Andrea Manzi su Edificanti macerie

edificantimacerie

Pubblico di seguito la bella recensione che Andrea Manzi ha scritto sul mio libro, cogliendo  l’occasione per ringraziarlo di questo suo attento pensiero.

‘Da un po’ di tempo, specie da quando ho l’ardire di frequentarla, mi chiedo che cosa sia la poesia e da dove emerga la sismografia dei suoi tormenti che stentano a diventare testimonianza. Dell’intento poetico resiste talvolta solo l’idea, un sentimento vago di incantamento che precede la parola e non la irrora. Sono idee essiccate, che anestetizzano la coscienza e restano sospese tra un intimo poetare e la parola franta. Per questo motivo, la più ostinata poesia è avvertita e non scritta, vive come intento comunicativo, morte/veglia del linguaggio, intrigo/lotta tra idee anestetizzanti e parole rianimatrici. È un segno frammentario. Tra idee e parole c’è però l’inferno/paradiso delle nostre vite: e quest’area sospesa è luogo di confronti, frontiera d’inespressi germogli linguistici, d’incontri mediat(n)ici.

Le persone che incontro nei sogni”, racconta Eliana Petrizzi nella sua raccolta di scritture intimamente poetiche, dall’ossimorico titolo “edificanti macerie” (taccuini 2014, elegante edizione in 100 copie numerate), “sono sempre malinconiche. A volte mi danno dei messaggi, e io li ascolto. Non come nella veglia, dove non mi volto, maschile come una madre distante”.

Nell’agile raccolta di questa inattuale (in senso nietzscheano) artista, il corpo dell’autrice diventa titolare di una regolare attività di ascolto e di codificazione del sentire per antitesi. Peso/libertà, caos/quiete. Ascoltiamo: “Diroccata da un urto senza peso, anche oggi, nella quiete dello zero, dignitosamente e senza fede spero”.

Sul pianeta-poesia le idee stentano ad entrare nelle parole e il senso s’impiglia nel doppio fondo del linguaggio. Eliana, in quest’area, ci sta invece a proprio agio, ritrova verità sapienziali (“Un piccolo rudere viene a ricordarmi che cercare riparo è il senso della vita”) e invalicabili aporie (“Il cane si accoppia con la madre. Nessun salamelecco tra ramo e fiore”). È una scena, la sua, che accoglie la poesia in una realtà distante dal realismo classico, che ricorda il teatro di Artaud nel quale la parola rompe le convenzioni e diventa vera nella misura in cui non nega gli eventi. Il dolore fuoriesce così dall’esperienza umana e scivola in un corpo di parole che è un mondo (“Arrivata in paese mi fermo al centro della via. Guardando la mia casa, mi chiedo se ci abito proprio io, se quella è veramente la mia casa. Luci basse, voci tenute calme dietro le finestre, da cui fuggono a capelli sciolti le piccole miserie dell’amore”). Corpo di parole sta per corpo glorioso. Eccolo: “Niente feste né cerimonie. Non andare a nessun funerale per assicurarmi deserto il mio. Ascoltare la parola corpo è sentire una suppurazione che sale”. Parlare è come soffrire, il dire è un’infiammazione nel tessuto di una solitudine che annienta e consola: “Meglio da soli. Anche a disegnarli, l’uno è un gancio che radica e trattiene, il due una voluta che srotolata svapora”. Eliana Petrizzi riesce ad offrire agli amici lettori la sua poetica come laica preghiera di perfezionamento, e sfida così l’impossibilità genetica che grava sulla poesia.

Gabriele Frasca, in una recente intervista, ha ricordato che fare lirica significa assumere una posizione abiettiva, volgere la prua all’intimo, al granello che ciascuno di noi ha dentro di sé, intorno al quale il mollusco ha secreto la sua brava perla. Il granello è lo stesso, sostiene Frasca, le perle cambiano di colore e si lasciano pure coltivare. Quel granello, par di capire, è l’io, è la profondità che taluni hanno la tentazione di stanare.

L’io di Eliana è profondo e docilmente stanato. E la realtà della sua prosa poetica ne accoglie i segnali e ce li invia: “Invito il mare a riportare con chiarezza la dicitura di ‘baratro, pericoli, relitto e buio’. Invito il corpo, che si spaccia per proprietà privata, ad esporre l’avviso: ‘Affidamento in comodato d’uso’. Invito l’aereo, che in alto si finge puntino senza peso, a dichiarare in tonnellate il suo carico di corpi, bagagli, cherosene e ferro. E le montagne, che al tramonto sembrano ostie d’aria, ad ammettere senza giri di parole di essere fatte di terra e di pietra; nere, e basta”.’

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