Serate con noia

Raccolgo di seguito il meglio del peggio di tutte le serate con noia vissute negli ultimi due anni, nella triste certezza che non finisce qui.

POESIE
L’errore è stato credere che la serata potesse essere diversa dalle altre della serie. E invece, ancora una volta la beffa mi ha punita per non essere rimasta a casa, soffrendo della curiosità per cosa mi sarei persa, piuttosto che del disgusto per ciò che effettivamente è stato.
La sala convegni è una scatola dipinta coi colori che si usano per consolare ospedali e luoghi atopici. In sala 20 persone, età media 60 anni: presidenti di club prestigiosi, poetesse fallite, vecchi ronfanti, consiglieri pronti al lancio alle prossime elezioni. La direttrice del centro studi è una donnina dall’età imprecisata, per via di un carré di capelli chiari che la fa più giovane. Ma l’abito ghepardato su un corpiciattolo sfinito, la collana cinese e la scarpa da beghina, non le lasciano scampo. Ritardo di un’ora di gran parte degli ospiti d’onore: il presidente di una Fondazione, uno studioso, alcuni poeti famosi. Uno in particolare, per sottolineare la sua celebrità si è accomodato nelle file di mezzo, a ripassare appunti all’ombra di un cappellino da tennis. Altri si sono aggiunti alla platea, per un totale di 32 salme. Sulla porta, una vaiassa lancia occhiate di brace al poeta molto famoso, rimpallandosi il chewingum da un lato all’altro della bocca. La direttrice comincia il suo saluto, sfoggiando una dizione che si crede perfetta, ma che inciampa presto nell’imbarazzante confusione tra consonanti, tipica di chi passa impunemente dall’uso del dialetto a quello di un più raro italiano. Eccola perdersi in dichiarazioni di stima verso gli invitati, sciorinando lodi sul talento lirico di questa e di quello. Poi finalmente smette. Il presidente della Fondazione dice cose di cui non importa niente a nessuno. Lo studioso parla per più di un’ora, senza accorgersi del tedio generato negli astanti, né del biasimo degli altri relatori, soprattutto del poeta molto famoso, che a un certo punto, scocciato,  esce a rilasciare un’intervista a una TV locale. Ascoltando le parole di questi individui, mi vengono in mente i preamboli di un film porno, più porno del porno nello spacciare per eventuale qualcosa che è di fatto già accaduto da subito nella sua esanime nudità.
Nessuna di queste salme azzimate si è posta le sole domande che contano: perché ci esponiamo, perché realizziamo imprese, perché creiamo cose? quanto di ciò che facciamo ha un valore intrinseco per il senso e la bellezza del mondo, e quanto invece non è altro che pula?
Alla fine, immagino che i poeti molto famosi si siano sentiti utili a qualcosa o a qualcuno, che la direttrice si sia sentita stimata per il ruolo che un politico locale le ha dato, purché la smettesse di rompere con le continue richieste di riconoscimenti per l’impegno culturale profuso sul territorio; che il presidente abbia creduto fondamentale la sua penosa lezione sullo stato della lirica contemporanea; che lo studioso abbia ritenuto che gli astanti finiti in stato neurovegetativo già dopo pochi minuti dall’inizio dell’intervento dovessero sopportare a oltranza il risultato dei suoi studi sul ruolo della poesia nel superamento del lutto; che i poeti intervenuti alla serata, leggendo componimenti a base di cuore, amore, principesse, anima, stelle ed altri strazianti luoghi comuni, abbiano creduto di allontanare per un poco la solitudine degli incompresi in cui vivono, e a ragion veduta.
Poesia: parola abusata da tutti coloro che la fraintendono con nauseabondi versi sentimentali, in un ignavo flusso di sangue annacquato. Tutti questi poeti farebbero bene a mettersi alla prova lanciandosi nel vuoto da un punto molto alto, se è vero, come scriveva la Cvetaeva, che “il Poeta, persino volando giù dal campanile rimedia un appiglio”.

OPENING
Da brava disadattata, all’inaugurazione di un negozio di alto design vado vestita come una jogger nel parco. Appena entrata nel locale capisco l’errore, che non è quello di essere vestita come una jogger nel parco, ma di aver accettato l’invito. Scopo della serata: fuggire dalla rigogliosa morte dei vivi. Medici, avvocati, notai, immobiliaristi, imprenditori, bancari, politici locali: tutti riuniti in folle di ignavi vocate al belato collettivo. Il titolare del negozio è un Luigi XVI taroccato, di una simpatia che dà troppe cose per scontate. La moglie è una rossa rachitica su cui girano voci di frequenti gang-bang pomeridiane. Il primario di chirurgia deambula con al fianco indecomposta salma di consorte. Asfissiante povertà di sorrisi. Annuire senza capire. Dittatura dei pronomi impersonali. Espressioni ricorrenti: “Si dice, si porta”. In arrivo, piatti grandi come catini. Al centro regna uno sputo di cibo indecifrabile. Nome della portata: “C’è qualcuno in casa?” Giovane avvocato vestito come un morto nella bara, trascorre venti minuti a roteare il vino nel calice, col movimento di una copula senile. Musica live. La cantante è brava, ma indossa un abito che neppure il suo talento riesce a perdonarle. Gli oggetti esposti sono piuttosto in linea coi tempi: funzionali, costosi e di un freddo polare. Sparse ovunque, riviste di arredamento propinano un contemporaneo a -273,15°C; soprattutto cucine bianco lucido, con un piano-lavoro immenso al centro della stanza. Manca solo il cadavere steso con l’anatomopatologo accanto, a prendere bisturi e garze da cassetti in cui un tempo si tenevano origano e peperoncini. Nella spietata pornografia dell’ostentazione nessuno si salva; tutti uguali, accomunati da numerose invalidità acquisite. Non so con chi parlare, né di cosa, persa nel terrore del panno steso di sfracellarsi prima o poi sull’asfalto. Penoso calo di intensità, di bellezza e di amore. Non vedo l’ora di andarmene. Mi mancano le sere fuori casa, dove non succede mai niente; dove si sentono solo le gatte fare voci di bimbe, o il cane difronte che ulula quando passa un’autombulanza. L’aria sgombra, la luna, e in strada nessuno.

ARTISTI
Invitata giorni fa ad una festa di artisti e ‘amici dell’arte’, tra creativi mancati, giovani paranoici e poeti della domenica. Esiste creatura più patetica del curatore/giornalista/critico d’arte/architetto/artista/collezionista (non sa più nemmeno lui quante cose è tutte insieme), emerito fallito nella vita e nel lavoro, che solo perché una volta si è trovato per puro caso accanto a un critico rinomato, passa la vita a vantarsi di grandi mostre organizzate con “l’amico Vittorio” o con “l’amico Philippe”, o degli straordinari successi internazionali assicurati ad artisti più mediocri di lui?
Gli artisti presenti: egocentrici con le opere sotto braccio, che ne tentano la vendita al padrone di casa. Un pittore caccia di tasca un mazzo di biglietti da visita, che distribuisce come carte da gioco. Il suo entusiasmo: un fallo risicato a corto di orifizi. Quell’altro chiede una cifra spropositata per un’opera inqualificabile. Un altro ancora comincia a parlare di quale vip ha acquistato i suoi lavori, di quale giornale d’arredamento ha pubblicizzato le sue performances, di chi lo chiama di qua, chi di là; oggi a Berlino, domani a Tokyo. È più facile trovare un impagliatore di uccelli preistorici che un poco di umiltà e di savoir faire. Ma perdoniamoli: ci vuole un talento speciale anche a non averne alcuno.

CENE
Tutta l’infelicità degli uomini deriva da una sola causa: dal non sapere starsene in pace, in una camera.” Il castigo per aver violato l’osservazione di Pascal è una nuova serata con noia nell’appartamento di persone che non conosco, a cui un’amica mi ha invitata persuadendomi della necessità di stabilire relazioni umane.
A questo genere di serate, tre figure in genere non mancano mai: il notaio, il primario e il politico. Le altre, di contorno, si cambiano a turno di posto nelle luci della ribalta, legando sempre con quelli con cui già sono impastati da una vita per gusti, connivenze, obiettivi, affinità elettorali, o semplicemente per la direzione umana presa dalla loro scala sociale, che troppe volte – più che verso l’attico come credono – porta dritta nel seminterrato.
La moglie del notaio, di 20 anni più giovane del marito, è un topo di sagrestia agghindato con capi che stanno tra loro come un orso polare sta a un tucano, conditi qua e là con berlocchi cinesi e l’immancabile borsa LV. Al suo arrivo saluta tutti con un’allegria abbagliante. Poi però, seduta da sola, eccola trasformarsi nella Bevitrice d’assenzio di Degas.
Un bell’uomo sui 40, dentista rampante, con una mostruosa incapacità di naturalezza, murato nel cemento del suo abito griffato, muove la testa come il pupazzo di Berlusconi su un carro di Carnevale.
La figlia della Dottoressa, a 18 anni è già un’imbecille full optional, incollata allo Smartphone da cui escono solo suoni di oggetti che esplodono. Naturalmente il pensiero di poter dare fastidio agli altri col volume così alto non la sfiora minimamente, squassata com’è dalla febbre dell’idiozia.
L’Onorevole cinquantenne è già in pensione. Finito il gran tour a raccattare voti per questa o quella candidatura, gestisce oggi i suoi impegni, che consistono in un indefesso presenzialismo, dalla sagra che preferisce alla mostra dell’artista che non capisce. Immobile contro una parete, fingendo di parlare al telefono, riceve a mano tesa l’ossequio dei concittadini presenti, in particolare delle donne, che lo chiamano per nome come fossero vecchi amici.
Signorine ben vestite si perdono per un acino di sale, chi per un’unghia dallo smalto scrostato, chi per una griffe taroccata, chi per il tanfo che prende un corpo inerte per giorni in casa.
Lo scopo della serata auspicato dalla mia amica è abortito. Come accade nelle tavolate molto lunghe, si finisce sempre per parlare con chi già si conosceva. Con gli altri si resta estranei; gocce di pioggia appese a un filo, e in basso uguale per tutti solo il vuoto.

KARAOKE
Io e un’amica andiamo a mangiare una pizza in un ristorante di zona. Vedo molte macchine parcheggiate lungo la strada. Il locale è pieno di giovani: strano per un giovedì sera. Già da questo avrei dovuto capire, ma alla mia amica il posto piace e vuole restare. Ci sediamo e ordiniamo. Le pizze arrivano quasi subito, iniziamo a mangiare, e qui scatta la trappola. Un ragazzo armeggia con microfoni, monitor e tastiera: la beffa va profilandosi in tutte le sue sconcertanti proporzioni. Chiedo al proprietario se per caso più tardi il locale è destinato a una festa privata. E lui: “No, nessuna festa. Il giovedì sera facciamo la serata Karaoke”. Dopo questa parolaccia, il disgusto monta a neve. Andarcene non è possibile perché la pizza è appena arrivata. Non riesco a immaginare un flagello peggiore, in una serata in cui avevo solo voglia di starmene al caldo, in pace fuori casa a chiacchierare con un’amica. Dopo neanche 5 minuti, lo strazio acustico ha inizio. Ora tu, bionda ragazza grassa, che mentre uscivi dal bagno sei scivolata su una patatina e hai gridato davanti a tutti “Moccaachitammuort’!”, tu che hai tenuto il microfono in ostaggio per 20 minuti, cantando fuori sincrono canzoni di un sentimentalismo efferato, cosa hai voluto dimostrare con questa tua esibizione? Ma poi, mi chiedo, queste persone che escono di casa e che s’incontrano ogni tanto con gli amici, possibile abbiano così poco da dirsi da preferire questo genere di riempitivo al piacere della conversazione? Fanno pure la guerra a tirarsi di mano il microfono, in una gara oscena a chi stona di più, a chi strilla di più, a chi peggio storpia Mina, De André e, tanto per cambiare, Lucio Battisti. Alla fine devo anche mettermi a discutere con la mia amica che, mi accorgo con orrore, non disdegna la serata, perché secondo lei il meglio deve ancora arrivare. Ditemi, come posso restare, con chi per giunta troverà migliore il momento peggiore?

FOOD and SOUL
Sono seduta nella cucina di una casa appena ristrutturata nel centro storico, accanto agli oggetti che la mia amica ha allestito in occasione di una fiera dell’artigianato. Lei crede davvero in ciò che fa, soprattutto crede nel rapporto con la gente che entra a visitare questo genere di iniziative. Ha comprato una bottiglia di Martini, un pacco di biscotti a forma di cuoricini per accogliere i suoi ospiti. Io resto in disparte, salutando solo se strettamente necessario. Quello che vedo, per quanto mi sforzi, è molto diverso da ciò che la mia amica, in preda all’animo ingenuo che le invidio, a stento riesce a sospettare. Quelli entrati finora sono individui distratti dall’inespugnabile superficialità che nutre le loro esistenze. Altri fanno un giro pigro, e se fingono di soffermarsi su qualcosa è solo per non farle una scortesia, lei che accoglie tutti con commovente entusiasmo. Di queste scene mi sono riempita gli occhi durante gli anni di mostre tenute in vecchi borghi, centri storici, chiese sconsacrate e spazi comunali. Negli sguardi di molte persone non c’è sorpresa, nessuna domanda. Se toccano un oggetto, pensano di solito solo al modo di far capire che non hanno alcuna intenzione né di comprenderlo né tantomeno di acquistarlo, cosa che peraltro alla mia amica non interessa, presa com’è dalla voglia di intrecciare comunioni di interessi col prossimo. Ma la sua non è che una tenera utopia. Otto volte su dieci la gente si ferma dove si mangia, dove il massimo che le è consentito è sciorinare banalità di circostanza prima di salutare il compagno di merende.
Più apprezzabili sono quelli che si limitano a sbirciare da lontano consapevoli del proprio disinteresse, soprattutto di un tavolo all’ingresso che non offre alcun buffet. Almeno questa volta la mia amica non potrà dire che non ho provato a ricredermi. Sono io piuttosto a doverle ribadire che ancora una volta non mi ero sbagliata.

 

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