Nel cassetto

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Nel cassetto della cristalliera trovo le agendine che conservo da anni. Le tengo una accanto all’altra, insieme al calco nel DAS della mia mano a otto anni, al certificato di Laurea e alla copia aggiornata del mio testamento. La mia mano oggi è più lunga e il mio corpo è cresciuto; in nessun modo potrei tornare dentro mia madre.

8 aprile 2007: ho preso un tè da Annamaria e ho pagato la bolletta dell’Enel. Con Annamaria non avevamo mai molto da dire, ma mi piaceva la grazia salvifica della sua gentilezza: come camminava con la teiera in mano, il modo in cui la posava versando il tè in tazze piccole. Il tè durava poco, ma la cura che ci metteva era un atto d’amore per noi due e per quei pochi minuti insieme. Anche quando toglieva il filtro usava un gesto gentile, come a chiedergli scusa.
14 novembre 2002, ore 17,09, scirocco. Me lo ricordo bene quel giorno: nei grigi del paesaggio e in certe luci aperte all’improvviso, ho visto la bellezza struggente che ha forse l’ultimo giorno della vita. Continua a leggere

Raptus

mortadellaCi sono ore in cui nulla accade. Chiamo qualcuno, ma nessuno risponde. Chiusi i negozi, immobili i quartieri, niente e nessuno in giro, solo un vecchio a spasso su un pony non più grande di un cane, lungo alberi dal tronco stecchito e le chiome a forma di palline di gelato. Soluzione: andare al centro commerciale. A me piace fare la spesa, soprattutto se non mi serve niente. Relazioni, progetti, ideali ed ambizioni si basano su utopie, proiezioni, mistificazioni, capaci di creare infine poco più che ectoplasmi. Che ci piaccia o no, l’unica prova inconfutabile della nostra esistenza sono le cose: ciò che mangiamo, che indossiamo e che adoperiamo; le cose che, venendo a mancare, ci ricordano che siamo stati vivi e che lo siamo ancora, e che per questo abbiamo di nuovo bisogno di bere, di mangiare, di coprirci, in sostanza di acquistare.
Passeggio lentamente tra i reparti, leggo le offerte e ne faccio scorte in vista della catastrofe che puntualmente non accade. La luce è chiara, la temperatura perfetta, il volume della filodiffusione è al minimo. Come superstiti in un Giardino delle Delizie postatomico, esseri umani e creature mostruose vanno benedetti da una malinconica bellezza.
Al supermercato sono felice perché c’è tutto. Le merci mi guardano e mi dicono: ‘Va tutto bene Eli, siamo qui, non sei sola.’ Se entrassi nuda, affamata e in cattiva salute, ne uscirei curata da capo a piedi. C’è infatti pure la farmacia, e un reparto libri in cui vendono manuali su come imparare a volersi bene. Se fuori c’è un temporale, da qui non si sentono né la pioggia né i tuoni. Se esplodesse un’auto o crollasse un palazzo, non si sentirebbe niente lo stesso. Vago rapita, dimenticando le poche cose che veramente mi servono. Alle casse vedo un manifesto che annuncia la prossima festa in un locale nei paraggi. L’ospite d’onore sarà un altro tronista ebete di Maria De Filippi. Ma me ne infischio, di lui e della festa, perché ho appena adocchiato la gioia suprema. Sono passati quasi trent’ anni dall’ultima volta che è successo, da ragazzina nei banchi di scuola. Nel reparto del pane sono arrivati i panini caldi. Scelgo l’unico adatto allo scopo; si chiama Rosetta per via di cinque bozze sulla parte superiore, che somigliano ai petali di un fiore. La crosta è sottile e fragrante. Dentro, mollica quanto basta. Di fronte nel piano salumi, in offerta a soli settanta centesimi c’è una porzione di mortadella per single, di quella rosa, sottile, quasi trasparente, con piccole macchie di grasso e pistacchi galleggianti come ninfee. Rosetta e mortadella si guardano, si riconoscono e si amano. Alla cassa ci sono solo tre clienti, mi sbrigo presto. Abito difronte al centro commerciale. È un attimo. Salgo le scale, chiudo la porta, e peggio che in un film porno – senza messe in scena né preliminari – il panino con la mortadella è già tra le mie mani e sotto i denti, tiepido e sacrosanto.
Hai voglia a girarci intorno: eccelsa e onesta è la felicità che viene dalle cose semplici, e da nient’altro.

 

Paesino solitario

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Solo d’estate e per pochi giorni, carovane di gitanti popolano i paesi più remoti d’Italia; paesi vuoti arroccati su costoni rocciosi e borghi medievali che se ne stanno come coni di sassi in cima a montagne distanti dal mondo. Gli abitanti di quel paese ammirano stupiti l’arrivo di tanta gente, come fosse un’aurora boreale o uno sciame di comete. Poi, l’unico bar o ristorante del posto non è attrezzato a ricevere flussi, e la carovana si sposta altrove. Quando la festa finisce ciascuno torna nelle proprie città e i paesi si riprendono il silenzio ultraterreno che li abita, simile a quello che segue un terremoto.
Quando erano vivi i miei nonni, il grano era per il pane, le bestie erano per il lavoro e per la carne, la terra era per il frutto e l’albero per il fuoco.  Erano la fatica e la pazienza, il valore del poco e la fiducia nella vita ad aiutare i miracoli. Al buio, finito il lavoro, le case si stringevano nell’umido di sentieri dove non passava più nessuno. Nei volti della gente restava allora la certezza di essere nudi al mondo, ma insieme: l’asino attraversava la cucina, gli otri di terracotta borbottavano sulla pietra, i racconti tramavano nell’aureola delle candele, con vecchi e piccoli in cerchio nelle stalle.
I contadini di quei tempi oggi stanno meglio e rimpianti non ne hanno. D’altra parte, è facile avere nostalgia di un tempo in cui non c’eravamo. Tutto quello che durante certe feste si cerca di fare per tornare indietro è solo museo e folclore; una brace ben allestita, ma senza calore. Certo, ogni realtà è diversa, ma io parlo di ciò che ho visto e che un poco ho conosciuto.
Siedo da sola nella piazza di un paese di 200 abitanti scarsi. Davanti a me si stende una collina arcaica e schiva; sotto, il fondovalle rigato dall’alveo di un fiume secco. Da lontano vengono lo scampanio delle mucche e il fischio dei nibbi in volo planare. Ci sono tre anziani seduti sulle scale della Pro Loco chiusa, che parlano delle olive, del prezzo del vino e male di Renzi. Il paese è deserto. Ho salutato persone anziane che cercano di sorridere un poco, ma poi dicono solo di malattie, di loculi prenotati al cimitero, di morti recenti, di cose che non vogliono dividere con nessuno e di badanti che non accettano. Dei pochi giovani rimasti, alcuni se ne stanno sfaccendati coi i piedi posati sulle sedie dei bar, aperti come quelli dei cadaveri. Molti sono nati solo per morire senza vita accanto a una madre vedova, vecchia da sempre. Altri sono andati via da anni. Chi è rimasto ha messo su famiglia, ma è durissima.
L’Italia ha più paesi che città. Molti di questi sono vecchi di secoli, e troppe cose intanto sono cambiate. Per rianimare questi luoghi ci vorrebbero miliardi di euro che lo Stato non possiede nemmeno per curare le cose che non funzionano laddove la gente ha deciso di trasferirsi quando questi paesi ha dovuto lasciarli. La lista delle cose che si potrebbero fare è lunga e risaputa, quella delle cose fattibili o che si faranno è molto corta, così tutto va in malora, in balia di nostalgie inutili. In troppi paesi mancano infrastrutture, ospedale, pronto soccorso, scuole. Le risorse presenti vengono sfruttate dalle multinazionali straniere, a discapito dei lavoratori locali e soprattutto dell’ambiente, unico patrimonio – oltre alle culture tradizionali autoctone – su cui avrebbe senso investire da queste parti. Alla fine però, mancando tutto il resto, ha poco senso parlare di sogni e di progetti. La realtà è una parete di roccia che se non sei bravo a schivarla ti ci schianti.
A me in questi borghi piace venire da sola in un giorno qualunque, quando i parenti e i curiosi sono andati via, quando restano solo pietre nude e vecchi che non hanno voglia di parlare con nessuno. Mi piace stare nel silenzio di una vita che vive di poco sangue, nella pace atea di chi ha capito che speranza e illusione sono sorelle carnali. Qui una donna mi dice che a 48 anni è vecchia, la gente passa ore fuori le scale a fissare i muri, i giovani se ne vanno presto, e quando tornano nel loro dialetto sanno dire solo i soprannomi e qualche bestemmia. Superata una forra tra muri, in un recinto di scarsi dieci metri quadri due ragazzini giocano a pallone ascoltando la radio e cantando a squarciagola Ligabue, mentre la sorellina in costume da bagno fissa seduta la montagna di fronte. Due mosche si accoppiano su un corrimano. La piuma di un piccione impigliata tra le sbarre della ringhiera si muove piano al vento.
All’improvviso mi volto per uno suono curioso. È arrivato un vecchio, si è seduto davanti a me e con un’abilità da ventriloquo ha iniziato a imitare il verso di molti uccelli tropicali. Ce l’ha con me, è chiaro. Io mi guardo intorno e faccio finta di non aver capito, credendo che davvero ci sia un’ara sul balcone nei paraggi. Lui allora continua, sempre più forte. Gli vengono gli occhi giovani. Oggi è felice, e pure io.

 

Il terremoto

apice (5)

Il 23 novembre del 1980 stavo lavando la mia bambola nel lavandino del bagno. È andata via la corrente e ho sentito salire dai piedi un calore intenso. Poi non ricordo più niente, tranne mia madre che teneva me e mia sorella strette dietro la porta aperta dell’ingresso, e che a bassa voce ripeteva: “Pregate, bambine, pregate”. Il lampadario del corridoio oscillava come una mannaia, mentre gli oggetti cadevano a pezzi dalla credenza del salotto. Pensavo a mio padre, a come stava soffrendo, lui che non voleva si toccasse mai niente e che si arrabbiava per giorni se un oggetto veniva spostato anche di un solo millimetro dalla sua posizione. Dei giorni successivi ho un ricordo tutto sommato piacevole, come capita ai bambini che vivono una situazione nuova. Per qualche tempo ho dormito con la famiglia in una vecchia cinquecento, in aperta campagna. Era meraviglioso di notte il profumo della terra aperta. Certe foschie verdi di primo mattino mi facevano sentire più grande, senza muri intorno, né le solite abitudini prima di andare a scuola. La colazione era una patata cotta sotto la cenere del fuoco da un vecchio rimasto solo. E poi le corse, i dispetti e una libertà estiva nel cuore dell’inverno.
Quando oggi sento una piccola scossa non ho paura; resto immobile e aspetto. In quei pochi secondi penso a cosa prendere di indispensabile se una scossa più forte mi costringesse a scappare. Mi accorgo così che non ci sarebbe spazio né tempo per alcun oggetto amato. Forse riuscirei a prendere un documento, dei soldi. Di tutta una vita, solo queste cose. Non riesco a immaginare cosa voglia dire perdere tutto. I miei familiari stanno bene, tutta la mia vita è raccolta tra queste pareti. Dopo il terremoto ad Amatrice ho guardato in TV una donna che fissava un punto imprecisato dello spazio, le mani spente, le labbra che recitavano gli avanzi di un Padrenostro, e per un attimo mi è sembrato di capire. “La vita è un ponte; non puoi costruirvi una casa sopra”; davanti a un mucchio di macerie ricordo sempre questo detto indiano. Ogni tanto esplode un terremoto in un posto diverso, in Italia o nel mondo. Molti restano impassibili dinanzi a ciò che resta, altri si consolano per la vita fatta salva. Nel concitato via-vai degli operatori la visione si dissipa, il suono scompare. Dagli elicotteri in perlustrazione, la città distrutta pare un cumulo di terra smossa dall’escavazione di una bestia che cercava qualcosa.
All’Aquila, in piazza, sistemarono molte bare in fila. Sopra a ciascuna erano stati posati grossi mazzi di fiori e pupazzi sulle bare bianche dei bambini, adagiate sopra quelle delle madri all’altezza della pancia, come a iniziare una gravidanza a ritroso.
Adesso Amatrice. Il prete dice che rinasceremo, che i nostri morti adesso stanno meglio, mentre solo noi siamo rimasti nel dolore. Dice che la città risorgerà più forte di prima e che la speranza vincerà sulla disperazione. Ma le parole del prete non riparano. Come non riparano, anzi disgustano le domande idiote dei giornalisti rivolte agli scampati, che confondono l’informazione con lo scoop necrofilo di pessimo gusto. Alluvioni, frane, terremoti, inaugurano un’emergenza che lascia sempre sorpresi, anche laddove un poco alle emergenze si è preparati. Perché la natura è più potente di ogni nostra paura, e la sua indifferenza ci trova sempre fragili e impreparati, tra cose che si perdono, soccorsi che tardano e la commovente solerzia dei solidali.
Irpinia, L’Aquila, Emilia, Umbria: le case per pochi mesi diventeranno le case per sempre, e le città non verranno ricostruite. Meglio così. In fondo sono i paesi crollati a portare avanti il turismo in Italia. La gente ci sale a Pasquetta in cerca di fantasmi. Le città nuove, pare, non interessano più a nessuno.

 

Di corsa

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Sulla griglia di partenza i ciclisti sembrano cavalli pronti allo sparo. C’è un gran fermento tra i gruppi; si parla in dialetto, chiamandosi coi soprannomi o con battute da circolo; soprattutto si tendono i muscoli perché chi guarda capisca con chi ha a che fare.
A dieci anni seguivo mio padre con la mia bicicletta gialla. Lungo salite estive in cui non passava nessuno, lui davanti mi guidava in silenzio. Ci fermavamo a salvare un calabrone capovolto o a cogliere ciliegie. Alla processione del paese, fermi lungo il ciglio, contavamo tra i piedi dei fedeli le formiche che passavano coi semi di grano sul dorso; fermi pure ai passaggi a livello, tra lucertole che riposavano, cicale che brillavano. Non come oggi, che si passa sotto le sbarre chiuse per raggiungere gli altri davanti. I miei compagni mi dicono “Non mettere mai il piede a terra”, di corsa sempre, così veloci che se una farfalla urta contro il casco muore col rumore di un sasso. Alla partenza, migliaia di ruote suonano come una pioggia a tratti spezzata da un applauso o da un nome chiamato tra la folla.
La bici da corsa è uno strumento delicato e potente che ti dice molto di chi la guida. Se vuoi capire di un ciclista che persona è ogni giorno, basta osservare come tiene le mani sul manubrio, come evita le buche, come affronta o subisce un sorpasso. La prima cosa che ho imparato io in bicicletta è che la discesa è più faticosa della salita. Se c’è vento devi pedalare come in pianura, se la discesa è ripida devi stringere i muscoli contro il telaio per contenere le vibrazioni, e chiuderti per limitare l’opposizione al vento; devi saper distinguere con prontezza l’ombra di una foglia da una buca, tenere i freni tirati, ma pure capire quando allentarli un poco. Mani e avambracci fanno male, ma se tieni il passo agile e il respiro regolare, se soprattutto capisci quando dare il colpo di reni, puoi affrontare qualsiasi pendenza. E così è pure nelle difficoltà della vita.
In bicicletta, e mai come durante una corsa, due tipi di ciclisti non mancano mai. Il primo è il ciclista fantasma, ovvero colui che ti raggiunge alle spalle e che, avendo finalmente agganciato un treno, non ti molla per chilometri. Non ti saluta, non ti guarda in faccia e non dice una parola, cosa particolarmente sgradevole soprattutto se lui è un signore e tu una signora. Ti accorgi dell’ectoplasma solo perché ogni tanto lo senti mollare il pedale o schioccare il cambio. Non sai assolutamente chi sia fino a quando, avendo fatto lavorare te in salita, si prende la rivincita in discesa. Quando ti sorpassa vedi finalmente di chi si tratta: il fantasma è un ciclista over 50 che sta sulla bicicletta come uno straccetto appeso di sguincio sulla gruccia. Lo vedi preso dal piglio di chi, non accettando gli anni che passano ti odia perché sei più giovane e più allenato, non ne parliamo poi se sei donna. Lo vedi davanti girarsi di continuo come un cane braccato, per vedere se lo stai raggiungendo. Accelera, si dà da fare sui pedali, poi eccolo trafelato al primo punto ristoro. Il secondo tipo, e il più ricorrente, è il cicloesaltato. Quando un cicloesaltato ti affianca ti parlerà subito di tutti quelli più allenati di te, mai di quelli più allenati di lui, vantandosi di prestazioni cui solo lui ha assistito, e di gare e volate cui solo lui ha preso parte. Se ha percorso 80 chilometri dirà di averne percorsi almeno 120, ignaro inoltre della differenza tra velocità massima e velocità media. Quando non ce la fa dice di essere fermo da mesi. Se aspetta un amico non è allenato abbastanza, perché se lo è dell’amico rimasto indietro se ne frega altamente. Quando ti affianca nel tentativo di superarti e non ci riesce perché ti avrà sottovalutato, non solo non ti saluta, ma si mette a fischiettare per dimostrare di non essere in sopraffiato. A questo genere di ciclista qualcuno dovrebbe suggerire di curare meno la carrozzeria e più la centralina. A tempo debito avrà coltivato, si spera per lui, amicizie, qualche talento, interessi vari e un buon carattere, che gli consentiranno di non restare solo nei giorni del tramonto, coi ricordi di vittorie che somigliavano più a trofei da sagra che a conquiste da podio.
Durante la gara conto decine di ciclisti maleducati e di donne brutte troppo simili agli uomini. Un tizio mi confessa di fare questa strada da dieci anni e di non essersi mai accorto del paesaggio intorno, sempre con gli occhi sull’asfalto e le gambe a motore. A me invece piace osservare le distese di grano e di papaveri, tra strade eleganti come serpenti. Solo nei tratti più duri ci ritroviamo in silenzio; si sentono solo respiri affaticati, i grilli, un tuono lontano. Chiusi i ventagli della baldoria, eccoci ciascuno con la propria fatica. “Stiamo in gruppo, diamoci il cambio, cerchiamo di arrivare insieme”: dei miei compagni non vedo più nessuno. Con me è rimasta la bicicletta come quando, da bambina, cavalcavo un ramo d’albero, certa che fosse il purosangue che mi avrebbe portata ovunque. Le mie ruote vanno veloci: una cavalletta è rimasta attaccata a un raggio per chilometri viva, senza impazzire. Da lontano vengono il profumo dell’erba, il tepore della terra bagnata dalla pioggia, il filo radioso di un aereo che sale. Nei tratti più violenti immagino mio padre che mi aspetta a braccia aperte in cima alla salita.
All’arrivo, una hostess mi dà un fiore finto e una medaglia. Poi mi perdo nella calca, tra centinaia di ciclisti sudati coi piatti di plastica in mano pieni di dolci e pasta. Tengo la bicicletta tra le gambe come il ramo d’albero di una volta. Qualcosa nei colori del paesaggio mi ricorda l’ironia severa di mio padre, che se avevo pedalato bene mi diceva che non avevo pedalato bene abbastanza. Persino l’aria mi fa un regalo: ha il profumo della casa di un tempo.

 

A Licusati – In omaggio ai piccoli borghi del Cilento

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Ci voleva questa giornata velata e incerta per allontanarmi dalla spiaggia che frequento da vent’anni, in un paese di cui conosco gente e strade come fosse un poco il mio: Marina di Camerota, tra le località balneari più rinomate del Cilento; mare cristallino, cibo tipico, ospitalità e percorsi naturalistici che hanno conservato intatto il rigoglio dell’entroterra mediterraneo.
Il Parco del Cilento non è solo mare. È una vasta area naturale protetta che comprende ottanta comuni, Patrimonio dell’UNESCO, dal 1997 anche Riserva della biosfera, e dal 2010 primo parco nazionale italiano a diventare Geoparco. Lascio quindi il lido e salgo verso Licusati, borgo di origine medievale il cui nome pare indicare l’antica divisione territoriale che sussisteva tra “li monaci“, i celibi, e “li accasati“, coloro che contraevano matrimonio. Licusati è una frazione di Camerota, distante circa otto chilometri dal mare. Chi viene qui è di solito il turista straniero, in coppia o con amici, ma anche il viaggiatore italiano che non ama la confusione e che non ha voglia di scendere ogni giorno in spiaggia, preferendo il lieto niente da fare offerto da un borgo nascosto tra i tipici ulivi pisciottani. Licusati è un paese senza tacchi e senza trucco. Qui non si viene a visitare qualcosa di preciso, non è nemmeno un paese che si incontra andando da una destinazione più nota all’altra. È un paese che appartiene al circuito dell’intenzione lenta, cui si presta il camminatore votato alla deriva psicogeografica suggerita da Guy Debord: “Per fare una deriva, andate in giro a piedi senza meta od orario. Scegliete man mano il percorso non in base a ciò che sapete, ma in base a ciò che vedete intorno. Dovete essere straniati e guardare ogni cosa come se fosse la prima volta”.
Raggiungendo Licusati, il turista affetto da isteria vacanziera resterà spiazzato. Qui ci sono poche distrazioni, mancano soprattutto le paralisi global che hanno fatto di troppi centri luoghi atopici. Licusati è un frutto spontaneo che si mangia con le mani e senza togliere la buccia. Qui passato e presente si vivono accanto senza giaculatorie e senza rimpianti. Il vecchio si tiene e si rispetta, il nuovo si fa. Tra le sue strade e nelle campagne, la pace e il vuoto respirano l’orizzonte vasto del mare vicino. Il vuoto allora si consola e diventa ottimista, diversamente da quanto accade ai paesi che vanno scomparendo perché senza popolo, con troppa memoria e poche speranze. A Licusati non ci si annoia e non ci si sconforta. Le mete balneari vicine danno lavoro a molti, e dove non arriva il mare interviene la terra coi suoi uliveti e i suoi prodotti tipici. Si sta bene in compagnia del cielo chiaro e di passi calmi, e il clima lascia vivere meglio chi non ha voluto trasferirsi altrove. In strada passano molte Ape Piaggio che trasportano bombole del gas e materiale per lavori manuali. Visito la Chiesa di S. Marco, poi entro nel ventre del paese. A Licusati c’è da vedere: tra le altre cose, i ruderi del Castello di Montelmo e il Cenobio italo-greco di S. Pietro, l’attuale cimitero, che fu per un periodo anche monastero augustiniano dei Premostratensi. Salutate le vestigie storiche, inizio un viaggio diverso. Incontro così i muri delle botteghe spente, l’insegna di un negozio che sta lì da cinquant’anni, la posa degli abitanti fuori al circolo, la misura dell’eco di un mezzo che passa, la cui durata dice sempre molto di un posto e di chi ci abita. In paesi come Licusati mi piace soprattutto il fatto che sono le ombre che cambiano a comandare il momento del pranzo, di un incontro o di uno spostamento. E mi piacciono pure i vecchi seduti dall’alba davanti al bar. Di fatto non si capisce bene cosa fissano. Eppure, osservandoli capisco che solo in questo modo sono veramente felici. La vita per loro è un raccolto che dà sempre qualche frutto. Ogni giorno prendono una sedia e stanno all’aria aperta, censori impeccabili delle persone che prima c’erano e poi non ci sono più, dello straccio al balcone prima bagnato poi asciutto, di uno che prima stava da solo e adesso è in compagnia.
Le case in pietra di Licusati hanno balconi di ferro battuto, con piante grasse che colano rigogliose oltre le ringhiere. I vasi di gerani vincono senza gara sui rossi e i verdi delle bandiere dell’Italia appese ovunque in onore degli europei. Nonni, madre e bambini siedono in strada a ripassare i compiti o a scherzare, con quella fiducia nell’ora presente che mi ricorda certi viaggi in Sud America, all’Havana per esempio, o a Caracas. Come lì, fregi, portoni, colonnati, scale e terrecotte struggono coi loro sapori di zucchero grezzo, di carne calda e di vento battente. Si sente il mare tra gli ulivi, mentre la luce che intarsia case e strade va salvandole in una delicatezza di trina. Nelle abitazioni abbandonate, le finestre sono palpebre che anche chiuse vegliano. Accanto a queste, le anziane vestite di nero siedono in silenzio sulle scale di casa. Riconoscono subito chi non è del posto, dagli gli abiti della città e il passo di chi non è abituato alla lentezza. Da queste parti gli accadimenti sono aghi senza cruna e ganci senza presa. Il niente da fare, cancro per chi vive in città, qui è la cura.
Pantaleo Tarallo è un giovane scultore del posto. Lo conosco per caso chiedendogli dove andare, e così, nascosto tra le case del centro storico, mi mostra il suo “trappeto a sangue all’uso genovese”, un frantoio risalente alla fine del ‘700, tra i pochi rimasti dei 32 presenti in passato a Licusati. Pantaleo lo sta ristrutturando per restituire alla comunità e ai turisti un capitolo di storia locale, che anche così diroccato vale un museo della civiltà contadina. Salendo ancora lungo i vicoli, incontro Palazzo Crocco (1550), splendida dimora gentilizia in parte trasformata in Bed and Breakfast dalle eredi Elena e Pina, signore riservate e generose che hanno preservato struttura e arredi originali dell’epoca, creando una formula di accoglienza che abbina l’ospitalità storica di lusso ai pregi del paese tipico: umiltà, genuinità dell’accoglienza, rispetto delle tradizioni e curiosità del nuovo. Tra l’altro, il palazzo offre la possibilità di visitare una pregevole collezione di porcellane antiche, e una libreria storica che annovera testi cinquecenteschi di Cicerone, Tito Livio, Seneca e Orazio. Gli amici venuti con me a Licusati, che all’arrivo avevano detto che qui non c’era niente da fare e che la nostra gita era solo una giornata di mare persa, hanno cambiato idea. Adesso anche loro non vogliono più scendere in spiaggia. Il grigio del cielo si è mantenuto calmo, dietro squarci che ricordano a tratti la pacata inumanità delle foto di Ghirri. Nei vicoli di Licusati si sta freschi e non c’è confusione, il cibo è ottimo e costa meno che a Marina. Non c’è passo che non raccolga una storia da cui trarre una foto saporita o una considerazione importante. La mia considerazione a Licusati è stata la seguente: in luoghi come questo bisognerebbe combattere pretese e miserie della compiutezza, esonerando azioni e parole dall’ambizione dell’approdo. Il cammino deve accompagnare alla scoperta di quello che non si vede per eccesso di presenza. Più che le forme piene, deve descrivere gli spazi vuoti, considerando l’intervallo come evento concreto. Solo allora si saluta la propria casa e il viaggio verso la bellezza pacificante dell’essenziale ha veramente inizio. A Licusati, per questo viaggio si può andare.

 

Nel bel tempo

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Dall’erba arsa nei campi viene un incenso che invita ad andare, e io vado. Chi mi vede in giro pensa che una pittrice sia in fondo una sfaccendata. Io dico invece che mi occupo della bella stagione a tempo pieno, e che pure in seguito a riflessioni più attente proprio non vedo di cos’altro dovrei occuparmi.
Il buon tempo dura poco. È dunque bene lasciare ogni impegno, per dedicarsi agli spazi aperti e ai loro insegnamenti.
La vita comincia presto. Iniziano gli uccelli alle 5; il loro linguaggio resta sconosciuto, ma qui arriva un cieco invito alla speranza, e tanto basta. Alle 8 la gente corre in strada, il sole si alza, la stagione si fa furibonda e lieta. Vedo l’erba nuova, gli alberi sfumati all’orizzonte dal maestrale, la vocazione del paese a una disarmonia che rassicura. Piccole cose attirano la mia attenzione: una chiocciola dorme sullo schienale della panchina, quasi si confonde col decoro del cemento. Più in là, un insetto posato al caldo dispiega ali in cui è scritta la mistica musicale dell’universo. Eppure basta così poco per eliminare chiocciola ed insetto, per distrazione o per crudeltà, mentre loro si fidavano, memori di un patto antico con l’unità del tutto.
Il mio paese è cambiato negli anni. Chi ha fatto soldi ha costruito recinzioni intorno a prati su cui ci si stendeva a guardare i papaveri. Dove prima c’erano fichi e gelsi, vedo palazzi in cui la gente entra ed esce di fretta fingendo di non vedersi, e così passano la vita, senza conoscersi. Ma non sono diversa da loro: le persone che incontro aspettano un saluto, ma passo avanti, nella meschina contentezza di chi trova soldi per terra che non divide con nessuno.
Il suono del vento viene a ricordarmi i miliardi di morti dall’inizio dei tempi, il mistero di civiltà scomparse, la striscia sottile di terra nei dipinti fiamminghi, che riassume così onestamente la natura delle cose e degli uomini. E di nuovo la sorpresa sempreverde di essere al mondo.
Osservando le persone che camminano per strada, capisco che durante la vita si cercano molte strade per non cadere: c’è chi parla poco, chi ride troppo, chi controlla cento volte se ha chiuso la porta prima di uscire, chi riassetta per ore una casa in ordine, e non c’è in questo niente di male. Dove la natura è stata severa, fanno così anche gli animali e le piante che per sopravvivere si adattano agli anfratti tra le rocce, alle sabbie dei deserti, al buio degli oceani, in bilico sui dirupi. Solo la tenerezza salva. Il valore pervade il creato, gli dà calore e una gentile potenza di senso, più durevole di ogni miseria. Guardando i germogli, dimentico volentieri un torto subito. Mio è solo ciò che non mi appartiene: l’aria spostata dagli uccelli, una traccia di gesso sul muro, una parola senza messaggio. Di nuovo ogni cosa è come ieri, e per la prima volta.

Vado in un prato dove pascolano le capre. Una volta distesa, vedo sui rami fiori e germogli mossi dal vento. Gioisco della natura, della sua quiete, della sua maestà violenta e della sua insensatezza, che mi saziano più di qualsiasi risposta.
Vivono poco i ciliegi fioriti, perciò decido di fare degli appostamenti, scrivendo dove si trovano e quanti sono. Nell’appostamento di S. Felice c’è un prato con 14 ciliegi disposti in 2 file da 7. Nella postazione successiva ce ne sono 52. Nell’appostamento di Via Madonnella c’era un boschetto di noccioli con un solo ciliegio al centro. Vado a vedere se è già fiorito, ma scopro che il campo è stato recintato e il ciliegio reciso. L’anno scorso venivo qui ogni pomeriggio. Mi stendevo ai suoi piedi e riposavo. Una lucertola forse aveva imparato a riconoscermi, perché restava accanto alla mia mano senza scappare. Il vento mi portava sul viso i petali dei fiori, e la mia gioia diventava disumana. Al tramonto ritrovavo una ad una le cose amate, le persone perdute, la prodigiosa intelligenza dell’inintelligibile. Restavo fino a sera a guardare il ciliegio in mezzo al prato posare una lunga ombra di uomo.
Indosso scarpe basse, il viso senza trucco. Niente mi rassomiglia, e in questo mi riconosco. Passeggiando per le strade mi accorgo che la gente non fa niente di speciale. Dopo pranzo, molti restano in casa a riposare, due anziani vanno a passeggio, una donna lancia un pallone a sua figlia, un uomo scava buche per le piante. Nelle misteriose necessità della vita tutto si equivale. Molti sono morti nel modo più atroce, capolavori sono stati creati e nessuno li ha mai visti. Una belva ha abbandonato il figlio imperfetto, le vespe che mi preoccupavano sbattevano le ali solo per rinfrescare l’aria intorno al loro nido. Ma il mandorlo oggi è sbocciato a prescindere. Nessuno si curerà di me, e niente mi sarà inutile.

Oltre il muro che cinge la piazza c’è un orto. Fermo in piedi, il proprietario è circondato dal rigoglio di piante dai fusti alti come ragazzi. È evidente che questi esseri si scambiano informazioni sullo straniero venuto a controllarli, con qualche riserva che non nascondono, nella grazia severa del loro stare. Il contadino però non si accorge di nulla, coglie solo la bellezza, stupito dal ritorno di amici perduti.
Verso quest’ora viene a sedersi accanto a me una donna. In paese dicono che è impazzita da quando il marito l’ha lasciata per un’altra. Ma io non credo a questa storia. A me Matilde sembra solo una che non è stata capita, che nessuno ha raccolto e che se ne va in giro per non morire da sola. Trascina un vecchio trolley pieno di buste e pacchi, e trascorre la giornata seduta dove capita. Fuma, sospira, poi si alza e riprende il cammino. Quando ci incontriamo teniamo conversazioni tranquille, restituendoci il dovere di ore leggere. Le sue disgrazie le tace e fa bene, perché certi dolori solo così restano solenni e dignitosi sempre.
Resto ancora seduta a guardare come cambiano le ore, il paesaggio, la gente. Guardo i bruni del terreno, a cui i colori delle case vogliono somigliare per sentirsi più amate dagli uomini. Non esiste peccato più stupido per un pittore che tornare a casa e mettersi a dipingere il paesaggio. Solo lontano dal dettato delle forme le opere rivelano la storia misteriosa delle cose. Certi momenti vanno vissuti in prima persona e senza testimoni. Bisogna sentire il dolore della bellezza nemica di ogni racconto, ritrovando una a una le cose che mai si potranno dire.

Nel mio quartiere, dalle 14 alle 16 si respira l’atmosfera sgombra che c’era forse nel Pleistocene. Ogni cosa che osservo è una parola buona come aria, paese e pane.
So poco di questa esistenza. Apprendo di distanze di trilioni di anni luce e di processi lunghi miliardi di anni. Mi chiedo allora perché preoccuparmi della mia ignoranza che, proprio come l’Universo, accoglie ogni cosa generosamente. Nessun tempo mi spetta se non quello presente. Devo ringraziare la natura e i suoi discorsi maestosi, fatti soprattutto di cose che non comprendo. Se penso dove ho cercato la felicità, mi accorgo del tempo sprecato. Bastava così poco: spostare un quadro in casa, guarire da un malanno, ritirare il bucato asciutto, ricambiare il saluto gentile che i turisti porgono incontrandoti in un Paese straniero. Bastava l’acciottolio dei piatti nei vicoli del paese o il solletico delicato di un insetto, per il quale il mio corpo era solo un pezzo di strada tra il cespuglio e la pietra. Non bisognerebbe lamentarsi del bel tempo che non finisce, delle giornate uguali, delle stesse strade percorse. Non bisognerebbe pensare di aver sprecato le ore, nell’inutile rammarico che non ci sarebbe costato nulla spenderle meglio. Anche il tempo vuole starsene leggero, lasciando spazio al desiderio interrotto e all’incontro mancato. È nell’orma delle ore vuote che mi accorgo di essere stata felice, perché nell’ordinario c’è tutto quello che mi serve, e davvero in questo non c’è niente di ordinario.

Foto: Enzo Rea De Falco