Una riflessione sull’arte contemporanea

Nei musei d’arte antica e moderna, accanto a ciascuna opera una targa indica il nome dell’autore, il titolo del lavoro, la tecnica, l’anno e poco altro. Il visitatore sosta dinanzi ai capolavori del passato e li comprende. Se non li comprende, almeno li sente. Nelle sale delle mostre d’arte contemporanea, al contrario, i muri sono pieni di lunghe scritte esplicative, o di video in cui l’artista tenta di motivare il suo lavoro. Infine eccolo il lavoro spiegato, che pochi o nessuno capiscono lo stesso, davanti al quale il visitatore medio si trattiene pochi secondi, ricacciato dal senso di vuoto, di perplessità, di delusione e di sconforto, se non di autentico disgusto. È chiaro che ognuno fa la propria esperienza e che ogni linguaggio merita rispetto, ma è innegabile che l’arte contemporanea si riduce troppe volte ad affare riservato a curatori vanitosi, galleristi, collezionisti pilotati, fondi d’investimento e non meglio precisate operazioni di mercato, dove gli artisti sono ora superstar inarrivabili, ora vittime di un meccanismo da cui vengono sfruttati e presto abbandonati. Unico escluso: il pubblico.
Sol Le Witt scriveva: “L’arte concettuale è buona solo quando l’idea è buona.” Ma in quante opere esiste oggi veramente un’idea valida? L’onnipresenza di banalità, cattivo gusto e provocazioni si maschera dietro l’etichetta concettuale, senza la quale in molti casi le opere apparirebbero per quello che sono: bancarotta estetica ed intellettuale. A dover tentare un ritratto del mio tempo, direi che sa ribadire bene l’insanabilità dei conflitti e l’impossibilità di ogni equilibrio, sottoscrivendo patti di fedeltà piuttosto con ciò che manca, che resta in bilico, incapace sia di individualità che di interdipendenza. Alle opere classiche, che proponevano un accordo tra umano e divino, tra natura e storia, sono subentrati linguaggi variegati che hanno in comune la necessità di cogliere la contingenza e l’incalcolabile come parte del calcolo, il caos come grammatica di base. Il non importa che cosa assume una dimensione di senso assoluto. L’opera è ciò che accade e che si lascia accadere. Qualcuno sostiene che si è contemporanei nella misura in cui si è sensibili all’irrimediabilità del frammento. Con una differenza sostanziale: se l’arte maiuscola abita il frammento perché al frammento è faticosamente approdata, l’arte minuscola al frammento si è arresa perché altrove non è riuscita ad andare. Magro traguardo di chi, persa ogni capacità di trascendenza, si riduce al compiacimento delle proprie tare.

2.Si deve a Duchamp la figura dell’artista non più artigiano, o talento capace di utilizzare pittura, scultura e disegno, ma demiurgo, che con il solo gesto impone e decreta opera d’arte la pura esistenza di qualcosa. La questione sollevata da Duchamp rispetto ai confini su cosa sia o non sia arte è ancora argomento di discussione. Di fatto, l’opera oggi è soprattutto un processo mentale. Se però accettiamo che arte sia tutto ciò che gli uomini definiscono tale, dovremo pure abituarci all’idea della grande beffa, ricordando che la parola ‘arte’ condivide l’etimo proprio con ‘artificio’. Qualcosa che si avvicina ad un concetto tradizionale di arte è nel termine greco téchne, che indica l’abilità a realizzare qualcosa, ma che riguarda, però, più l’artigiano che il genio o l’artistar acclamato dai mercati. Converrebbe allora, piuttosto che invocare l’arte di un tempo, maturare la consapevolezza che l’arte ha semplicemente cambiato natura, com’è giusto che sia. Riconoscere il cambiamento facendone motivo di crescita è la sola azione che vale la pena intraprendere. In passato, l’arte godeva di una sua forma di autonomia quasi sacrale, legata anche al pregio tecnico dell’esecuzione dell’artista e della sua bottega. In seguito, la libertà d’espressione ha prevalso sulla tecnica e persino sui contenuti, permettendo sia la creazione di capolavori immensi, che una pletora di abusi ed arbìtri. Alle scuole di un tempo, si sono sostituiti oggi sistemi di potere fondati sul mercato e su dinamiche finanziarie, che hanno condotto l’arte verso una mercificazione devastante. Mai come oggi, infatti, il valore coincide con il prezzo, per non dire anzi che il prezzo è troppe volte il valore. In questo modo, le opere d’arte smettono di essere espressioni artistiche, per diventare strumenti finanziari. Anziché espressione di una sincera ricerca estetica e/o intellettuale, l’arte è diventata una merce dalla quale il sistema cerca di spremere il massimo profitto. L’acquisto dell’opera di un artista affermato è un investimento in borsa, dove i collezionisti diventano gli speculatori, e il pubblico – sempre più disorientato e deluso – è sottoposto a un sistematico lavaggio del cervello, che tende ad accreditare e nobilitare un’arte troppo spesso banale, cinica e ripetitiva. A contrastare questo andazzo c’è l’esercito dei difensori ad oltranza della classicità. Il dibattito tra sostenitori del contemporaneo e nostalgici del passato è vecchio e duro a risolversi. Certo, c’erano dei limiti pure nell’arte di allora. La soggettività di visione dell’artista ha in seguito infranto molte cosmogonie, per concentrarsi sui riflessi dell’Io nel mondo, proiettati su una moltitudine di schegge infrante. Il caleidoscopio è stato ed è tuttora interessante. Ma ciò non toglie che la nostalgia non sia né un peccato né un limite, e che guardare all’arte del passato può servire spesso a comprendere meglio chi siamo. Oggi la creatività è un diritto basilare di ognuno, come il diritto al voto o alla libertà d’espressione. Ma questo comporta qualche rischio, come la confusione tra pittori e artisti, tra artisti e artigiani, artisti e illustratori, artisti e designer, artisti ed eccentrici vari. È difficile comprendere il nostro tempo. Ma è pure vero che ogni cosa rappresenta a suo modo un aspetto vivo del mondo, che merita di essere raccontato e vissuto. Direi anzi che non condividerlo non solo non toglie nulla al suo diritto di esistere, ma sottrae forse qualcosa a chi si rifiuta di accettarlo. Per questa ragione, alla fine dei conti è meglio spendersi in esercizi di curiosità soprattutto verso ciò che non comprendiamo, trovando ogni cosa utile, e a suo modo affascinante.

 

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5 thoughts on “Una riflessione sull’arte contemporanea

  1. Non solo d’accordo, ma il tuo articolo è per me di una ennesima sconfitta per quello che ho sempre ritenuto una delle mie ragioni di vita, forse finché ci sono persone che vedono la pittura come la intendi tu c’è ancora speranza.

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