Eruzioni di ordinaria misantropia

L’imbecillità non è un pregiudizio, è una realtà concreta che ha peculiarità, carattere, forma propria, densità e persino un peso specifico. Pervade il genere umano come una linfa malefica, e la cosa peggiore è che oramai nessuno, neanche la scrivente ne è immune. Devo aggiungere che di imbecilli nella vita ne ho conosciuti a tonnellate, del tipo full optional chiavi in mano, in un panorama di disastro antropologico da scoraggiare il più incallito dei filantropi. Eccolo l’imbecille morso dall’idiozia di massa, compiaciuto del suo tanfo di creatura rancida. Eccolo spendersi nella ripugnante disciplina dell’ossequio e del prebendaggio soprattutto verso chi è peggiore di lui. Eccolo correre verso quel ricettacolo di calamità antropologiche che è troppo spesso il gusto comune. Incapace persino di far bene il male.
Quando esco di casa, otto volte su dieci il numero delle cose che mi sorprendono viene miseramente sconfitto da quelle che mi disgustano. Chiasso e messe in scena, in uno straripante sperpero di non senso. Nulla difende dalla brutalità degli ottusi. E tuttavia, davanti a tanta pena eccomi provare una fascinazione profonda: la somma delle stupidità produce lo spettacolo maestoso di un palazzo che implode, di una montagna che frana. Cogito interrotto: accade quando i pensieri fanno retro marcia a cospetto del cervello; uno stato più diffuso di quanto non si creda. Conversazioni: di senso compiuto neanche il miraggio; complete e mediocri come un pasto su un volo a lungo raggio. Applausi a volume alto, per messe in scena che meriterebbero una platea deserta. L’umanità è interessante, certo, ma fino a un certo punto. L’unica varietà sorprendente è tra insetti, molluschi e arborescenze: esseri che nascono e spariscono, difficili da incontrare due volte, e soprattutto da rintracciare una volta scomparsi. Persino in una grande metropoli capiterà di incontrare qualcuno che hai già visto, o peggio ancora gente che si somiglia. A conti fatti, l’umanità si riassume in un numero piuttosto limitato di tipi. Inattendibile è pure la teoria della sacra unicità di ciascuno. Molti sono utili, molti indispensabili. Molti non sono né l’uno né l’altro.
Da bambina avrei fatto meglio a giocare con le bambole, con le amiche, a stare all’aria aperta, che trascorrere il tempo a leggere monografie di grandi artisti e poeti del passato. Non mi sarei costruita in questo modo un’idea dell’umanità così affascinante, che mi trovo ogni giorno a dover smentire. Ma pure lì forse c’era da sbagliarsi: mi vengono in mente i capolavori nei musei, allestiti in modo che si debba guardarli solo da lontano. Il motivo è chiaro: ogni cosa è buona e ogni essere degno di rispetto, purché a debita distanza. Meglio da soli. Anche a disegnarli, l’uno è un gancio che radica e trattiene, il due una voluta che srotolata svapora.

 

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One thought on “Eruzioni di ordinaria misantropia

  1. Tutto vero, però ti darei mille zuccherosi baci, dicimila mielose carezze e un milione di amorosi abbracci sempre. Il doppio quando sei in modalità “grumpy cat” come nel post.

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