Il terremoto

Il 23 novembre del 1980 stavo lavando la mia bambola nel lavandino del bagno. È andata via la corrente e ho sentito salire dai piedi un calore intenso. Poi non ricordo più niente, tranne mia madre che teneva me e mia sorella strette dietro la porta dell’ingresso, e che a bassa voce ripeteva: “Pregate bambine, pregate’. Quando oggi sento una piccola scossa non ho paura; resto immobile e aspetto. In quei pochi secondi, penso a cosa prendere di indispensabile se una scossa più forte mi costringesse a scappare. Mi accorgo così che non ci sarebbe spazio né tempo per alcun oggetto amato. Forse riuscirei a prendere un documento, dei soldi. Di tutta una vita, solo queste poche cose. Non riesco a immaginare cosa voglia dire perdere tutto. I miei familiari stanno bene, tutta la mia vita è raccolta tra queste pareti. Dopo il terremoto ad Amatrice, ho guardato in TV una donna che fissava un punto imprecisato dello spazio; le mani spente, le labbra che recitavano gli avanzi di un Padrenostro, e per un attimo mi è sembrato di capire. Ogni tanto esplode un terremoto in un posto diverso. Molti restano impassibili dinanzi a ciò che resta, altri si consolano per la vita fatta salva. Disgustano le domande dei giornalisti rivolte agli scampati, che confondono l’informazione con lo scoop necrofilo di pessimo gusto. Nel concitato via-vai degli operatori, la visione si dissipa, il suono scompare. All’Aquila, in piazza, sistemarono molte bare in fila. Sopra a ciascuna, erano stati posati grossi mazzi di fiori, e pupazzi sulle bare bianche dei bambini, adagiate sopra quelle delle madri all’altezza della pancia, come a iniziare una gravidanza a ritroso. Poi Ischia. Alluvioni, frane e terremoti, inaugurano un’emergenza che lascia sorpresi, anche laddove un poco alle emergenze si è preparati. L’indifferenza della natura ci trova sempre fragili e impreparati, tra cose che si perdono, soccorsi che tardano e la commovente solerzia dei solidali. L’Italia, si sa, vive di rinvii e approssimazioni, convinta che tutto si può fare, aggiustare e/o condonare. Prevenire costa meno che risanare. Ciò nonostante, come disse Samuel Beckett: ‘si continua a sbagliare di più, a sbagliare meglio’. Gli interessi di pochi vanno a danno di molti: succede in tutti i Paesi affetti da un anemico se non assente senso dello Stato. Case, scuole e ospedali ricostruiti in base a rinnovati criteri antisismici, sono venuti giù come sabbia. Superpotenza della natura o approssimazione dell’uomo? Andando in giro per i paesi crollati e ricostruiti della mia terra, mi accorgo ogni volta che il destino delle cose da queste parti è di restare in bilico tra il “non si è fatto” e il “si è fatto male”. C’è stato chi il proprio paese lo ha amato davvero, e che perciò avrà fatto in buona fede quanto avrà potuto per salvarlo. Ci saranno stati giovani volontari convinti che bastino impegno e sacrificio per fare dell’Italia zingara una donna per bene. Ma ci sarà stato pure chi ha sbagliato per mestiere: personaggi sconfortanti su cui sono state puntate tutte le scommesse perse degli ultimi anni: quella dell’ammodernamento strutturale del Paese, come quella di un elementare buon senso nell’amministrazione della cosa pubblica. Questi individui hanno valutato, approvato e firmato provvedimenti riguardanti le vite di ciascun abitante. Tra questi provvedimenti, quelli relativi al capitolo tipicamente italiano degli sprechi, delle operazioni raffazzonate e di tutte le cose che non si faranno mai. Soluzioni a questo stato di cose io non ne conosco. Pare anzi che l’irrimediabile sia dalle nostre parti la vera struttura portante delle cose. Passate le tragedie, quando il tempo fa un poco più sopportabile la pena, si torna in quei paesi col passo lieve della poesia, dove i crolli prendono una strada tutta loro, dove dietro ciò che non si aggiusta si impara a pensare che nella vita le cose migliori riescono se si assecondano le curve, e se si perdona spesso, e a crederci persino. Irpinia, L’Aquila, Emilia, Umbria, Lazio: le case per pochi mesi diventeranno le case per sempre, e le città non verranno ricostruite. In fondo sono i paesi crollati a portare avanti il turismo in Italia. La gente ci sale a Pasquetta in cerca di fantasmi. Le città nuove, pare, non interessano più a nessuno.

 

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...