Raptus delle ore morte

mortadella

Ci sono ore in cui nulla accade. Chiamo qualcuno, nessuno risponde. Chiusi i negozi, immobili i quartieri, niente e nessuno in giro, tranne un vecchio a spasso su un pony, lungo alberi dal tronco stecchito e le chiome a forma di palline di gelato. Soluzione: andare al centro commerciale. A me piace fare la spesa, soprattutto se non mi serve niente. Relazioni, progetti, ideali ed ambizioni si basano su utopie, proiezioni e mistificazioni. Che ci piaccia o no, l’unica prova inconfutabile della nostra esistenza sono le cose: ciò che mangiamo, che indossiamo e che adoperiamo; le cose che, venendoci a mancare, ci ricordano che siamo stati vivi e che lo siamo ancora, e che per questo abbiamo di nuovo bisogno di bere, di mangiare, di coprirci; in sostanza, di acquistare.
Passeggio lentamente tra i reparti, leggo le offerte, e faccio scorte in vista della catastrofe che puntualmente non accade. La luce è chiara, la temperatura perfetta, il volume della filodiffusione è al minimo. Come superstiti in un Giardino delle Delizie postatomico, esseri umani e creature mostruose vanno benedetti da una malinconica bellezza.
Al supermercato sono felice, perché c’è tutto. Le merci mi guardano e mi dicono: ‘Va tutto bene Eli, siamo qui, non sei sola.’ Se entrassi nuda, affamata e in cattiva salute, ne uscirei curata da capo a piedi. C’è infatti pure la farmacia, e un reparto libri in cui vendono manuali su come imparare a volersi bene. Se fuori c’è un temporale, da qui non si sentono né la pioggia né i tuoni. Se esplodesse un’auto o crollasse un palazzo, non si sentirebbe nessun rumore. Vago rapita, dimenticando le poche cose che veramente mi servono. Alle casse vedo un manifesto che annuncia la prossima festa in un locale nei paraggi. L’ospite d’onore è un tronista ebete di Maria De Filippi. Ma me ne infischio, di lui e della festa, perché ho appena adocchiato la gioia suprema. Sono passati quasi trent’ anni dall’ultima volta che è successo, da ragazzina nei banchi di scuola. Nel reparto del pane sono arrivati i panini caldi. Scelgo l’unico adatto allo scopo; si chiama Rosetta, per via di cinque bozze sulla parte superiore, che somigliano ai petali di un fiore. La crosta è sottile e fragrante. Dentro, mollica quanto basta. Di fronte, nel piano salumi, in offerta a soli settanta centesimi c’è una porzione di mortadella per single; di quella rosa, sottile, quasi trasparente, con piccole macchie di grasso e pistacchi galleggianti come ninfee. Rosetta e mortadella si guardano, si riconoscono e si amano. Alla cassa ci sono solo tre clienti e mi sbrigo presto. Abito difronte al centro commerciale. È un attimo. Salgo le scale, chiudo la porta, e peggio che in un film porno – senza ciance né preliminari – il panino con la mortadella è già tra le mie mani e sotto i denti, tiepido e sacrosanto.
Hai voglia a girarci intorno: eccelsa e onesta è la felicità delle cose semplici, e di nient’altro.

 

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