Litoranea

Giornata tiepida, velata, ventosa. Attraversando il tratto di città verso il mare, vedo negozi che non c’erano tre mesi fa. Dai negozi di abbigliamento escono folate di aria bollente e colla cinese. Molti punti scommesse e sale da gioco. Un manifesto promette di pagare il tuo argento a peso d’oro. Fondo stradale pessimo; la prova di destrezza non riguarda quale fossa evitare, ma come affrontare al meglio quella meno profonda. Sul rettifilo del lungomare vedo intatte le insegne dei lidi e vuote le spiagge. Le macchine che escono dai parcheggi sono quelle dei clienti che vanno a puttane. La pista ciclabile costata miliardi è un viale lurido e sconnesso delimitato da uno steccato in legno su cui, appollaiati in fila, marocchini e tunisini passano il tempo a controllare un traffico di affari e spostamenti che sfugge ai più. Un’auto della polizia passa a tutta velocità, diretta altrove.
Paesaggio basso, niente palazzi, a parte qualche albergo dipinto col verde del camice dei dentisti, col giallo delle uova andate a male, con l’arancio salmone delle giacche che molti ancora indossano ai matrimoni da queste parti. Il mare e la spiaggia, coi pescatori seduti in mezzo a una spazzatura finemente distribuita. Aree coltivate, un campo da golf, venditori abusivi di carciofi arrostiti, un caseificio, la torre in cemento di una fabbrica dismessa, avvolta da ragnatele di edera rossa. Tra le serre, un casolare abbandonato senza finestre mostra file di panni stesi ad asciugare, biciclette cadute nel terreno o accatastate contro il muro: le automobili degli extracomunitari. Più avanti, un muro di cemento delimita campeggi chiusi. Poi la baracca abusiva di un ristorante dove si mangiava il pesce buono. Sta lì da trent’anni, ma ha cambiato gestione; il proprietario è morto ammazzato, e ora non ci va più nessuno. Ancora qualche chilometro e mi fermo per un caffè. Il bar è a ridosso della pineta. La signora che mi prepara il caffè è un’italiana sui trent’anni che ne dimostra cinquanta. Mentre il caffè scende, fissa fuori dalla finestra con lo sguardo di una madre che pensa al figlio in guerra. Chiedo del bagno: è fuori, seconda porta a destra. “Toilette” scritto a mano con l’Uniposca fucsia. La porta è aperta perché non si chiude. Sono stati asportati maniglia, lucchetti, lampadine, le manopole del rubinetto. Sul pavimento del bagno, una bottiglia di plastica vuota, confezioni di fazzoletti di carta, tovagliolini sporchi, un preservativo pieno, il cestino colmo di carte e assorbenti. Torno indietro, chiedo un po’ di carta igienica. La signora prende un rotolo, si avvolge lungo il polso un paio di giri e me li porge. Le chiedo perché non lascia la carta in bagno: perché se la portano a casa. Riprendo il giro. Penso che se questo posto si fosse trovato in Emilia Romagna sarebbe diventato un luogo ricco e sicuro: avrebbe portato gente, denaro, e soprattutto dato un senso all’aeroporto di Pontecagnano, da poco costruito nei paraggi. E invece tutto è rimasto come molte cose da queste parti, nell’irrimediabilità che chiama scrittori, accende amori impossibili e nostalgie inutili.
Sulla via del ritorno, una prostituta siede su una cassetta rovesciata come su un bidet. Bionda, forse straniera, in là con gli anni. Poco più avanti, sul muro alle sue spalle, qualcuno ha scritto con lo spray nero “Qui fica, economica e amica”.

 

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