Paesinoamaro

In estate, in un borgo di montagna si tiene una festa di tre giorni, che richiama parenti emigrati, gente dai social e curiosi dai paesi vicini. Concerti di musica folk, stand gastronomici, teatro sotto le stelle o nei cortili delle case abbandonate, mostre, proiezioni di documentari sulla civiltà contadina e artisti di strada, animano questo luogo, come molti che gli rassomigliano. I bar e i locali invece sono felici per i buoni affari, e per una quantità di gente che da queste parti non si vede nemmeno durante la festa del Santo Patrono.
Quando la festa finisce, i vecchi si riprendono le panchine davanti al bar e il vento tra le case in vendita, maledicendo la spazzatura in strada, i giovani alcolizzati, le forestiere sbandate, il sindaco che ha permesso lo scatafascio, e tutti i soldi buttati che si potevano spendere per cose più utili.
Durante la festa si preparano piatti tipici, si siede sulle balle di paglia, si rispolverano i canti che tenevano in piedi nei giorni di fatica. Poi si parla del restauro dei centri storici, si auspica l’imprenditoria giovanile, fondata sul recupero degli antichi mestieri e sulla valorizzazione delle eccellenze locali. Si scommette, insomma, sul potenziale virtuoso di un passato che non torna. Qui, di fatto, il pane di una volta non lo vuole fare più nessuno, e così è per i cesti, le porte, le scarpe, i vestiti. I giovani che si organizzano in associazioni culturali per promuovere iniziative a sostegno del territorio, credono davvero in quello che fanno, commuovono persino per lo zelo che spendono, ma loro per primi sono costretti a studiare o lavorare fuori. Molti di quelli che sono rimasti hanno fatto una brutta fine: c’è chi passa la vita a bere davanti al bar, in faccia la stortura di chi è troppo solo.
Tonino è appena tornato dalla farmacia, che sta in un paese a 18 chilometri. L’ospedale è stato chiuso e il più vicino è a 86 chilometri. Quelli che sono emigrati in America negli anni ’40, qui non vogliono essere nemmeno sepolti, perché nessun figlio verrà mai a trovarli. Case che altrove costerebbero 200.000 euro, si vendono qui a 10.000. Di porta in porta, vedi un composto corteo di “Vendesi”, di quelli dove nessuno piange, perché il morto si è spento serenamente circondato dall’affetto dei suoi cari. Queste case non interessano a nessuno: lontane da ogni cosa, e troppo vicine tra loro: se ti affacci dalla finestra di una, puoi aprire quella di fronte. In basso, forre di muri dove crescono solo erba e lumache.
Il cimitero è il luogo che fa più abitanti dei residenti, ed è pure il posto dove viene meglio chiacchierare della vita che resta.

Giovanni è in macchina, seduto accanto a una badante ucraina. Dietro, la madre centenaria mangia un cornetto Algida. Questa è l’ora della passeggiata: partono tutti e tre da casa e vanno in piazza. Arrivano, aprono i finestrini, e senza scendere prendono un poco d’aria fresca. Quando il gelato è finito, tornano a casa. Anche la faccia di Giovanni è peggiorata: mentre mi parla, dopo poche parole serra le labbra come per difendersi da un pugno. Prendiamo un appuntamento per fare due chiacchiere. Il giorno dopo lo aspetto, ma lui non viene.
Cammino da sola per i vicoli del paese. Da queste parti, i giorni in fumo producono una cenere che dura. Eppure, il buono che c’è vuole stare in piedi. Un impiegato del Comune ha creato una squadra di calcetto per i ragazzi del posto, e nel tempo libero aiuta gli anziani soli in casa. Di sera, la gente si tiene unita davanti al bar e fuori le porte. I giovani si sposano e fanno figli, nella speranza che non partano, o di partire un giorno insieme a loro.
Quando vengo in paesi come questo, trovo sempre qualcuno che mi dice: “Mi raccomando, se devi scrivere qualcosa di questo posto, scrivi cose belle”. Ma quali sono le cose belle di un paese? La gente che ci abita ama sentire che il proprio è un borgo dall’aria pulita, dal cibo sano, dalla vita semplice e dai valori preservati, abitato da una popolazione generosa, che si prende cura dei vecchi, e dei giovani che qui hanno avuto la sfortuna di nascere e la fiducia di restare. Tutti aspetti di cui si nutrono la vena degli artisti e il turismo nostalgico praticato da chi vive in città, ma che in luoghi come questo non verrebbe a vivere mai.
La gente dei paesi vive tranquilla, ma sa bene che la troppa solitudine a volte è peggio della paura di morire; che la distanza dai centri, l’impossibilità di scegliere e la mancanza di confronto rafforzano solo ottusità e pregiudizi. Sanno bene che un paese è felice se ci sono servizi, collegamenti, diritti tutelati, scambi culturali, una sanità che funziona, una burocrazia svelta e soprattutto lavoro; tutte cose che in troppi paesi mancano. Alla fine di questi miei viaggi, non so mai se arrendermi o sperare. Carmelina, 91 anni, pulisce i fagioli fuori casa. Mi parla senza alzare lo sguardo dalla cesta. Poi mi fissa con un viso tenero, dicendo: ‘Noi questo paese cerchiamo di curarlo come i nostri malanni, ogni santo giorno. Poi, si sa, c’è chi guarisce e c’è chi muore’.

 

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