Pandolina

Con oggi, fanno dieci giorni che convivo con una mosca entrata di soppiatto una domenica di pioggia, mentre chiudevo la finestra. Di solito le mosche le stordisco con un panno e, vive, le ricaccio all’aperto. È inutile ucciderle, perché muoiono anche da sole: d’ infarto, di fame, di vecchiaia, non lo so. Ma visto che prima o poi spariscono, non vedo perché eliminare questa, a cui ho anche dato un nome: Pandolina. Il primo giorno mi sono accorta che veniva attirata dalle briciole della colazione. Pandolina con un granello di zucchero; mi sono chiesta: ‘Perché schiacciarla? Non sente anche lei paura e dolore?’ La sua fuga il primo giorno mentre cercavo di stordirla, non era degna di pietà, e non meno disperata di quella di un innocente inseguito dal cecchino? Se fosse rimasta moribonda o mutilata, chi sarebbe accorso a salvarla? Io chiamerei la vicina, un’autoambulanza, ma lei? Devo cura e pazienza anche a Pandolina, che quando i primi giorni l’avvicinavo con lo straccio, forse si accorgeva che stava per morire, perché volava alla rinfusa, senza capire a chi mai potesse dare fastidio il suo piccolo essere al mondo.
È lunedì, sono le due del pomeriggio, e come al solito non ho niente da fare. Prendo il libro e mi porto accanto al vetro. Pandolina compie un tragitto lento e preciso da un capo all’altro del vuoto. Della sua specie, in casa c’è solo il ragno Jack e una decina di formiche. Non ha dunque con chi condividere il territorio, tentare un accoppiamento, imbastire una conversazione, litigare per i pasti. Schizza all’inseguimento di qualcosa d’invisibile, poi salta sul promontorio del mio ginocchio, in cima alle pagine del libro aperto.
Passano le ore e i giorni. La vita di Pandolina è elementare: vola, mangia, si nasconde, si palesa, scompare e riappare. Stamattina mi sono alzata alla solita ora. L’orologio si è fermato alle 4,38 del mattino. Di Pandolina nessuna traccia. Alle undici comincio il mio giro per la casa. Ed ecco Pandolina, immobile come un pallino di lana ai piedi del balcone. Pandolina è morta. Sono triste, di una tristezza accurata e profonda.
Ne danno il triste annunzio le briciole del mattino, il sugo sull’orlo del piatto, il lino della tenda, i vetri, gli specchi e le pareti tutte; la punta del naso, il mio ginocchio, e l’amico Dostoevskij, che a lei, non a me, aveva confidato i suoi Ricordi del sottosuolo.

 

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