Due?

Perciò dobbiamo incontrarci da lontano, tu lì io qui, lasciando solo socchiusa la porta degli oceani, e la preghiera, e quel bianco nutrimento che è la disperazione.
(E. Dickinson)

1.Seduta accanto a te che dormi, ti fisso a lungo e non ti riconosco. Chi dà prima o poi chiede. Pure chi non chiede col suo non chiedere domanda. Mi sfinisco tra abitudini in fila come denti digrignati in una notte di guerra. La mia gioia non ha nomi di persone, ma capienza di strade vuote. Nel viaggio insieme porto anche la mia solitudine, muta e lieve, come affonda una nave. Da ragazza, pensavo all’amore come a un vento d’alta quota. Ma l’aria fine, si sa, alla lunga fa male. Ciò che resta è la banalità delle cose, affidabile come il muro sotto l’intonaco e la lana dietro il ricamo. All’inizio, l’amore solleva burrasche che non cercano ripari, ma poi lui per primo si stanca. All’amore piacciono le tinte neutre, altro che rossi caravaggeschi. Cerca le luci calme del tardo mattino, non i raggi di un tramonto tropicale. Ti vende case di lusso e destinazioni da sogno, poi però il viaggio lo fa nel raggio di pochi metri. La pigrizia dell’amore chiama fedeltà la sciatteria benevola di un’abitudine, chiudendo gli occhi alla varietà del mondo. Ora tu dici: “Ma io la varietà del mondo l’ho trovata in noi”. Non avrai mai allora neanche sospettato quanto grande è la varietà del mondo. Se sono infelice è perché vorrei conoscere le cose che hanno smesso di conoscere noi, offese dalla misura breve del nostro abbraccio. Restiamo pure al riparo in questa casa graziosa, di quelle di cui gli uragani si fanno beffe.

2.Peccato aver abitato a lungo in una città impervia, e non averla amata. Aveva ponti levatoi, vie strette, tramontane, e colori splendenti proprio per questo. Era una città in cui pochi avrebbero detto ‘resteremo’, così brava a ingannare col passo fermo delle sue incertezze. In quel luogo dove non abitammo, c’erano ombre che si stagliavano nette contro la luce torrenziale di strade sempre in fuga verso un punto solo, senza bivi, né trasparenze tra gli alberi che indicassero la direzione. Avevamo fatto amicizia con certi biscazzieri che ci invitavano spesso ai loro tavoli; con loro, non al sole, avevamo insegnato agli occhi come cercare la luce. La vita cieca di ogni giorno tante volte ci aveva salvati, e di questa debolezza avremmo dovuto ringraziarla. Avevamo fatto nostri alcuni misteri: la dolcezza con cui si ripara una crepa e si ferma il corpo che cade; leali incomprensioni, e quel generoso traboccare di letizia che arrivava all’improvviso, insieme. Al confine, siamo rimasti seduti scrutandoci a lungo. Poi abbiamo iniziato a parlare. Quando è andata via la luce siamo rimasti al buio, ritrovando le paure dell’infanzia sempre certe della cura. Poi, tornato il sole, ci siamo salutati ciascuno nella propria direzione. Si fa presto a rimpiangere il bel tempo se fuori piove. Ma se arriva un’ora di caldo, eccoci pregare perché torni l’inverno che noi siamo.

Foto: Eliana Petrizzi

 

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2 thoughts on “Due?

  1. Gentile Eliana, ho comprato e letto il suo libro ” La vita spiata” e devo dire che l’ho trovato molto intenso, ricco di momenti lirici e di lampi esistenziali veramente significativi. In attesa di scambiare con lei qualche riflessione, desidero farle i complimenti per una scrittura onesta che rende le “confessioni” dei suoi personaggi vero e universale scandaglio psicologico. Virgilio Calabrese

    • Gentile Virgilio, le sono sinceramente grata per aver voluto accordare la sua fiducia a questa mia opera prima, incoraggiandomi con le sue parole. Certo che possiamo scambiarci pensieri. Se lo desidera, può scrivermi un messaggio privato su Facebook o sulla mia mail personale. Grazie ancora.

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