Paesino solitario

In estate e per pochi giorni, carovane di gitanti popolano i paesi più remoti d’Italia; paesi vuoti arroccati su costoni rocciosi, e borghi medievali che se ne stanno come coni di sassi in cima alle montagne. Gli abitanti ammirano stupiti l’arrivo di tanta gente, come fosse uno sciame di comete. Poi, però, l’unico bar o ristorante del posto non è attrezzato a ricevere i flussi, e la carovana si sposta altrove. Quando la festa finisce, i paesi si riprendono il silenzio che li abita.
Quando erano vivi i miei nonni, il grano era per il pane, le bestie per il lavoro e per la carne, la terra era per il frutto e l’albero per il fuoco. Ogni cosa si riusciva a fare, con fatica e pazienza. Erano il sacro valore del poco e la fiducia nella vita ad aiutare i miracoli. Al buio, finito il lavoro, nei volti della gente restava la certezza di essere nudi al mondo, ma insieme. L’asino attraversava la cucina, gli otri di terracotta borbottavano sulla pietra, i racconti tramavano nell’aureola delle candele, con vecchi e piccoli in cerchio nelle stalle.
Siedo nella piazza di un paese di 200 abitanti scarsi. Davanti a me, si stende una collina maestosa e schiva. Dal fondovalle, salgono lo scampanio delle mucche e il fischio dei nibbi. Ci sono tre anziani seduti sulle scale della Pro Loco chiusa; parlano delle olive, del prezzo del vino e male di Renzi. Il paese è deserto. Ho salutato persone  sole che cercano di sorridere un poco, ma poi raccontano solo di malattie, di loculi prenotati al cimitero, di morti recenti, di cose che non vogliono dividere con nessuno, e di badanti ladre. Dei pochi giovani rimasti, alcuni se ne stanno coi i piedi sulle sedie dei bar, aperti come quelli dei cadaveri. Molti sono nati solo per morire senza vita accanto a una madre vedova. Altri sono andati via da anni. Chi è rimasto ha messo su famiglia, ma è dura.
L’Italia ha più paesi che città. Molti di questi sono vecchi di secoli, e troppe cose sono cambiate. Per rianimare questi luoghi ci vorrebbero miliardi di euro, che lo Stato non possiede nemmeno per curare le cose che non funzionano dove la gente ha deciso di trasferirsi, quando questi paesi ha dovuto lasciarli. La lista delle cose che si potrebbero fare è lunga e risaputa, quella delle cose da fare è corta, e così tutto va in malora. In troppi paesi mancano infrastrutture, ospedale, pronto soccorso, scuole. Le risorse presenti vengono sfruttate dalle multinazionali straniere, a discapito dei lavoratori locali e soprattutto dell’ambiente, patrimonio su cui ha senso investire da queste parti.
A me in questi borghi piace venire da sola in un giorno qualunque, quando i parenti e i curiosi sono andati via, quando restano solo pietre nude e vecchi che non hanno voglia di parlare con nessuno. Mi piace stare nel silenzio di una vita che vive di poco sangue, nella pace di chi ha capito che speranza e illusione sono sorelle carnali. Qui, una donna mi dice che a 48 anni è vecchia. La gente passa ore fuori le scale a fissare i muri. I giovani se ne vanno presto, e quando tornano, nel loro dialetto sanno dire solo i soprannomi e qualche bestemmia. Superata una forra tra muri, in un recinto di pochi metri quadri due ragazzini giocano a pallone cantano a squarciagola Ligabue, mentre una bimba in costume da bagno fissa la montagna di fronte. All’improvviso, mi volto per uno suono curioso. È arrivato un cieco, si è seduto davanti a me, e con un’abilità da ventriloquo ha iniziato a imitare il verso di molti uccelli tropicali. Ce l’ha con me, è chiaro. Io mi guardo intorno e faccio finta di non aver capito, credendo che davvero ci sia un’ara nei paraggi. Lui allora continua, sempre più forte. Gli vengono gli occhi giovani. È felice, e pure io.

 

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5 thoughts on “Paesino solitario

  1. Sì, di liste del fare se ne possono stilare all’infinito. Ma perché mai dovremmo “fare”, in specie se il fare lo s’intende dello Stato, delle società, delle collettività? Ognuno fa quel che crede – ciò in cui ha fede. Tra questo fare c’è, a esempio, lo scrivere, in poesia o in prosa, c’è il dipingere o il cantare, c’è il progettare l’abitare temporaneo o permanente, c’è l’abbandono e il fascino della rovina da visitare. Insomma i paesi sono una ricchezza così come sono: tracce mnemoniche del passato e molto altro. E dio ci liberi da interventi statali che sono anche già troppi e sempre deleteri…

    • Concordo. La mia era una riflessione anche sull’accanimento terapeutico col quale troppe volte si pretende che certi luoghi debbano necessariamente rivivere o rinascere. I restyling accentuano di solito il trucco sui cadaveri. Meglio le pietre nude e le loro storie irreversibili.

  2. E poi, non c’è bene immobile che non sia soggetto al diritto di proprietà (piaccia o meno, questo sancisce la nostra Costituzione), dunque solo ed esclusivamente chi lo detiene ha il “godimento” e la “disponibilità” di quel bene: ossia di ogni suolo dei paesi e di tutto ciò che vi sta su. Sembra che questo stato di cose venga regolarmente misconosciuto e si parla dei paesi come fossero disponibili per chiunque e per qualsiasi progetto. Sono disponibili solo sul mercato, quando c’è, e per l’esproprio per pubblico interesse, quando possibile.

  3. Pingback: bla bla blogger 19 settembre 2016 - Social-Evolution di Paola Chiesa

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