Paesinoamaro

In estate e per pochi giorni, carovane di gitanti popolano i paesi più remoti d’Italia; paesi vuoti arroccati su costoni rocciosi, e borghi medievali che se ne stanno come coni di sassi in cima alle montagne. Gli abitanti ammirano stupiti l’arrivo di tanta gente. Poi, però, l’unico bar o ristorante del posto non è attrezzato a ricevere i flussi, e la carovana si sposta altrove. Quando la festa finisce, i paesi si riprendono il silenzio che li abita.
Quando erano vivi i miei nonni, il grano era per il pane, le bestie per il lavoro e per la carne, la terra era per il frutto e l’albero per il fuoco. Erano il sacro valore del poco e la fiducia nella vita ad aiutare i miracoli. L’asino attraversava la cucina, gli otri di terracotta borbottavano sulla pietra, i racconti tramavano nell’aureola delle candele, con vecchi e piccoli in cerchio nelle stalle.
Siedo nella piazza di un paese di 200 abitanti scarsi, in cima ad una collina maestosa e schiva. Dal fondovalle, salgono lo scampanio delle mucche e il fischio dei nibbi. Tre anziani seduti sulle scale della Pro Loco chiusa parlano delle olive, del prezzo del vino e male di Renzi. Il paese è deserto. Ho salutato persone sole che cercano di sorridere, ma poi raccontano solo di malattie, di loculi prenotati al cimitero, di morti recenti e di cose che non vogliono dividere con nessuno. Dei giovani rimasti, alcuni sono nati per morire senza vita accanto a una madre vedova. Altri sono andati via da anni. Chi è rimasto ha messo su famiglia, ma è dura. Giovanni era un bel ragazzo sveglio. A 56 anni vive ancora con la madre. Lo saluto e non mi riconosce. Alfonsina, a 20 anni passa la vita dalla casa alla chiesa e dalla chiesa al cimitero; le mani chiuse a pugno, non un filo di trucco, molti capelli bianchi. Lucia ha un tumore: viene a salutarci, mostrandoci la pancia gonfia e la faccia invecchiata. Per curarsi deve andare in un ospedale che dista 93 chilometri, accompagnata da una vicina più vecchia di lei, vedova e madre di un figlio unico che non vede mai. La casa di Filomena è crepata a causa dello smottamento della montagna che in poco tempo, dicono, cancellerà gran parte del paese. Le chiedo perché non se ne va da un’altra parte, magari dai figli a Bologna. Mi risponde che prima o poi bisogna morire, e che se un posto vale l’altro è meglio casa sua. Il paese si svuota, la gente è sola, la malattia non si cura. Di una nascita, dei morti, delle olive che si perdono, si parla senza dispiacere né speranza. Pandolina vive sola da 50 anni, circondata da calendari scaduti, foto di Santi e defunti. Le chiedo come fa a vivere senza tristezza, né allegria per niente. Le dico che nessuno è fatto per stare da solo, che pure le tende appena lavate per stirarsi bene devono stare in compagnia, prendere il vapore di una tisana, il fiato di chi ci dorme accanto. Mi risponde che sta bene così e che non le manca niente. Visita a donna Titta. Si parla ancora delle cose che non vanno e della sua vita qui, così spenta. Le chiedo che si può fare per cambiare la situazione. Titta guarda fuori, alza le spalle e dice: “Tutte le cose finiscono”. Osservo la piazzetta costruita da poco, con fioriere e panchine che non servono a nessuno. Da qui si vedono solo il cimitero, la montagna, il fondovalle deserto e vecchie cose meravigliose di cui nessuno più si dà pena. A me in questi borghi piace venire da sola in un giorno qualunque, quando i parenti e i turisti sono andati via, quando restano solo pietre nude e vecchi che non hanno voglia di parlare più con nessuno. Mi piace stare nel silenzio di una vita che vive di poco sangue, nella pace di gente che passa ore a fissare i muri. I giovani emigrati, quando tornano in paese nel loro dialetto sanno dire solo i soprannomi e qualche bestemmia. Superata una forra tra muri, in un recinto di pochi metri quadri due ragazzini cantano a squarciagola Ligabue, mentre una bimba in costume da bagno fissa la montagna di fronte. All’improvviso, mi volto per uno suono curioso. È arrivato un cieco, si è seduto davanti a me, e con un’abilità da ventriloquo ha iniziato a imitare il verso di molti uccelli tropicali. Ce l’ha con me, è chiaro. Io mi guardo intorno e faccio finta di non aver capito, credendo che davvero ci siano strani uccelli nei paraggi. Lui continua sempre più forte. Gli vengono gli occhi giovani: è felice, e io pure.

Foto: Eliana Petrizzi

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

w

Connessione a %s...