Breve taccuino birmano

Premessa
Dopo aver viaggiato per gran parte dei Paesi più poveri del mondo, confermo il mio disappunto per l’uomo occidentale, me compresa. Non mi perderò in una mistica della povertà, ma di certo posso dire che ogni giorno, in ogni luogo e nelle condizioni più estreme, in quei luoghi ho sempre incontrato grazia, pacatezza d’animo, educazione e pudore; nessuna diffidenza, furberia o prevaricazione; cura per le cose, fiducia in tutto ciò che non si può né fare né sapere. Considerando che nessun progresso ha mai risolto granché dei problemi dell’esistenza, a parità di risultato preferisco stare dalla parte di questa gente, per cui non esiste cammino più grande dei propri passi, e niente che travalichi la curva del giorno. Per loro, ogni cosa si fa e si disfa con quello che è a portata di mano, con letizia per ciò che si è avuto, e nessun rancore per ciò che è mancato.

I piedi scalzi sulle pietre e nel terreno: neanche cento metri e già si lamentano. Non fermarsi: è giusto che ricordino cos’erano una volta i piedi.
Incontro un manipolo di provinciali che per tutto il tempo rimpiangono le spiagge appena lasciate, i confort delle loro case italiane, la Nutella. Vengono in questi posti chiedendo un bagno caldo, vestiti di tutto punto.
Sulle strade vanno motocicli di fortuna e carri trainati dai buoi. Anche da lontano la differenza si vede: gli uomini sui motori vanno spenti; quelli sugli animali hanno il movimento fiducioso di piccoli frutti sui rami.
La venditrice di frittelle al mercato di Phyu mi saluta gentilmente e abbassa lo sguardo. Aspetta che sia io a desiderare.
I templi di Bagan somigliano alle piramidi egizie: tanto splendore per contenere cosa? A dimostrazione che alla lunga solo le cose inutili la spuntano.
Ad Amarapura, un pittore sul ponte dipinge gouache per i turisti. Banale, dice uno alle mie spalle. Nei dipinti si vedono un fiume, un albero, una casa, un ponte, una figura che va o che torna. Mi chiedo in cos’altro consiste la vita.
Yangoon: negli slogan pubblicitari, nelle pose delle donne sui manifesti e nelle merci in vendita, c’è tutto il pudore dei villaggi, con l’ansia di darsi delle metropoli. La marca di sapone più famosa in Birmania si chiama PARIS.
Stormo di uccelli su Mingun, in volo come un nastro sciolto.
Mandalay; città brutta e chiassosa, che, però, dopo le due del mattino ritrova il silenzio dei villaggi, interrotto solo da un grillo o da un gufo.
Trasportatori di riso bevono il tè seduti in acqua tra le piante del fiume. Quando mi vedono passare sorridono, schernendosi come bambine.
L’avorio fine delle ore, una parola onesta del suo splendore insignificante. Mi viene uno stupore continuo per cose che non conosco, a ricordare che i momenti più pieni sono sempre quelli vuoti di me. In una capanna che dalle mie parti sarebbe un rifugio di struggente miseria, trovo il senso profondo della casa. Sconfitta sulla soglia, sono il punto in cui l’orologio fermo segna l’ora esatta.
Avere la pazienza dell’acqua, che aspetta per giorni nei pozzi. Cercare l’uomo, che a volte solo cambiando aria s’incontra, come riconosci l’odore di casa da quello rimasto tra i tuoi capelli spostati dal vento.

 

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