Del Carnevale

L’ultima volta che mi sono divertita a Carnevale è stato un febbraio di ventidue anni fa. Organizzammo una festa a casa di un’amica di mia madre, travestite alla meno peggio, io da militare. Negli ultimi anni ho tentato gite fuori porta. Putignano? Troppo lontano. Venezia? Troppo cara. A Sarno ci sono carri che somigliano un poco a quelli di Viareggio; almeno un Carnevale diverso da quello che si festeggia dalle mie parti. Un tempo, la tradizione religiosa era fondata su credenze nutrite da sentimenti condivisi. Oggi, la gente rumina la fibra di un rito che non significa più niente, perché nessuno ne ricorda più l’origine e il senso. Alla tradizione si è sostituita la coazione a ripetere dettata, più che dalla fede e dalla storia, da un onnipresente horror vacui. Il martedì grasso è diventato una parata kitsch che diverte solo i bambini. Le sfilate si sono ridotte da anni a cortei di trattori, dietro cui adolescenti danzano una musica assordante di cui arrivano solo i bassi. E mi dispiace, perché dietro ciascuno di questi carri e balli di gruppo ci sono mesi di prove, energie, soldi spesi e un sincero entusiasmo. Le maschere sono per la maggior parte personaggi violenti, che incutono terrore e distanza. I trucchi ricordano tumefazioni e tagli. Di fatto, il Carnevale diventa il pretesto per spurgare energie cattive represse. Specie nei più giovani, l’impulso è all’urlo primordiale, all’interiezione disarticolata, al gesto teppistico, allo scherzo che diverte solo chi lo infligge, al movimento del corpo da stupro di gruppo. Più che gioia, è isteria collettiva.
L’origine simbolica del Carnevale è legata al mese di febbraio (dal latino februare= purificare) dedicato alla purificazione quaresimale. In questi giorni, attraverso riti propiziatori, le anime dei defunti scendono sulla terra per auspicare un periodo futuro di abbondanza. Dal canto suo, la parola maschera deriva dal latino medioevale, e significa strega, demone, a rappresentare l’anima del trapassato. Solo in questo senso resta giustificato l’aspetto orrifico di molti personaggi nelle nostre sfilate.
In questo tripudio di mostri, io mi rifugio nel passato. Serve a poco, ma solo così ritrovo l’onestà delle feste di un tempo. Se si digiunava si sapeva perché, le risate si accendevano con poco, se andava via la luce restavano il suono del fuoco e quello delle tammorre, che riportavano in vita i morti e tutte le paure dell’infanzia. La festa era una giornata d’agosto nel cuore dell’inverno. Il giorno dopo non ti svegliavi confuso e malconcio come dopo una sbornia, ma lieve, come appena nato.

 

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...