Serate con noia

OPENING
All’inaugurazione di un negozio di alto design capisco l’errore madornale: quello di aver accettato l’invito. Scopo della serata: fuggire dalla rigogliosa morte dei vivi. Medici, avvocati, notai, immobiliaristi, imprenditori, bancari, politici locali: tutti riuniti in folle vocate al belato collettivo. Il titolare del negozio è un Luigi XVI taroccato, di una simpatia che dà troppe cose per scontate. La moglie è una rossa rachitica, su cui girano voci di frequenti gang-bang pomeridiane. Il primario di chirurgia deambula con al fianco indecomposta salma di consorte. Asfissiante povertà di sorrisi. Annuire senza capire. Dittatura dei pronomi impersonali. Espressioni ricorrenti: “Si dice, si porta”.
In arrivo, piatti grandi come catini, con al centro uno sputo di cibo indecifrabile. Nome della portata: “C’è qualcuno in casa?” Musica live: la cantante è brava, ma indossa un abito che neppure il suo talento riesce a perdonarle. Gli oggetti esposti sono in linea coi tempi: funzionali, costosi e di un freddo polare. Sparse ovunque, riviste di arredamento propinano un contemporaneo a -273,15°C; soprattutto cucine bianco lucido, con un piano-lavoro immenso al centro della stanza. Manca solo il cadavere steso con l’anatomopatologo accanto, a prendere bisturi e garze da cassetti in cui un tempo si tenevano origano e peperoncini. In rassegna, gente fiera di una lunga serie di invalidità acquisite. Nella spietata pornografia dell’ostentazione nessuno si salva. Non so con chi parlare, né di cosa, persa nel terrore del panno steso di sfracellarsi prima o poi sull’asfalto. Penoso calo di intensità, di bellezza, di amore. Non vedo l’ora di andarmene. Mi mancano le sere fuori casa, dove non succede mai niente; dove si sentono solo le gatte fare voci di bimbe, o il cane difronte che ulula quando passa un’autombulanza. L’aria sgombra, la luna, e in strada nessuno.

CENE
Tutta l’infelicità degli uomini deriva da una sola causa: dal non sapere starsene in pace, in una camera.” Il castigo per aver violato l’osservazione di Pascal è una nuova serata con noia nell’appartamento di persone che non conosco, a cui un’amica mi ha invitata persuadendomi della necessità di stabilire relazioni umane, visto il lavoro che svolgo.
A questo genere di serate, tre figure non mancano mai: il notaio, il primario e il politico. Le altre, di contorno, si cambiano a turno di posto nelle luci della ribalta, legando sempre con quelli con cui già sono impastati da una vita per gusti, connivenze, obiettivi, affinità elettorali, o semplicemente per la direzione umana presa dalla loro scala sociale, che troppe volte – più che verso l’attico, come credono – porta dritta nel seminterrato.
La moglie del notaio è un topo di sagrestia, agghindato con capi ed accessori che stanno tra loro come un orso polare sta a un tucano. Al suo arrivo, saluta tutti con un’allegria abbagliante. Poi però, seduta da sola, eccola trasformarsi di colpo nella Bevitrice d’assenzio di Degas. Un bell’uomo sui 40, dentista rampante, con una mostruosa incapacità di naturalezza, murato nel cemento del suo abito griffato, muove la testa come il pupazzo di Berlusconi su un carro di Carnevale. La figlia della Dottoressa, a 18 anni è già un’imbecille full optional, incollata allo Smartphone da cui escono solo suoni di oggetti che esplodono. Naturalmente, squassata com’è dalla febbre dell’idiozia, il pensiero di poter dare fastidio agli altri col volume così alto non la sfiora minimamente. L’Onorevole cinquantenne è già in pensione. Finito il gran tour a raccattare voti per questa o quella candidatura, gestisce oggi i suoi impegni, che consistono in un indefesso presenzialismo, dalla sagra che preferisce alla mostra dell’artista che non capisce.
Signorine ben vestite si perdono per un acino di sale: chi per un’unghia dallo smalto scrostato, chi per una griffe taroccata, chi per il tanfo che prende un corpo inerte per giorni in casa. Lo scopo della serata auspicato dalla mia amica è abortito, come temevo. Come accade nelle tavolate strette e lunghe, si finisce sempre per parlare con chi già si conosceva. Con gli altri, estranei si era ed estranei si resta; gocce di pioggia appese a un filo, e in basso uguale per tutti solo il vuoto.

KARAOKE
Io e un’amica andiamo a mangiare una pizza in un ristorante di zona. Vedo molte macchine parcheggiate lungo la strada. Il locale è pieno di giovani; strano per un giovedì sera. Già da questo avrei dovuto capire, ma alla mia amica il posto piace e vuole restare. Ci sediamo e ordiniamo. Le pizze arrivano quasi subito, iniziamo a mangiare e qui scatta la trappola. Vedo un ragazzo armeggiare con microfoni, monitor e tastiera: la beffa va profilandosi in tutte le sue sconcertanti proporzioni. Chiedo al proprietario se per caso più tardi il locale è destinato a una festa privata. E lui: “No, nessuna festa. Il giovedì sera facciamo la serata Karaoke”. Dopo questa parolaccia, il disgusto monta a neve. Andarcene non è possibile perché la pizza è appena arrivata. Non riesco a immaginare un flagello peggiore, in una serata in cui avevo solo voglia di starmene in santa pace fuori casa a chiacchierare con un’amica. Dopo neanche 5 minuti, lo strazio acustico ha inizio. Ora tu, bionda ragazza grassa che mentre uscivi dal bagno sei scivolata su una patatina e hai gridato davanti a tutti “Moccaachitammuort’!”, tu che hai tenuto il microfono in ostaggio per 20 minuti, cantando fuori sincrono canzoni di un sentimentalismo efferato, cosa hai voluto dimostrare con questa tua esibizione? Ma poi, mi chiedo, queste persone che escono di casa e che s’incontrano ogni tanto con gli amici, possibile abbiano così poco da dirsi da preferire questo genere di riempitivo al piacere della conversazione? Fanno pure la guerra a tirarsi di mano il microfono, in una gara oscena a chi stona di più, a chi strilla di più, a chi peggio storpia Mina, De André e Lucio Battisti. Alla fine devo anche mettermi a discutere con la mia amica che, mi accorgo con orrore, non disdegna la serata perché secondo lei il meglio deve ancora arrivare. Ditemi, voi, come posso restare, con chi per giunta troverà migliore il momento peggiore?

FOOD AND SOUL
Sono seduta nella cucina di una casa appena ristrutturata nel centro storico, accanto agli oggetti che la mia amica ha allestito in occasione di una fiera dell’artigianato. Lei crede davvero in ciò che fa, soprattutto crede nel rapporto con la gente che entra a visitare questo genere di iniziative. Ha comprato una bottiglia di Martini, un pacco di biscotti a forma di cuoricini per accogliere i suoi ospiti. Io resto in disparte, salutando solo se strettamente necessario. Quello che vedo, per quanto mi sforzi, è molto diverso da ciò che la mia amica, in preda all’animo ingenuo che le invidio, a stento riesce a sospettare. Quelli entrati finora sono individui distratti dall’inespugnabile superficialità che nutre le loro esistenze. Altri fanno un giro pigro, e se fingono di soffermarsi su qualcosa è solo per non farle una scortesia, lei che accoglie tutti con commovente entusiasmo. Di queste scene mi sono riempita gli occhi durante gli anni di mostre tenute in vecchi borghi, centri storici, chiese sconsacrate e spazi comunali. Negli sguardi di molte persone non c’è sorpresa, nessuna domanda. Se toccano un oggetto, pensano di solito solo al modo di far capire che non hanno alcuna intenzione né di comprenderlo né tantomeno di acquistarlo, cosa che peraltro alla mia amica non interessa, presa com’è dalla voglia di intrecciare comunioni di interessi col prossimo. Ma la sua non è che una tenera utopia. Otto volte su dieci la gente si ferma dove si mangia, dove il massimo che le è consentito è sciorinare banalità di circostanza prima di salutare il compagno di merende.
Più apprezzabili sono quelli che si limitano a sbirciare da lontano consapevoli del proprio disinteresse, soprattutto di un tavolo all’ingresso che non offre alcun buffet. Almeno questa volta la mia amica non potrà dire che non ho provato a ricredermi. Sono io piuttosto a doverle ribadire che ancora una volta non mi ero sbagliata.

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