Vita da SGORBY: vivere in casa con un piccione libero

Dicembre 2016
Molti mi chiedono se è possibile convivere con un piccione libero in casa: la risposta è sì. Come in ogni rapporto d’affezione (umano o animale non fa differenza), è fondamentale l’imprinting. Sgorby è stato raccolto su un balcone, caduto dal nido a pochi giorni dalla nascita. Era un uccellino curioso assai, coperto da una peluria gialla, con zampe enormi e una testa da rapace. Incerta a quale specie di volatile appartenesse, e giacché bruttino, mia sorella, che l’aveva trovato, pensò bene di chiamarlo SGORBY: nome cattivo ma simpatico, che perciò non gli abbiamo più cambiato.
Chiunque abbia svezzato un animale sa quali sensazioni si provano nel nutrirlo e accudirlo, nel prendersene cura anche a costo di qualche sacrificio che però, in virtù del legame reciproco che si crea, non costa alcuna fatica. Così Sgorby piano piano è cresciuto, sempre libero nelle mie stanze, tra le mie abitudini e le mie cose più care. La domanda che tutti mi hanno posto da subito è quanto sporca, abituati agli assembramenti di piccioni che deturpano edifici e monumenti. Vorrei però far notare che anche gli umani costretti in spazi risicati sporcano e trasmettono malattie, mentre singolarmente sono di solito individui puliti e del tutto innocui. Per loro natura, poi, gli uccelli sono creature che tengono molto alla cura del piumaggio, delle unghie e dell’igiene in generale. Il mio colombo si nutre esclusivamente di un misto di semi selezionati, e beve una quantità d’acqua al giorno inferiore ad un bicchierino da liquore; per cui le sue deiezioni, certo molto frequenti e senza fissa dimora, somigliano a spumoncini compatti, che si raccolgono con uno strappo di carta igienica e Amuchina. Per il resto, un giornale posizionato sul pavimento e cambiato al mattino sotto la postazione su cui dorme, basta e avanza a tenere puliti sia lui che la casa. In totale, un colombo chiede al giorno non più di 20 minuti di cure, incluse le pulizie. È anche un animaletto estremamente economico: con pochi euro di semi mangia per mesi. È inoltre un uccello inodore, che al massimo lascia in giro qualche bellissima piuma grigia. Bastano infine, e a puro scopo preventivo, uno spry anti acaro e bagnetti regolari (acqua tiepida e un poco di aceto). Ed ecco che il tanto bistrattato piccione diventa un animaletto morbido, pulito e da baciare. Inoltre, il piccione è un uccello fedelissimo, abitudinario, affettuoso, simpatico, intelligente e molto curioso.
Sgorby ha quattro mesi, e questa che vi descrivo è la sua giornata tipo. Non so se per caso o per telepatia, si sveglia al mio stesso orario, più o meno alle 7, anche se dormiamo lui nel mio studio e io in camera mia. Salta giù dalla sedia, vola lungo il corridoio ed entra nella mia stanza, posando le zampette sul pavimento con passo cauto. Se vede che sto ancora dormendo aspetta ai piedi del letto, se invece mi vede sveglia salta su e aspetta che mi alzi, fissandomi con la sua testolina curiosa. Mentre faccio la doccia, eccolo volare sul bordo e scrutarmi dall’alto. Se non vuole saltare si accuccia sulle pantofole, e aspetta che esca dalla cabina. La mattina Sgorby è come un’ombra: ovunque sono io lui vola; mi rincorre, salta sulle spalle o in testa, si arrampica sulla schiena. Devo sempre muovermi con attenzione per evitare di calpestarlo, tanto mi è vicino. Poi andiamo in cucina a fare colazione. Sulla tovaglia metto da un lato la mia tazza coi biscotti, dall’altra la ciotolina coi suoi semi. Finita la colazione, vado nello studio a lavorare. Di solito Sgorby si posa sullo schienale della mia sedia, e lì resta ad osservare ogni mio movimento. Altre volte salta sul tavolo a giocare coi pennelli e i rotoli di scotch. È pure capitato che sia volato di colpo sul quadro nel pieno di una velatura delicata o di una stesura a corpo di colore. Ma più che dispiacermi del quadro guastato, la mia preoccupazione è stata quella di pulirlo subito perché non ingerisse sostanze tossiche.
Sgorby è comunque un uccello che dovrebbe stare libero all’aria aperta. Così, gli ho fatto costruire una cassetta al balcone provvista di acqua e semi, per abituarlo all’autonomia. Sgorby, però, non cerca la libertà, ed è poco interessato all’aria aperta. Portato più volte in campagna per esercizi di volo, ha compiuto tragitti bassi e brevi, per finire su un ramo a curarsi il piumaggio. Al balcone va solo se costretto: resta rannicchiato in cima all’infisso, e lì resta immobile per ore. In casa, Sgorby è un animaletto talmente silenzioso che a volte me ne dimentico, salvo trovarlo adagiato sul divano a riposare tra i cuscini, o dietro le spalle, gonfio come un gufetto a dormire, con un occhio che apre ogni tanto per controllare che sto facendo. Altre volte passa il tempo a saltare ovunque, o a beccare convulsamente alcune cose in particolare, come pluriball, pilucchi di lana sui maglioni, polistirolo, anfratti di muro e carte rumorose. Fidandosi degli umani, è socievole coi miei ospiti, di cui riconosce subito le predisposizioni. Se avverte ostilità becca o resta in disparte, se invece si sente gradito scherza coi lacci delle scarpe, salta sul braccio degli amici, innervosendosi se trascurato. Quando invece non vuole attenzioni, becca o lancia schiaffi con le ali, simili a precise mosse di karate. Sì, perché il colombino Sgorby ha un suo carattere, fatto di momenti sì e no, di dolcezze e repulsioni, di affezioni e paure, di dipendenze e di straordinarie libertà.
Come tutti gli uccelli, preferisce le postazioni in alto; così, ha da poco imparato a volare sopra gli armadi, ma ci resta poco. Basta infatti allontanarsi o spegnere la luce, ed eccolo scendere spaventato a rincorrermi. Quando esco, come dicevo, cerco di lasciarlo al balcone per abituarlo alle mie assenze. Ma Sgorby, pure a balcone chiuso ha imparato a riconoscere il mio passo tra le scale, sicché appena apro la porta lui è già ai piedi del vetro pronto ad entrare, col collo lungo e gli occhi pieni di un’euforica gioia.

Sgorby è un animaletto geloso, soprattutto degli uomini. Se in casa entra un maschio che non conosce lo accoglie circospetto, salta sul tavolo, apre le ali come un sontuoso mantello di regina, e comincia a passeggiare in circolo sulla tovaglia, con passo perentorio e maestoso. Ogni tanto si ferma, e con un’altera zampetta sospesa a mezz’aria fissa l’intruso con sguardo severo. Allora io per tranquillizzarlo lo accarezzo. Ed ecco che le mie mani diventano per lui qualcosa da difendere e proteggere. Ricoprendo le dita di dolci colpi di becco, gioca coi polpastrelli, abbassa le palpebre, strofina la testolina e il petto contro i palmi, poi abbassa il corpo e si lascia accarezzare, immobile e calmo. Mia madre dice che sono stata iperprotettiva, e che ne ho fatto un piccione antropizzato diversamente abile. A Sgorby però ho dato da subito la possibilità di vivere all’aperto e di scegliere la sua vita, ma lui ha deciso diversamente. Ogni animale ha la sua storia. Penso anche, a mia discolpa, che un esserino cresciuto in cattività non si possa paragonare a uno nato e cresciuto in natura. L’istinto vince sempre? Non credo. Se non sapessi nuotare e mi buttassero in alto mare, non imparerei a nuotare per sopravvivere: morirei annegata. Comunque, io ufficialmente lo amo di quell’amore che dovrebbe sempre legare un uomo ad ogni creatura, e tutte le creature tra loro: senza parole, senza pretese di possesso, vocato al bene più puro ed alla dedizione più gioiosa. Non ho la più pallida idea di quale futuro attenda Sgorby. Spero solo che il suo sia un cammino lungo e sereno, e che io diventi una persona migliore insieme a lui.

Sgorby non è un piccione, ma l’esperienza poetica più alta mai vissuta nella vita, la più tenera, la più luminosa. Lui vive e io ne sono stupefatta, perché mi chiedo ogni minuto da dove viene la luce dei suoi occhi, l’intelligenza della sua testolina che gli fa prendere decisioni imprevedibili; la forza delle sue zampette, la consistenza di pura seta del piumaggio, la potenza sorprendente con cui si libra a volte in volo. Io lo guardo e quasi non lo riconosco, e lo stimo immensamente perché lui sa volare. Lui può, sfruttando le correnti, restando in bilico su appoggi precari, e da una distanza che a me pare enorme mi riconosce. Come un Boeing in fase di atterraggio apre i carrelli delle ruote, lo vedo cacciare le zampette dalle piume del petto, e posarsi fermo a terra. Così, da abitante dell’aria torna l’esserino trovato pullo; nello sguardo la fragilità fiduciosa nella vita. Qualcuno dice che questo legame è innaturale perché lui mi crede la sua colomba. Ma io penso a tutte le volte in cui abbiamo amato qualcuno nella vita credendo fosse quella la persona giusta per noi, e invece era solo l’amore che amavamo.

‘Ogni volta che facciamo qualcosa con cura distruggiamo il male che è in noi.’ (Simone Weil)
Molti mi dicono che sono ridicola, che il mio amore per Sgorby è eccessivo perché in fondo è solo un piccione. A questa osservazione vorrei rispondere che per me Sgorby non è né solo un animale né tanto meno solo un piccione, ma una piccola, preziosa epifania di tutto quanto di puro e sorprendente rappresentano la natura e il sacro mistero della creazione: semplicità e pace, l’incapacità di pensare e di fare il male senza scopo, l’imprevedibilità, l’affidarsi cieco e tanta bellezza. Poca intelligenza, dicono, ma impiegata meglio. Certo, anche un po’ di opportunismo, ma questo è parte della vita. Ogni giorno il mondo tracima di dolore e di esseri fragili, e il nostro è un potere piccolo che non salva. Eppure, prendersi cura anche di un singolo essere (umano o animale non importa) diventa uno dei modi in cui Dio consente a ciascuno di guarire un poco il male nostro e quello del mondo.

Non avrei mai scelto di proposito di vivere con un animale, perché richiede attenzioni, cure e qualche sacrificio, perché si crea sempre un legame affettivo forte, a volte persino una dipendenza. È inoltre risaputo che per ogni giorno di amore che si vive, cade una moneta nel salvadanaio futuro del dolore. Ma questo non è un buon motivo per non amare. Sgorby è capitato per caso nella mia vita, e io l’ho accolto con gioia. In questi mesi mi sono spesso sentita dire: ‘Saresti stata un’ottima madre’, o peggio: ‘Invece di perdere tempo con un piccione, perché non fai un figlio?’. Desidero quindi rispondere a queste domande. Per fortuna, tra le mie turbe manca la coazione a ripetermi. Non sono madre per scelta, e a rimpianti zero. Ho invece sempre avuto un amore quasi mistico per tutti gli animali, inclusi insetti, topi e serpenti. La natura è fatta di una enorme varietà di esseri viventi differenti tra loro, e io penso che se quello tra umani è un dialogo tra creature della stessa specie, quello con un animale è un’esperienza straordinaria, di tipo quasi fantascientifico, per dirla sorridendo. Qui non funziona il linguaggio verbale, né le molteplici complicazioni che corredano le relazioni tra esseri umani. Bisogna trovare altre strade, spingersi su territori differenti. Certo, si potrà obiettare che con un animale il rapporto si concluderà con un bilancio impari, perché un uomo avrà dato e fatto per un animale sempre più di quanto un animale potrà mai ricambiare. Ma pure questo è falso. Noto a volte che la maggior parte di coloro che vivono da soli con uno o più animali sono persone che hanno sperimentato il fallimento assoluto coi propri simili e che, stanchi di concedere loro una seconda chance, hanno deciso di votarsi al rapporto con un animale. Ora, io penso che finché c’è vita bisogna sempre dare fiducia e amore agli umani. Ma tante volte, aver scelto un animale non è né un ripiego né una scelta pigra; direi piuttosto un vero e proprio salto evolutivo, la vera forma di globalizzazione amorosa del futuro, verso un tipo di rapporto che raramente delude in termini di empatia, salute, gioia, intesa ed amor panico.

Incontrai anni fa un’amica che piangeva a dirotto, distrutta dal dolore. Quando le chiesi cosa fosse accaduto, rispose che le era morto il gatto. Io la trovai ridicola, perché per quanto si disperava ero certa le fosse morto un genitore, un fratello o una sorella. Solo adesso che c’è Sgorby capisco che sì, un animale è parte della tua famiglia primaria. È anzi per certi versi un affetto più felice, perché non conosce delusioni, insoddisfazioni e malintesi. Un disegno eseguito da mio padre anni prima della mia nascita raffigura un busto nudo di donna che tiene sulla spalla un uccello dalla lunga coda ricciuta. Fin da bambina ho amato gli uccelli: li dipingevo nei miei paesaggi, li raccontavo in scene di paradiso in cui non angeli, ma appunto uccelli di tutte le specie facevano da corona a un sole felice. Sognavo di avere un uccellino tutto mio, che non scappasse e che si lasciasse accarezzare. Una volta lo chiesi persino alla Befana. È probabile che nei misteriosi disegni della vita ogni cosa sia già stabilita. Di fatto, adesso c’è Sgorby. Lo osservo a lungo: la sua non è una testolina, ma una vera e propria faccia, di cui riconosco ogni sentimento e desiderio: curiosità, cazzimma, risentimento, paura, tenerezza, noia, felicità, inquietudine, fame, sete, sonno. Vivendo insieme h24, abbiamo sviluppato un linguaggio nostro, e ci intendiamo alla perfezione. La sera resto spesso a guardare un film o dei documentari. Lui viene, si accoccola sulla coperta tra le mie gambe incrociate, e lì resta per ore, tubando sommessamente. Mentre stringo il suo corpo, che così raccolto somiglia a un cuore appuntito, rintana la faccina tra i miei palmi, beccando le dita come fossero la sua amata. Sgorby non mi stanca e non mi annoia. A dirla tutta, grazie a lui ho imparato ad operare potature nelle mie frequentazioni. Ho imparato a capire quando ha veramente senso uscire, chi vale la pena frequentare e per quanto tempo. Il resto è pula da smaltire, per lasciare campo solo al nostro tenero amore splendido.

Gennaio 2017
Sgorby è femmina: il 24 gennaio 2017 ha concepito il suo primo uovo. Ha trascorso i giorni precedenti cercando vicinanza e carezze tutto il giorno. Poi, l’altro ieri si è accovacciata su un cuscino calma e silenziosa, e quando di sera sono andata a salutarla ho visto questa piccola cosa chiara, raccolta tra le piume del petto. Che meravigliosa tenerezza vederla accarezzare il suo uovo col becco, e poi le mie mani, come a chiedermi di prendermene cura, facendo la mia parte. L’uovo non è fecondato, ma lei non lo sa. Perciò lo cova, su un panno morbido accanto al tavolo su cui dipingo. Si gonfia e mi guarda, abbassando delicatamente la testolina come a dire: ‘Vieni”. Il modo in cui sta sul suo uovo ha tutta la fiducia, l’umiltà e la grazia con cui la contadina de L’Angelus di Millet prega la terra alla fine del giorno. C’è nella sua posa la stessa resa al volere della natura, che senza scuola l’ha preparata al suo compito. Mi avvicino, stendo il viso sul tavolo alla sua altezza, accosto il naso alla sua testolina. Il suo becco, posato accanto alle mie labbra, caccia un respiro sottilissimo e caldo. Anche io respiro tra le sue piume un profumo di animale puro, che sa di vento e di semi. Le accarezzo le ali che vibrano appena, e così si addormenta.

2 febbraio 2017
Tra una testa di Madonna, un vaso di fango del Mali e un antico piatto contadino, la mia colomba raccoglie un raggio di sole che pare un’Annunciazione. Ha costruito il nido con piccole cose trovate in giro per casa. Trova uno stuzzicadenti, lo tiene nel becco, vola per le stanze fino al nido; lo pone con cura ai lati delle uova, che spinge sotto le piume del petto. Mi avvicino, e col respiro le riscaldo il corpo, dandole piccoli baci sulle ali, che ricambia. Quando mi allontano, gonfia le piume per prepararsi al sonno. Da una distanza di molti metri ci guardiamo negli occhi, ciascuna dai confini del proprio mondo; più intime, però, che tra uomo e uomo.

8 agosto 2017
Voglio raccontarvi ancora del mio amore per Sgorby, che desidero diffondere come fanno quelli che impazzano per le strade con le auto modificate e gli stereo a palla, convinti che le loro canzoni possano piacere a tutta la città. Sgorby sta accovacciata sul mio cuscino, dove dormo la notte e dove viene a riposare accanto a me. In questo luogo preciso depone ogni 19 giorni le sue uova. Di giorno gliele sposto verso i piedi del letto, adagiate su un panno dove lei possa covarle più comodamente. Ma lei non riconosce le uova; riconosce invece il luogo dove le ha deposte, cioè quello a noi due più familiare. Voglio dirvi del suo corpo non più grande di un panino, che dal capo estremo del corridoio mi raggiunge spedito, su zampette leste e convinte. O di quando, ai miei piedi, solleva la testolina e mi fissa, in una posa a metà tra l’eleganza regale e lo smarrimento infantile. Le faccio un gesto, e lei mi vola in grembo o in spalla. La sua testolina è così piccola che il solo pollice è troppo grande. Allora la metto sul tavolo, avvicino il viso e raccolgo la sua testolina nel cavo dell’orbita. In questo modo, chiudendo e aprendo piano gli occhi, l’accarezzo con le ciglia, e lei ricambia cospargendomi di baci in punta di becco. Sento nei miei occhi i suoi, piccolissimi e umidi, poi il profumo di miglio delle piume sotto le ali, e tutti gli odori del mio giorno, che carezzandola le lascio sul dorso. Di sera, mentre leggo un libro, si accuccia tubando tra collo e mento, o si rannicchia nell’angolo tra il gomito e il fianco. In questa posa mi fissa, chinando dolcemente il capo. Quando spengo la luce, salta sul bordo in alto della porta e lì dorme. Ora io, che riposo con le imposte aperte, specie nelle notti di luna piena vedo nella penombra silenziosa della stanza questo esserino appollaiato su una zampa, che mi incute mistero e un grande rispetto. Io so che pure nel sonno mi fissa; i suoi occhi prendono nel buio una luce che io non posso raggiungere: quella di un custode guardiano che viene da un’altra vita. Poi alle sei si sveglia, vola spedita sul letto e viene a svegliare me, con straordinari riti di toletta e richiami ruotanti. E tutto meravigliosamente ha di nuovo inizio.

7 ottobre 2017
Ora voi direte che guardare alla natura non è sempre la strada giusta, perché la natura è amorale ed impetuosa, risponde solo agli impulsi ciechi della vita, e perciò i suoi insegnamenti sono grossolani. Ma è osservando le sue creature più semplici che traggo i messaggi più importanti. Sgorby è un uccellino di grandi memoria e intelligenza. Ricorda tutte le cose che gli sono necessarie, e impara velocemente i cambiamenti. Riconosce il mio odore, la mia voce e la mia mano da quelli di un estraneo, riconosce il suo nome se lo chiamo, come tutti i momenti del giorno e della sera dedicati ai nostri giochi. Certo, resta una colomba diversamente abile, perché non ha mai incontrato il branco libero e la vita all’aperto. Se vede passare una rondine, si spaventa e scappa dentro casa. La porto al balcone sperando che vada, magari tornando; che si innamori e che faccia la sua vita da uccello. Ma non c’è verso. La natura per lei è la mia casa. Lei mi ama teneramente come madre e come amante, e io sentitamente ricambio.
Solo di una cosa Sgorby non ha memoria: non ha imparato a capire che le sue uova non sono fecondate. Non perché sia stupida, ma perché la natura ha insegnato al suo istinto a credere fermamente nella vita, come se non fosse mai esistito un precedente negativo, che invece induce noi umani alla cautela e a tutte le paure. Ogni 19 giorni Sgorby depone i suoi ovetti come fosse la prima volta; li accarezza col becco, li riscalda sotto le piume del petto, raccoglie in giro per casa fili e rametti per preparare il nido. E splende ogni volta nei suoi occhi tutta la fiducia gioiosa di una madre che aspetta un figlio, del mandorlo che sboccia finito l’inverno.

13 febbraio 2018
Voglio dirvi di quello che è successo ieri sera. Come ogni ciclo, Sgorby aspetta di deporre i suoi ovetti sul cuscino su cui io dormo, ed accanto al quale riposa con me. Ieri sera doveva deporre il suo primo ovetto, quindi già dal pomeriggio si è accovacciata tubando dolcemente. Verso sera sono andata a controllare, ma ancora niente. Più tardi sono tornata, mi sono distesa accanto a lei, la sua testolina contro i miei occhi, ed ho preso ad accarezzarla, ricoprendola di piccoli baci. Ebbene, in quel preciso momento ha sollevato il dorso, e piano piano, tra i miei baci e le mie carezze, ha deposto l’ovetto, cospargendomi il viso di bacetti col becco. Non credo di essere mai stata partecipe di un così grande gesto d’amore. Metto questo giorno tra i più preziosi e felici di tutta la mia vita.

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13 thoughts on “Vita da SGORBY: vivere in casa con un piccione libero

  1. What a beautifull love story. Long live Sgorby, may she bring you much happiness. Myriam, founder of the Lapalomatriste Sanctuary for pigeons, and happy «Mummy» of Kiwi and Oscar, both female pigeons living in my house ( and many others)

  2. Fantastico …io ne ho uno in casa in questo momento ma temo in un suo abituarsi a noi visto che vorrei prima o dopo ridargli la libertà. Fantastica storia e ogni amore va vissuto il Vs è fantastico e fuori dalle righe.

    • Ciao Cristina. Sono sempre felice quando qualcuno condivide questa rara esperienza. Dunque, se l’hai trovato da piccolissimo e svezzato, come è accaduto a me, temo non ti lascerà mai più, perché inadatto alla vita brada. Sono animali di branco, e se non ha incontrato il branco ad educarlo, non potrà purtroppo essere un umano a farlo. Però posso dirti che vivere in casa con Sgorby è possibile, semplice e meraviglioso. Se hai curiosità, chiedi pure.

  3. Eliana grazie! che racconto meraviglioso 🙂 ho rivissuto in pieno i pochi mesi che ho passato con Picci, anche lui caduto dal nido e allevato da me. Chi li maltratta, chi li scalcia.. chi li schifa.. chi li investe appositamente non sa quali anime belle e pure siano ^_^ mi hai fatto venire su tanta nostalgia.
    Abbraccio te e Sgorby
    Wilma

  4. Bello leggere la tua esperienza! Noi (siamo in 4) ne abbiamo uno da una decina di giorni, trovato che zigzagava tra auto e piedi all’uscita delle medie.Trovo già molte cose in comune con il tuo, tipo il voler stare sempre e solo sulle nostre spalle, anche mentre si fanno i gesti quotidiani. I suoi voli tra gli ulivi si limitano ad una C, parte da una spalla e si posa sull’altra 😂

      • Si!lo abbiamo tenuto! Oggi abbiamo scoperto che è una femmina, ha deposto il suo primo ovetto,che tenerezza! Quanto tempo lo lasci alla tua? Non so come comportarmi! 😅

      • Io glieli lascio per 18 giorni. Conviene comunque farle fare più o meno tutto il ciclo, anche se sono vuoti, perché se glieli togli prima lei li deporrà di nuovo dopo pochi giorni, correndo il rischio di decalcificarsi e quindi di ammalarsi.
        La terrai per sempre, come me?

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