Il terremoto

apice (5)

Il 23 novembre del 1980 stavo lavando la mia bambola nel lavandino del bagno. È andata via la corrente, e ho sentito salire dai piedi un calore intenso. Poi non ricordo più niente, tranne mia madre che teneva me e mia sorella strette dietro la porta aperta dell’ingresso, e che a bassa voce ripeteva: “Pregate, bambine, pregate”. Il lampadario del corridoio oscillava come una mannaia, mentre gli oggetti cadevano a pezzi dalla credenza del salotto. Pensavo a mio padre, a come stava soffrendo, lui che non voleva si toccasse mai niente e che si arrabbiava per giorni se un oggetto veniva spostato anche di un solo millimetro dalla sua posizione. Dei giorni successivi ho un ricordo tutto sommato piacevole, come capita ai bambini che vivono una situazione nuova. Per qualche tempo ho dormito con la famiglia in una vecchia cinquecento, in aperta campagna. Era meraviglioso di notte il profumo della terra aperta. Certe foschie verdi di primo mattino mi facevano sentire più grande, senza muri intorno, né le solite abitudini prima di andare a scuola. La colazione era una patata cotta sotto la cenere del fuoco da un vecchio rimasto solo. E poi le corse, i dispetti e una libertà estiva nel cuore dell’inverno.
Quando oggi sento una piccola scossa non ho paura; resto immobile e aspetto. In quei pochi secondi penso a cosa prendere di indispensabile se una scossa più forte mi costringesse a scappare. Mi accorgo così che non ci sarebbe spazio né tempo per alcun oggetto amato. Forse riuscirei a prendere un documento, dei soldi. Di tutta una vita, solo queste cose. Non riesco a immaginare cosa voglia dire perdere tutto. I miei familiari stanno bene, tutta la mia vita è raccolta tra queste pareti. Dopo il terremoto ad Amatrice ho guardato in TV una donna che fissava un punto imprecisato dello spazio, le mani spente, le labbra che recitavano gli avanzi di un Padrenostro, e per un attimo mi è sembrato di capire. “La vita è un ponte; non puoi costruirci una casa sopra”; davanti a un mucchio di macerie ricordo sempre questo detto indiano. Ogni tanto esplode un terremoto in un posto diverso, in Italia o nel mondo. Molti restano impassibili dinanzi a ciò che resta, altri si consolano per la vita fatta salva. Nel concitato via-vai degli operatori la visione si dissipa, il suono scompare. Dagli elicotteri in perlustrazione, la città distrutta pare un cumulo di terra smossa dall’escavazione di una bestia che cercava qualcosa.
All’Aquila, in piazza, sistemarono molte bare in fila. Sopra a ciascuna erano stati posati grossi mazzi di fiori e pupazzi sulle bare bianche dei bambini, adagiate sopra quelle delle madri all’altezza della pancia, come a iniziare una gravidanza a ritroso.
Adesso Amatrice. Il prete dice che rinasceremo, che i nostri morti adesso stanno meglio, mentre solo noi siamo rimasti nel dolore. Dice che la città risorgerà più forte di prima e che la speranza vincerà sulla disperazione. Ma le parole del prete non riparano. Come non riparano, anzi disgustano le domande idiote dei giornalisti rivolte agli scampati, che confondono l’informazione con lo scoop necrofilo di pessimo gusto. Alluvioni, frane, terremoti, inaugurano un’emergenza che lascia sempre sorpresi, anche laddove un poco alle emergenze si è preparati. Perché la natura è più potente di ogni nostra paura, e la sua indifferenza ci trova sempre fragili e impreparati, tra cose che si perdono, soccorsi che tardano e la commovente solerzia dei solidali.
Irpinia, L’Aquila, Emilia, Umbria: le case per pochi mesi diventeranno le case per sempre, e le città non verranno ricostruite. Meglio così. In fondo sono i paesi crollati a portare avanti il turismo in Italia. La gente ci sale a Pasquetta in cerca di fantasmi. Le città nuove, pare, non interessano più a nessuno.

 

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