Dell’amore

Rivolgo questi scritti a tutti gli uomini e le donne che credono nell’amore, ma pure a quelli che dall’amore sono rimasti delusi o feriti, e lo faccio oggi, giornata dedicata a troppa ipocrita melassa.

-Una volta, un uomo e una donna si incontravano, e dopo aver superato insieme mareggiate e derive, giungevano a quella sponda della vita dove tutto è più lento e caldo, dove si sta bene a bassa voce, più importante che essere felici. È stato naturale per loro non stancarsi alla prima guerra, ma accoglierla come invito alla necessità di restare uniti. Non esisteva il mio e il tuo ma, e naturalmente, il nostro.
Una volta, la coppia era una casa che si costruiva insieme. Oggi, per ciascuno dei due è una costruzione edificata in precedenza e da soli, con la possibilità di modifiche comuni pressoché nulla. Passano pochi mesi dal primo incontro, ed ecco quella sensazione di finito, l’angoscia della strada chiusa, del respiro corto. L’altro non è più la via per la tua crescita, ma l’estraneo di cui liberarti. Quando muore il “noi”, le parole escono a fatica, dolorose nella loro secchezza. Sembra che l’unica soddisfazione sia nel colpirsi a morte, per restare soli in trincee opposte.
Chiediamo di imparare l’amore: tutte chiacchiere. A chi entra nei nostri giorni reagiamo come zitelle cui hanno spostato le tazzine nella credenza. L.A.T.: Living Apart Together; è la scelta sempre più diffusa di quelle coppie che stanno insieme, ma vivendo in luoghi separati, in case e città differenti. Indipendenza fisica, indipendenza affettiva. Occasionalità degli incontri. Anemia delle condivisioni. Porta sempre aperta alle chiusure. L’indipendenza è un valore, ma diventa limite quando rende incapaci di interdipendenza, quando fraintende la felicità con l’assenza di problemi, allontanandoci dalle ricchezze della resilienza. Né l’uomo né la donna si accorgono che l’autonomia va bene, ma vivere e morire soli è il modo più amaro di sprecare una vita. Ogni cosa si spegne se non viene condivisa, ricordandoci che si muore male se non ci apriamo a chi non siamo. Ad ogni incomprensione, diciamo che i nostri comportamenti sono prove di sforzo cui sottoporre l’altro, per capire se è equipaggiato per la salita. Ma spesso è tardi e l’altro se ne è andato. Abbiamo dissipato un giorno intero a dare di noi solo la faccia brutta e le mani spente. Avremmo dovuto fare più attenzione. In quei momenti, la sua mano calda sfiorandoci ha detto: ‘Allungati, prendimi nella distanza che ci appartiene. Soprattutto nella distanza che ci appartiene’.

-Amare è fatica di ogni giorno. È portare pesi fermandosi sempre un passo prima del precipizio. Io donna e tu uomo siamo razze diverse dentro la stessa specie. Quante volte, credendo di amare, abbiamo smesso di riconoscerci? Quante volte l’amore è stata per noi la via maestra per l’errore?
Nessuno ci ha educati al rispetto di ciò che non ci appartiene. La mia vita e la tua sono fatte di strade già battute. Poi ci siamo incontrati, scegliendoci tra molti altri. Esisto io, esisti tu ed esiste il noi, che deve arricchirci oltre l’uno che anche insieme ciascuno continua a essere. Per stare insieme a volte persino l’amore non basta. Ci vogliono piuttosto intelligenza e umanità, rispetto e delicatezza, distanza e grazia. Quando la distanza da te è rispetto e accoglienza, diventa distanza verso di te. Voglio poter scegliere ciò che mi migliora, rifiutando chi mi annoia e mi deprime. Credo nella possibilità di un benessere profondo che libera da zavorre e controfigure. Cerco una felicità fatta di agi e abbandoni, d’intese silenziose e freschi spazi d’ombra. Ma per amare bisogna avere prima imparato a stare da soli. Molti confondono la luna con la luce dei lampioni, facendosi compagnia nel cratere della vita.
Guardo il mio compagno e penso alla tenerezza tra noi, all’amore che va e viene, che oggi chiude e separa, domani apre e pulisce. A volte, per festeggiare S. Valentino basta il tepore familiare seduti l’uno accanto all’altra, o riconoscere il rumore della sua macchina tra quello delle altre in strada. A cena ogni sera, si parla delle solite cose, che pure hanno una loro forma meravigliosa. Nulla è cambiato in fondo, soprattutto l’amore.

-È colpa della natura occuparsi solo delle parti basse del corpo. Il cuore le interessa poco. Meglio la violenza e una certa cecità, più adatte all’esistenza delle sue creature, che vivono più forti se lontane da sensibilità, attaccamenti, attitudini speculative ed astrazioni varie. Se la natura avesse avuto interesse per tutto questo, avrebbe per esempio fatto in modo che ci si innamorasse di persone adatte a noi, e capaci di amare. E invece capita di non riuscire neanche a distinguere tra l’amore per un essere umano e l’amore per l’amore; equivoco tra i più comuni, oltre che somma eccellenza dell’ignorante natura. È che l’amore dovrebbe avere a un certo punto il buon senso di farsi da parte, lasciando posto all’intelletto, che direbbe: “Uomini e donne, sveglia! Vi siete accontentati di un amore cattivo e sgangherato, buono a stento a non restare soli. Per debolezza e per speranza, avete creduto normale lo squallore cui l’abitudine vi aveva costretti. I segnali però vi erano stati dati. Quell’amore era bravo solo al confine; demone ignorante che non sentiva i sapori, che cercava solo l’ingozzata, l’assalto, la fatica e il peso. Vi sfinite ogni giorno tra abitudini in fila, rivestendo di parole cose che hanno rifiutato da tempo ogni commento. Lui/lei non vede, non sente, non parla. Più che la passione, aspettate la stanchezza; più che un momento di pace, la depravazione dell’abbandono. Per stare insieme bisogna affidarsi. Voi invece restate impietriti, al buio. Non vi fidiate più, non vi lasciate cadere, non ci volete più nemmeno provare. Vi siete guardati allo specchio, e avete notato la pelle un poco stanca intorno alle labbra. Sono gli anni? Non sempre. A volte, più del tempo, è la distrazione di chi ci ci vive accanto a farci vecchi. Le luci accese non vi piacciono. Nell’intimità cercate il buio, perché al buio non c’è viso e non ci sono parole; lui/lei potrebbe essere qualcun altro/a. C’è solo calore in cui perdersi, grembo cieco senza volto, fondale d’oceano e caverna.
La metà piccola è una persona incapace di condivisione spontanea; porta il conto meschino del tuo e del suo, ignorando la differenza tra coppia e compagnia. Per non morire asfissiata, ogni coppia sana rispetta libertà individuali, ma ha pure regole che, quando si ama, vengono naturali e si accettano con gioia, perché utili a restare uniti. Chi invece cerca solo compagnia, approfitterà di tutti i piaceri e le comodità offerti dall’altra parte, ma guai a prospettargli una difficoltà: la metà piccola scapperà a gambe levate, adducendo un improvviso bisogno di recuperare i propri spazi e la propria serenità, per dedicarsi all’unica persona con cui ha stabilito dalla nascita l’idillio perfetto: se stessa. Se in un momento di crisi verrà chiamata a riconoscere anche le proprie responsabilità, si affretterà a precisare che colpe non ne ha, e che le sue eventuali scivolate sono sempre state una reazione alle tue di colpe e di scivolate, giacché lui/lei è estraneo/a all’errore.
La metà piccola non desidera stare a lungo insieme all’altra/o, terrorizzata dall’idea di dover stringere legami, dovendosi prendere pure il carico delle avarie che ogni legame duraturo per sua natura comporta. Meglio quindi definire ogni giorno nuove ed accurate separazioni: negli spazi da abitare, negli interessi e nei momenti da condividere, soprattutto in tutte le cose che non si possono fare insieme. E se gli/le farai notare che tutto questo non va d’accordo con un naturale stato d’amore tra due persone, ti accuserà di essere soffocante. Il concetto del ‘noi’, infatti, non ha mai sfiorato il suo spirito profondo, perché per la metà piccola vige l’IO assoluto e onnipresente.
Il tempo perduto non si recupera mai. Lui/lei pensa che la distanza calmi e curi. La distanza invece separa, facendo rigidi e freddi come i morti.

 

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