Crolli

Le scuole e gli ospedali da poco ricostruiti in base a rinnovati criteri antisismici sono venuti giù come sabbia. Superpotenza della natura o approssimazione dell’uomo? Andando in giro per i paesi crollati e ricostruiti della mia terra, mi accorgo ogni volta che il destino di ogni cosa è di restare in bilico tra il “non si è fatto” e il “si è fatto male”. Se indaghi a fondo nella storia di ciascun paese distrutto e rinato ti accorgi che ogni storia è diversa, ma un poco si assomiglia. C’è stato chi il proprio paese lo ha amato davvero, e che perciò avrà fatto in buona fede quanto avrà potuto per salvarlo. Ci saranno stati giovani volontari convinti che bastino impegno e sacrificio per fare dell’Italia zingara una donna per bene. Ma ci sarà stato pure chi ha sbagliato per mestiere: personaggi sconfortanti su cui sono state puntate tutte le scommesse perse degli ultimi anni: quella dell’ammodernamento strutturale del Paese, come quella di un elementare buon senso nell’amministrazione della cosa pubblica. Questi individui hanno valutato, approvato e firmato provvedimenti riguardanti le vite di ciascun abitante. Tra questi provvedimenti, quelli relativi al capitolo tipicamente italiano degli sprechi, delle operazioni raffazzonate e di tutte le cose che non si faranno mai. Soluzioni a questo stato di cose radicato nel DNA del fare nostrano io non ne conosco, perché pare che l’irrimediabile sia dalle nostre parti la sola e vera struttura portante delle cose. Passate le tragedie, quando il tempo fa un poco più sopportabile la pena si torna in quei paesi col passo lieve della poesia, dove i crolli prendono una strada tutta loro, dove dietro ciò che non si aggiusta si impara a pensare che nella vita le cose migliori riescono se si assecondano le curve e se si perdona spesso. E a crederci persino.

 

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