Dire è fare

Nel 1961 Leonardo Sciascia scriveva Il giorno della civetta. Quello che oggi è largamente risaputo (lordure della politica, superpotenza della corruzione e delle mafie), costituì all’epoca uno squarcio inatteso nel sapere comune. La funzione di certe opere ci fa riflettere su quale sia la missione della letteratura e su quale sia lo scopo sociale di un’operazione che, per essere utile, deve agire sulla collettività. Da Sciascia a tutti gli scrittori e giornalisti d’indagini scomode, appare chiaro che la loro opera si concentra intorno a un unico obiettivo: il potere della parola, che diventa fendente, organo di escavazione. Parola che non si limita a descrivere e a evocare, ma a dire con chiarezza, dare a vedere realtà fino a prima ignorate per pigrizia o convenienza. Ho letto Sciascia, ascoltato Saviano e molti altri, meno celebri ma non meno coraggiosi. Ognuno di noi sa dire: “Hanno scoperto l’acqua calda.” Ma quanti di noi avrebbero saputo o potuto fare lo stesso? Io non ci sarei riuscita. Avrei avuto paura e sarei rimasta in silenzio. Nella scrittura, nella pittura, nella grande arte in genere non bisognerebbe dire una sola parola contro chi si è messo in testa alla fila affrontando la resistenza della corsa. Molti di noi non sanno nemmeno tenere la ruota. Si diventa così complici della carneficina di cui si è vittime, perché le cose non sono astrazioni, ma azioni compiute o commesse da ciascuno, giorno per giorno.
Uno scrittore racconta storie che accadono a un passo da noi, ma non c’eravamo accorti di niente, presi dal vile abbaglio della cecità. Un autore racconta anime, scava mondi possibili, anticipa di decenni il percorso del tempo, spesso offrendo risposte di cui si aveva sete. Si capisce allora come parole e immagini sono a tutti gli effetti buone azioni, e tra le forme più alte di servizio, al riparo dalle imposture del narcisismo di cui, chi più chi meno, siamo vittime tutti.

 

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