Otto incubi

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-Giocando a palla con mia madre, il pallone cade in un canale che ci divide, tanto stretto che quasi non si vede, ma profondo e pieno d’acqua.
-Mio padre malato vive come una statua a mezzo busto su un piedistallo, nello scantinato dove tenevo la bicicletta da bambina. Entro in casa. Non c’è nessuno. Mio padre morto è steso sul letto nella stanza: il suo corpo è un tronco di sequoia carbonizzato. La bicicletta con cui giocavo mi è stata rubata. Diventata grande ho comprato una macchina scintillante e molto costosa di cui però non mi curo: la dimentico nei parcheggi, la struscio dove capita, soprattutto nei vicoli di certi paesi pietrosi, dove nemmeno a piedi si passa.
-Un uomo va a New York con sua madre. Appena arrivati si trovano in una strada popolare. Entrano nella casa che deve essere di una parente, ma si accorgono invece che è un ospedale pieno di vecchi lasciati morire come cani e di infermiere che raccattano le loro feci per terra. La madre non si sente bene. Un dottore le dice che deve ricoverarsi subito e che deve restare lì per sempre. La madre inizia a gridare, dicendo che le gira solo un poco la testa, che sta bene e che vuole andarsene subito, ma non c’è niente da fare. Il figlio si allontana, poi torna con molti pacchi. Quando torna, trova la madre nuda, seduta per terra in un angolo. L’uomo prende le valige posate per terra, e afferra in questo modo anche la madre, sollevandone il corpo da terra. La madre guarda il figlio roteando gli occhi come un bue appena macellato.
-Dobbiamo andare a una festa in paese. Partiamo io, mia madre, mio padre e le mie sorelle, ma mi accorgo che la casa dove sono nata è in fiamme, il paese è stato distrutto, la collina brucia, la strada che porta in piazza è diventata un torrente d’acqua nera, e tutti quelli che conoscevo sono morti sotto le macerie dei palazzi. Attraversando una serie di cunicoli sotterranei, dove si passa a stento come vermi, arriviamo in un cimitero in cui tutte le lapidi sono scavate nel sapone. È notte e piove, e lì passeggiamo serenamente tenendoci per mano.
-È estate, e mi trovo nella vecchia casa dei miei genitori. Uscendo dal portone incontro un bambino di 5 anni. Lo conosco, è il figlio di una prostituta del posto. Mi avvicino, lo saluto, gli faccio una carezza. All’improvviso forse inciampo, e qualcosa mi spinge a terra. Mi ritrovo sull’asfalto, stesa sopra di lui. Gli chiedo scusa, cerco di rialzarmi, ma una forza strana mi blocca. Le sue piccole braccia mi stringono, poi una bava viscida inizia a scorrermi lungo il collo: è la sua lingua che mi lecca, come quella di un uomo che sa ciò che vuole. Mi divincolo, ma mentre mi risistemo la gonna scomposta dalla caduta sento tra le gambe un fallo adulto che cerca di entrarmi dentro. Il bambino mi fissa con un sorriso immobile e crudele.
-Io e mia madre ci troviamo in una panetteria che sforna pane e dolci di ogni tipo, in una quantità spropositata rispetto alla poca gente che entra a comprare. Sono stordita dal profumo del pane caldo, e disgustata da quello dei dolci, che mia madre trasporta senza posa dalla bottega al bancone. Mia madre si comporta come un’avventrice un poco sprovveduta che sta dando una mano al proprietario. Poi però, da qualcosa che accade capisce che la panetteria è sua: gliel’ha lasciata il padre, e tocca a lei gestirla, ma non sa come. Così, sale in soffitta in cerca di documenti o di un testamento, ma trova solo vecchi quaderni, dove a fatica riconosce la sua scrittura da bambina.
-Mio padre è morto. Le mie sorelle non si vedono. Io e mia madre passeggiamo silenziose in una grande campagna. È un giorno d’autunno tiepido e velato. La campagna era dei miei nonni, un tempo fiorita e ricca di frutti. Adesso la terra è polvere, e gli alberi sono spogli. Il paese dove viveva mia madre da piccola, si vede in lontananza oltre il campo, ridotto a una fila di case con le porte e le finestre chiuse, ancora belle nei loro colori pacati. Io e mia madre ci scambiano qualche parola, poi ci voltiamo, e di quelle case all’improvviso non rimane che una colombaia di loculi, sospesa tra il prato e la collina. Restiamo a fissare il paesaggio, senza sorpresa e senza dolore. A un certo punto, vediamo in lontananza un uomo e una donna che tengono una bimba per mano, camminare verso quelle che forse un tempo erano le loro abitazioni. Vanno calmi e indifferenti. Ci chiediamo chi possano essere, ma è difficile riconoscerli, avvolti come sono dalla lana dei pioppi, che a ogni loro movimento vola via in vortici di delicata bellezza. Ci avviciniamo per guardare meglio: sono i miei nonni. La bimba a un certo punto si volta: è mia madre vecchia.
-La casa dell’infanzia che sogno da 20 anni non è mai esistita. Da piccola, abitavo con la mia famiglia in un appartamento al centro del paese. Quello che sogno è invece un seminario abbandonato, con un corridoio più ampio di una strada, stucchi pregiati, soffitti a capriate, stanze con mobili alti come castelli. Una stanza più stretta delle altre è piena di giocattoli che so essermi appartenuti, ma di cui al risveglio non ho alcuna memoria. Mio padre si vede in giro ogni tanto, silenzioso e sempre nudo. Io, mia madre e le mie sorelle ci chiediamo con quali soldi ripareremo una dimora così costosa. Ne concludiamo che non se ne farà niente, e che tutto andrà in malora. Ogni tanto, mia madre cerca di aggiustare un lavandino, uno scarico, le mattonelle di un bagno, col suo modo di fare naif che mio padre detestava perché fuori luogo rispetto al lusso della dimora. Neanche a me piacciono le iniziative di mia madre, ma poi la guardo e penso: “Forse in questa casa si può vivere ancora”.

 

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One thought on “Otto incubi

  1. Non c’è bisogno del padre della psicologia per capire quanto di reale e segreto ci sia in questi incubi: li ho sempre temuti ma qui c’era qualcosa che mi ha impedito di andarmene e non era solo la tua consueta splendida sintassi. Ho intravisto alla fine una luce o una prospettiva diversa, la pittura vitale di un’idea apparentemente trapassata. E mi sono consolato.

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