Due

Perciò dobbiamo incontrarci da lontano, tu lì io qui, lasciando solo socchiusa la porta degli oceani, e la preghiera, e quel bianco nutrimento che è la disperazione.
(E. Dickinson)

1.Te le ricordi le iperboli buffone dell’amore? E quelle nostre burrasche che non chiedevano ripari? Amavi il mio naso affilato e le mani magre, che stringevo al petto come se non fossero le mie.
Quando te ne andavi, il mio corpo era la giacca appesa, piena del tuo mancante. Tu: chiodo arrugginito per la mia sottana, uccello che cadendo si rompeva, oceano che sapeva di terra. Peccato, però, aver abitato a lungo in una città impervia e non averla capita. Era una città in cui pochi avrebbero detto: ‘Resteremo’, così brava a ingannare col passo fermo delle sue incertezze. In quel luogo dove non abitammo, c’erano ombre che si stagliavano contro la luce torrenziale di strade senza bivi, né trasparenze tra gli alberi che indicassero la direzione. La vita miope di ogni giorno tante volte ci aveva salvati, e di questa debolezza avremmo dovuto ringraziarla. Era nostra la dolcezza con cui si ripara una crepa, si ferma il corpo che cade; nostro quel generoso traboccare di letizia che arrivava all’improvviso, stando insieme. Quando è andata via la luce, abbiamo ritrovato le paure dell’infanzia sempre certe della cura. Poi, tornato il sole ci siamo salutati ciascuno nella propria direzione. Si fa presto a rimpiangere il bel tempo quando fuori piove. Ma se arriva un’ora di caldo, eccoci pregare perché torni l’inverno che io e te siamo.

2.Non ho altro Io all’infuori di me. Finita la febbre delle grandi cose, mi rannicchierò nel poco e me lo fingerò immenso. Alla fine, non avrò munto che pietre. Chiedimi qualcosa che mi tragga in inganno. Sorprendimi come un cielo di pioggia il primo giorno di vacanza. Amore è fame impossibile da saziare; è sete immensa davanti al mare.
Ci avevano detto che per raggiungere le baie più belle bisognava camminare nel bosco per sentieri sterrati e lungo tratti rocciosi; che ci volevano gambe forti, che con gli infradito di gomma sarebbe stato meglio non partire. Ma noi con quelli siamo andati, inventando scalini tra le pietre e le radici dei pini. Abbiamo posato i passi con cura, trovando ogni volta più faticosa la discesa della salita. Un chilometro è durato come dieci, ma quando abbiamo intravisto il mare abbiamo ringraziato per il cammino duro, che si ricorda meglio e più a lungo di una strada spianata.

3.Ti fisso a lungo e non ti riconosco. Chi dà prima o poi chiede; pure chi non chiede col suo non chiedere domanda. Mi sfinisco tra abitudini in fila come denti digrignati in una notte di guerra. Più che la passione, aspetto la stanchezza; più che un momento di pace, cerco la depravazione dell’abbandono. La mia gioia non ha nomi di persone, ma quiete di pozzi e capienza di strade vuote. Per stare insieme bisogna affidarsi. Io invece non mi fido, non mi lascio cadere; non ci ho mai nemmeno provato. Nel viaggio insieme porto anche la mia solitudine, muta e lieve, come affonda una nave. Ciò che resta è la banalità delle cose, affidabile come il muro sotto l’intonaco, la lana dietro il ricamo. All’inizio, l’amore solleva burrasche, ma poi lui per primo si stanca. La pigrizia dell’amore chiama fedeltà la sciatteria benevola di un’abitudine, chiudendo gli occhi alla varietà del mondo. Ora tu dici: “Ma io la varietà del mondo l’ho trovata in noi”. Non avrai mai allora neanche sospettato quanto grande è la varietà del mondo. Se sono infelice è perché vorrei conoscere le cose che hanno smesso di conoscere noi, offese dalla misura breve del nostro abbraccio. Restiamo al riparo in questa casa graziosa, di quelle di cui gli uragani si fanno beffe.

4.Prendo un treno oggi, dopo anni. Sei seduto accanto a me, perso nell’I-Phone. Io e te siamo una carta geografica piegata negli stessi punti, che alla lunga si è spezzata, deviando il corso dei fiumi, e separando territori un tempo confinanti.
Mi ricordo il sogno fatto stanotte. Mi trovavo da sola in una città sconosciuta. Molti estranei mi sorridevano senza fermarsi. Ti ho incontrato per caso all’angolo di un grande incrocio, e pure tu mi hai sorriso senza fermarti. Mi sono ricordata del paese in cui sono nata. Ho visto un portone chiuso, un muro lasciato ai morsi degli anni, il selciato su cui in un giorno non passano che la luce del sole e un gatto. Più in là, strade impensierite dalle ombre degli assenti. Ma io lì volevo tornare e lì sono arrivata. Come alla fine di una guerra, ho corso per i vicoli portata dal vento, abbracciando anche quelli che non conoscevo.
Da finestrino di un treno il brutto non esiste, ridotto a macchie di quel grigio che i pittori faticano una vita a indovinare. Non sono triste e non sono felice. Se adesso penso per quale ragione non vorrei morire, non è né per l’amore né per i piaceri, ma per il mistero delle cose che scopro in queste ore solitarie, e per quello mio profondo, al cui appuntamento sono a lungo mancata.

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2 thoughts on “Due

  1. Gentile Eliana, ho comprato e letto il suo libro ” La vita spiata” e devo dire che l’ho trovato molto intenso, ricco di momenti lirici e di lampi esistenziali veramente significativi. In attesa di scambiare con lei qualche riflessione, desidero farle i complimenti per una scrittura onesta che rende le “confessioni” dei suoi personaggi vero e universale scandaglio psicologico. Virgilio Calabrese

    • Gentile Virgilio, le sono sinceramente grata per aver voluto accordare la sua fiducia a questa mia opera prima, incoraggiandomi con le sue parole. Certo che possiamo scambiarci pensieri. Se lo desidera, può scrivermi un messaggio privato su Facebook o sulla mia mail personale. Grazie ancora.

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