Viaggio in Mali

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Bamako
Prima notte in una stanza al centro della città, senza bagno, senza finestra, col frastuono della strada e di un ventilatore arrugginito, tra lenzuola macchiate e insetti. La mattina, al risveglio corro all’aeroporto, dove chiedo del primo volo per Roma. Ma il primo volo per l’Italia parte tra due giorni. Torno allora per le vie del centro, dove non capisco che ora è, in che direzione andare, cosa fare esattamente. Continuando a vagare, mi affianca un ragazzino che si propone come guida, in un francese peggiore del mio. Gli dico che non mi serve una guida. Sono stanca; Amir mi sta attaccato ai pantaloni tutto il tempo, chiedendomi soldi o di comprargli qualcosa. Non ho voglia né di fare né di andare, e non posso tornare. Dopo molte insistenze andiamo a casa sua, dove mangiamo pane, frittata e banane. Nel pomeriggio Asad, il padre di Amir, mi chiede se mi va di accompagnarli a fare un giro in piroga dall’altra parte della città. Il Niger che attraversa Bamako è un ramo placido e immenso. Dopo un’ora di navigazione, mi chiedono se possono fermarsi a giocare con gli amici oltre il fiume. Resto seduta nella piroga attraccata a guardare il cielo giallo, una lingua di terra lontana, Amir e Asad tra una decina di africani che giocano con una palla sgonfia, senza intenzioni di vittoria e senza preoccuparsi del tempo. Alla fine del giorno, ho la sensazione che nella mia ansia di ripartire c’è un errore di fondo. Così, la mattina dopo vado all’aeroporto e prendo il primo volo per Djenné, nella regione di Mopti. A bordo di un vecchio aereo russo siamo io, una giovane africana col figlio e tre uomini. L’aereoporto di Djennè sembra una postazione militare: una lingua di terra per l’atterraggio dei voli e soldati coi mitra spianati, tra vento e deserto. Recuperato lo zaino, cerco qualcuno da ingaggiare come autista per il mio viaggio. Scelgo Bintu, un abitante del posto proprietario di una Toyota coi sedili squarciati, ruggine, sabbia e polvere ovunque. Bintu non ha trent’anni, parla poco, non ride mai. Mi chiede solo dove voglio andare, ma io non lo so: di sicuro cerco luoghi remoti. Evitiamo quindi la falesia di Bandiagara, dove si trovano gli insediamenti Dogon, preferendo piccoli villaggi nel deserto lungo la via da Mopti.
I primi giorni, mi fermo in un insediamento in pieno deserto, dove gli abitanti vivono di allevamento e di un’agricoltura primitiva, in capanne di argilla e fango. Le donne pestano il miglio, i figli giocano nudi con gli animali, le anziane portano pesce e cereali in zucche tagliate a mo’ di scodelle, al collo e alle orecchie grandi monili d’oro. Nessuna particolare euforia o curiosità per il mio arrivo: sono una che sta tra loro, ma che deve lasciarli vivere e lavorare. Mangiamo insieme zuppe di patate, cipolle e cereali, accompagnate da un pane basso cotto nella cenere. Passo il giorno a osservare, appuntare, fotografare. Trascrivo sul mio taccuino i colori del paesaggio, faccio uno schizzo. Accovacciata accanto al capo villaggio mi alzo, mi allontano, torno indietro. Le mie scarpe non fanno rumore, i vestiti leggeri stringono un patto coi colori del paesaggio. Mi stanno bene anche il niente da fare, le aspettative deluse. Nei villaggi del Mali si parla solo la lingua Bambara. Così, per capirci facciamo cenni, disegni nella sabbia o coi chicchi dei cereali. Quando neanche così ci capiamo, alziamo le braccia sorridendo. Le più giovani mi chiedono a gesti di me, se sono sposata, se ho figli. Quando dico di no, si guardano l’un l’altra in silenzio, poi ridono a lungo coprendosi il viso con le mani, con una grazia che non offende. Bintu non resta mai con me; appena arriviamo in un posto nuovo va a salutare un amico o un parente nel paese vicino, o qualcuno che lo aiuti a riparare l’auto che si rompe in continuazione. Quando stiamo insieme fissa prima me, poi il paesaggio, senza capire cosa io trovi d’interessante in questi luoghi e in questa gente. Ogni tanto prova a indicarmi una città più grande dove potrei incontrare altri turisti, ma cambiamo direzione.
Dopo le 5 del pomeriggio, in questi villaggi non c’è più niente da fare. Tornati i tuareg con le mandrie, le donne recuperano le merci dal mercato, i giovani stipano i calessi di pacchi, animali e viandanti. Tutto sgombra per lasciare posto a ore silenziose. Nel mio Paese a quest’ora tutto è acceso e non si ferma: mezzi di trasporto, computer, tabelle elettriche, negozi. Qui non ci sono telefoni, medici, banche. Guardo il deserto, il cielo, l’orizzonte basso, dove le cose degli uomini spuntano ogni tanto non più grandi, nella distanza, di sassi sparsi dal vento. Non un rumore; solo il passo di grandi lucertole, e il volo di insetti che finiscono sulla garza che ricopre il mio letto all’aperto. Penso a quanto è lontana la mia casa, a mio padre che sta morendo, a mia madre che non riceve mie notizie da giorni. Ma il cielo mi dice di un immenso che continua, e che fa bene.
Ultima sera nel villaggio: i bimbi del paese mi trascinano fuori dal centro, dove c’è una festa. Gli anziani siedono nella sabbia intorno al fuoco, le donne ballano con una gioia che da noi si vede solo se si è vinto un mondiale o la notte di capodanno.
La mattina lascio Bintu e prendo un pullman per tornare a Bamako. Quando ci salutiamo, Bintu mi scrive su un foglio il suo indirizzo, pregandomi di inviargli la foto che gli ho scattato accanto alla sua Toyota.
Il pullman parte alle 8 del mattino. Alle 8 in punto sono alla fermata, ma non c’è nessuno. Capisco in seguito che qui l’orario si riferisce al momento da cui si può iniziare ad arrivare. Così, con comodo, ecco avvicinarsi uomini con ceste piene di galline, donne coi bambini, anziani carichi di pacchi e fardelli. Verso le 11 si parte. L’autista è un ragazzino di nemmeno 15 anni, che guida a torso nudo e piedi scalzi. Viaggiamo con la porta aperta per tutte le 9 ore di viaggio; davanti a me una ragazza fissa il paesaggio con lo sguardo di una madre che pensa al figlio in guerra.
L’ultima notte dormo nella stessa stanza da cui il primo giorno volevo fuggire.
Tornata in Italia, ci metto giorni prima di sentirmi di nuovo a casa. La foto a Bintu non l’ho mai spedita.

 

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