LA VITA SPIATA nel circo dolente della provincia/Andrea Manzi

La vita spiata cop

Pubblico di seguito l’attenta analisi che Andrea Manzi, giornalista e raffinato scrittore, ha elaborato del mio libro LA VITA SPIATA. L’articolo è stato pubblicato su IL MATTINO di Salerno del 15 aprile 2016, e su http://www.iconfronti.it

Il paese senza nome dove abitano i ventotto personaggi de “La vita spiata” (Magenes) – prima opera narrativa della pittrice Eliana Petrizzi, con prefazione di Pino Aprile – è una terragna città-corpo, prolungamento della struttura fisica di colei che racconta, sintomatico luogo della percezione, laboratorio dove un’azione “terapeutica” sembra ripristinare, ad ogni parola, una comunicazione con il mondo (“… la vita va come un vento portato dall’urgenza del suo racconto”). Sono “tipi psicologici”, i ventotto antieroi di Eliana, che tentano di trasformare una quotidiana espiazione in respiro vitale. È così che la luce – talvolta fruga nei loro occhi spingendoli al pianto – diventa fremito, ebbrezza. Sono i punti luminosi, quegli uomini e quelle donne, di un Sud docilmente tiranno, nel quale l’autrice ha scelto di vivere, attratta da un paesaggio che le ha insegnato “il buono del limite”, tra montagne e colline che fanno da fondo di scena al “circo della provincia”. A volte addirittura protegge, quel “circo”, e trattiene, nel senso di non lasciare andar via, con un abbraccio compromissorio che ripulisce la mente dalla bava della post-modernità. Su questo limite, si recupera la rude semplicità contadina dei rapporti umani, nella quale Pasolini rinveniva la serena e tranquillizzante distanza dal progresso, la qualità umana della vita pre-industriale e pre-nazionale.
Eliana Petrizzi, pittrice di raro talento e di solido successo, non è riuscita ad allontanarsi da questi luoghi dell’anima, anche quando l’esigente mercato dell’arte richiedeva la sua presenza in territori lontani dal Sud lacerato e fraterno che l’accoglie. È qui, sulla fascia di confine tra l’Irpinia e i primi bassopiani dell’Irno, che vive tra “ignavi e disfattisti”, in reticoli di pregiudizi e falsità, ma su una linea di frontiera dove il “corpo” della città diventa corpo civile, storico, ma anche corpo mistico e letterario. In esso il rapporto tra la parola e la terra si accende di passioni e può accadere che il dolore elaborato e narrato cambi segno e direzione. I ventotto sensori umani di Eliana, spiati nella piazza di S. Felice, tra i campi di ciliegi e noccioli, nello slargo costruito dal nuovo sindaco o nel santuario della Madonna, rivitalizzati da memorie arcane riemergenti, riforniscono e sostengono una scrittura nella quale il ricordo diventa parola e riparazione. Un simulato set analitico, allestito senza l’angoscia dei lunghi tempi freudiani grazie alla letteratura che trasforma in metafore fulminee l’inestricabile intreccio di ricordi e di immaginazione, quasi nel segno di un efficace lavoro di stampo proustiano sulle illuminazioni analogiche. Un percorso che richiede chirurgico rigore analitico per ridurre all’osso l’eccesso del reale che si concentra in ogni poetica e consentirgli di manifestarsi lacanianamente nella singolarità della lettera.
Eliana Petrizzi riesce a raffreddare sapientemente i materiali narrativi e lo fa avvertendo, c’è da giurarci, lo stesso disagio di J. M. Coetzee che, nella sua “Infanzia. Scene di vita di provincia”, non seppe mai dire “io”. Preferì parlare di “lui” per dire più liberamente di sé, a causa di quel senso di ruvida estraneità che è giusto sperimentare al ricordo della propria infanzia. Sono anni, questi, di marginalità e dolore, specie se vissuti in un paese il cui vero talento “è di non averne in fondo alcuno” e nel quale la finzione mimetica simula finanche la qualità espressiva di amori vuoti, animati dall’indifferenza o da una sessualità disperata ed estrema, talvolta meccanica e desolante. Nel vuoto del reale, che la scrittrice ha descritto nelle ventotto micro-storie s’insedia la identica, magmatica vitalità che la pittrice elabora nei suoi colori. Siamo su un territorio di unità stilistico-formale, sul quale il segno pittorico si proietta nella cifra letteraria e si acquieta. Identica è la ricerca del Sé, sovrapponibili i percorsi evolutivi di una coscienza aperta alla meraviglia della conoscenza indomabile. Moravia diceva che la nostra civiltà è pittorica, non poetica. Le immagini solari o telluriche di Eliana Petrizzi, al servizio del doppio canale espressivo, sembrano plasticamente confermarlo.

 

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