo quale insulto ipossico abbia causato potature cerebrali così diffuse. Ecco la starlette della spiaggia. Chiedendo al bar, scopro che viene su questo lido da vent’anni, e nulla è cambiato: ridicola era e ridicola resta. I capelli avvolti in un panno da cui non esce una ciocca, bikini risicatissimi con perizona sgambati anni ’80, sempre coperta da un pareo che toglie solo in mare, quando l’acqua le arriva oltre la vita. Attenzione: a quarant’anni suonati in acqua entra con una tavoletta di plastica rossa, di quelle che usano gli adulti per imparare a nuotare. Ma lei non sa nuotare e non ha mai imparato nemmeno a stare a galla; la tavoletta le serve per giocare in acqua da sola, tra gli sguardi divertiti e sgomenti di adulti e bambini. Poi, primati uscire, si riavvolge nel suo pareo e va a stendersi sul lettino dove, almeno lì, si libera dalle bardature, mostrando più che un corpo un assemblaggio riuscito male: busto rachitico da bambola su cosce e culo da centauro.
Più avanti,  una famiglia con stereo a palla durante l’ora del riposo, sguaia conversazioni con costante ricorso alle zone genitali di sorelle e madri dell’interlocutore. Tra i precetti zen, quello di “mirare direttamente al cuore delle persone”: direi il modo più efficace per eliminarne molte.
A riva, nel branco di famiglie dell’hinterland ad abbondare sono soprattutto carestie di educazione, di grazia e di buon gusto. Non aggiungo altro, per non ferire il campanilismo di certi filantropi.
Passeggiata al lungomare: fino a cento anni fa, la più umile delle lavandaie vestiva abiti di una qualità e di una finezza da ritrovarli poi nei Musei del Costume. Oggi, chiunque indossa vestiti che nei musei di domani non troveremmo nemmeno nei cassonetti dell’indifferenziato all’ingresso. Individui del genere adorano il brutto, e il brutto sentitamente ricambia.
A fine giornata, sulla spiaggia scorrono i titoli di coda. Portati a riva dalle onde, in ordine di apparizione: un sacchetto nero, un Tampax, una medusa morta, una scorza d’anguria, l’asta di una scopa.
Mi faccio altre tre ore di traffico per arrivare a casa. Solo quando supero l’uscita mi sento salva, seppellita da una risata.