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La campagna oltre il muro è rimasta come quando ero bambina, solo più piccola e più spenta. È morto il contadino che ogni giorno portava al pascolo le sue tre capre nell’unico campo sopravvissuto a un cantiere. Quando mi fermavo a parlare con lui, mi raccontava della guerra, di come si faceva il vino e di come era difficile venderlo, perché la gente di oggi se lo va a comprare per pochi soldi al “supermercato straniero”, come lo chiamava lui. Poi mi diceva della stagione cambiata, dei suoi morti e dei figli lontani. Ora che Michele non c’è più, da qualche giorno passa avanti e indietro un tunisino che trascina coperte sopra un vecchio passeggino. Urla qualcosa nel nostro dialetto, però storpiato, e così nessuno lo capisce lo stesso. Nel mio paese, i migranti arrivati da poco migrano dalle panchine al bar, e dall’ingresso dei centri commerciali alla sala giochi. Vanno a piedi o su biciclette di fortuna, spesso in gare scherzose, come bambini.Se ripenso agli ultimi anni della mia vita, mi accorgo di quanto poco, e insieme troppo sia cambiato. I miei amici dicono che me ne devo andare, che sono ancora in tempo, che qui al massimo si può scavare una grande fossa comune. Ma io proprio non ce la faccio a trasferirmi, a imparare un’altra lingua, a lavorare in un bar la sera per mantenere una camera in città. Così, per amore e per pigrizia, ho deciso di restare, vivendo dell’indispensabile e di poche soddisfazioni, che quando arrivano sembrano sempre più grandi di quello che sono. Fino a qualche anno fa andavano bene i lavori saltuari, i contratti a termine, i compensi ridicoli. Vivevamo a casa coi genitori, ultima generazione in grado di aiutare i figli a tempo indeterminato. Poi gli anni sono passati e la discesa si è fatta più ripida. Alla nostra età, i nostri genitori avevano già due o tre figli, un lavoro, una casa, e il grosso era fatto. Oggi, superati ampiamente i trenta, i figli a stento possono iniziare a pensare di andarsene. Che poi, se coi soldi che guadagni riesci sì e no a pagarti l’affitto di una stanza, che ci sei andato a fare a vivere da solo? Così, tra i due mali scegli il minore e torni a vivere coi tuoi, con l’amarezza e la fatica di dover accettare compromessi e incomprensioni che erano normali a diciotto anni, ma che a quaranta sono persino crudeli. Il futuro si ammala ogni giorno nel massacro dei rinvii. Ti accorgi che in ogni frase l’avverbio più usato è ‘ormai’. Ti sono cresciuti capelli bianchi che non avevi l’anno scorso. Ad Antonietta è venuta la psoriasi sul gomito, a Luca è iniziata l’alopecia. Non è l’età; è questo vivere gli anni migliori come onde abbattute dal disincanto e dell’apatia. Secondo i media va tutto bene, e comunque a noi va meglio che agli altri. La crisi è come la psoriasi di Antonietta: un incidente psicosomatico. Basta volere la risalita e risalita sarà. Ma la vita, nei voli a bassa quota delle cose di ogni giorno, proprio non ce la fa a decollare. Chi ha avuto il coraggio di lasciare l’Italia rimpiange solo di non averlo fatto prima, e qui non tornerà. Io invece sono rimasta, e tra sgomento e tenerezza capitano anche episodi come questo: vengo chiamata da un ristoratore per una consulenza sul restyling del suo ristorante. Ci vado più volte, curando ogni dettaglio del nuovo locale. Giunto il momento di chiedere il compenso, ho come la sensazione che don Antonio non abbia minimamente capito che stia per chiedergli dei soldi, perché io sono un’artista, e mica l’artista è un mestiere! Così, mentre cerco di assumere il tono che di solito si conviene nel chiedere il dovuto, lo vedo andare di corsa verso la cucina. Felice e fiero, ne esce con una pagnotta di pane appena sfornato e una damigiana da cinque litri di vino paesano, dicendomi radioso: “Grazie, grazie mille, Dottoressa!”

 

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