Omega

La signora Gemma è appena stata dal parrucchiere. Una bambina di nove anni indossa l’abito della prima comunione, Antonio il doppio petto di una domenica riuscita. Di certo nessuna di queste persone, nel momento in cui la foto è stata scattata aveva la minima idea di dover morire. Non ce l’aveva nemmeno una ragazza morta a vent’anni in un incidente stradale. Aveva caricato su Facebook un video che la ritraeva in una camera d’albergo, felice di essere arrivata a Roma in gita con la famiglia. Seduta sul letto salutava gli amici, raccontava quello che avrebbe fatto nel pomeriggio, sorrideva guardando in alto o di lato come le spose nelle foto. E invece, dopo poco eccola carambolare come un pupazzo sull’asfalto. Ho ripensato alla sua camera, agli abiti che l’aspettavano, come l’aspettavano le scarpe, le penne, le spazzole, la borsa della palestra. Nessuno informa le cose che chi le usava non tornerà. Si apre un gran silenzio dopo un tuono. Ci sono cancellature che lasciano lèggere sempre un poco le parole negate. Con la morte no, nemmeno alzando il foglio contro luce è possibile ritrovarle.
Nessuno pensa che forse i defunti non vogliono avere più niente a che fare coi resti su cui i vivi si struggono. I morti è meglio cercarli altrove, tra gli uccelli del bosco, nella luce radente sulle strade, nella crisalide appesa a un filo, che malgrado il vento non cade. Al cimitero, luce bassa tra i loculi, gente in abiti scuri, e uomini col cappello in mano. La madre di un ragazzo morto giovane si inginocchia e accarezza la lapide, mormorando qualcosa di solo suo nel pianto. Osservandola viene da chiedersi se nell’umile grazia della resa non possiamo insegnare anche noi qualcosa a Dio, come capita di imparare lezioni importanti osservando per terra creature minuscole, oggetti trovati per caso.
Quando la morte entra nella vita, non è un vento che passa, un tanfo che esce, un rombo che smette. Al centro dei giorni si cambia il mobilio, si puliscono le lenzuola, si ripongono i panni del cadavere, si spazza dove l’occhio non vede, ma il ristagno non si cura. Basta però fare un passo oltre per capire che due cose distinte non sono separate, e che niente di più lontano dal buio descrive la scomparsa di chi abbiamo perduto. Tutto nasce a suo tempo, senza sforzo. E ben venga il dolore, perché solo dopo la devastazione le giornate si riempiono di un vento che trasforma con gioia la forma dei cieli, lo sguardo degli animali, le chiome degli alberi, le mani degli uomini.

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3 thoughts on “Omega

  1. Platone lo definì la tomba dell’anima, una forma per contenere che cosa? anima, spirito? ma è di difficile risposta, il mondo cattolico lo ha cavalcato nei secoli condannandolo a lungo fino a martoriarlo rendendolo poca cosa, cosa fatta da impunità da pulire fin dalla nascita con una nuova nascita in acqua benedetta. L’arte invece ha saputo darne giusto ed ampio rilievo.

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