Citazioni

Quando finisco di leggere un libro, è mia abitudine trascrivere su un quaderno le frasi e i passaggi che mi hanno colpita. Quello che segue è un viaggio nomade attraverso il pensiero di molti grandi autori, senza indicazioni né di testo né di tempo; un volo planare per offrire a ciascuno uno spunto di riflessione, l’occasione di una dedica, o il modo per dire le cose quando a noi mancano le parole. (Nella foto, un’opera dell’artista Maya Pacifico)

-L’unità meravigliosa di questa vita è la sua intransigenza nella ricerca dell’assoluto.

-Siamo intimi da così tanto tempo di creature lisce e mute, fatte per consolarci dal male di avere un corpo; quei numi tutelari hanno sorvegliato i giochi della nostra infanzia, testimoniano nei giardini che il mondo è senza rischi, che non succede nulla a nessuno e, in realtà, a loro è successo solo di morire alla nascita. (…) Invece, queste nature fini e delicate salgono in cielo; scopriamo tutto quanto un involo d’Ascensione, d’Assunzione; danzano, sono danze, sono fatte della stessa materia rarefatta dei corpi gloriosi che ci promettono.

-Perché vi è qualcosa invece del nulla? Eppure qualcosa c’è: c’è questa apparizione ostinata, ingiustificabile e superflua.

-L’artista è un sospetto; chiunque può interrogarlo, arrestarlo e trascinarlo davanti ai giudici; ogni sua parola, ogni sua opera può ritorcersi contro di lui. Gode di enormi vantaggi, ma ogni cittadino ha, in cambio, il diritto di chiedergliene conto.

-Se il pittore vuole animare la sua pittura, che proietti sulle cose la trascendenza dell’uomo, che le unifichi ancor più attraverso armonie di colori e rapporti di forme, impegnandole tutte assieme in un solo movimento umano, che schizzino il gesto di prendere, di respingere, di fuggire; che l’uomo, infine, visibile o dissimulato, sia il polo magnetico che fa dire ciò che vuole a tutta quanta la tela.

-Nella pittura figurativa, le convenzioni non hanno molta importanza: è sufficiente convincerci che la figura proposta è, in quel sistema di referenze, la migliore rappresentazione dell’oggetto. La migliore significa la forma più forte, più densa, più significativa. Questione di fortuna o di abilità. Tuttavia, dal secolo scorso ad ogni nuova scelta, la figura si allontana sempre più dall’oggetto figurato. Più grande è la distanza che li separa, più forte è la tensione interna dell’opera. Quando giunge a eliminare la somiglianza, ad avvertire che ogni similitudine tra immagine e realtà non può essere che fortuita, il senso, liberato dal cedimento della rappresentazione, si manifesta nel suo aspetto negativo; è la cifra di questo fallimento, che luccica attraverso dissomiglianze, lacune, pressappoco, indeterminazioni volute. Invisibile, acceca perché dissolve le figure nella sua presenza non raffigurabile. Tali sono anche i sensi che abitano il nostro mondo: annientano il dettaglio e se ne nutrono. Sulla tela, l’artista ci offre ancora gli elementi figurati di una intuizione, ma li cancella subito. Suscitata da questo rifiuto, la Presenza – che è la cosa in sé, senza dettaglio, in uno spazio senza parti – si realizzerà. Le immagini che si rompono e cadono in frantumi, non è una scelta tranquilla dei nuovi pittori, è un avvenimento che si continua ancora e le cui conseguenze non sono ancora del tutto note. Questa deflagrazione permanente si rincorre a catena da una tela all’altra: ogni pittore la vede al tempo stesso come il suo problema e il suo materiale. L’Arte gli dà un’esplosione da governare. Sarà con un ordine esplosivo. Gli antenati hanno seminato il vento, quelli che oggi vogliono dettar legge sulla tempesta, bisognerà che si facciano ciclone in mezzo al ciclone, e che ne organizzino ogni minima pagliuzza con inesorabile rigore. Ma bisogna trovare all’occhio una motivazione molto potente perché intraprenda senza cercare la figura o la rassomiglianza, l’unificazione di questo sparpagliamento sontuoso. Ne esiste una sola: l’unità segreta dell’opera.

Dell’uomo
Com’è strano, com’è emozionante che questa durezza sia così fragile. Nulla può interromperla, e tutto può spezzarla.

-Non domando che di potermi commuovere dei guai degli altri (…). Io non ho guai, vivo di rendita, non ho superiori, non ho moglie né figli; esisto, nient’altro. Ed è così vago, così metafisico questo guaio, che me ne vergogno.

-E allora questo IO è sempre la stessa cosa, una pasta che s’allunga, s’allunga, e si rassomiglia talmente che ci si domanda come la gente abbia avuto l’idea di inventare nomi, fare distinzioni.

-L’uomo è una passione inutile.
SARTRE

-Fate ogni cosa con una mente che sappia lasciare andare. Non aspettatevi nessuna ricompensa o premio. Se lasciate andare un poco, avrete un poco di pace. Se lasciate andare completamente, conoscerete la pace e la libertà complete.
Le vostre battaglie con il mondo giungeranno al termine.
ACHAAN CHAH

-Da lontano si sente parlare solo dei più rinomati e, spesso, ci basta il loto nome. Ma quando ci avviciniamo a questo cielo stellato dell’Arte e vediamo che anche gli astri di secondo e di terz’ordine cominciano a scintillare, e nella costellazione ciascuno si mostra e si mantiene al suo posto, allora il mondo si allarga e l’arte diventa più ricca.

-Mi sembra davvero un singolare inizio l’entrare nel mondo per poi desiderare di rimanere soli.

-Permettimi di descrivere in poche parole il mio pensiero: gli antichi rappresentano l’esistenza e noi, abitualmente, l’effetto. Essi descrivono l’orribile, noi descriviamo orribilmente.

-Forse la vita ci offrirebbe molte più soddisfazioni e vantaggi se con franchezza si dichiarasse scambievolmente ciò che l’uno attende dall’altro. Gli obblighi sono adempiuti, si è soddisfatti da ambo le parti, e la cordialità, l’inclinazione che in tutto è principio e fine, si produce come un dono aggiunto.

Napoli
Se pure altri due o tre Vesuvio si trovassero nelle vicinanze di Napoli, si dovrebbe perdonare il napoletano che non vuole lasciare il suo paese, nonché il poeta che decanta con le più vive e potenti iperboli la sua situazione. Qui non ci si può per nulla rammentare di Roma. In confronto della libera, aperta posizione di Napoli, la capitale del mondo, nella vallata del Tevere, ha l’aria d’un antico chiostro mal piazzato. (…)
Il fatto è che a Roma si studia volentieri e qui non si ha voglia che di vivere. Si dimentica l’universo e se stesso, ed è una sensazione strana per me, il praticare con gente occupata a godere. (…)
Con la gente già mi trovo molto meglio. Solo bisogna pesarla con la bilancia del bottegaio, e in nessun modo con quella dell’oro come, purtroppo, gli amici spesso fanno tra loro per umore ipocondriaco o per singolari, straordinarie pretese. (…)
Il buono ed utile Volkmann mi obbliga, di tanto in tanto, a dissentire dalle sue opinioni. Egli dice, per esempio, che si possono trovare a Napoli trenta o quarantamila oziosi. Da quando cominciai a conoscere un poco la civiltà del Mezzogiorno d’Italia, supposi che questo fosse un modo di giudicare dei settentrionali, di quei paesi ove si ritiene ozioso chiunque non si stanchi penosamente tutto il giorno. Dedicai quindi al popolo la mia particolare attenzione, fosse in movimento o in riposo, e potei vedere, è vero, molta gente mal vestita, ma non vidi dei disoccupati. (…) Certamente le influenze naturali, che restano le stesse per migliaia di anni, hanno determinato il carattere per tanti lati rispettabile della gente del nord. In compenso noi giudichiamo, dal nostro modo di vedere, troppo severamente i popoli del sud verso i quali il cielo si è mostrato così clemente. (…) Si nota in essi che adempiono, è vero, all’incarico, ma al tempo stesso ne fanno un oggetto di scherzo e di burla. Hanno uno spirito molto vivace, e un modo di vivere libero e giusto. Il linguaggio deve essere figurato, i motti molto vivi, arguti e mordaci. (…)
Si osserva dappertutto, e con la più viva simpatia, una straordinaria gaiezza. (…) Noi abbiamo l’abitudine di dichiarare barbara e di cattivo gusto la preferenza per la varietà dei colori e, difatti, in certo modo essa può esserlo o divenir tale. Ma, sotto l’azzurro d’un cielo luminoso, nulla è davvero variopinto: poiché nulla può sorpassare lo splendore del sole e il suo riflesso sul mare. Il più vivo colore è sbiadito da quella luce possente. E come tutti i colori agiscono sull’occhio vigorosamente, i fiori e le vesti colorate entrano con ciò nell’armonia generale
GOETHE

-Chi nega solo per negare non ha la minima idea della necessità del mutamento, e chi scommette solo sul nuovo neppure immagina l’inestimabile valore del vecchio.
JIŔÌ KOLÁŘ

-Morandi si macina pazientemente i colori e si prepara le tele e guarda attorno a sé gli oggetti che lo circondano, dalla sacra pagnotta, scura e screziata di crepacci come una roccia secolare, alla nitida forma dei bicchieri e delle bottiglie. Egli guarda con l’occhio dell’uomo che crede, e l’intimo scheletro di queste cose morte per noi, perché immobili, gli appare nel suo aspetto più consolante: nell’aspetto suo eterno.
DE CHIRICO

-Questi uomini! Ti fanno sedere sulle loro ginocchia, e poi senti qualcosa che spunta.
VIVIAN MAIER

-Se non dovessi tornare,
sappiate che non sono mai
partito.
Il mio viaggiare
è stato tutto un restare
qua, dove non fui mai.
GIORGIO CAPRONI

-Scrivere non era, come pensavo all’inizio, ricordare un periodo concluso della mia vita, ma una costante simulazione di ricordo in forma di frasi che si limitavano ad affermare la distanza. Mi capita ancora di a svegliarmi di colpo nella notte, come spinto fuori dal sonno da un lieve urto, e vivo la sensazione di imputridire fisicamente di secondo in secondo, trattenendo il respiro dall’orrore. L’aria nel buio è così quieta che tutte le cose perdono l’equilibrio e mi appaiono senza radici.
P. HANDKE

-(…) Regnava un’oscurità discendente, spaventosa e tetra, avvolta tortuosamente a spirale e, da quel che si poteva presumere, simile a un serpente. Quindi l’oscurità si mutò in una sorta di natura umida, indicibilmente turbolenta, che sprigionava fumo come ne esce dal fuoco e produceva una specie di suono, un gemito indescrivibile. Da quella scaturì poi un grido di richiamo, ma inarticolato, simile a una voce di fuoco.

-Contemplare in un solo istante tutte le cose, ciò che non si muove in movimento e l’invisibile che si manifesta attraverso le cose che crea. Questo è l’ordine del mondo e questa è la bellezza di tale ordine.

-Dunque, o Asclepio, tra gli uomini non si trova del bene che il nome, e in nessun luogo la sua realtà, giacché ciò è impossibile. Del resto un corpo materiale non ha spazio per contenerlo, stretto com’è in ogni sua parte dal male, dalle fatiche, dalle sofferenze, dai desideri e dai risentimenti, dagli inganni e dalle opinioni insensate. E la cosa peggiore di tutte, o Asclepio, è che quaggiù si confida in ognuna delle cose che ho detto come fossero il bene più grande, mentre sono il male invincibile.

-Prima di tutto bisogna che tu laceri da parte a parte la tunica che porti, la veste dell’ignoranza, il sostegno del male, il vincolo della perdizione, il recinto di tenebra, la morte vivente, il cadavere sensibile, la tomba che ti porti dietro, il ladro che abita in casa tua, colui che ti odia per le cose che ama e ti invidia per le cose che odia.

-Uno solo è il culto che si può rendere a Dio: non essere malvagi.
CORPUS HERMETICUM

-Sì. Dimenticheranno. È il nostro destino, non ci si può fare nulla. Ciò che a noi sembra serio, significativo, molto importante, col passar del tempo sarà dimenticato o sembrerà irrilevante. Ed è curioso che noi oggi non possiamo assolutamente sapere che cosa domani sarà ritenuto sublime e che cosa meschino, ridicolo. E la nostra vita, che oggi viviamo con tanta naturalezza, apparirà col tempo strana e scomoda, priva di intelligenza, non sufficientemente pura, forse addirittura immorale.
ANTON CECHOV

-La fondamentale spietatezza e ottusità delle donne si rivela nella mancanza di rimorsi per aver partorito esseri umani. Di tutto arrivano a pentirsi, di questo mai.

-L’unico segreto che degli altri arriviamo a penetrare un poco è il vuoto che hanno in testa, la loro assenza dal pensiero, la loro orfanezza di consistenza mentale. Essendo ogni segreto che portiamo una forma muta di patimento, anche questo vuoto che dovrebbe annullare il contatto con le radici e le ragioni del patire è un modo di patire. Non è tanto accidente quanto espiazione.

-L’intenso, delirante disagio e fasto del mondo è di essere, nel suo impasto di cielo, terra e sotterra, in essenza e fenomenicamente, nient’altro che un gran palo mistico da crocefissione.

-Se togli qualche faccia molto vicina, di cui vale la pena godere il sorriso, il mucchio di facce che vedo qua attorno è amabile quanto una colica.

-Disperare assolutamente dell’uomo non è spontaneo né facile; richiede vita e sforzo, lungo esercizio, volontà ferma; pochi ci arrivano. Una volta pervenuti alla dura vetta del Disperare Puro, guardarsi dalle speranze residue che possono rigerminare, dalle propensioni naturali verso il diabolico di una disperazione minore.

-Del tragico di ieri dovremmo farci scorte come si fa nei rifugi atomici, e rimangiarne instancabili, perché c’è il rischio che ben presto infelicità e sciagura non siano più che pretesti e vie per l’inebetimento, il rischio che la fascinazione della stupidità e l’eccesso d’infamia rendano muto anche il tragico; incomprensibili, persino inudibili gli ululati di dolore, e non sia lasciato spazio che all’insignificanza.

-Gli alberi non sono il verde, sono i nostri grandi fratelli immobili, una gente pelosa, umida e cornuta la cui caratteristica, inconcepibile per l’uomo, è una bontà infinita.

-Non sono contrario alla fine del mondo, ma prego l’autorità celeste di non concedere più arche.

-Hieronymus, lui vedeva, lui vide giusto, vide che cosa siamo e diventiamo. Via dall’uomo, via! Pietà, non esaltazione. Aristotelicamente, orrore e pietà, ma di questa poca. Dentro noi stessi lo dobbiamo esecrare, tanto da cessare di riprodurlo, di mostrarlo con stolido orgoglio al resto dei viventi terrorizzati.

-Salvate il mondo. Mangiate esclusivamente carne umana.

-Molti vivono nel tragico, se ne nutrono, ci abitano: ma non avendo il Senso del Tragico, il tragico non li può redimere o illuminare, né dargli più vita. Il tragico si rattrista di non poter far nulla per loro.

-Kafka simbolica blatta. Io peggio: uno scarabeo stercorario che trascina trascina una pallina che lo sfinisce.

-Un barlume c’è, di salvezza, se al di là del nulla della storia e della scienza – mammiferi maleodoranti che si riproducono e muoiono – ci pensiamo come incomprensibili, indecifrati esseri simbolici.

-‘Date a Cesare quel che è di Cesare’. ‘Date a Dio quel che è di Dio’.
Non ci resterebbe niente. Proviamo a non dare niente a nessuno dei due.

-Trasfigurare l’inesorabile satanica trasverberante tua orfanità di amore.
Contare su qualcuno, se si tratta di esseri umani vivi, è sempre un rischio di nuove ferite. Più fortunati, gli appartenenti ad associazioni criminali, a circoli segreti: in caso di bisogno l’aiuto non gli mancherà, in ogni luogo. Tutti gli altri faranno bene a dubitare di trovare in amanti, mogli, figli, fratelli, compagni, una certezza di sostegno nell’angoscia e nella necessità. Non parlo di denaro: trovi sempre chi te lo dà; è il cuore che è introvabile. Dà più ausilio un talismano, se la tasca non è bucata. C’è una dolcezza a pensarsi soli, lucida disperazione. Le carovane elargitrici d’acqua dei Dedanìm, un miraggio. Il soccorso per amore, una lotteria.

-È impossibile governare senza mentire. Il successore di uno che governa mentendo non può far altro che, dopo aver denunciato (mentendo) quelle menzogne, seguitare a sgranarle variandole (di pochissimo) nel tono e nella forma. Bisognerebbe essere governati da afoni. La verità è un miracolo individuale e per niente una necessità pubblica.

-La luce che muore non fa confidenze, e ha altro da pensare.

-L’empietà verso la figura umana nel rappresentarla è un estremo di peccaminosità: promuove, attira, ufficializza ed estende il male, d’accordo con le forze maligne che ci pervertono. Perciò, ogni mancanza di freni nell’espressione artistica contiene un pericolo, lo sfregio dura più a lungo nell’immagine che nella carne. Disintegrare una faccia sulla carta, la tela, la pellicola, la scena, è sempre una piccola e simbolicamente radicale Hiroshima.

-Se anche non ci fossero altre cause, basterebbe l’enorme perdita di alberi, la distruzione sistematica delle foreste, la proliferazione cancerosa degli spazi urbanizzati dove l’albero rantola semiasfissiato dai gas, a provocare l’irrefrenabile aumento della violenza sulla terra. L’albero che separa uomo da uomo separa anche i loro coltelli alzati, inceppa il tamburo delle loro pistole.

-A dispetto dei pessimisti, ci sono delle prospettive economiche, ovviamente planetarie, che hanno carattere di certezza, in un immediato come in un più lontano domani. Ogni abitante della terra sta per diventare (anzi lo è già attualmente) milionario in disastri, e non solo: siamo tutti ormai fuori da ogni timore di carenze in perdite di vita reale, in perdite parallele di ragione illuminata. La corsa ad arricchirsi senza limiti in Tenebra e in Ebetudine è aperta, facile, accessibile a tutti. L’Uguaglianza di questo tipo non è Utopia.

-La verità dell’essere, ancora celata, si nega agli uomini della metafisica. La bestia da fatica è abbandonata alla vertigine del suo fabbricare, perché si faccia a pezzi da sola e cada, autodistruggendosi, nella nientità del Niente.

-Né debiti né rimpianti. Dio ha dato. Anche togliendo ha dato.

-La navicella ermeneutica è così zavorrata che la mongolfiera innalzandosi arriva normalmente all’altezza del pollo arrostito della Nave di Bosch. Ma forse proprio questo il moderno filosofo vuole: che il suo volo si fermi ad un’altezza media, incomprensibilmente, giusto al pollo arrostito, a metà dell’albero di una barca di folli eccitata, immobile.

-Scoprirsi disumani quando si hanno ambizioni del contrario, è un colpo di sveglia del ‘conosciti’ dei più pugnaliformi, un’imperiosa lancetta di chirurgo nella sacca di pus di questo maleodorante cuore.

-Di questi silenzi visibili bisognerebbe metterne ogni tanto nei libri, intimando alle parole di farsi da parte.

-L’ottimismo è come l’ossido di carbonio: uccide lasciando sui cadaveri un’impronta di rosa.

-Nel mondo degli amori, le repulsioni sono più numerose delle attrazioni: due fogli tenuti insieme da una colla forte, ma fluttuanti in un oceano di acqua bollente.

-Troppi fasci di nervi a contatto tra loro, troppi fili annodati in grovigli nel labirinto umano; si sente, come un rumore d’oceano, la demenza planetaria crescere.
-Fare dolore è tutto il nostro fare:
se tu hai guardato in una faccia d’uomo
non fare niente; fare bene è non fare.
GUIDO CERONETTI

-Finché sei vivo risplendi. Non ti affliggere troppo. Dura poco la vita. Il tempo brama finire.
EPITAFFIO DI SICILO

-Non lasciate, genitori, che i vostri bimbi crescano all’ombra di un grande uomo. I grandi uomini dovrebbero o non avere figli o, avendoli, farli partire in tenera età di là dagli oceani, sotto altro nome come i figli degli assassini.
-Si scambia di solito per intelligenza quello che in verità non è se non fertile e brillante stupidità.

-La vita, nella sua grande prudenza e nella sua profonda saggezza circonda ogni uomo di un fitto velo tessuto di tre fili, che sono la finzione, l’ignoranza e la credulità; senza di che gli uomini si sbranerebbero anche più ferocemente di come fanno ora, e i superstiti, non trovando altri uomini sui quali sfogare la loro rabbia, si sbranerebbero da sé stessi e morrebbero per propria mano.

-Perché gli uomini cedono alle più grosse impressioni fisiche, ma sono troppo rozzi ancora per fare attenzione a quel che di più sottile e ineffabile circonda la nostra vita; non sanno ascoltare le voci delle cose che nella loro ignoranza essi credono mute, non sanno vedere i paesaggi che popolano l’aria e che nella loro massiccia indifferenza essi credono vuota, e con le grosse teste che non capiscono e gli occhi velati che non vedono, si aggirano ignari in mezzo ai misteri.
ALBERTO SAVINIO

-Credo anch’io che ciò che rese possibile la religione rende oggi necessaria la politica. (S’intende, di quella necessità di cui però avvertiamo il peso e la stupidità). Sono gli esseri dappoco che hanno bisogno della politica, così come un tempo ebbero bisogno della religione. Naturalmente, coloro che li rappresentano e formano il ceto politico non ne hanno bisogno nello stesso modo, ma certamente hanno bisogno di quelli per cui la politica è effettivamente un bisogno. (…) Se io cerco un governo migliore è perché oggi domina un concetto di governo che è il peggiore possibile. Non sto dicendo che sono governato dal peggiore dei governi. Ma che sono governato dal peggiore concetto di governo possibile. Questo governo, di cui trionfa il concetto, ogni giorno fa avvertire la sua esistenza, ogni giorno parla di sé e si rende visibile in tutti i modi. Elogia quotidianamente le sue attività e le funzioni in cui si estrinseca il suo essere in maniera indecorosa. (…) Nell’ordine delle idee, nessun politico può rappresentarmi. Se io nego di poter essere rappresentato dal politico è perché la classe politica non può che rappresentare l’uomo al punto più basso di tale nozione. A quest’ultimo va tutta la mia commiserazione. (…) Per gli officianti della politica noi siamo anime morte. Possiamo parlare solo attraverso di loro. Essi sono come imbuti attraverso cui passano i nostri lamenti già trasformati in liete marcette. Essi vorrebbero rappresentare la mia esistenza, io dubito della loro.
Scelgo la via percorsa da Descartes e parlo di me. Circoscrivo me stesso e le mie idee, che chiamerò il mio Stato. In altre parole, traggo dalla nozione che ho di me la politica che fa per me. (…) Indubbiamente, indagandomi da questo punto di vista io amplio me stesso. Anzitutto mi accorgo che occupo uno spazio maggiore di quanto mi assegnino. E trovo che chi amplia sé stesso, chi arriva ad afferrare null’unità di sé stesso tutto quello che vi è, e a trasformare ciò che egli è in ciò che egli ha, non può più tenere in qualche conto i propri simili. Io sono tutti i miei attributi, ma finché li sono soltanto, non li ho. Che io sia non basta, devo avermi. L’impresa di questo essere che dice ‘io’ è dunque quella di possedersi. (…) ‘Io mi possiedo’ diventa il suo punto di forza, e ciò attraverso cui può riappropriarsi anche del potere di autorappresentarsi. Diciamo dunque che io sono un ‘unicum’. Che non sono un ‘civis’. Per ritornare a Descartes, io sono certo di essere una cosa che pensa, ma aggiungo che sono anche certo di avere pensieri. Anzi, nel mio caso, che i miei pensieri sono i miei unici averi. Tutto ciò che posseggo.
MANLIO SGALAMBRO

-‘Io parto dalla supposizione che in qualche luogo si combatta un’onesta lotta per la vita, una lotta da cui sono atteso e che perciò debbo ricercare. Pigra bellezza, fiacche, morbide gioie dell’estate, indugi, ritardi, tentennamenti, tutto ciò alla lunga non posso sopportarlo. Forse sono invaso da pensieri meravigliosi e pericolosi, dalla felice convinzione d’esser capace di farmi strada attraverso il mondo e le sue crudezze, di aprirmi un varco fin là dove incontrerò un lavoro regolare e un senso più elevato delle cose. Vedo che lei sorride – senza dubbio lo fa perché trova questo mio linguaggio patetico. Io invece trovo che la vita debba contenere un suono, un peso particolare, e credo che certe persone non possano vivere senza fiutare odor di rischio.’

-Di fronte all’arte si possono provare solo due autentici sentimenti: lo sdegno o l’incanto, l’avversione o il compiacimento. Si deve poterla irridere, o non saper fare altro che fremere e spasimare.

-Apprezzare una produzione artistica risolta a metà è impossibile. Nell’arte non esiste riguardo, non esiste rispetto, l’arte non è un nostro caro e buon amico che vale oro per la sua onestà. Se l’arte si limita a essere onesta è scadente. (…) Bisognerebbe cercare di gettar discredito su questo campo, in modo che in futuro a scorrazzarvi siano solo le canaglie o gli eroi.

-Che cosa succede se un mezzo artista riesce a darsi l’aria e l’aspetto dell’artista integrale, se la mancanza di scrupoli sa presentarsi come se dieci, anzi cento scrupoli, problemi e pensieri lo tormentassero, se l’assoluta nullità assume atteggiamenti di smisurata importanza? Là dove compare questo genere di persone, l’aria buona e sana diventa pesante, cupa e venefica, la vita si guasta, la natura tutt’intorno si corrompe.

-I più spudorati faccendieri reggevano le varie regioni e le contrade circonvicine; e il paese, per quanto vi fiorissero i commerci, assomigliava a un deserto.

-Centomila anni pareva avesse sulle spalle, e mi sembrava pure che dovesse vivere eternamente, per essere eternamente non vivo.

-Tutt’a un tratto mi invase un indicibile sentimento dell’universo, e insieme, strettamente unito, un fiotto di gratitudine prorompente con forza dell’anima lieta.

-Quando lei dipinge un quadro, Kaspar, questo diventa natura perché dipinge con i suoi sensi e le sue dita, che lei ha pur avuto dalla natura. No, noi facciamo bene ad amarla, a ricordarci sempre giustamente di lei, ad adorarla, se così posso dire, perché in qualche posto gli uomini devono ben pregare, altrimenti diventano cattivi.

-Qui non bisogna fare troppo, altrimenti si perderebbe la visione del bell’insieme, si perderebbe la dignità di chi sta a guardare, che deve pur esserci ancora nel mondo.

-Io resto qui e certo ci resterò. È così dolce restare. Forse che la natura va all’estero? Vanno forse in giro gli alberi per procurarsi da qualche altra parte foglie più verdi e poi tornare a casa a pavoneggiarsi? I fiumi e le nuvole ci vanno, ma è un andar via diverso, qualcosa di più profondo, che non ritorna mai più.

-La religione, secondo la mia esperienza, è amore per la vita, profondo attaccamento alla terra, gioia nell’istante, fiducia nella bellezza, fede negli uomini, spensieratezza nei conviti con gli amici, piacere della riflessione e il sentimento di non essere responsabili delle sventure, il sorridere alla morte e il coraggio in ogni tipo di impresa che la vita propone.

-Ogni testa che pensa è importante e ogni questione preziosa, ma dovrebbe essere più decente, e per le teste più onorevole, cominciare col risolvere le questioni vitali prima di affrontare le eleganti questioni artistiche. Ora però le questioni artistiche, a volte, sono anche questioni vitali, ma le questioni vitali sono questioni artistiche in un senso ancora più alto e nobile.

-Una volta, in una lettera, mi ha scritto qualcosa di un’aquila che spalanca le ali sopra i picchi rocciosi e che sopra gli abissi si sente meglio che altrove, e un’altra volta mi scrisse che chi è uomo e artista deve lavorare come un mulo, che cadere sfinito è niente; bisogna cadere e subito rialzarsi e rimettersi all’opera.

-Anzitutto sono contento della mia salute, del gusto di adoperare gambe e braccia come voglio, poi del mio spirito, che mi sembra ancora sempre molto vivace, e infine della coscienza eccitante di starmene di fronte al mondo come un debitore, un uomo carico di debiti, che ha tutte le ragioni di mettere finalmente a dura prova il proprio fiato per farsi strada nell’amore degli altri.

-Il verde s’inalbera a grandi altezze, si estende in lontananza. Noi non si è più esseri umani. Non si sa più che cosa e chi mai siamo. Si scatena, si infuria, prorompe, divampa. Il verde è un colore terribilmente serio, un colore sacro. Un colore raccapricciante, un colore che è monito e domanda, un colore divino.
Il verde sarebbe il colore della speranza? Sì, certo, non vi è dubbio. Ma provatevi a sperare senza mai avvertire tremiti e brividi. A un passo dalla speranza o piuttosto nel suo bel mezzo, palpita un oscuro disperato timore e sconforto. Non vi è colore al mondo che esprima tanto come il verde la solitudine e lo smarrimento siderale. Il verde è la gloria del mondo. Il verde è il colore più grandioso, più solenne. È l’origine dei colori, la quintessenza, l’orgoglio dei colori.
R. WALSER

-Passerò davanti alle vostre strade, e l’amarezza degli incontri desolati la trasferirò sulle mie tele. Che brillino su di esse, e che vi si spengano le brume dei nostri giorni. E l’estraneo spettatore sorriderà.
CHAGAL

-Tutto ciò che di futile e di veniale abbiamo da dire (cioè tantissimo), non appena assume forma webbica lascia una indelebile scia elettronica alle nostre spalle. Abbiamo un bel fuggire, come i gatti quando i ragazzacci gli attaccano i barattoli alla coda: di quei barattoli non ci libereremo mai, ci rimangono appiccicati, le nostre parole cliccate sono come gli zombi, non possono avere sepoltura, ci inseguiranno e ci perseguiteranno fino alla morte e oltre, dando disturbo anche agli eredi. Penso alla immane Babele di minchiate che ho detto in vita, solo per pochi e fidati testimoni, e fremo di felicità al pensiero che non ne rimarrà neppure l’eco più remota.
MICHELE SERRA

-Chi può dire di che carne sono fatto? Ho girato abbastanza il mondo da sapere che tutte le carni sono buone e si equivalgono, ma è per questo che uno si stanca e cerca di mettere radici, di farsi terra e paese, perché la sua carne valga e duri qualcosa di più che un comune giro di stagione.

-Siccome Dio poteva creare una libertà che non consentisse il male, ne viene che il male l’ha voluto lui. Ma il male lo offende: è quindi un banale caso di masochismo.

-L’Arte ha l’immortalità e l’immensità della vita, ma ha di più ancora. È la vita stessa, spogliata dal suo dolore senza risposta.

-Avvezzi a trattare i secoli come i fogli di un libro, pretendiamo di udire in ogni raglio d’asino lo squillo dell’avvenire.

-Un paese ci vuole, non fosse per il gusto di andarsene via.

-Il bello di quei tempi era che tutto si faceva a stagione, e ogni stagione aveva la sua usanza e il suo gioco, secondo i lavori e il raccolto, la pioggia o il sereno. L’inverno si rientrava in cucina con gli zoccoli pesanti di terra, le mani scorticate e la spalla rotta dall’aratro, ma poi, voltate quelle stoppie, era finita e cadeva la neve. Si passavano tante ore a mangiar le castagne, a vegliare, a girare le stalle, che sembrava fosse sempre domenica. Mi ricordo l’ultimo lavoro dell’inverno e il primo dopo la merla – quei mucchi neri, bagnati, di foglie e meligacce che accendevamo e che fumavano nei campi e che sapevano già di notte e di veglia, o promettevano per l’indomani il bel tempo.

-Tutto questo mi ha detto e non parla italiano,
ma adopera lento il dialetto che, come le pietre
di questo stesso colle, è scabro tanto
che vent’anni di idiomi e di oceani diversi
non gliel’hanno scalfito. E cammina per l’erta
con lo sguardo raccolto che ho visto, bambino,
usare ai contadini un poco stanchi.

-Ogni pianta ha un suo freddo sudore nell’ombra
e non c’è più che un campo, per nessuno e per tutti.

-Talvolta ritorna
nell’immobile calma del giorno, il ricordo
di quel vivere assorto, nella luce stupita.

-E pensare che tutti nascondono un corpo

-Va col carro un tepore che sa d’osteria,
di mammelle premute e di notte chiara,
di fatica contenta senza risveglio.

-Il corpo di un uomo pensieroso si piega, dove un Dio respirava.

-Perché una sola cosa mi pare insopportabile all’artista: non sentirsi più all’inizio.

-Abbandoni, trasporti, figli, devozioni, fiducie; sono simboli individuali, dai quali la mistica penetrazione dell’altro è sempre esclusa. C’ è insomma tra questi simboli e la realtà lo stesso rapporto che tra le parole e le cose. Bisogna essere così scaltri da prestar loro un significato senza scambiarli con la sostanza vera. Che è la solitudine di ciascuno, fredda e immobile.

-Se l’unica educazione la può dare il dolore, domando perché sia filosoficamente proibito d’infierire contro il prossimo, educandolo nel miglior modo?

-Esamina quante cose ti piacciono e ridestano solo perché fanno bizzarro, e vergognati.

-l mondo si vive con l’astuzia. E va bene. Solamente gli astuti sanno fare il male, trionfando. Chi soffra di questo stato di cose e decida di fare una porcata per vendicarsi deve riflettere che poi gli toccherà sempre di vivere con astuzia, altrimenti l’astuta porcata commessa una volta tanto servirà solo a tormentarlo, contrastando con tutto il suo persistente stato di non astuto, di non porco, d’inetto.

-Tanto poco un uomo si interessa dell’altro, che persino il Cristianesimo raccomanda di fare il bene per amore di Dio.

-Qualunque sofferenza che non sia insieme conoscenza è inutile. Ricordarlo, visto che riesce tanto penosa. Invece di soffrire per la vastità di un crollo, soffrire per la sua inutilità. Non c’è orrore che diminuisca soffrendolo bestialmente; bisogna invece guardarlo con pacatezza e renderne utile l’inutilità per mezzo di contemplazione. Resta sempre la realtà attuale della morte che, abolendo il soggetto, abolisce anche la contemplazione. A allora è ancora più inutile soffrirla. Contemplare fino all’ultimo momento senza batter ciglio, è ancora il sistema più pratico.

-Scaduto il fervore di una monomania, manca un’idea centrale che dia significato agli sparsi momenti interiori. Insomma, più l’animo è assorto in un umore dominante, più il paesaggio interiore arricchisce e svaria. Bisogna cercare una cosa sola, per trovarne molte.

-La miglior difesa contro un amore è ripetersi che questa passione è una sciocchezza che non vale la candela. Ma la tendenza di un amore è proprio di illuderci che si tratti di un grande avvenimento, e la sua bellezza sta proprio nella continua coscienza che qualcosa di straordinario, di inaudito, ci va accadendo.

-Mi sono accorto sovente che ciò che scoprirò valere e importare di più, comincia sempre col dispiacermi e ripugnarmi.

-Come può Dio pretendere le lunghe umiliazioni in preghiera, le interminabili ripetizioni del culto? Non ami tu d’istinto un rapido pensiero di riconoscenza, un’occhiata che ti lega il beneficato, e non aborri le lagnose espressione di grazie?
Tu non sei Dio, però.

-La peste di descrizioni naturali, di richiami compiaciuti alle cose e al mondo nelle opere d’arte nasce da un equivoco: l’opera, che vuole essere un oggetto naturale tra gli altri, crede di riuscirci rispecchiandone quanti più può. Ma la natura di uno specchio non sono le parvenze che ne affiorano. Queste sono soltanto la sua utilità. Da noi l’elocuzione si fa casta e scarna, trova il suo ritmo in qualcosa di ben più segreto che non le voci delle cose: quasi ignora sé stessa e, se dobbiamo dir tutto, è parola a malincuore. Quest’è la nostra inquietudine: sospetto verso la parola che è al tempo stesso nostra unica realtà. Cerchiamo la sostanza di ciò che non ci convince: per questo esistiamo e soffriamo.

-Godere di ogni cosa profanamente, ma con sacro distacco.

-Difficoltà dell’arte: dare come sorpresa cose ben note. Se non ti fossero ben note non te ne interesseresti tanto da trattarle in modo che sorprendano.
CESARE PAVESE

-Più disciplina e più assurdità, più calcolo e più paradossi, insomma più problemi risolti, ma risolti inutilmente.
ALBERT CARACO

-Mi si chiede un commento a me stesso. Nel mio quadro tutto mi sembra abbastanza chiaro (…) Tradurre il mio dipingere in termini critici? Cotesto è un male tutto italiano. Il critico ha la pretesa di prendere un quadro, metterlo in un alambicco, scaldare, manipolare e trarne un composto spesso verde marcio o viola livido. Il tutto, collocato in bottiglia, in fila con altre sopra uno scaffale, è la pittura. Basta bere alla bottiglia e la pittura è vista e goduta. Ciò sarà utile a tanti, ma non garba a certi pittori, che non possono apprezzare prodotti e menzogne sintetiche in luogo del ‘carne e ossa’ di cui sono composti. (…)
La critica è quella cosa che permette ai critici di vivere. Nessuno starebbe ad ascoltare le tremende stupidaggini che dicono i critici se non ci fosse la critica. È una delle colonne della dissennata vita moderna. Secoli e secoli senza critica hanno dato al mondo i capolavori innumerevoli dell’arte dei tempi.
Ora c’è finalmente la critica e la torre di Babele.

-Siamo sempre alle vecchie terribili cafonerie della società Italiana. I pezzi grossi che mangiano e il pittore col cappello in mano confuso con la servitù, che riverisce il pezzo grossissimo eccellentissimo stupidissimo.

-L’Italia è il paese del luogo comune. La pigrizia mentale, l’ignoranza e la natura ignorante spingono l’italiano a contentarsi di entusiasmi accademici. Delle volte, quando si accorge che la verità è molto più complessa e richiede sforzi e fatiche, impicca quelli che l’hanno sollecitato a correggersi della sua insormontabile ignavia.
MARIO SIRONI

-Cos’è più interessante: vedere degli uomini che volano liberi e senza legami, o vedere un uomo curvo sotto un quintale di cemento che si stacca da terra di cinque centimetri? Penso che la creazione sia una cosa del genere.
PHILIP GUSTON

-Spero che la mia pittura abbia l’impatto di dare il senso della propria totalità, della propria separatezza, della propria individualità, e allo stesso tempo del proprio collegamento con gli altri, che sono a loro volta separati. Questo problema del nostro essere celati in un sé che a sua volta si muove in rapporto ad altri sé. Il disprezzo per il sé è una cosa che non ho mai capito bene. Io penso che si possano sentire gli altri solo se si ha un senso del proprio essere.
BARNETT NEWMAN

-La neve silenziosa del pensiero si scioglie senza una sola possibilità di attecchire. Nessuno ha la minima idea di dove siamo. Le porte sull’assenza di luogo si moltiplicano e il presente è così distante, così profondamente distante.

-Quello di cui non mi ero reso conto allora, ma di cui mi rendo conto fin troppo bene adesso, è che le scintille portano dentro di sé il desiderio di essere sollevate dal fardello della lucentezza. Ed è per questo che non scrivo più, e che il buio è la mia libertà e la mia contentezza.

-Lasciamo che la semplicità penetri nell’occhio, semplicità come un tavolo su cui non è apparecchiato niente, come un tavolo che ancora non è nemmeno un tavolo.

-Cammino
nel poco di luce
che c’è
insufficiente sia alla cecità
che a veder chiaro
ciò che verrà.

-A SÉ STESSO
Così adesso sei venuto da me senza sapere perché;
né perché stai seduto sull’imbottitura rossa di una sedia orribile,
la furtiva inclinazione rivelatrice della luce che ti trasforma i capelli in grigio argento;
né perché hai scelto questo attimo per mettere lo scrivere di anni
sullo scrivere di nulla; tu che strizzavi gli occhi, lanciando uno sguardo nell’aria levigata dello specchio del corridoio, e dicevi
che eri mio, tutto mio; che mi imploravi di scrivere, ma sempre
ovviamente di te, senza dire mai a che scopo;
che solevi sussurrarmi all’orecchio solo le cose
che volevi sentire; che vieni da me adesso e dici
che è tardi, che gli alberi si inchinano al vento,
che scenderà la sera; come se ci fosse qualcosa
che volevi sapere, ma per anni ti eri dimenticato di chiedere,
qualcosa che aveva a che fare con il sole che cade obliquo su un tavolo,
un braccio che si solleva, una faccia che si volta, e
in lontananza un’automobile che scompare oltre la collina.

-C’è un che di banale nell’abitare qui,
una leggerezza, una comica monotonia che si cerca
di smontare con sfoggi d’energia, una devozione
ai capricci del desiderio, mentre di là
c’è una serietà, un’afosa e inflessibile cupezza
che copre come un sudario l’anima che scompare, un peso
che umilia la nostra leggerezza. Basta che guardi
oltre il fiume e scoprirai
quanto sei indegno mentre descrivi ciò che vedi,
costretto da ciò che è disponibile.
Sull’altra sponda, nessuno guarda da questa parte.

-L’immagine di un dio, una persona platonica, che non sanguina né respira,
ma porta intere stanze, interi continenti alla luce,
come il sole, non è per noi. Abbiamo sempre più fame
di piccolezza: un frammento di noi stessi, un pezzettino di mondo,
un comprendere che resta incompiuto, non composto,
ampiamente imperfetto fintanto che dura.

-Sono sicuro che reputeresti nebbioso questo posto,
con tante baite di pietra così bisognose di restauri.
Gruppi di anime avvolte in mantelli, siedono nei campi
o passeggiano per tortuose strade sterrate. Sono cortesi,
e immemori del corpo, che il vento attraversa
con un suono che invita al silenzio.
MARK STRAND

-La pioggia gocciolando
ha dissepolto mio padre.
Mai lo avrei immaginato
così sepolto
al peso dei tram
in strada d’asfalto,
palme giganti ondeggianti sulla spiaggia
e una voce di sonno
ad accarezzarmi i capelli
da dove scorrono musiche,
denaro perduto,
confessioni esauste,
fiches, bicchieri e perle. Saperlo esposto
a questo soffio umido
che viene dalle scogliere
e batte sul viso,
desiderare di amarlo
senza nessuna maschera,
coprirlo di baci, fiori, piccoli uccelli,
correggere il tempo,
passargli il calore
di un lento affetto
maturo e appartato,
confessioni esauste
e una confortevole pace.

-Come proteggermi dalle ferite
che squarcia in me l’avvenimento,
qualunque avvenimento
che ricorda la Terra e la sua porpora demente?
E in più quella ferita che mi infliggo
a ogni ora, carnefice
dell’innocente che non sono?
CARLOS DRUMMOND DE ANDRADE

-L’Italia antica è sempre l’attrattiva principale per me, la base di tutto. V’è qualcosa di rattristante nel fatto che accanto all’antico non esista un presente. Vi è molta ironia nell’ammirare più le rovine di quanto è ben conservato.

-Quanto più il mondo è spaventoso, come oggi, tanto più astratta è l’arte, mentre un mondo felice produce un’arte legata al vero.
Un campo di falsi elementi per formare cristalli impuri. Così stanno oggi le cose.

-Dovrò un giorno inginocchiarmi in qualche luogo dove non vi sia nulla, ed esserne sconvolto.
Basta col riso amaro su ciò che è, e che non è come dovrebbe essere.

-Nei banchetti dell’antica Roma venivano posti sulla tavola degli emetici.
Oggi li si fa sedere a tavola in marsina e cravatta bianca, graziosamente distribuiti fra i commensali.

-Mi servirebbe possedere tutta la semplicità di una canzonetta popolare. Sensuale, privo di malizia, gli occhi aperti sulla realtà. Che l’ethos attenda: non mi è urgente averlo. E che il pathos sia represso, se possibile. Perché sottrarsi alla gioiosa materialità di questo mondo?
PAUL KLEE

-È come se il genere umano fosse congegnato in modo da non raggiungere mai una definitiva maturità. La civiltà è ancora lontana. E tutti siamo come quegli asini ai quali, in Sud America, il carrettiere fa pendere sul muso una carota legata a una canna che si muove avanzando nella stessa misura in cui si muove l’asino, essendo l’asino stesso a muoverla, il quale avanza nella speranza continuamente delusa di raggiungerla.
PINO CARUSO

-Nulla è cambiato. Tranne il corso dei fiumi, la linea dei boschi, del litorale, di deserti e ghiacciai.
Tra questi paesaggi l’anima vaga, sparisce, ritorna, si avvicina, si allontana, a sé stessa estranea, inafferrabile, ora certa, ora incerta della propria esistenza, mentre il corpo c’è, e c’è e c’è, e non trova riparo.
W. SZYMBORSKA

DEL SINCRETISMO RELIGIOSO
La concentrazione in uno spazio così ristretto di tante convinzioni diverse fa pensare a vedove di uno stesso defunto che vivono nella stessa casa, ciascuna convinta di essere la vera e unica vedova. È presumibile che lo spirito del defunto, se eventualmente esisteva, si sia nel frattempo trasferito altrove lasciando un grande vuoto. A riempirlo sono rimasti i suoi adepti, con tutto il loro zelo e la loro granitica fede, rappresentando solo se stessi, e presidiando il Nulla.
ANTONIO TABUCCHI

-La parola infine,
non più legami.
Fredda luna nello stagno,
fumo sopra il battello.

-Solo gli stolti cercano la santità per ricompensa.
Sollevando una mano, la lanterna di pietra annuncia l’alba.
Sorridendo, il vuoto annuisce con la sua testa enorme.

-A volte la polvere del mondo forma cumuli alti quanto montagne.

-Si cambiano gli abiti,
ma non i pidocchi del viandante.

-Accatastata per il fuoco, la fascina comincia a germogliare.

-Fiori di ciliegio, così tanti, mi fanno piegare.

-Senza nome, l’erbaccia cresce in fretta lungo il fiume.

-Aurora intrisa di tuono illumina la terra.
POESIE ZEN

-La maggior parte degli avvenimenti sono indicibili, si compiono in uno spazio che mai parola ha varcato, e più indicibili di tutto sono le opere d’arte, misteriose esistenze la cui vita, accanto alla nostra che svanisce, perdura.
-Guarda gli amanti come mentono non appena cominciano a confessarsi.

-Qui non si misura il tempo, qui non vale alcun termine e dieci anni son nulla. Essere artisti vuol dire: non calcolare e contare; maturare come l’albero, che non incalza i suoi succhi e sta sereno nelle tempeste di primavera, senz’apprensione che l’estate non possa venire. Ché l’estate viene. Ma viene solo ai pazienti (…) tranquilli e vasti e sgombri d’ogni ansia. Io l’imparo ogni giorno, l’imparo tra dolori di cui sono riconoscente: pazienza è tutto.

-C’è solo una solitudine, e quella è grande e non è facile a portare, e a quasi tutti giungono le ore in cui la permuterebbero volentieri con qualche comunione per quanto triviale e a buon mercato, con l’apparenza di un minimo accordo col primo capitato, col più indegno. Sono forse quelle le ore in cui la solitudine cresce. (…). Ma questo non vi deve sviare. Questo solo è che abbisogna: solitudine, grande intima solitudine.

-Pericolose e maligne sono quelle tristezze che si portano tra la gente, per soverchiarle col rumore; come malattie che vengono trattate superficialmente e in maniera sconsiderata, fanno solo un passo indietro, e dopo una breve pausa erompono tanto più paurosamente, e si raccolgono nell’intimo e sono vita, sono vita non vissuta, avvilita, perduta, di cui si può morire.
-L’arte è l’amore più vasto e smisurato. Non le è concesso fissarsi sul singolo individuo, che è solo la soglia della vita. Deve attraversarlo. Non le è concessa stanchezza. Per trovare compimento deve agire laddove tutti sono Uno. E quando essa fa dono di questa unicità, ovunque si posa una ricchezza senza fine.

-L’arte non ha fatto che mostrarci il turbamento in cui spesso ci troviamo. Ci ha recato angoscia invece di calma e silenzio. Ha dimostrato come ciascuno di noi viva su un’isola diversa; e tuttavia ogni isola non è abbastanza lontana dall’altra perché si possa restare in tranquilla solitudine. Uno può disturbare l’altro, terrorizzarlo, perseguitarlo; nessuno, però, può aiutare nessuno. Da un’isola all’altra resta solo una possibilità: affrontare il pericolo di un salto in cui si mette a rischio molto più che le gambe. Un perenne ridicolo saltellare avanti e indietro affidato al caso; e accade che due, con un balzo spiccato nello stesso istante, si incontrino a mezz’aria e dopo tanta fatica ricadano, l’uno dall’altro di nuovo lontani.

-Struggenti nostalgie che dispensano benedizioni. La nostra pienezza si compie lontano, nello splendore degli sfondi.

-Ricorda le persone che trovasti raccolte, senza che attorno a loro vi fosse un’ora condivisa. Parenti, ad esempio, che si incontrano al capezzale di morte di una persona cara. Disorientati in un primo momento, le loro mani non si sfiorano, finché, dietro, il dolore si fa grande. Si siedono, chinano il capo e tacciono. Frusciando passa su di loro un mormorio come una foresta. E sono vicini come non mai.

-Siamo come i frutti: pendiamo in alto da pochi rami intrecciati e ci accade di sfiorare molti venti. Quel che possediamo è la nostra pienezza matura, il succo e la bellezza. Ma la linfa che ci fortifica scorre in un unico tronco da una radice lontana che si è fatta immensa passando tra i mondi e in tutti noi. E se vogliamo testimoniare della sua potenza, ciascuno di noi dovrà disporne secondo la natura particolare della propria solitudine. E quanti più sono i solitari, tanto più grande sarà la solennità, la commozione e il potere della loro comunanza.

-Voi, che nel momento di compiervi eravate già passati (…) siete invecchiati come donne di piacere per le quali il corpo non è che un misero mestiere e una bevuta da due soldi.

-Come sopra le tombe, calerà il brusio degli altri.

-Questi sono i rumori. Ma c’è qui qualcosa di più pauroso: il silenzio. Io credo che nei grandi incendi arrivi talvolta un istante così, di estrema tensione; i getti d’acqua ricadono, i pompieri non si arrampicano più, nessuno si muove. Senza suono, un cornicione nero comincia a muoversi, lassù, e un’altra parete dietro la quale il fuoco si leva furioso si inclina. Tutti ristanno, e con la testa insaccata tra le spalle, i volti raccolti negli occhi, aspettano il colpo terribile. Così è qui il silenzio.

-Una volta si sapeva di avere in sé la morte come il frutto ha il nocciolo. La si aveva, e questo dava a ciascuno una speciale dignità, e un silenzioso orgoglio.

-Con i versi si fa ben poco quando li si scrive troppo presto. Bisognerebbe aspettare e raccogliere senso e dolcezza per tutta una vita, e meglio una lunga vita, e poi, proprio alla fine, forse si riuscirebbe a scrivere dieci righe che fossero buone. Poiché i versi non sono, come crede la gente, sentimenti, sono esperienze. Per un solo verso si devono vedere molte città, uomini e cose, si devono conoscere gli animali, si deve sentire come gli uccelli volano. Si deve poter ripensare a sentieri in regioni sconosciute, a incontri inaspettati e a separazioni che si videro venire da lontano, a giorni d’infanzia che sono ancora inesplicati, ai genitori che eravamo costretti a mortificare quando ci porgevano una gioia e non la capivamo, a giorni in camere silenziose, raccolte, e a mattine sul mare, al mare, a mari, a notti di viaggio che passavano alte, rumoreggianti, e volavano con tutte le stelle, e ancora non basta poter pensare a tutto ciò. Si devono avere ricordi di molte notti d’amore, nessuna uguale all’altra, di grida di partorienti, e di lievi, bianche puerpere addormentate che si richiudono. Ma anche presso i moribondi si deve essere stati, si deve essere rimasti presso i morti nella camera con la finestra aperte i rumori che giungono a folate. E anche avere ricordi non basta. Si deve poterli dimenticare, quando sono molti, e si deve avere la grande pazienza di aspettare che ritornino. Poiché i ricordi di per sé stessi ancora non sono. Solo quando divengono in noi sangue, sguardo e gesto e senza nome, solo allora può darsi che in una rarissima ora sorga nel loro centro e ne esca la prima parola di un verso.

-Io siedo qui e leggo un poeta. Ci sono molte persone nella sala, ma uno non se ne accorge. Sono nei libri, talvolta si muovono nei fogli, come uomini che dormono e si rigirano tra un sogno e l’altro. Ma come si sta bene fra uomini che leggono! Perché non sono sempre così? Puoi avvicinarti a uno e toccarlo leggermente: non si accorge di nulla. E se alzandoti urti un poco il vicino e ti scusi, accenna col capo verso la parte da cui ode la voce, il suo volto si gira verso di te e non ti vede. Quanto fa bene questo. E io siedo qui e ho un poeta.

-Tutte le angosce perdute sono di nuovo qui; l’angoscia che io possa tradirmi e dire tutto ciò che temo, l’angoscia che io non riesca a dire nulla, poiché tutto è indicibile.
Ho pregato per avere la mia infanzia, ed essa è tornata, e sento che è ancor sempre dura come un tempo, e che non è servito a nulla invecchiare.

-Mi pare che ciò che conta sia questo: riuscire a giacere accanto al lebbroso e riscaldarlo con l’ardore del cuore delle notti d’amore; non può portare altro che bene. Non credere soltanto che qui io soffra di delusioni, al contrario. Talvolta stupisco della prontezza con cui rinuncio per il reale, anche se è brutto, a tutto ciò che mi aspettavo. Mio Dio, se qualcosa di ciò si potesse partecipare ad altri. Ma allora sarebbe? No, è solo a prezzo d’esser soli.

-Per secoli le donne hanno eseguito loro tutto l’amore, hanno sempre recitato l’intero dialogo, le due parti insieme. L’uomo ha solo ripetuto, e male. E ha reso loro difficile imparare la parte con la sua distrazione, con la sua negligenza, con la sua gelosia che era essa pure una forma di negligenza. E ciò nonostante esse hanno perseverato giorno e notte e sono cresciute in amore e miseria. E da loro, sotto la pressione di infinite pene, sono uscite le amanti colme di forza che, mentre invocavano l’uomo, lo superavano; che crescevano oltre lui quando non tornava, che non desistevano fino a quando il loro tormento si convertiva in uno splendore duro e gelido, non più sopportabile. Sappiamo di questa e di quella perché ci sono lettere o libri di poesie che accusano o lamentano, o ritratti che in una galleria ci guardano attraverso un pianto. Ma ce ne sono state infinitamente di più; quelle che hanno bruciato le loro lettere, e altre che non avevano più la forza di scriverle. Vecchie che nascosero. Donne divenute informi e grasse, che ingrossate per esaurimento si lasciavano diventar simili ai loro mariti e tuttavia erano tanto diverse dall’interno, laddove avevano operato il loro amore, nel buio. Quelle che rimasero accanto a violenti e ubriaconi, poiché non avevano trovato il modo di essere dentro di sé tanto lontane da essi quanto in nessun altro luogo; e quando andavano tra la gente non potevano nasconderlo, e rilucevano come se avessero sempre a che fare coi santi. Chi può dire quante e quali furono. È come se avessero annientato in anticipo le parole con cui potremmo capirle.
Ma adesso che tante cose mutano, non tocca anche a noi mutarci? Non potremmo provare ad evolverci un poco, e gradualmente ad assumerci la nostra parte di lavoro nell’amore? Ci sono state risparmiate tutte le sue fatiche, e ci è scivolato fra le distrazioni, come talvolta cade in un cassetto dei giocattoli un pezzo di autentica trina e piace e non piace più, e infine giace fra quel che è rotto e smembrato, peggiore di tutto. Siamo guastati dal piacere facile come tutti i dilettanti. Ma che accadrebbe se disprezzassimo i nostri successi, se cominciassimo dal principio a imparare il lavoro dell’amore? Se ci presentassimo per divenire apprendisti, ora che tante cose mutano?

-C’è un essere che è perfettamente innocuo quando ti capita nello sguardo, lo noti appena e l’hai subito dimenticato. Ma quando invece, invisibile, ti penetra in qualche modo nell’udito, là subito si sviluppa, per così dire sboccia, e si son visti casi in cui si spinse fin nel cervello e vi prosperò devastatore, simile ai pneumococchi del cane che entrano nelle narici.
Questo essere è il vicino.

-(…) una di quelle ore mattutine che ci sono in luglio, nuove e riposate, in cui accade ovunque qualcosa di non calcolato e lieto. Da milioni di piccoli, non reprimibili gesti si compone il mosaico dell’esistenza più persuasa.
R.M. RILKE

-L’uomo domina la natura e ne è dominato. È l’unico essere creato che non solo le resiste, ma la assoggetta o ne elude le leggi, ampliando il proprio regno con la volontà e il lavoro. Ma che il mondo sia stato creato per lui è un’affermazione priva di evidenza. Tutto quello che l’uomo costruisce è effimero come lui; il tempo corrode e distrugge gli edifici, allaga i canali, annulla le conoscenze e perfino il nome delle nazioni. Ogni generazione raccoglie l’eredità delle precedenti. In tal caso il perfezionamento non avrebbe limiti. Ma l’uomo è ben lontano dal saper impadronirsi totalmente delle conoscenze accumulate nei secoli. Se perfeziona certe invenzioni, per altre resta molto più indietro di coloro che le inventarono. Molte di queste invenzioni sono andate perdute. Quel che guadagna da una parte lo perde dall’altra. È forse inutile osservare che certi pretesi perfezionamenti hanno nociuto alla morale e persino al benessere dell’umanità. Una certa invenzione, sopprimendo o diminuendo il lavoro e la fatica, ha diminuito la nostra dose naturale di pazienza nel sopportare i mali e la nostra energia nel superarli. Un altro perfezionamento, aumentando il lusso e il benessere apparenti, ha esercitato un’influenza nefasta sulla salute di intere generazioni e sul loro vigore fisico, provocando nello stesso tempo una decadenza morale. (…) Una nuova civiltà sta forse per nascere, ma ci vorranno secoli per vedere rifiorire le arti pacifiche, destinate ad addolcire quei costumi destinati nuovamente a corrompersi, per compiere così l’eterno alternarsi di grandezza e miseria in cui si manifesta la debolezza dell’uomo, non meno della sua singolare grandezza.
EUGÈNE DELACROIX

-Forse, di tutte le cose al mondo, nulla si evolve e si trasforma meno della paura. Quando penso ai miei primi anni, per prima cosa ritrovo le paure di cui essi abbondarono in maniera inesauribile. Molte le ritrovo soltanto ora, mentre in altre, che non troverò mai, risiede presumibilmente il segreto che mi fa desiderare una vita interminabile.

-Si crede di aprirsi al mondo e si paga questa persuasione con la cecità per le cose più vicine.
È incredibile l’arroganza con cui decidiamo che cosa ci riguarda o non ci riguarda. Tutte le direttrici dell’esperienza sono prestabilite, anche se non lo sappiamo; ciò che ancora non comprendiamo a chiare lettere non lo guardiamo neppure, e quella fame lupina che si definisce brama di sapere non si avvede di quel che le sfugge.

-E se quelli che rimangono fossero sempre i peggiori? Darwinismo capovolto.

-Non bisogna occuparsi subito troppo a fondo delle cose; non c’è nulla da guadagnare a trattare l’istante come se fosse esauriente. Qualche volta può esserlo, ma bisogna che non lo sappia. L’istante borioso è un istante perduto. Nella sua innocenza stanno la sua bellezza e la sua forza. Gli istanti separati, sparsi negli anni, si sommano in modo misterioso, poi d’improvviso tutto diventa uno e profondo.

-Il kitsch morale del puritano: nella sua più contrita autoaccusa, si rappresenta sempre almeno cento volte migliore di quanto non sia in realtà.

-Principio dell’arte: ritrovare più di quanto è andato perduto.

-Un paese che espone la sua marmaglia come bandiere alle finestre.

-L’inermità dei morti è la cosa più inconcepibile. Amo troppo i miei morti per piazzarli in qualche posto. Io non so niente di loro, proprio niente, e sono deciso a continuare ad amarli nella piena angoscia di questa incertezza.

-Questa tenerezza di cui ci riempie tutto ciò che è vano.

-Bisognerebbe saperlo dire in così poche frasi, e fino a quando non si potrà, non si avrà veramente niente da dire.

-L’arte consiste nel non ingannarsi su alcune cose: minuscoli scogli nel mare dell’autoinganno. Attaccarvisi e non affogare è il massimo che un uomo riesce a fare.

-In ogni espansione di cui si gioisce è contenuta la stretta in cui altri soffocheranno.

-La stupidità è diventata meno interessante: si espande in un attimo, ed è uguale per tutti.

-La cosa più grande è quella diventata così piccola da rendere superflua ogni grandezza.

-Porsi completamente in dubbio, e andare a cercarsi in un paese straniero.

-In un’ora sono passate per strada più persone di quante ne vede un boscimano in tutta la vita.

-Bontà, egli dice. Ma che intende dire? Egli intende una vigilanza che non si lascia illudere e non illude. Egli intende un’acuta diffidenza verso ogni uso dell’uomo per scopi che sembrano essere più alti, ma sono solo quelli di altri. Egli intende apertura e spontaneità, un’instancabile curiosità per la gente, che la include e la comprende. Egli include riconoscenza per quelli che non hanno fatto assolutamente nulla per noi, ma ci vengono incontro, ci vedono e hanno parole per noi. Egli intende speranza nonostante la disperazione. Egli intende la passione che ammette anche quella degli altri. Egli intende lo stupore. Ma intende anche la preoccupazione. Non intende la boria, la pomposità, l’autoidolatria, la durezza e l’ordine con cui si soggiogano gli altri. La bontà che egli intende è spiritualmente dinamica e dubita di tutto. Egli intende anche il linguaggio. Intende il sapere. Intende la preoccupazione per gli uomini qui, non il suffragio per le loro anime.

-I ciechi, questi lungimiranti.

-L’infelicità del sapere, quando si trasmette senza modificarsi.

-Come tutto suona convincente, purché se ne sappia poco.

-Una cicatrice, uno squarcio sul volto di una donna, e lei già possiede l’attrattiva della bestia che potrebbe averla ferita.

-Laggiù gli uomini si salutano con un grido di disperazione, e si accomiatano con giubilo.

-Dei Greci, tutto quello che si sa si desidera saperlo un’altra volta.

-Limitarsi a ciò che in qualche modo ci riguarda? La miseria e la gloria dell’uomo sta proprio in questo: doversi interrogare su cose che non lo riguardano affatto.
ELIAS CANETTI

-Io che nulla amo più dello scontento per le cose mutabili, così nulla odio più del profondo scontento per le cose che non possono cambiare.
B. BRECHT

-Perciò dobbiamo incontrarci da lontano, tu lì io qui, lasciando solo socchiusa la porta degli oceani, e la preghiera, e quel bianco nutrimento che è la disperazione.

-Questa è l’ora di piombo, ricordata da chi sopravvive, come gli assiderati ricordano la neve: gelo dapprima, poi stupore e abbandono.
EMILY DICKINSON

-Quando si parte da un ritratto e si cerca, per eliminazioni successive, di trovare la forma pura, il volume netto e senza accidenti, si arriva fatalmente all’uovo. Così pure, partendo dall’uovo, seguendo il cammino e lo scopo opposti, al ritratto. Ma l’arte sfugge a questo cammino troppo semplice, che consiste nell’andare da un estremo all’altro. Bisogna soprattutto potersi fermare in tempo.
PABLO PICASSO

-In effetti, nulla ti parrebbe più insensato di un precetto che proscriva il cambiamento che è in noi, che comandi una costanza che non può esistere, e che violi la natura e la libertà del maschio e della femmina, vincolandoli per sempre l’uno all’altra; di una fedeltà che limiti ad un unico individuo il più capriccioso dei godimenti; di un giuramento di immutabilità pronunciato tra due esseri in carne ed ossa, al cospetto di un cielo che non è mai un attimo lo stesso, sotto antri che minacciano di rovinare, alla base di una rupe che si riduce in polvere, ai piedi di un albero che si scortica, su una pietra che vacilla.
DIDEROT

-L’insignificanza, amico mio, è l’essenza della vita. È con noi ovunque e sempre. È presente anche dove nessuno la vuole vedere: negli orrori, nelle battaglie cruente, nelle peggiori sciagure. Occorre coraggio per riconoscerla in condizioni tanto drammatiche, e per chiamarla con il suo nome. Ma non basta riconoscerla, bisogna amarla, l’insignificanza, bisogna imparare ad amarla.
M. KUNDERA

-Occorrerà spiegare che il rumore, anche nelle sue forme più organizzate, appartiene alla famiglia degli escrementi? Chi ama emetterlo in pubblico prova certo un piacere di tipo organico, ma tutti gli altri soffrono, costretti a subire gli effetti di un totalitarismo metabolico. Alla musica è propria quasi una mancanza di urbanità, a causa della proprietà che hanno i suoi strumenti di estendere la loro azione sul vicinato, per cui essa si insinua e va a turbare la libertà di quelli che non partecipano all’intrattenimento. Dunque, usate le cuffie, prendete la paletta e portatela via questa cascata di suoni fecali, questa peristalsi di vibrazioni cadenzate; ogni colpo una stretta, uno strattone, una diarrea di suoni intestinali e succhi gastrici. Giorno verrà in cui il silenzio sarà un unico corpo sacro da venerare, in cui il rispetto del prossimo passerà per l’amore di questo pane della comunione, la sola ostia della vita civile.
VALERIO MAGRELLI

-Egli è predisposto alla simulazione, ipocrita nella religione, adulatore nei rapporti sociali, in politica, voltabandiera a seconda delle opportunità; si fa volentieri schiavo dei grandi per diventare poi tiranno degli umili. L’ingenuità (…) gli è del tutto estranea e per questo, se il suo gusto degenera, il suo splendore diventa ostentato, cioè vistosamente eccessivo e nauseante. Si trasformerà quindi (…) in una figura ridicola per le pose esagerate: una sorta di caricatura che sta al sublime magnifico come lo strano e il fantastico stanno al sublime solenne. Quando è offeso, ricorre a duelli e processi, nei rapporti sociali tien conto della genealogia, dei diritti di precedenza, dei titoli. Fino a quando è soltanto vanitoso e cioè ricerca l’onore e si dà premura di ben comparire, può essere ancora tollerabile, ma se, nella totale mancanza di talenti e meriti, diventa presuntuoso allora è quanto di meno avrebbe voluto essere: uno stolto.
KANT

-Avete notato come ci si avvicina volentieri all’acqua? È un elemento che non è mai ridicolo, che non compromette nessuno, e poi non è settario, non dice niente di preciso, vi lascia pensare, mentre alberi, prati, montagne hanno una loro idea, e la dicono fino in fondo e per sempre, e vi obbligano a partecipare.

-Ah, sonno, gettami indietro da tutto questo, dammi un gran colpo come a qualcuno di cui ci si vuole disfare.

-Quando la sera si sente strillare un bimbo, strillare come sanno fare solo i figli dell’uomo, ah sì, d’accordo, è il nostro prossimo, però uno si informa con discrezione se non c’è una tigre nei paraggi capace di far tacere quella cosa.

-Non mi date per morto solo perché i giornali avranno annunciato che non ci sono più. Mi farò più umile di quanto non sia ora. Non potrò farne a meno. Conto su di te, lettore, su di te che mi leggerai un giorno o l’altro, su di te, lettrice. Non lasciarmi solo coi morti come un soldato al fronte che non riceve lettere. Sceglimi tra di loro, per la mia grande ansietà e il mio grande desiderio. Parlami allora, te ne prego, ci conto.

-Signori della Morte,
non vi ho mai bestemmiato né applaudito.
Abbiate pietà di me, viaggiatore già di tanti viaggi senza bagaglio,
senza padrone, anche, senza ricchezza, e la gloria fuggì altrove.
Voi siete potenti, è certo, e strani sopra ogni cosa.
Abbiate pietà di questo uomo spaventato, che prima di varcare la barriera
Già vi grida il suo nome.
Prendetelo al volo.
E poi, che si adatti ai vostri temperamenti e ai vostri usi, se è possibile.
E se vi piace di aiutarlo, aiutatelo vi prego.

-Gli artisti per le strade, con quello sguardo da prostituta, quello sguardo che tenta la sorte, che crede alle possibilità, a qualsiasi contatto, che crede dunque, e ci esorta a credere che non tutto è irremissibilmente previsto da sempre.
HENRI MICHAUX

-Invecchiando si diventa sempre più cattivi, naturalmente. Anche i bambini sono cattivi, i più cattivi in assoluto. I vecchi si dice che ritornino bambini, e riprendono dunque la cattiveria dell’infanzia e in più la terribile cattiveria della vecchiaia, che è la cosa più affascinante di una persona.

-KRISTA FLEISCHMANN
-E lei? Lei non indossa il mantello dell’ipocrisia e della mostruosità?
THOMAS BERNHARD
-Tutti gli uomini hanno bisogno di un mantello, sennò in inverno gelano, e il mondo è una specie di inverno.

-Il popolo non si interessa affatto d’arte. Solo chi fa arte impone continuamente l’arte al popolo. Al popolo questa roba non interessa affatto, l’arte è solo per pochi, e anche questi non la capiscono. Quanto più grandi sono gli esperti d’arte con cui si conversa, tanto più grandi sono i coglioni che saltano fuori quando la conversazione è finita. E il popolo ha solo uno straordinario rispetto di tutto questo, perché capisce che c’è qualcosa, ma non sa cosa.

-Il nulla, la creazione, è stata una specie di boato, e poi questa crepa per millenni, per milioni di anni, sino al momento in cui noi ce ne stiamo qui seduti. Che scene colossali. Materialistiche, ovviamente, questo è inevitabile, purtroppo. E senza un’alta opinione; un’alta opinione oggi non la può più dare a bere a nessuno che abbia un po’ di cervello. Di cosa vuole avere oggi un’alta opinione? Può avere rispetto per sua madre o non so, per chi le fa il letto o il bucato. Ma non c’è altro.

-A che scopo, al risveglio, a che scopo la fatica di non voler morire?

-Oggi penso che le persone che hanno davvero avuto un qualche significato nella nostra vita si possono contare sulle dita di una sola mano, e molto spesso è proprio questa mano che si ribella all’idea perversa che una mano intera sia necessaria per enumerare queste persone, quando, ad essere sinceri, un solo dito basta e avanza.

-Quanto più mi occupo di me stesso, tanto più mi allontano da quel che in me è effettivo.

-Nessuna tragedia sconvolge il mondo. Nulla, in fondo, è tragico. Il ridicolo è infinitamente più potente.
TOMAS BERNHARD

-Lascia l’esistenza senza rancore, bensì semplicemente, liberamente, modestamente, lieto d’aver almeno compiuto una cosa nella vita: averla lasciata in questo modo.
MARCO AURELIO

-Nessuno è incolume e chiaro, vicino per sempre, completamente caro.
FRANCO ARMINIO

-Non aver realizzato nulla, e morire sfiniti.

-Essere o non essere: né l’uno né l’altro.
CIORAN

-Estranei si va pascolando per luoghi in cerca di pastura, ma se i piaceri potessero parlare direbbero com’è deserto il mondo.
GIANNI CELATI

-Meravigliosamente ti ridà forza il parlare coi morti quando incapaci d’infonderne sono i rimasti in vita.
VERSO STRANIERO, 1931

-Si sforzava di essere il sorriso di quelli che piangono.
ISCRIZIONE FUNEBRE EGIZIA

-Accogliere tutto questo: accogliere e poi perdere e poi andare.

-È segno di arretratezza provinciale da parte dell’artista aspettarsi che il pubblico s’interessi a lui, lo assista economicamente, festeggi il suo compleanno con banchetti e piante ornamentali.
Egli fruga furiosamente dentro di sé: chi dovrebbe essergliene grato?
GOTTFRIED BENN

-I ricordi, queste ombre troppo lunghe del nostro breve corpo.
VINCENZO CARDARELLLI

-Saggio non è nessuno che non conosca il buio che inesorabile a tutti lo avvicina e che da tutti lo separa.
H. HESSE

-Amor non si misura. È lui misura, giudice che tutto controlla a misura della sua dismisura. Tutti siamo chiamati, ma lui sceglie quanti di noi sapranno convertire in fiamma l’ora logora, in mani che donano dita che tolgono.
SARAMAGO

-Esiste una forma di pazzia che consiste nella perdita di tutto, fuorché della ragione.
FRASSINETI

-In tutte le minoranze di persone intelligenti esiste una maggioranza di imbecilli.
MALRAUX

-Chi non si piace in propria compagnia, di solito non si sbaglia.
C. CHANEL

-Una grande bellezza mi cattura. Una bellezza più grande mi libera da me stesso.
GIBRAN

-La gioia è la mano che si stringe intorno alla forbice che taglia.
AARON SHABTAI

-Nessun bene giova a chi lo possiede se il suo animo non è pronto a perderlo.

-La Morte è così fuori da ogni male da escludere ogni timore di mali ulteriori.
SENECA

-La stupidità ha i suoi capolavori, come la pazzia la sua logica.
EMO

-Poiché la luce viaggia più veloce del suono, sarà per questo che molte persone appaiono brillanti finché non le senti parlare?
S. WRIGHT

-La non esistenza delle cose che sembrano esistere non è meno probabile della loro esistenza.
NAUSIFANE

-Ecco il dolore, questo restare fuori senza poter tornare, crosta gelata che continua a gelare.
PATRIZIA CAVALLI

-Il Poeta, persino volando giù dal campanile rimedia un appiglio.
CVETAEVA

-Molti esseri mi amano ancora, ma la mia morte non ne ucciderà nessuno.
R. BARTHES

-Troppe musiche e troppi libri e troppo poco paesaggio noi assorbiamo. Davanti ad una vasta distesa di monti e di acque, ogni filosofia ha importanza minore. E nessuna prodigiosa orchestra può cimentarsi non pur col vento o col silenzio d’’una valle o d’una selva, ma anche con l’armonia lineare d’un vasto orizzonte. Ciò che l’uomo giunge a creare, combinazioni di suoni e combinazioni d’idee, vale per la vita claustrale, per i rifugi dalla natura, per le case e per i templi.

-Le manifestazioni umane del dolore sono quasi sempre più nobili che non le manifestazioni di gioia: nel dolore l’uomo anche volgare si affina un poco o, se si ribella, alza in ogni modo il capo verso il Mistero. Nella gioia, invece, facilmente si degrada, chiude gli occhi, dimentica ogni domanda sul Tutto di cui è parte.

-Che Dio mi conceda di morire in un bosco. Senza letteratura.

-Il Mondo ha lo stesso volto; avrà lo stesso quand’io sarò morta. Ma s’io lo contemplo col ricordo di altre ore in cui non sapevo ancora ciò che in quest’ora so, e se penso che altre ore verranno forse in cui altro ancora mi sarà stato svelato di me stessa che adesso ignoro, questo mondo lo sento muto, e sento ch’esso guarda a me più ch’io non lo guardi; io che pur tanto cogli occhi lo godo, sento che non esso vive, ma sì io, piccola ma sola, per poco, ma nuova sempre.
SIBILLA ALERAMO

 

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