Appunti cubani

A un amico che c’è appena stato, Cuba non è piaciuta. Mi ha consigliato di evitare l’Havana perché squallida e malfamata. Dell’entroterra verso Pinar del Rio, ha detto: “Che ci vai a fare?” Delle spiagge: “Niente di che”. Della gente: “Contadini, miserabili e comunisti”. In aereo, molti italiani confrontano le medicine comprate contro il colera; altri parlano di come portarsi in camere le ragazze e di quanto costano, o di come evitare parassiti e diarree.
A ciascuno il suo viaggio.

1.
Andando all’Hotel Nacional a cambiare gli euro in cuc, percorro il Malecon; a destra l’oceano, a sinistra le ambasciate, brutti alberghi ed edifici governativi. Dal lato opposto, i cubani si siedono su un muro e restano per ore a guardare il mare. Di ritorno, mi ritiro nel ventre antico della capitale, dove fregi, portoni, colonnati, balconate, scale e ceramiche commuovono col loro sapore di zucchero grezzo, di carne calda e di vento battente. La luce del Sud intarsia le avarie delle strade in una delicatezza di trina. Qualcuno canta e balla in strada o dietro le grate delle finestre; voci che mi fanno pensare al canto di chi, carico, si accompagna lungo una salita.
Ragazzi scalzi a torso nudo giocano a baseball al centro delle strade, i bimbi fanno gare nel terriccio con le biglie di vetro. Schizzi saporiti di piccole cose: pane fatto coi prodigi dei semplici.
Vado a visitare il Museo d’Arte Moderna, dove scopro le opere di Edoardo Abele, gli scavi senza speranza di Fidelio Ponce de Leon, l’ubriachezza caraibica di Mariano Rodriguez.
Due giorni in cammino per le strade meno battute del centro storico: inutili le foto, le riprese, la scrittura. Le migliaia di persone che attraverso disgregano i luoghi in una levità di bolla. Indosso scarpe basse, il viso per la prima volta senza trucco. Qui niente mi rassomiglia, e in questo mi riconosco. Per strada, molti capiscono subito che sono italiana: quando si avvicinano, mi salutano e mi dicono: “Holà, Italia! Mozzarella, Mafia e Berlusconi!”. Nel pomeriggio vado a visitare Alamar, un grosso sobborgo popolare a est dell’Havana, affacciato sul mare. Da qui, nel 1994 iniziò la fuga disperata dei balseros verso Miami. All’Havana, come in tutta Cuba, l’odio per gli americani non ha sopito l’istinto esterofilo. Dalle auto in corsa, stampata su scarpe, cappellini e magliette, vedi la bandiera dell’Inghilterra. L’America però i cubani continuano a sognarla. Nelle case, le televisioni servono per vedere i video dei cantanti cubani diventati famosi a Miami, di cui copiano le catene dorate al collo, i pantaloni a vita bassa, le movenze hip-hop e i tatuaggi. Le ragazze che si prostituiscono si riconosco dai capelli ossigenati, dai tacchi a spillo, dalle minigonne e dalla sigaretta accesa tra unghie variopinte. Le trovi sedute in Park Central, al bar accanto all’Hotel Inglaterra. Arrivano, si siedono e aspettano i maschi – di solito over 50 e italiani – che le raccolgono per la sera. Queste ragazze vivono in abitazioni chiamate “solar”, edifici caduti in malora dopo gli anni ‘50, senza vetri né infissi, le finestre vuote da cui vedi solai crollati, preziosi pavimenti in ceramica inizio ‘900, contatori elettrici scoperchiati, abitazioni in fila dietro grate di ferro. Qui, in pochi metri quadri vive una famiglia intera. Una ragazza scopa il pavimento, accantonando la spazzatura che ti aspetti solo in aperta strada. Nella stanza accanto, una brandina da campo, una bambola smembrata, scarpe, scatoli e vestiti attorcigliati alla rinfusa; una tv anni ‘60, un angolo cottura con le pentole di rame. Una giovane cuce i cappellini di Che Guevara, venduti all’angolo della via per un cuc. Le persone che vivono qui mi lasciano entrare senza fare domande, felici che scatti loro delle foto. Le bambine hanno sorrisi che sembrano brividi. Una di loro mi chiede di visitare la sua camera. Saliamo lungo una scala di legno che dà accesso a un sottotetto, di quelli che i nostri nonni usavano per stivare il tabacco. I giacigli accomodati per terra, le lenzuola disfatte, il pavimento di legno, una finestra sventrata accanto alla quale le bambine si sdraiano, per essere ritratte in pose da dive. Il balcone è un rudere coloniale da cui è meglio non affacciarsi. Sotto, si stende un’Havana immensa e cruda. In cucina, il padre ripara una radio, un bimbo di due anni corre spoglio per casa. La madre è una donna che dimostra il doppio dei suoi anni. Le chiedo di fotografarla: lei sorride vistosamente, ma le chiedo di stare naturale: lo scatto che ne esce è quello di una figura in controluce, sul viso le tracce di un’amarezza senza rimedio. Molte delle abitazioni in cui vivono stipate decine di famiglie erano un tempo alberghi del regime caduti in abbandono. Una donna che mi vede filmare il cortile e gli interni mi dice che queste baracche sono del Governo; che anche chi ci abita, incluso il pappagallo in gabbia sul balcone è del Governo. Da queste case, le ragazze che di giorno stanno scalze e senza trucco, la sera scappano, trasformate da minigonne e lustrini. Profumano d’incenso, escono con gli infradito e, tacchi a spillo in mano, si avviano spedite verso il bar accanto all’Hotel Inglaterra. Per le strade, niente pubblicità. Qui i muri e i tabelloni sono dedicati alle frasi di Fidel, Che Guevara e José Martì, scritte a mano con vernici colorate, o alle foto dei cinque detenuti politici a Miami, trattenuti in carcere per aver combattuto il terrorismo americano contro i cubani.
Sera all’Havana. Persi i colori del giorno, le case sono palpebre che anche chiuse vegliano. Una ragazza sta seduta fuori la porta. Dentro casa, dalle stanze arriva il suono di una rumba. Appese ai muri, farfalle di merletto rosa, una stampa del Cuore di Gesù, una Madonna al centro della stanza, brillante come una Barbie. Dalla finestra più avanti, le mani di una donna oltre la grata stanno come le ali di un uccello dopo la migrazione.

2.
Cienfuegos, spiaggia di Rancho Luna. Evito le baie segnalate dalla guida, preferendo quelle consigliate dagli abitanti del posto. A riva, incontro una coppia di calabresi trapiantati da 50 anni in Canada. Lei mi dice che faccio bene a viaggiare e a spendere i soldi adesso; che è inutile risparmiare, perché non si è mai vista la bara di un miliardario seguita da quella piena di tutti i suoi soldi. Lui, grasso e con una vistosa catena d’oro al collo, dice che questo posto fa schifo, che anche Trinidad è una fogna, che la vera Cuba è Varadero, dove ci sono i “bildings” e si fanno i “bisniss”.

3.
Appena fuori dalle città il trambusto smette, per lasciare spazio a un paesaggio tropicale fatto di palme reali, terra rossa, strade sterrate, fiumi e vento. La strada che porta verso Pinar del Rio è un’ampia carreggiata in cui s’ incontra l’anima contadina di Cuba. I mezzi pubblici funzionano solo per i turisti. I cubani chiedono passaggi lungo la via ai mezzi del Governo, concessi in comodato d’uso ai lavoratori delle imprese di allevamento e agricoltura di cui vive la regione. Le strade extraurbane del Paese sono un circo sregolato che diverte o stupisce, a seconda delle circostanze. Auto russe e americane anni ‘50, trattori e camion, motociclette, biciclette e calessi contromano. Tra i pedoni, anche galline, cani, maiali liberi, insieme a venditori che si lanciano al centro della carreggiata, per offrire caschi di banane, polli arrostiti e torroni.
Nei paesi dell’entroterra, le abitazioni sono costruite con assi di legno di palma – molte di sbieco a causa dei cicloni. Ogni cosa in questi luoghi ricorda i racconti di mia madre bambina: il gallo che canta all’alba, il coro dei pulcini nei pollai, lo strillo del venditore di pane e del giornalaio; il calesse che consegna il latte in otri di alluminio; gli ambulanti di frutta, verdura, patate dolci e frutti tropicali, il lustrascarpe sul marciapiede, i friggitori di pesce, chicharritas e dolci in pasta di yuca,. Un giovane all’angolo ripara accendini per sigarette, un altro aggiusta le maglie di una catena a colpi di pietra sul bordo del marciapiede. Nei villaggi, il terminal degli autobus è una fila di calessi a cavallo. Il pomeriggio è caldo e velato. Prendo una bicicletta e vado a fare una passeggiata appena fuori dal paese. Lungo la strada mi fermo a guardare due case abitate da campesinos. Il centro del villaggio è lontano, qui i turisti non si fermano. C’è solo l’asfalto vuoto, palme reali, vento, e i mogotes. Scavalco il recinto e chiedo alle donne che mi hanno vista passare se posso stare un po’ con loro; mi dicono di entrare con un gesto generoso delle mani. Le bambine si guardano, ridono, corrono a nascondersi, poi ritornano. Le pareti che dividono le stanze sono pannelli di legno senza porte. Qui non esiste corrente elettrica: un piccolo pannello solare fornisce l’energia che serve soprattutto per tenere accesa la tv, sintonizzata su un canale che trasmette h24 i video musicali dei cubani a Miami. La camera da letto dei grandi è un giaciglio adagiato a terra, che occupa tutto lo spazio della stanza. In fondo, in un soppalco a scaffali, stanno arrotolate balle di abiti e scarpe. Un angolo cucina con antiche mattonelle colorate, pentole nere, catini di plastica per il recupero delle acque, utensili in legno o in latta. Il bagno è fuori, accanto al ricovero dei maiali e delle galline, che vagano liberi nella stessa terra in cui le bimbe corrono a piedi nudi. Ho con me la solita busta di cose da donare. Per ringraziarmi, mettono su un DVD di salsa e reggaeton, e iniziano a ballare. Potrei restare qui tutto il tempo. È chiaro che oggi io sono per questa famiglia l’unica occupazione del giorno. Le cose che ho dato loro – un pacchetto di gomme, una collana di perline di vetro, un sapone, degli abiti – sono trofei di cui le più piccole si vantano, proponendosi scambi. Dalla finestra si apre una valle immensa. Lontano, un campesino col suo aratro lancia versi d’incitamento ai buoi. Nel solco appena tracciato, grandi uccelli bianchi si alzano in volo come un mulinello di carte al vento, verso le cime dei mogotes.

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