LA VITA SPIATA

La vita spiata cop

Amici, pubblico di seguito la premessa del mio libro LA VITA SPIATA, edito da Magenes Editoriale, Milano, introdotto da un pensiero di Pino Aprile. Chi di voi fosse interessato ad acquistare il libro, può effettuare l’ordine on line su IBS, AMAZON, LIBRERIA UNIVERSITARIA , o presso la vostra libreria di fiducia. Grazie a tutti voi.

‘Da queste parti i passaggi a livello si chiudono con largo anticipo e si riaprono con comodo, e nell’attesa non ci sono motori accesi, ma lucertole che riposano, cicale che brillano.
A mezzogiorno, sulle panchine davanti al Comune, i corpi dei vecchi assumono la posizione di quelli che si vedono al telegiornale dopo una strage.
Mi sono laureata per fare contenti i miei genitori, ma mi sono sempre guadagnata da vivere dipingendo e creando oggetti piuttosto inutili. Ho tre amiche e nessun amico. La mia vita sociale è prossima allo zero. Una paura strana scompagina ogni mia intenzione, paura del minuto prossimo come degli anni a venire. L’angoscia di non riuscire a fare tutto quello che devo non si placa neanche davanti alla rivelazione quotidiana di non avere niente da fare. Mi lamento di tutte le cose che si potrebbero fare e che non si fanno, ma io per prima faccio schifo: non mi interesso di niente, credo poco in ogni cosa, non voglio partecipare, sto bene solo assente o defilata. Cosa deve cambiare? Non saprei nemmeno da dove iniziare. Le mie amiche, però, hanno capito da dove finire: esattamente da qui. Due di loro si sono trasferite a Londra, dove, dopo tre mesi di colloqui, sono state assunte a tempo indeterminato. Cos’hanno lasciato? Una era giornalista, pagata con un rimborso spese che non le bastava nemmeno per la benzina, l’altra era ricercatrice all’università “a gratis”. Il loro unico rimpianto? Non essersene andate prima.
Nel mio paese quello dell’artista è un hobby che alimenta pittoresche leggende popolari. Per le amiche rimaste con me nel cratere, la mia è follia. Io infatti sarei dovuta essere la prima a scappare, ma proprio non ce la faccio a trasferirmi a Londra, a Berlino o a Tokyo, a imparare un’altra lingua, a lavorare in un bar fino a tardi, io che alle nove di sera vado a dormire e che ho tutte le fisime di una vecchia zitella. Anche perché, tutto sommato, io qui non sto poi così male. Intorno a me, montagne a est e colline a ovest; un paesaggio che mi ha insegnato negli anni il buono del limite, maestro di pazienza e di misura. Sto bene perché non mi illudo. Certo, pesano gli strascichi dell’assistenzialismo, l’opportunismo delle combriccole politiche, gli scempi perpetrati ai danni del paesaggio da vecchi abusi e da nuovi condoni, la bancarotta intellettuale, la paccottiglia degli ignavi e dei disfattisti, falsità, cattivo gusto, pettegolezzi e pregiudizi. Ma questi sono i contro della provincia, di ogni provincia.
Una volta ho provato ad andarmene, e ho fallito. A Milano, al mio primo appuntamento di lavoro, ho litigato con l’assistente del titolare, un pugliese trapiantato che si mangiava le unghie e che si vergognava di sua madre, perché quando saliva a trovarlo viaggiava con una borsa piena di marmellate e teglie di pasta al forno che poi, appena arrivata, scartava orgogliosa davanti a chiunque si trovasse in casa.
Meglio il mio cratere. Sono passati diciassette anni. Quando esco in strada, la gente si chiede se ho messo la testa a posto, se porto le mutande, se sono fedele al mio compagno, com’è la mia casa, se mi drogo, se bevo, perché una pittrice che non si droga e non beve che artista è?
Qui la gente si accende per poco, e ti fa sentire importante per niente. Ti fa visita per accertarsi che vada tutto bene. Sa gioire come si deve, e cioè senza farsi tante domande. Altre volte, invece, la semplicità diventa dabbenaggine, nella corsa alla mediocrità della sopravvivenza.
Il circo della provincia mi intenerisce, mi affascina e mi diverte; è uno dei motivi per cui sono rimasta.
Le città sono pomate profumate sopra ferite che non si rimargineranno. I paesi di provincia invece sono onesti, perché le loro ferite le lasciano all’aria aperta ad asciugare, o a compiacersi del fatto che non guariranno. Non me ne sono andata anche perché viaggiando ho capito che il mondo si somiglia dappertutto. Di certo, però, se fossi rimasta a Milano non avrei incontrato la piccola piazza di S. Felice. Mi siedo sulla panchina davanti alla lapide in memoria dei caduti dell’ultima guerra. L’olmo al centro della piazza diventa in primavera la cattedrale di insetti e piccoli fiori. Vengo a scrivere, solida come la sponda di un letto che raccoglie i colpi della vita, vita che dormendo si rivolta, vita che azzanna, quando il mio amore per le cose diventa amico dell’errore.
Anche oggi viene a trovarmi una signora che ha perso il figlio da poco. Non ce la fa a rialzarsi, così per distrarsi si è messa a dipingere. Chiede un consiglio sull’ultimo quadro, di solito il ritratto del figlio, che non riesce a finire. Mentre mi ringrazia, la vedo armeggiare con le mani nella borsa, da cui caccia infine un pan di Spagna ancora caldo fatto apposta per me; non una fetta, ma un dolce intero, solo perché l’ho ascoltata un poco. Sono questi piccoli episodi, vasti silenzi e la paura di non farcela a darmi la spinta per un salto ancora. Ogni giorno mi dico: “Non chiuderti, conserva una mente curiosa, la capacità di amare l’esistenza col suo carico di povertà, varietà e bellezza”. Quando il salto arriva, la vita va come un vento portato dall’urgenza del suo racconto. Ho tempo, ne ho molto in questo vivere nel poco, cercando sempre quello che è già mio, nella certezza di esistere che avrei se solo io ci fossi.’

 

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