Di corsa

dicorsa

Sulla griglia di partenza, i ciclisti sembrano cavalli pronti allo sparo. C’è un gran fermento tra i gruppi; si tendono i muscoli e si parla in dialetto, chiamandosi coi soprannomi o con battute da circolo.
A dieci anni seguivo mio padre con la mia bicicletta gialla. Lungo salite estive in cui non passava nessuno, lui davanti mi guidava in silenzio. Ci fermavamo a salvare un calabrone capovolto o a cogliere ciliegie. Alla processione del paese, fermi lungo il ciglio contavamo tra i piedi dei fedeli le formiche a spasso; fermi pure ai passaggi a livello, tra lucertole che riposavano, cicale che brillavano. Non come oggi, che si passa sotto le sbarre chiuse per raggiungere gli altri davanti. I miei compagni mi dicono “Non mettere mai il piede a terra”; di corsa sempre, così veloci che se una farfalla urta contro il casco muore col rumore di un sasso. Alla partenza, migliaia di ruote suonano come una pioggia a tratti spezzata da un applauso, o da un nome chiamato tra la folla.
La bici da corsa è uno strumento delicato e potente che ti dice molto di chi la guida. Se vuoi capire di un ciclista che persona è ogni giorno, basta osservare come tiene le mani sul manubrio, come evita le buche, come affronta o subisce un sorpasso. La prima cosa che ho imparato in bicicletta è che la discesa è più faticosa della salita. Se c’è vento, devi pedalare come in pianura, se la discesa è ripida devi stringere i muscoli contro il telaio per contenere le vibrazioni, chiudendoti per limitare la resistenza del vento; devi poi saper distinguere l’ombra di una foglia da una buca, tenere i freni tirati, ma pure capire quando allentarli un poco. Mani e avambracci fanno male, ma se tieni il passo agile e il respiro regolare, e se soprattutto capisci quando dare il colpo di reni, puoi affrontare qualsiasi pendenza. E così è pure nelle difficoltà della vita.
In bicicletta, e mai come durante una corsa, due tipi di ciclisti non mancano mai. Il primo è il ciclista fantasma, ovvero colui che ti raggiunge alle spalle e che, avendo finalmente agganciato un treno non ti molla per chilometri. Non ti saluta, non ti guarda in faccia e non dice una parola, cosa particolarmente sgradevole, soprattutto se lui è un signore e tu una signora. Ti accorgi dell’ectoplasma solo perché ogni tanto lo senti mollare il pedale o schioccare il cambio. Non sai assolutamente chi sia, fino a quando, avendo fatto lavorare te in salita, si prende la rivincita in discesa. Quando ti sorpassa vedi finalmente di chi si tratta: il fantasma è un ciclista over 50 che sta sulla bicicletta come uno straccetto appeso di sguincio sulla gruccia. Lo vedi preso dal piglio di chi, non accettando gli anni che passano, ti odia perché sei più giovane e più allenato, non ne parliamo poi se sei donna. Lo vedi davanti girarsi di continuo come un cane braccato, per vedere se lo stai raggiungendo. Accelera, si dà da fare sui pedali, poi eccolo trafelato al primo punto ristoro. Il secondo tipo, il più ricorrente, è il cicloesaltato. Quando un cicloesaltato ti affianca ti parlerà subito di tutti quelli più allenati di te, mai di quelli più allenati di lui, vantandosi di prestazioni cui solo lui ha assistito, e di gare e volate cui solo lui ha preso parte. Se ha percorso 80 chilometri dirà di averne percorsi almeno 120, ignaro pure della differenza tra velocità massima e velocità media. Quando non ce la fa, dice di essere fermo da mesi. Se aspetta un amico non è allenato abbastanza, perché se lo è, dell’amico rimasto indietro se ne frega altamente. Quando ti affianca nel tentativo di superarti e non ci riesce perché ti avrà sottovalutato, non solo non ti saluta, ma si mette a fischiettare per dimostrare di non essere in sopraffiato. A questo genere di ciclista qualcuno dovrebbe suggerire di curare meno la carrozzeria e più la centralina. A tempo debito avrà coltivato, si spera, amicizie, qualche talento, interessi vari e un buon carattere, che gli consentiranno di non restare solo nei giorni del tramonto, coi ricordi di vittorie che somigliavano più a trofei da sagra che a conquiste da podio.
Durante la gara conto decine di ciclisti maleducati e di donne brutte, troppo simili agli uomini. Un tizio mi confessa di fare questa strada da dieci anni e di non essersi mai accorto del paesaggio intorno, sempre con gli occhi sull’asfalto e le gambe a motore. A me invece piace osservare le distese di grano e di papaveri, tra strade eleganti come serpenti. Solo nei tratti più duri ci ritroviamo in silenzio; si sentono solo i grilli e un tuono lontano. Chiusi i ventagli della baldoria, eccoci ciascuno con la propria fatica. “Stiamo in gruppo, diamoci il cambio, cerchiamo di arrivare insieme”: dei miei compagni non vedo più nessuno. Con me è rimasta la bicicletta, come quando, da bambina, cavalcavo un ramo d’albero, certa che fosse il purosangue che mi avrebbe portata ovunque. Le mie ruote vanno veloci: una cavalletta è rimasta attaccata a un raggio per chilometri viva, senza impazzire. Da lontano vengono il profumo dell’erba, il tepore della terra bagnata dalla pioggia, il filo radioso di un aereo che sale. Nei tratti più violenti, immagino mio padre che mi aspetta a braccia aperte in cima alla salita.
All’arrivo, un’ hostess mi dà un fiore finto e una medaglia. Poi mi perdo nella calca, tra centinaia di ciclisti sudati con piatti in mano pieni di dolci e pasta. Tengo la bicicletta tra le gambe come il ramo d’albero di una volta. Qualcosa nei colori del paesaggio mi ricorda l’ironia severa di mio padre, che se avevo pedalato bene mi diceva che non avevo pedalato bene abbastanza. Anche l’aria mi fa un regalo: ha il profumo della casa di un tempo.

 

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