Un paesino

1.Il paesaggio si fa presto silenzio, poiane, maestà selvatica di montagne. Arrivo in un paese visto più volte dall’autostrada, con agglomerati di case diroccate, oggi ricovero per mucche e capre. Nel prato accanto alla fontana, un tronco vuoto giace a ridosso di ruderi. È un paese, questo, senza trucco e senza tacchi, dove si vengono a guardare le gambe spezzate dei solai, cataste di mattonelle come un mucchio di scarpe in guerra, la manopola di porcellana rimasta attaccata al muro, le ossa di un cane, i cocci di un piatto. Si viene a passeggiare lungo i vicoli, diventati col tempo torrenti di un’erba che non perde la sua incandescenza nemmeno nell’uggia di novembre.
Lasciata la fontana del Municipio, entro nel ventre del paese. Nelle strade, c’è posto solo per finestre chiuse, illuminate dal raggio radente delle lampade, e per qualche geco sui muri. Vedo un cortile con un nespolo, un antico pozzo, recinti con galline e conigli, cani acquattati accanto agli orti. Ero certa che il posto più taciturno del Sud fosse il paese di mio padre, in Basilicata. E invece nemmeno lì ho ascoltato un silenzio come questo. In un’ora di passeggiata, gli unici rumori sono stati il giro di una chiave nella toppa di una porta, e il mormorio della preghiera dalla chiesa col portale aperto. E poi grilli, tanti, come ad agosto. Mi è parso di fare un lungo giro, ma ho presto rincontrato il nespolo, i cani e la fontana del Comune.

2.La verità e che certi paesi non sono un posto buono per viverci, ma non abbastanza da lasciarti andare. A valle, in cima, nei campi, nelle strade e nelle piazze, l’onestà del vuoto è radicale. Non è come dalle mie parti, dove i paesi troppo vicini alle città sono cafoni fieri del parente altolocato, che possono raggiungere in dieci minuti d’autostrada. In paesi come questo, se sei vecchio e ti sei rotto una gamba, a casa resti e a casa muori. Chi è partito da giovane per lavorare, qui non vuole più tornare. Gli anziani rimasti di storie non ne vogliono sentire. Non parlano più nemmeno dei sindaci, che appena eletti si preoccupano solo di mettere le fioriere ai balconi e i sampietrini sulle strade. A loro interessa l’ufficio postale, la farmacia, un pronto soccorso, il dottore h24, la panchina e un loculo al cimitero. Non gliene frega niente della nuova insegna del fornaio da cui si affaccia Hello Kitty; anzi, meglio se non c’è più la scritta a pennello sulla pietra cruda dell’arco, che a loro ricorda solo un tempo di miseria. A loro piace stare a casa a guardare Frizzi e Conti. Si lamentano di non aver mai visitato questo e quello, ma se provi a proporgli una gita, ecco un’improvvisa recrudescenza anche delle malattie che non hanno mai avuto. Alcuni di loro trascorrono su una panchina anche dodici ore al giorno. Il bar al mattino non ha ancora aperto, e loro sono già lì immobili, a fissare il sole che gira, la stagione che passa. Guardano l’orologio solo se devono prendere una medicina, e se escono in piazza non hanno voglia di facce nuove. Qui non si prende il numero delle presenze: questi paesi sono morti che non si ricambiano. Sono un corpo nudo che vuole tornare terra. Ecco perché bisogna affrettarsi a visitarli, facendo con loro come con un amico lontano incontrato per caso: fermarsi e parlargli con gentilezza.

 

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One thought on “Un paesino

  1. La poesia, la prosa poetica e altre arti, e altro ancora, sembrano trarre origine, con frequenza forse crescente, dal senso che emanano i paesi nel nostro tempo.
    Il loro vuoto e l’infinito svuotarsi pongono infatti in risalto la loro ineguagliabile ricchezza di tracce del passato. Non solo del loro proprio passato, ma del passato in senso trascendentale.
    Quel senso del passato, evocato dal pensiero greco, che è il non-esser-più delle cose che passano dal non-essere-ancora all’essere (futuro) e che nel non-essere necessariamente ritornano, non essendo-più (passato). Le cose, cioè, sono niente, e dall’essere solo accidentalmente “passano”.
    Una situazione logica paradossale e insieme carica di orrore: l’eterna nientità delle cose, che solo come un lampo entrano nella nostra percezione e ne escono, avendo in quell’attimo, e solo in quell’attimo, alle loro spalle e insieme difronte il nulla.
    Quel medesimo pensiero greco aveva ritenuto di porre rimedio – logico e psicologico – argomentando con rigore – e credibilità duratura – la necessità di una dimensione eterna della realtà, ancorché solo intelligibile e non percepibile dai sensi, quale origine e legge eterna del divenire delle cose dal niente (ridotto a relativo) all’essere e viceversa.
    Oltre duemila anni di speculazioni volte a rendere coerente l’immutabile all’evidenza del mutevole, hanno condotto al tramonto quel rimedio. Negli ultimi due secoli la coerenza ha raggiunto il culmine: “dio è morto” (ossia ogni forma di immutabile) dichiara Nietzsche.
    Ma è proprio Leopardi che anticipa l’intero pensiero contemporaneo. Il rimedio del nostro tempo alla nientità delle cose, cui la ragione – autentica follia – non può che condurre, è la poesia, che da quella ragione ci tiene lontani e ci permette di sopravvivere.
    In greco “creazione” è “poiesis”, etimo di “poesia”. Se il senso delle cose non fosse quello di poter essere o non-essere. E se questo senso non fosse assoluto, investendo la totalità del reale, perché c’è un qualche dio eterno che è in ultimo il creatore, noi non potremmo dirci “poeti”, non potremmo poetare, creare, produrre, perché tutto sarebbe già, da sempre e per sempre, nella dimensione eterna della realtà.
    Una delle conseguenze di questo stato di cose è che non abbiamo più un fondamento stabile su cui poggiare. E tuttavia il passato, pur essendo un prodotto del divenire, finisce per surrogare l’immutabile. Si fa innanzi come il più insidioso e resistente degli immutabili, annidato in seno al divenire stesso.
    In un duplice senso.
    In un primo senso – messo in luce da Nietzsche – ciò che fu e adesso non-è-più non lo si può volere di nuovo. Il ché porrebbe un limite alla nostra volontà di potenza, al nostro stato di creatori inconciliabile con l’evidenza.
    In un altro senso – messo in luce da Gentile – se pensiamo alla storia – come in effetti per lo più accade – come sviluppo concatenato di eventi, dove ciò che è presente non potrebbe essere così com è senza il precedente che è passato, allora il nostro agire sarebbe condizionato dal passato e, di nuovo non saremmo liberi di creare, il divenire delle cose sarebbe solo apparenza e non un’evidenza qual è.
    La cosa sorprendente è che la necessità logica di portare a coerenza col divenire questi due sensi del passato, come ha mostrato Emanuele Lago in “La volontà di potenza e il passato. Nietzsche e Gentile” (2005), conduce a due soluzioni dell’aporia che si escludono a vicenda. Quella di Nietzsche richiede l’eterno ritorno dell’uguale, ossia il divenire nulla delle cose che passano non può essere definitivo, per poterle continuamente volere: «Così volli che fosse, così voglio, così vorrò».
    Quella di Gentile, che il ricordare sia insieme un dimenticare e il dimenticare insieme un ricordare, ossia è necessario che il passato resti definitivamente nel nulla, perché non possa condizionare il libero creare sempre in atto: «La memoria che non rinnova, e perciò crea ex novo, non ha nulla, assolutamente nulla da ricordare».
    Un indizio, tra altri, che la coerenza al divenire, pur logicamente necessaria, che va conducendo al tramonto ogni forma di immutabile della tradizione, non è del tutto pacifica. Di conseguenza non può dirsi pacifico lo stesso senso greco del divenire, che, reso coerente, è la verità assoluta del nostro tempo.

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