Andare

Il turista è qualcuno che chiede di fare un bagno caldo vestito di tutto punto. Il nome di un luogo si sfibra nella sua bocca come il marchio di una griffe. Poi, di quel luogo il turista non sa niente e niente imparerà neanche andandoci, perché altrove cercherà sempre e solo sé stesso. Percorrere chilometri per non muoversi da casa è il segno di una povertà che toglie al viaggio il suo senso più profondo. In questo modo, l’arrivo non si compie; si resta da dove si era partiti, solo in un altro posto. Si cercano gli stessi sapori, le stesse idee, ignari che il valore della diversità è nell’incontro con tutto ciò che non ci rassomiglia.
Sorvolando in aereo il mondo, fiumi, regioni e città diventano piccole macchie di malattia. Si dissipano fibre, racconti e memorie. Il viaggiatore si svuota di tutto ciò che è bordo e appartenenza, comparandosi a ogni cosa.
Una volta arrivati nel luogo prescelto, i passi del turista timbrano l’impronta di una marca sul bagnasciuga del litorale straniero, nel fango di una strada, nella sabbia di un deserto. Le scarpe del viaggiatore, invece, familiarizzano coi posti nuovi, vanno senza rumore in segno d’intimità e rispetto; i suoi abiti stringono un patto coi colori del paesaggio, le braccia si fanno mansuete come gli arnesi usati dalla gente dei villaggi.
Il turista vuole stare comodo e mangiare pulito. Ogni minimo imprevisto diventa l’occasione per chiedere rimborsi e risarcimenti. Il viaggiatore tante volte lascia correre e perdona. Al contrario, gli stanno bene i ritardi, le ruote bucate, le aspettative deluse e le imperfezioni, perché ha imparato che il brutto, più che un’obiezione alla bellezza della vita, è spesso il palo a cui tieni l’aquilone.
Il turista guarda la gente di un Paese nuovo come da dietro una vetrina. La paura dell’incontro lo convince alla distanza da ciò che ignora. Sceglie cosa dare e cosa dire: farsa opportuna per ottenere quanto gli serve. Mentre lo straniero parla, il turista non ascolta; affila la sua risposta. Il viaggiatore, invece, discute con la gente vivendoci insieme. Se proviene da una civiltà troppo distante, resta in silenzio cercando di capire, in una doverosa revisione di se stesso.
Ci sono partenze che procurano pericolose forma di ignoranza. Sfiducia, presunzione, pregiudizio e indifferenza, garantiscono a ciascuno solo la mediocrità della sopravvivenza. Invece tante volte, uscendo dalle proprie case e affilando negli occhi un’attenzione diversa, il viaggio comincia anche senza partire. Il turista diventa viaggiatore nella tensione costante verso chi non è, verso chi non gli rassomiglia e che non vorrebbe mai essere. Quando non comprendiamo la diversità o la pena di chi ci vive accanto, ecco il mondo piegarsi all’indietro. Come rimedio, basta andare, respirare, fare, donare sempre e ovunque, operando la fede come lavoro gioioso, attento e disponibile: viaggio plurale, biglietto senza ritorno.

 

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2 thoughts on “Andare

  1. Anche stavolta sei riuscita a stupirmi, a farmi andare, fisica-mente, in luoghi per me impossibili, per il mio corpo, ormai, in ostaggio, del mio straniero nemico Parkinson. Ora, piacevole per il mio ascolto mentale, queste tue gemme letterarie, velate da una tua chiara e remota malinconia che trascini dignitosamente nel tempo. Nei tuoi corti-racconti, originali, come sceneggiature, ma accompagnati costantemente da una velatura grigia, derivante da turbamenti adolescenziali o dalle sofferenze familiari, si scorge una penna significativa e mai superficiale con una grintosa voglia di allungare i tuoi brevi scritti in opere editoriali. Ancora, affermo con assoluta sincerità che il tuo elegante stile di combinare parole e fatti, mi ricorda il maestro letterario HERMANN HESSE.

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