Ordinaria misantropia/breve raccolta di pensieri contro

-L’imbecillità non è un pregiudizio, è una realtà concreta che ha peculiarità, carattere, forma propria, densità e persino un peso specifico. Pervade il genere umano come una linfa malefica. E la cosa peggiore è che oramai nessuno, neanche la scrivente ne è immune. Devo aggiungere che di imbecilli nella vita ne ho conosciuti a tonnellate, e di portentosi, del tipo full optional chiavi in mano, in un panorama di disastro antropologico da scoraggiare il più incallito dei filantropi.

-In certe occasioni, il livello dei libri presentati, delle poesie declamate, delle opere esposte è talmente infimo, e così faticosa la dose di pazienza richiesta per non fuggire, che quando a un tratto si vede entrare qualcuno dal bar accanto con una torta o una guantiera coperta, diretto a preparare il buffet, si prova per quello sconosciuto una vicinanza calorosa come in guerra; una stima profonda, e una speciale forma di gratitudine.

-Ecco l’individuo morso dall’idiozia di massa, compiaciuto della sua banalità, in un tanfo di creatura rancida. Eccolo spendersi nella ripugnante disciplina dell’ossequio e del prebendaggio soprattutto verso chi è peggiore di lui. Eccolo correre verso quel ricettacolo di calamità antropologiche che è troppo spesso il gusto comune. Incapace persino di far bene il male.
E ancora una volta aveva ragione Nausifane: “La non esistenza delle cose che sembrano esistere non è meno probabile della loro esistenza”.

-Le persone sono malattie infide, dai sintomi assenti o ambigui; tutte comunque e allo stesso modo terminali. Per questo, qualsiasi scelta che ci riguardi in relazione ad altri deve prevedere periodi d’incubazione lunghi, senza lasciarsi distrarre dalle piccole migliorie del momento.
Buongiorno e buonasera: non prima di 7 giorni.
Conoscenza: 6 mesi almeno.
Fidanzamento: non meno di 5 anni.
Matrimonio: ben oltre i 20.
Le rotture vogliono un colpo di grazia secco, invece di quelle eutanasie che, incapaci di accogliere con gioia l’imminenza della fine, si attardano all’indietro, confondendo le cause della morte con gli effetti della vita.

-Anche oggi, il numero delle cose che mi hanno sorpresa è stato miseramente sconfitto da quelle che mi hanno disgustata. Chiasso e messe in scena, in uno straripante sperpero di non senso. Nulla difende dalla brutalità degli ottusi. E tuttavia, davanti a tanta pena eccomi provare una fascinazione profonda. La somma delle stupidità produce lo spettacolo maestoso di un palazzo che implode, di una montagna che frana.

-Parliamo del fastidio che proviamo per il talento degli altri. L’individuo brillante, intelligente, colto, simpatico, con discreto successo nella vita e di bell’aspetto, alla lunga dà fastidio e stanca.
Nella vita di ogni giorno vincono il focolare e la caverna, i tori da monta e le giumente silenziose. Le banali verità dell’etologia infilzano impunite il loro vessillo sulle inutili lotte dell’evoluzione intellettuale.

-Una storia vecchia millenni torna a insegnare quello che non serviva sapere.
Surrogati che ingrassano inappetenze e certezze che foraggiano nuovi invalidi.
Idealizzare il contingente posticipando l’ineluttabile.
Legittimare violazioni e saccheggi con codicilli dell’ultim’ora.
Posizioni guadagnate da schiere di ossequiosi invertebrati.
Malattie decise dalle case farmaceutiche, matrimoni dalle riviste casa, predilezioni e disinteressi da palinsesti lobotomizzanti. Salire anche in discesa.
Avere Fede a patto di non praticare quanto prescritto all’osservante.
Mortificazione: solo ciò che vedi riflesso nel tuo sangue è vero.
Perseguire il nulla, resistente, solido ed onnisciente.
Santificare opere in cui irresponsabilità, ruminazione e asfissia sono le azioniste di maggioranza, legioni quotidiane di morti per silenzio, più di quelli per patologie respiratorie e tumorali. Scavatori di baratri in cui si disimpara a vivere.
Depilazioni integrali: tutto subito e niente a lungo andare.
Amorfismo collettivizzante di nomi persone cose città. Moltitudini sciapite che ispirano delitti.
Individualisti pronti alla lamentela, disfattisti per vocazione, perdenti che annegano nella paura come topi nel loro piscio.
Il cuore, infine: un pugno di terra lanciato sulla bara calata nel fosso.

-L’umanità è interessante, certo, ma fino a un certo punto. L’unica varietà sorprendente è tra insetti, molluschi e arborescenze: esseri che nascono e spariscono, difficili da incontrare due volte, e soprattutto da rintracciare una volta scomparsi.
Persino in una grande metropoli capiterà di incontrare qualcuno che hai già visto, o peggio ancora gente che si somiglia. A conti fatti, l’umanità si riassume in un numero piuttosto limitato di tipi. Inattendibile è pure la teoria della sacra unicità di ciascuno. Molti sono utili, molti indispensabili. Molti non sono né l’uno né l’altro.

-Il disgusto è l’unico sentimento che provo verso coloro che accecati dall’ipocrisia fingono di credere che tutto sia tollerabile, che ogni cosa meriti comprensione e accoglienza, che miserie morali e ignoranze colpevoli richiedano indulgenza e persino un religioso affetto. Se le loro pretese fossero vere non si spiegherebbero i crimini più o meno gravi che animano le loro vicende.
Diffidate dei ferventi filantropi: la maggior parte d loro crede nell’amore per il mondo non più di quanto un rappresentante sottopagato pensa che quella che sta cercando di rifilarvi sia l’aspirapolvere migliore sulla piazza.

-Il disinteresse che si prova verso le cose degli altri è direttamente proporzionale all’interesse che si pretende verso le proprie.
Quando si parla, quando si agisce, ci si predispone al meglio per non ferire. È persino dolce questa grazia che non incanta. Lo scopo è uno solo: vendere e vendersi. Le sole comunioni possibili riguardano sostanze chimiche e falde acquifere. Il resto a volte è emulsione, più spesso beffa.

-Da bambina avrei fatto meglio a giocare con le bambole, con le amiche, e a stare all’aria aperta, che trascorrere il tempo a leggere monografie di grandi artisti e poeti del passato. Avrei forse imparato quell’allegria che non si fa domande. Soprattutto, non mi sarei costruita un’idea dell’umanità così affascinante, che mi trovo ogni giorno a dover smentire.

-Meglio da soli. Anche a disegnarli, l’uno è un gancio che radica e trattiene, il due una voluta che srotolata svapora.

-Cerebro-illeso: individuo che, pur essendo dotato dalla nascita di un cervello a norma, non ne ha mai fatto uso. Amico intimo del cerebro-illuso: individuo erroneamente convinto di averne uno.

-Applausi a volume alto, per messe in scena che meriterebbero una platea deserta.

-Avere a che fare con la gente è un’impresa fallita in partenza.
Parli chiaro? Sei da evitare.
Fai capire quello che ti piace e quello che non ti piace? Sei intransigente e antipatico.
Fai notare che soprassedere su superficialità e pressapochismi non solo incrina i rapporti, ma l’andazzo generale del mondo? Sei pesante.
Questi i consigli più ricorrenti se ci si vuole concedere a una minima forma di relazione sociale: lasciar correre, fare finta di niente, chiudere un occhio, parlare tra le righe, accomodare. Converrebbe seguirli questi consigli se assicurassero rapporti gratificanti. Ma considerando lo sforzo che la finzione comporta, e che le persone con cui si dovrebbe poi avere a che fare sono in genere di una noia mostruosa, non vedo perché costringersi più di tanto. Tenendo pure conto del fatto che nella vita i pochi legami che vale davvero la pena difendere non costano alcuno sforzo, ma nascono con la naturalezza dell’erba tra l’asfalto.

-Il vero motivo per cui proviamo umanità per gli altri è che faremo tutti la stessa brutta fine. Se non ci fossero il dolore, la cattiva sorte, l’errore, la debolezza, la malattia e la morte, che senso avrebbero la compassione e la pietà? Chi ha mai provato altruismo, tenerezza o sincera benevolenza per chi sta bene, immune da ogni disgrazia e da ogni declino?

-Di quel tizio morto da tempo, ma che sembrava vivo, avevo in effetti sempre pensato con sospetto, come ad un no affermativo.

-Conversazioni: di senso compiuto neanche il miraggio; complete e mediocri come un pasto su un volo a lungo raggio.

-Rientrata da incontri che mi hanno restituito cose interessanti e cose inutili, tutte insieme senza giudizio; ciascuna con la sua opportunità di essere scelta, amata ancora, e ancora disprezzata.

-Come si può tollerare un individuo che nella sala d’attesa di uno studio medico trascorre un’ora e mezza a giocare al cellulare col volume al massimo, senza mai distogliere lo sguardo, né chiedersi se quel suono possa infastidire qualcuno? Dopo molti sforzi, non sono riuscita a considerare una sola ragione per giustificare l’esistenza di un individuo del genere, esistenza che induce a ritenere sempre meno plausibile che Dio abbia potuto decretare l’uomo specie deputata a dominare sulle ben più evolute genie di insetti, rettili, e piante. Mi sono ricordata allora di una frase di Marco Aurelio; diceva che se ami l’opera del Grande Artista devi anche tollerare i trucioli ai suoi piedi. Poi mi sono venuti in mente molti capolavori nei musei, allestiti in modo che tu debba guardarli solo da lontano. Il motivo è chiaro: ogni cosa è buona, e ogni essere degno di rispetto, purché a debita distanza.

-Uno scrittore scrive un libro e diventa celebre. Costretto a galoppare dalle fruste impietose del successo, dovrà riuscire una seconda volta, poi una terza e una quarta ancora. A un certo punto, esaurite le cose da dire, si riciclerà in una raccolta dei suoi articoli sui giornali, delle lezioni universitarie e dei convegni tenuti, dei suoi pensieri inediti, di solito gli scarti del suo primo libro, l’unico degno che abbia mai veramente scritto. Gli sarà lecita la mania di essere ovunque, comunicando ciò che ha pensato e fatto nella vita, malgrado il più delle volte di questi pensieri la gran parte dei lettori possa fare a meno, e senza riceverne alcun danno.
Nove volte su dieci capita la stessa cosa all’artista famoso, al cantante, al grande regista. Nessuno di loro avrà pensato l’unica cosa vera, e cioè che se per una volta nella vita si riesce a fare qualcosa di eccellente, si dovrebbe ringraziare Dio, chiudere baracca, e sparire per sempre.

-Esistono individui il cui mestiere è quello di atrofizzare i testicoli di chiunque capiti loro a tiro; possono sequestrarti per ore a parlare dei loro guai, accidenti, traversie di ogni sorta e in ogni campo dell’esistenza; monologo che si conclude puntualmente con la richiesta di denaro o di piaceri.
Attenzione: più che di persone in difficoltà, qui si tratta di ignavi parassiti, la specie più infestante. Costoro, infatti, non avendo mai provato a costruire nella vita alcunché – non per debolezza, sconfitte, traumi o incapacità, ma per il meschino calcolo quotidiano di campare a spese degli altri – credono che tutto sia loro dovuto, e soprattutto che quelli capaci di creare qualcosa a furia di sacrifici, responsabilità e meriti abbiano poi il dovere di caricarsi sul groppone le zavorre della loro ripugnante accidia.
A questa ciurma di saprofiti vorrei dire che la vita è difficile per ognuno, ma che provando ad alzare un poco la testa ci si accorge che ogni giorno di sole c’è un poco per tutti.

-Dinanzi a eventi esecrabili, ci si commuove per i morti e per il dolore di chi resta. Non voler comprendere o rifiutare le ragioni della Storia è segno di pigrizia intellettuale e di una comoda demagogia. Ma niente è meno scontato dell’ovvio, e mai come nella storia dell’uomo. Basta infatti alzarsi al di sopra delle vicende per cui ci si indigna per constatare l’abiezione congenita della razza umana, votata non alla banalità, ma alla necessità del male. Ragioni politiche? Economiche? Religiose? A conti fatti, crudeltà, avidità e stupidità sono le uniche divinità in cui la fede dell’uomo è sempre ben riposta.

-Da quando ho commesso l’errore di uscire di casa non ho potuto che confermare una ad una tutte le ragioni che nel tempo mi hanno indotta all’isolamento. Frequentare la gente e partecipare alle iniziative degli altri è una farsa paragonabile all’apposizione delle firme sul quaderno all’ingresso della casa di un morto. Si va dagli altri affinché gli altri, mossi da scrupolo, poi vengano da te e viceversa. Si dice ciò che squisitamente non si pensa per non offendere e non venire offesi. Noi stessi siamo avvinti da una raccapricciante meschinità di fondo. Perché ci esponiamo, perché realizziamo imprese e cose? Quanto di ciò che facciamo ha un valore intrinseco per il senso e la bellezza del mondo? E quanto invece non è altro che pula? Alla base delle nostre azioni ristagnano calcolo, vanità, interesse personale e una presunzione che se non fosse così odiosa susciterebbe persino tenerezza. Tutti così facili ad offenderci per l’azione mancata, per lo scambio iniquo, per la parola fuori posto, mai migliori dei nostri nemici se altrettanto pronti alla vendetta.
Dove si è veramente liberi dalla pantomima delle circostanze? Tra gli scanni di una chiesa deserta? Da soli sotto un albero in cima alla montagna? In un paese straniero? Da nessuna parte.

-Cogito interrotto: quando i pensieri fanno retro marcia a cospetto del cervello.
Uno stato più diffuso di quanto non si creda.

-Luoghi gremiti in spazi angusti generano panico e progetti di sterminio reciproco. Eppure, basterebbe una quota individuale minima di civiltà per rendere possibile ogni convivenza. Per esempio, non chiamare esuberanza la maleducazione, simpatia l’invadenza, flessibilità l’approssimazione, vitalità la confusione più esulcerante. Bisognerebbe rispettare piccole zone di non contiguità e di silenzio, e tutto accadrebbe con la serenità con cui immagino coesistano termiti e felini. Ma si tratta ovviamente di una penosa utopia. Il genere umano è tarato. Ci sarà un motivo se la Natura ha previsto spazi generosi e nessun assembramento patologico di specie viventi. Ma noi non siamo la Natura.

 

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One thought on “Ordinaria misantropia/breve raccolta di pensieri contro

  1. Tutto vero, però ti darei mille zuccherosi baci, dicimila mielose carezze e un milione di amorosi abbracci sempre. Il doppio quando sei in modalità “grumpy cat” come nel post.

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