Nei giorni dipinti

Raccolgo di seguito una serie di miei pensieri sulla vita e sull’arte, tratti dai miei taccuini di viaggio.

-Dopo il corpo, l’anima andrà in luoghi che non la vedranno più né ospite né padrona. Eppure, ricorderà quanto era meraviglioso il mondo, e vasta nella sua breve misura la vita. Avrà nostalgia dei suoi voli d’aquilone impossibili senza il filo tenuto al palo. Rimpiangerà il suo essersi incontrata nella carne, senza piacersi che un poco, a volte e per poco. Ricorderà i suoi paradossi di nomade sedentaria, tra la cenere chiara di chi la incontrava nel sonno, correndo tra gli alberi come un nastro sciolto.

-Dei percorsi quotidiani, amo la lentezza e le piccole scelte del momento, come quali dita tenere premute in tasca, o quale fossa evitare. Sotto i piedi, terra e frutti sono tiepidi come mani.
L’anima di garza e un occhio all’albero, dove il pane degli insetti non ha peso.
Se sto zitta è perché manco alle parole. Non corro. Guardo e raccolgo. Sorrido a pieno mondo.

-Ho spianato il crudo del volto e il duro del peso. Nella stagione dell’erba, le parole evaporano come l’impronta di un dito. Odori biondi, sotto l’albero che qui mi ha piantata. Da qui in avanti camminerò a piedi, assumendo la cittadinanza del terreno e dell’asfalto. Mi augurerò del mare l’inquietudine e la capienza; del dolore, l’aspro che non fa male, il freddo di un inverno meridionale.

-Lungo la via corrono giovani, passano ciclisti e signore coi cani. Vivo le luci dei lampioni, l’erba calda, i solchi del campo arato, il filo di un aereo che sale, il rombo di qualcosa che accade. Quando la vita li chiama, alberi, acque, insetti, uccelli e montagne obbediscono. Di nuovo e per la prima volta arrivano, finiscono, ricominciano, certi sempre del giorno dopo; non come me, che conosco solo la tristezza di aver perduto qualcosa, e di continuare a perderlo.

-Per tutta la vita un artista circumnaviga l’autoritratto: operazione faticosa, disonesta e inutile. Lo scrittore scriverà sempre lo stesso libro, il pittore dipingerà lo stesso quadro, e la storia descritta non può che essere la sua. Non esiste al mondo creatura che gli interessi di più, e che conosca meno. Tuttavia, le sue antenne puntano verso distanze e approdi che devono essere convogliati nell’opera e offerti a tutti. L’artista dice: ‘Ecco cosa ho trovato. Spero che questo sia ciò che anche tu stavi cercando’. L’artista svolge un’attività pensante che si traduce infine nella dimenticanza di ogni consapevolezza. Integrità e chiarezza, pulizia e fermezza di metodo, insieme al rinnovarsi della sorpresa. L’artista rispetta l’ignoto. Capace di coralità in una sola voce, e di specchiare tutti i volti nel proprio, per la sua capacità di sentire senza difese, di discutere e di innamorarsi di ogni cosa, merita rispetto. L’artista è libero? Non lo è. Non esiste forma senza responsabilità. Ogni espressione ha sintassi e regole, possibilità e vincoli; di fatto, più doveri che piaceri. Si pensi a questo prima di archiviare gli artisti tra gli operatori socialmente inutili.

-Diroccata da un urto senza peso, anche oggi nella quiete dello zero, dignitosamente e senza fede spero. Ore importanti, più scomode di alberi. Che limpida pace ai confini del buio, dove passano notti più soleggiate del giorno.

-Dolori appollaiati sulle costole come passeri. Il silenzio di ogni cosa che passando non resta, trova in me il suo centro; in me seduta, lenta, nessuno. Intanto il mondo gira sulle ruote di sempre: l’inspiegabile chiaro e tondo, tanto posto per una cosa in più e mai per una in meno, il rigore logico nella furia del sottobosco, il male necessario alla pietà del bene.
Tutto quello che vedo per strada non mi fa domande. Il vento mi indica la direzione in cui nessun incaglio genera eco. Il vuoto però è imperfetto, perché contiene quantomeno la mia cognizione di vuoto. Mi viene chiesta una cosa da qualcuno a cui avrei voluto fare la stessa domanda, ma coperte in giro non se ne trovano, né carri che tornano pieni.

-Invito il mare a riportare con chiarezza la dicitura di “baratro, pericoli, relitti e buio”.
Invito il corpo ad esporre l’avviso: “Affidamento in comodato d’uso”.
Invito l’aereo, che in alto si finge puntino senza peso, a dichiarare in tonnellate il suo carico di corpi, bagagli, cherosene e ferro. E le montagne, che al tramonto sembrano ostie d’aria, ad ammettere senza giri di parole di essere fatte di terra e pietra, e basta.

-Fare domande alla vita è come chiedere informazioni su dove andare alla prima persona che si incontra per caso in una città straniera, che nove volte su dieci non è del posto.

-Non uccidere e non ignorare: ciò che decade non troverà rimpiazzo. Attenzione e grazia per noi e per gli altri, per le cose viventi e per quelle inanimate. Pietà per la fragilità comune, per la luce tenue che insegna, e per gli abbagli in cui si disimpara.

-Ogni mattina, mi rendo conto che non accade niente di diverso. Ma se mi sveglio credendo in qualcosa, qualcosa di nuovo è già accaduto. Una pioggia breve lascia in strada un odore di bruchi a spasso sulle insalate.
In un’edicola votiva, l’immagine del dono non aspetta gratitudine né ricompensa.
Di sera, si sta bene in compagnia del cielo chiaro e di passi calmi.
Stupida, unisco le cose per tenerle insieme, quando a lasciarle sciolte scelgono loro con chi fidanzarsi, e i loro amori sono durevoli.

-Cerco un percorso senza sviluppo di cose, con muri privi di conseguenze e ganci senza presa.
In agenda oggi: tenerezza per lo sbando e per la mano che non tiene.
Mi vesto comoda e non mi affretto: le azioni sono un pane che deve bastare per giorni.
Non mi curo né di piacere né che gli altri mi piacciano: non rincontrerò nessuno di questi luoghi e di queste persone, e in questo è la forza del nostro sodalizio.

-Per la stesura di questa mia vita si ringraziano: la paura maestra di misura, i tratti ciechi delle interruzioni, il tono perentorio delle incertezze, la banalità che ha deposto sempre a favore delle cose, la pena struggente per le ombre del corpo.

-Ansia per il tempo che non basta, e un minuto dopo ecco baratri di ore vuote.
Strategia dell’odio, poi uno sguardo dolce scioglie la rappresaglia.
Esiste un accanimento ridicolo nelle nostre faccende, tanto è breve la distanza tra l’occhio e la cosa osservata. Nei disegni della vita – simili alla forma degli stormi in volo – ci sono progetti chiari per ciascuno. Respirare con calma, esserci e aspettare con fiducia. Rigare dritto ogni giorno, pregando di riuscire a fare un poco di bene. Lavorare con tenacia, restando umili e di poche parole. Imparare soprattutto ad amare, più che pretendere di essere amati, è già una grande rivoluzione.

-Si pensa che un pittore sia un perdigiorno. Ne è sicuro chi lo vede in giro per le strade o per i campi, ad ogni ora del giorno e della sera. Il pittore è invece uno che si occupa del tempo libero a tempo pieno. È questo il suo mestiere: andare lento e osservare a lungo. Il pittore si esercita in questo modo a fare amicizia con le cose esistenti, disimparando i giudizi e le separazioni cui lo stare vicini comporta. Solo così, una volta dipinte si lasciano amare. Meglio passare loro accanto e salutarle, senza niente ignorare, e nulla tralasciare.

-Ora bisogna che tutto nasca. L’oratoria del paesaggio aveva dettagli descritti dalla punta di un pennello narciso. Lo sguardo non aveva guardato. Immobile su una scena così cesellata, si chiedeva: ‘E allora?’
Primo germoglio, erba materna, tronco padre; mi dite adesso che bisogna togliere, affinché il frutto sia pieno. “Hai perso qualcosa? No. Ciò che è caduto dava peso inutile al braccio che ti offriva l’entelechia”. Sottrarre parole, ridurre le pause. Dopo aver dipinto le cose, lasciare che una folata di maestrale le sciolga, restituendole alla completezza del creato. Degli uomini, viene detta in questo modo meglio l’ombra di ciò che furono e che vorrebbero diventare. Le case ci ospitano e ci salutano, le montagne evaporano. Le strade vanno come scie di astri; qualcosa di nuovo nella sostanza della terra, su cui passando non restiamo.

-Sono triste per la disponibilità del corpo a perdersi, e del silenzio che a ogni parola ci rivolgiamo.
Sono felice per il biancoscuro del mondo, e per come lieve permane l’impermanenza.
Il tempo che passa è tutto ciò che resta.

-Guardando una serie di immagini di corpi nudi, rifletto sul tema del corpo. Di certo resta questo: i puntelli ideologici sull’argomento funzionano solo se il corpo è in odore di crollo. Ma se il corpo è bellezza, l’intelletto soccombe al desiderio che, quando la bellezza è al suo stadio più elevato, dimentica l’eros carnale, per farsi panacea, amor mundi, spiritualità e trascendenza della forma, in un perfetto, fragilissimo stato di grazia.

-Bisogna aprire molti occhi negli occhi prima di vedere. L’opera è buona se coglie ciò che resta del transitorio. A quel punto, si alza in piedi e parla di voce propria. L’artista che si lascia alle spalle è una buccia sputata, un forno spento. Un’opera non deve andare d’accordo col colore delle tappezzerie o con lo stile dei mobili. Un’opera dice sì e no, dice passa più tardi, entra, vattene. Un quadro non deve far star bene: se ci inquieta non si sarà sbagliato, perché lui sa bene che la vita si racconta meglio nell’indicibile e nell’irrimediabile, soprattutto nel difetto, che rifinisce la perfezione.

-Splendida giornata di primavera, con fiori sugli alberi e scirocco iridescente; per stupide ragioni sono rimasta al chiuso, indecisa se venire a te o restare. Poi di sera te ne sei andata, e io mi sono sentita come chi non è andata a salutare il poeta che vive da solo nella casa accanto.

-La vita è una pala data a inizio viaggio per scavarti la fossa, ma con cui puoi anche piantare alberi. Guardando i germogli, dimentico volentieri un torto subito. Negli orti, osservo la fuga ordinata dei solchi, le gambe bianche delle betulle. Nel fumo dei campi vivo il tempo importante delle radici. Imparo la vita nell’estraneità di chi mi passa accanto. Mio è solo ciò che non mi appartiene: l’aria spostata dagli uccelli, una traccia di gesso sul muro, una parola senza messaggio.

-A marzo, gli uccelli cantano la sacra immanenza del mondo, insieme a cose e persone che credevo perdute. Ritrovo la pazienza del bruco e della pietra, le braccia aperte dei fiumi, l’eleganza dei serpenti, l’imprevedibilità dei germogli. Un’ignoranza selvatica mi insegna il desiderio senza scopo. Capisco quello che posso comprendere e ciò che non mi è dato chiedere. Vieni vita, a ricordarmi il passo fermo nel ricominciare, il sangue che trova l’alveo anche senza vena, il frutto nuovo che giace accanto al morto, senza pena. È una trascendenza orizzontale quella che chiede di cercare l’altezza intorno, e di raccogliere le cose offerte dal cammino, scoprendo tra loro misteriose concordanze. Perdo la forma e il nome, la coscienza di esserci e la speranza di diventare. Di sera, nel fumo dei campi vivo il tempo importante delle radici. Penso al tempo e me ne dimentico. Il mondo è grande, il mondo è breve.

-Come descrivere la gioia che si prova a essere nella luce del giorno? Ode al miracolo della vita, che ricomincia sempre nuovo da miliardi di anni.  Molte cose e persone se ne sono andate. Noi le crediamo immense nel nostro dolore. Sono piccole, invece, nella potenza della vita, che maestosa ci chiede ogni giorno: “Hai capito?”. Noi rispondiamo di sì, ma non abbiamo capito.

-Il pennello sulla tela fa il verso del vento nel cespuglio e del piccolo animale che scava.
Azzurro parlante dell’ombra, sporco necessario, nero rauco delle cose in transito. Infine, il verde del bosco mi dice dove andare.
La mia casa, le persone e le cose diventano l’essere per strada, dove in ogni direzione traccio assenze di meta. Cerco una forma che realizzi la nostalgia dell’immagine, raccontando della presenza sospensione e impossibilità. Lascio emigrare. Perdono le discese, le smussature, i graffi e le mancanze, accogliendo con letizia soprattutto la pena: acqua alle radici, luce sempre accesa.

-Piove un grigio fatto di bianco, giallo di cromo chiaro, una punta di nero di Marte, blu di Delft e terra d’ombra bruciata.
Bianco, blu di Prussia, bruno Van Dyck, marrone d’ocra rosato, verde di cromo chiaro: di ogni volto, strada e paesaggio, questi cinque colori raccontano la violenza e il rumore a furia di silenzio, restituendo il calore che prepara il travaglio e la pace che segue il parto; la dolcezza autunnale di certe malinconie, la speranza disperata in fondo a ogni cosa.

-Tra tutte le forme di distacco, la morte è l’unica separazione non consensuale. Per questo, un quadro che la rappresenti (ogni pittura di immagine è forse un discorso sulla morte) richiede l’energia della lotta e i guizzi veloci di chi salta per vincere il buio. Solo lontano dal dettato delle forme le opere raccontano la storia misteriosa delle cose.
Dopo mesi di lavoro, distruggo la maggior parte dei quadri dipinti. I quadri sbagliati tacciono a voce alta: li sento non respirare più, non muoversi da sopra il cavalletto. A quel punto, è meglio lasciarli andare, perché è spesso dall’errore che fermentano le opere che restano. Dopo la devastazione, le giornate si riempiono di un vento che trasforma i cieli, lo sguardo degli animali, le mani degli uomini.

-Che grettezza aspettarmi un pubblico. Raggiro l’autoritratto, mi frugo, mi devasto, perdo la pace nello scavo di domande solo andata, e non faccio un piacere a nessuno.
Perché si crea, perché si cerca ascolto? Banalità del vero, verità del banale: per la paura di scomparire e di non riapparire da nessuna parte; per la gioia breve di aver spostato il silenzio un poco più in là.

-La pienezza del mattino mi restituisce a una gioia disumana. Le cose presenti diventano mani piene e porti sicuri. L’occhio va al paesaggio: non esiste nessun luogo in cui possa dire con altrettanta certezza di esserci già stata. Come il vento sposta i semi, il pennello porta il colore dove serve e lo toglie dov’è troppo. Edificare e poi salpare, accompagnando il frutto come solo l’incurante bellezza del creato sa fare. Un’ignoranza selvatica mi insegna il desiderio senza scopo. Niente di utile e niente che non serva. Tocco perfetto dell’esserci, pienissima e vuota, pianissimo.

-Le cose è meglio affidarle al tempo misterioso e sempre esatto del loro accadere. Quando arriverà il momento, non ci saranno bivi. Il mio verrà reso, il rotto sostituito.
Quadri in bilico: il modo giusto per completarli è darsi ad altro. Se sono buoni somiglieranno alle madri d’Africa, che giunto il tempo si inginocchiano e partoriscono per terra.

-Quadri semplici, di un’originalità vigorosa e appartata: così vorrei fossero i miei. Il mio corpo non sarebbe più dolore di carne, ma tepore di pane, belva immune da cattura.
Dipingo il cielo di luglio, le città riassunte in una striscia di bianco increspato, la brezza tra pini e cipressi, l’odore del mare sulle pietre, le ombre azzurre dei passanti sulla calce dei muri. I colori prendono una strada tutta loro nell’impasto della tavolozza. Come sempre nella vita, le cose migliori riescono se si assecondano le curve, perché qualcosa di buono c’è sempre: nella polvere che vola, nelle file agli sportelli, nel sonno che non caglia, nel treno già passato.

-Dio ha affidato a ciascuno un piccolo mondo fatto di persone, di alberi, di animali, di oggetti e di idee. Il nostro compito durante la vita è di prendercene cura. Guardando cose e persone mi sembra di osservare una convulsa colonia di microbi. Ma se mi fermo a dipingere un quadro, posso vederle dal loro interno, imparando ad amarle, a comprenderle e a desiderarle. Ecco allora una gioia senza ragioni, che fa di ogni peso polvere lieve, parte di un eros che dà il rosso alle ciliegie e al vento il brusio del fuoco; un eros di erba calda, di acqua che scivola su sassi rotondi.

Rigor mortis
Ho distrutto un paesaggio che raffigurava una strada bianca, un muro, un albero e una montagna. Era tutto perfetto nell’identità delle tinte e nella fedeltà delle forme. Eppure, qualcosa rendeva la scena sorda. Quello che è successo dopo me ne ha spiegato il motivo. Sul muro del bagno era posato un piccolo insetto, fermo così a lungo che a un certo punto ho soffiato per vedere se fosse vivo. È caduto galleggiando in aria, prima di finire a terra. Verosimilmente vivo, era da tempo morto.

-I bruni di novembre sono i fondali oceanici da cui si prega ogni notte di risalire; bruni pensierosi a cui i colori delle case vogliono somigliare, per sentirsi più amate dagli uomini.
Non esiste peccato più stupido per un pittore che tornare a casa e, preso dall’emozione di ciò che ha visto, mettersi a dipingere il paesaggio. Il quadro dirà poco del momento in cui un uomo si è trovato nel mistero delle forme, e non aiuterà chi guarderà il dipinto a illudersi di esserci mai stato.
Certi momenti vanno vissuti in prima persona e senza testimoni. Bisogna sentire il dolore della bellezza nemica di ogni racconto, ritrovando una a una le cose che non si potranno dire mai.

-Dipingendo più quadri contemporaneamente, lascio libere le mani di capire cosa vogliono. Capisco chi sono io, quella che ignoro e che cerco di incontrare. Infine, scopro quale dipinto aveva ossa e muscoli, e quale era una luce accesa senza scopo. Sarebbe meglio fare con la forma come con chi non si ama più: convocarla per un ultimo appuntamento per spiegarsi con calma, e se fa orecchie da mercante, dirle chiaro e tondo che è finita. Se neanche questo basta, andarsene in giro per i campi, dov’è scritta ogni cosa.

-Non ho mai incontrato in carne e ossa le persone che ho stimato di più, come i grandi filosofi, gli artisti, i poeti, i pensatori: benefattori di varia natura, che mi hanno accompagnata nella crescita, educandomi al rispetto e alla fiducia nell’uomo.
Nella vita di ogni giorno, di persone straordinarie non ne ricordo. Sono state certo brave persone, come si usa dire, ma più simili a pianure o a strade in discesa che a salite avvincenti. Attraverso di loro, però, ogni legame mi ha insegnato che cose e persone si amano con più tenerezza per le loro incrinature, per le loro mani tese, per il loro passo zoppo.

-Il mondo è pieno di creazioni meravigliose e di azioni importanti, meno di gente capace di accorgersene. Un artista aveva esposto nella sua bottega un omino di legno, davanti al quale non si è fermato nessuno. L’omino, però, non sembrava triste per tanta indifferenza. Così ho pensato che gli oggetti, di certo dotati di una loro vita misteriosa, scelgono da chi vogliono essere amati. Se tanti non si accorgono di loro è perché sono loro a non vedere noi, e a non volerci incontrare.

-Se chiedi alla vita: “Perché?”, ti risponderà: “Perché sì”, risposta non meno insoddisfacente di quella che ti darebbe la morte. Meglio allora il fondo del cratere, l’odore presago delle zolle. Meglio scavare, intravedendo un rigo di luce sull’orlo del fosso. Da quanta ombra l’immagine viene fuori, da quanto spessore di nero, da quanta fatica di scalata e ricaduta; solo questo conta.

-L’artista è un operatore umanitario socialmente utile: falso. Ogni artista non si occupa che di se stesso; ogni sua opera non è che un tentativo di sbarazzarsi di sé, dei suoi aspetti migliori come dei più esecrabili. Che poi questo svuotamento possa essere utile a qualcun altro è un effetto collaterale, a volte addirittura imprevisto. L’unica differenza tra l’uomo comune e un artista è che l’artista sa assumersi un impegno costante verso le profondità del proprio baratro.

-Della presenza umana in un quadro di paesaggio si può fare a meno. Il corpo dell’uomo è la bozza di qualcosa che ha urtato uno spigolo. La natura lo batterà sempre, lasciandolo solo con le zavorre millenarie della sua presunzione e della sua irresolutezza.

-Un amico artista che andando all’estero ce l’ha fatta, adesso un poco si lamenta. Dice che al riparo si sente in pericolo, che la voce per gridare gli esce in falsetto, che i pennelli sulla tela se ne vanno come automobili col pilota automatico.
Ma io gliel’avevo detto che la sicurezza può nuocere all’animo degli artisti, che si nutre invece di ponti traballanti, di pietre sconnesse, di tremori di miraggio.

-Bisognerebbe sempre temere la compiutezza come lo stadio della forma più prossimo alla morte.
Dio ci salvi dai difetti della perfezione, che ci priva della nostalgia di ciò che la perfezione avrebbe potuto dirci, se solo fosse stata meno perfetta.

Ascese rovinose
Chi ha raggiunto il successo è uno che risale la foiba, usando come appoggio per il suo piede ora la testa di chi cerca di salire dal basso, ora quella di chi è già morto.
Bisognerebbe invece restare sempre un poco nell’ansia della riuscita, giacere sul fondo del vulcano, correre inseguiti dal buio, tenere i piedi saldi nella pietra della salita e i muscoli tesi nella paura di cadere. Soprattutto, ci si dovrebbe fermare sempre esattamente un passo prima della vetta, per evitare – una volta arrivati in cima – di recitare a memoria ogni mossa, senza più il vuoto nelle vene in cui passava la luce.

-Preparo un dolce a forma di luna. Non scaccio la pigra mosca di novembre sul pane. La tela vuota sul cavalletto ulula come il maestrale in cima alla montagna. Dopo, puntati i quadri che devono morire, ecco finalmente la pioggia dopo l’afa di agosto. La pittura non vive di avanzi o di parentesi. La febbre dell’attenzione chiede incontri, diversità, avversità. Non tollera appartenenze strette, né permanenze troppo lunghe. Nel buio fermo delle cose, i pensieri sono pesci che annegano in aria. Ma quando entra l’arte nella vita, il tempo si alza nella sua pienezza di mondi possibili. In certi stati di grazia può addirittura capitare di trovare una fiducia nell’orizzonte che vale più di un amore, e più di una fede.

-Vengo in questo prato a ringraziare per il popolo dei passeri che chiacchiera tra i rami, e per il piccolo insetto posato sul mio foglio. Bentrovati incenso dei campi, criniere di fontane scomposte dal vento, pino, montagna estinta nell’aria lenta della stagione, camion rosso e blu lungo la strada, fossi e cavolaie.
Al tramonto, risplendono colline color perdono e color addio. Nelle ombre, suonano Beethoven e Rachmaninoff; a nord il pianoforte di Satie. Nella tinta delle vette, il rosa di Napoli e il blu-verde ftalo riposano in un impasto pacato e lieto. Sorvolando il mondo, scopro un respiro senza ritorno al punto di partenza. Com’è breve il tragitto di un solo abbraccio. Com’è imperfetto l’amore che dice: “Il tuo per me, il mio per te, e basta”.

-È un autunno serio quello di paese. Il bruno della terra, l’incandescenza dell’asfalto, il cromo chiaro dei prati e le cose nel taglio di luce, sono respiri senza ritorno al punto di partenza.
Per dipingere la natura, bisogna essere rimasti dentro il paesaggio, scavando con le ciglia nel terreno. Scomparsi i segni del transitorio, non restano che il colore del cielo, la calligrafia dei monti, il vapore degli alberi, forse una strada. Il paesaggio mette radici nel sangue come la lingua degli avi. Bisogna combattere le miserie della compiutezza, esonerando dall’ambizione dell’approdo. La pittura deve accompagnare alla scoperta di quello che non si vede per eccesso di presenza, parlando di un incontro possibile solo se si abbandonano le pretese della trama. Più che le forme piene, deve descrivere gli spazi vuoti, considerando l’intervallo come evento concreto.
-A vent’anni anni, dipingevo con l’ostinazione di chi ha una grande idea del mondo. Oggi dipingo in bilico, prima di spiccare il salto nel vuoto. L’ansia che mi accarezza è una tenda con l’orlo in fiamme. Con me, un dolore di vene aperte e di unghie troppo corte. Luminoso nuota il mondo nel mio sangue, verde montante, inarginabile mare.

-Imparando la lentezza divento nomade, senza affanno né incertezza. Ore importanti, più scomode di alberi. Che limpida pace ai confini del buio, dove passano notti più soleggiate del giorno.
Molti sono morti nel modo più atroce, capolavori sono stati creati e nessuno li ha mai visti, ma il mandorlo ad aprile sboccerà a prescindere. Una belva ha abbandonato il figlio imperfetto, due amanti si sono ritrovati sfiorandosi le dita, le vespe che ti preoccupavano sbattevano le ali per rinfrescare l’aria intorno al loro nido.
Nessuno si curerà di me e niente mi sarà inutile.

-L’ora lenta bruca dalle mie mani: mani migranti, remiganti primarie.
507 uccelli su un albero. Aria nuova dopo le piogge notturne, mandrie.
Anch’io sono frutto, luce e lentezza nel campo.
Poi, a suo tempo, morto accanto al nuovo, senza pena.

-D’estate mi alzo presto la mattina, perché senza essere stata nell’alba, non mi sento degna di iniziare un quadro. È un momento battesimale, che mi pulisce dalle ore ruminate nella notte e da tutte le paure. Se nei campi c’è un uomo che lavora, è silenzioso e quasi non somiglia a un uomo. Se arriva l’eco di qualcosa che accade lontano è il vento, che passando sulle cose le guarisce con cura. Dura poco quest’ora, in cui ritrovo le persone perdute e l’amore per quelle presenti, la misteriosa potenza dell’inintelligibile, il respiro solenne di caos e cosmo.
Poi iniziano i suoni degli uomini, e quello è il momento di mettersi a lavorare.

-Dell’arte contemporanea ho una visione messa a fuoco in vent’anni di attività, frequentazioni, osservazioni e studi. Vengo da una formazione classica, dove per classico intendo non solo un determinato tipo di tecnica pittorica, ma armonia, visione delle cose in base a un sentire archetipico condiviso. Il mio tempo ribadisce invece l’insanabilità dei conflitti, l’impossibilità di ogni equilibrio, sottoscrivendo patti di fedeltà piuttosto con ciò che manca, che resta in bilico, incapace sia di individualità che di interdipendenza. Alle opere classiche, che proponevano un accordo tra uomo e Dio, e tra natura e storia, sono subentrati linguaggi variegati che hanno, però, tutti una cosa in comune: la necessità di cogliere la contingenza, l’incalcolabile come parte del calcolo, il caos come grammatica di base. Il non importa cosa assume una dimensione di senso assoluto. L’opera è ciò che accade e che si lascia accadere. Qualunque sia il soggetto scelto, l’artista non rappresenterà mai ciò che è senza dire insieme tutto ciò che non sarà mai. Anche l’arte contemporanea considera se stessa partendo da questa impossibilità; l’unica dimensione dalla quale scaturisce di fatto ogni affascinante possibile.

Progressi regressivi
Troppa arte mi pare fatta di opere sciatte e arroganti, senza alcuna responsabilità né estetica né metafisica. Qualcuno sostiene che si è contemporanei nella misura in cui si è sensibili all’irrimediabilità del frammento. Ma se l’arte maiuscola abita il frammento perché al frammento è faticosamente approdata, l’arte minuscola al frammento si arrende perché altrove non è riuscita ad andare. Magro traguardo di chi, persa ogni capacità di trascendenza, si riduce al compiacimento delle proprie tare.

Foto: Michele Rinaldi

 

Cosa mi rende felice

cirigliano-agosto-09-22

Cambiare saponi e shampoo per nuovi profumi sulla pelle.
Iniziare un libro nuovo, respirando tra le pagine il profumo della carta appena stampata.
Leggere sul viso di una persona cara l’espressione che illumina gli occhi, dopo una paura
Il saluto gentile che ti porge lo sconosciuto in un Paese straniero.
Trovare i disegni di quand’ero bambina, e scoprire che dopo anni riempirei con gli stessi colori i prati e i cieli, il volo degli uccelli, la forma delle case.
Ricevere la visita di qualcuno in cui avevo creduto, e capire che anche questo ha un senso nel cratere degli amori
Il fumo del cerino appena spento.
L’acqua calda sulle mani.
L’ardore e la calma dei treni vuoti.
Il suono di pioggia della verdura che cuoce.
Baci piccolissimi e fitti, senza lingua.

È incomprensibile la tristezza per le cose che iniziano e finiscono, considerando che non c’è altra regola nella vita. Tutto nasce in un momento di pienezza. Poi il passo si fa calmo e arriva il silenzio, in cui brillano misteriose tutte le cose.

 

LA VITA SPIATA

La vita spiata cop

Amici, pubblico di seguito la premessa del mio libro LA VITA SPIATA, edito da Magenes Editoriale, Milano, introdotto da un pensiero di Pino Aprile. Chi di voi fosse interessato ad acquistare il libro, può effettuare l’ordine on line su IBS, AMAZON, LIBRERIA UNIVERSITARIA , o presso la vostra libreria di fiducia. Grazie a tutti voi.

‘Da queste parti i passaggi a livello si chiudono con largo anticipo e si riaprono con comodo, e nell’attesa non ci sono motori accesi, ma lucertole che riposano, cicale che brillano.
A mezzogiorno, sulle panchine davanti al Comune, i corpi dei vecchi assumono la posizione di quelli che si vedono al telegiornale dopo una strage.
Mi sono laureata per fare contenti i miei genitori, ma mi sono sempre guadagnata da vivere dipingendo e creando oggetti piuttosto inutili. Ho tre amiche e nessun amico. La mia vita sociale è prossima allo zero. Una paura strana scompagina ogni mia intenzione, paura del minuto prossimo come degli anni a venire. L’angoscia di non riuscire a fare tutto quello che devo non si placa neanche davanti alla rivelazione quotidiana di non avere niente da fare. Mi lamento di tutte le cose che si potrebbero fare e che non si fanno, ma io per prima faccio schifo: non mi interesso di niente, credo poco in ogni cosa, non voglio partecipare, sto bene solo assente o defilata. Cosa deve cambiare? Non saprei nemmeno da dove iniziare. Le mie amiche, però, hanno capito da dove finire: esattamente da qui. Due di loro si sono trasferite a Londra, dove, dopo tre mesi di colloqui, sono state assunte a tempo indeterminato. Cos’hanno lasciato? Una era giornalista, pagata con un rimborso spese che non le bastava nemmeno per la benzina, l’altra era ricercatrice all’università “a gratis”. Il loro unico rimpianto? Non essersene andate prima.
Nel mio paese quello dell’artista è un hobby che alimenta pittoresche leggende popolari. Per le amiche rimaste con me nel cratere, la mia è follia. Io infatti sarei dovuta essere la prima a scappare, ma proprio non ce la faccio a trasferirmi a Londra, a Berlino o a Tokyo, a imparare un’altra lingua, a lavorare in un bar fino a tardi, io che alle nove di sera vado a dormire e che ho tutte le fisime di una vecchia zitella. Anche perché, tutto sommato, io qui non sto poi così male. Intorno a me, montagne a est e colline a ovest; un paesaggio che mi ha insegnato negli anni il buono del limite, maestro di pazienza e di misura. Sto bene perché non mi illudo. Certo, pesano gli strascichi dell’assistenzialismo, l’opportunismo delle combriccole politiche, gli scempi perpetrati ai danni del paesaggio da vecchi abusi e da nuovi condoni, la bancarotta intellettuale, la paccottiglia degli ignavi e dei disfattisti, falsità, cattivo gusto, pettegolezzi e pregiudizi. Ma questi sono i contro della provincia, di ogni provincia.
Una volta ho provato ad andarmene, e ho fallito. A Milano, al mio primo appuntamento di lavoro, ho litigato con l’assistente del titolare, un pugliese trapiantato che si mangiava le unghie e che si vergognava di sua madre, perché quando saliva a trovarlo viaggiava con una borsa piena di marmellate e teglie di pasta al forno che poi, appena arrivata, scartava orgogliosa davanti a chiunque si trovasse in casa.
Meglio il mio cratere. Sono passati diciassette anni. Quando esco in strada, la gente si chiede se ho messo la testa a posto, se porto le mutande, se sono fedele al mio compagno, com’è la mia casa, se mi drogo, se bevo, perché una pittrice che non si droga e non beve che artista è?
Qui la gente si accende per poco, e ti fa sentire importante per niente. Ti fa visita per accertarsi che vada tutto bene. Sa gioire come si deve, e cioè senza farsi tante domande. Altre volte, invece, la semplicità diventa dabbenaggine, nella corsa alla mediocrità della sopravvivenza.
Il circo della provincia mi intenerisce, mi affascina e mi diverte; è uno dei motivi per cui sono rimasta.
Le città sono pomate profumate sopra ferite che non si rimargineranno. I paesi di provincia invece sono onesti, perché le loro ferite le lasciano all’aria aperta ad asciugare, o a compiacersi del fatto che non guariranno. Non me ne sono andata anche perché viaggiando ho capito che il mondo si somiglia dappertutto. Di certo, però, se fossi rimasta a Milano non avrei incontrato la piccola piazza di S. Felice. Mi siedo sulla panchina davanti alla lapide in memoria dei caduti dell’ultima guerra. L’olmo al centro della piazza diventa in primavera la cattedrale di insetti e piccoli fiori. Vengo a scrivere, solida come la sponda di un letto che raccoglie i colpi della vita, vita che dormendo si rivolta, vita che azzanna, quando il mio amore per le cose diventa amico dell’errore.
Anche oggi viene a trovarmi una signora che ha perso il figlio da poco. Non ce la fa a rialzarsi, così per distrarsi si è messa a dipingere. Chiede un consiglio sull’ultimo quadro, di solito il ritratto del figlio, che non riesce a finire. Mentre mi ringrazia, la vedo armeggiare con le mani nella borsa, da cui caccia infine un pan di Spagna ancora caldo fatto apposta per me; non una fetta, ma un dolce intero, solo perché l’ho ascoltata un poco. Sono questi piccoli episodi, vasti silenzi e la paura di non farcela a darmi la spinta per un salto ancora. Ogni giorno mi dico: “Non chiuderti, conserva una mente curiosa, la capacità di amare l’esistenza col suo carico di povertà, varietà e bellezza”. Quando il salto arriva, la vita va come un vento portato dall’urgenza del suo racconto. Ho tempo, ne ho molto in questo vivere nel poco, cercando sempre quello che è già mio, nella certezza di esistere che avrei se solo io ci fossi.’

 

Pandolina

Con oggi, fanno dieci giorni che convivo con una mosca entrata di soppiatto una domenica di pioggia, mentre chiudevo la finestra. Di solito le mosche le stordisco con un panno e, vive, le ricaccio all’aperto. È inutile ucciderle, perché muoiono anche da sole: d’ infarto, di fame, di vecchiaia, non lo so. Ma visto che prima o poi spariscono, non vedo perché eliminare questa, a cui ho anche dato un nome: Pandolina. Il primo giorno mi sono accorta che veniva attirata dalle briciole della colazione. Pandolina con un granello di zucchero; mi sono chiesta: ‘Perché schiacciarla? Non sente anche lei paura e dolore?’ La sua fuga il primo giorno mentre cercavo di stordirla, non era degna di pietà, e non meno disperata di quella di un innocente inseguito dal cecchino? Se fosse rimasta moribonda o mutilata, chi sarebbe accorso a salvarla? Io chiamerei la vicina, un’autoambulanza, ma lei? Devo cura e pazienza anche a Pandolina, che quando i primi giorni l’avvicinavo con lo straccio, forse si accorgeva che stava per morire, perché volava alla rinfusa, senza capire a chi mai potesse dare fastidio il suo piccolo essere al mondo.
È lunedì, sono le due del pomeriggio, e come al solito non ho niente da fare. Prendo il libro e mi porto accanto al vetro. Pandolina compie un tragitto lento e preciso da un capo all’altro del vuoto. Della sua specie, in casa c’è solo il ragno Jack e una decina di formiche. Non ha dunque con chi condividere il territorio, tentare un accoppiamento, imbastire una conversazione, litigare per i pasti. Schizza all’inseguimento di qualcosa d’invisibile, poi salta sul promontorio del mio ginocchio, in cima alle pagine del libro aperto.
Passano le ore e i giorni. La vita di Pandolina è elementare: vola, mangia, si nasconde, si palesa, scompare e riappare. Stamattina mi sono alzata alla solita ora. L’orologio si è fermato alle 4,38 del mattino. Di Pandolina nessuna traccia. Alle undici comincio il mio giro per la casa. Ed ecco Pandolina, immobile come un pallino di lana ai piedi del balcone. Pandolina è morta. Sono triste, di una tristezza accurata e profonda.
Ne danno il triste annunzio le briciole del mattino, il sugo sull’orlo del piatto, il lino della tenda, i vetri, gli specchi e le pareti tutte; la punta del naso, il mio ginocchio, e l’amico Dostoevskij, che a lei, non a me, aveva confidato i suoi Ricordi del sottosuolo.

 

Della vita tra gli altri

Ho condotto per anni una vita distante dalla gente. E’ venuto poi un momento in cui il lavoro mi ha convinta ad apparire e ad esserci, perché è pure vero che starsene sempre in solitudine è come suonare una chitarra imbottita di stracci. Ma ho presto concluso che tra gli altri, otto volte su dieci le cose che sorprendono vengono miseramente sconfitte da quelle che disgustano. Solo chiasso e messe in scena, in uno straripante sperpero di non senso.
Ho certo incontrato persone sensibili, vocate al rapporto col prossimo, di fine intelletto e cultura; e dove mancava la cultura splendeva un animo limpido e generoso. Rare eccezioni purtroppo, troppo rare per condonare l’immagine dell’umanità che mi sono trovata davanti.
Tra gli altri, ho capito innanzitutto l’importanza, se non della menzogna, almeno della bugia bianca, cioè di quel cauto omettere l’espressione compiuta del proprio pensiero.
Ho capito l’importanza del sorriso e di un aspetto fiero, che attirerà l’invidia dei mediocri, ma pure le energie positive del mondo.
Ho capito che gli altri mentono sempre e senza pudore; su ciò che posseggono, che fanno, che valgono. Credono in questo modo di sminuire l’interlocutore, spacciando per pregi e vantaggi il calco della loro mancanza, che però l’interlocutore attento stana, consapevole che chi più ha meno ostenta.
Ho capito che la gente è spesso fragile e sporca. Ognuno di noi è al mondo per non morire solo. All’essere umano si devono stupore, commozione e cura, e questo sentimento speciale fatto di dolore e speranza è il solo motivo per cui vale forse la pena amare. Ma quando si passa la misura, ecco l’individuo diventare una creatura goffa, che, come nelle fiere di paese in un dipinto fiammingo, passa la vita a sgomitare per un posto sugli altri, commerciando coi piaceri più grevi: vanità, lussuria, gozzoviglia, potere.
Molti si fingeranno dalla tua parte solo per carpire confidenze che andranno poi a sperperare, zavorrate inoltre da crudeli maldicenze. Amico, parente, conoscente o collega che sia, l’individuo brillante, intelligente, colto, simpatico e con un discreto successo nella vita, alla lunga dà fastidio e stanca. Nella vita di ogni giorno vincono il focolare e la caverna, i tori da monta e le giumente silenziose. Le verità dell’etologia infilzano impunite il loro vessillo sulle inutili lotte dell’evoluzione intellettuale. Meglio vivere a luci basse, affinché i mediocri e gli ignavi, ritrovando nelle tue lacune e sventure un poco di se stessi, traggano da queste la loro forza e il loro conforto.
Mi conosco bene, e so di me cose molto spiacevoli. Per questo passo la vita nella fatica e nella speranza di migliorarmi. Il mondo però non mi aiuta, invitandomi spesso a preferire la solitudine del mio studio e dei boschi alla compagnia della gente. La natura mi raccoglie e mi consola sempre. Seduta sotto gli alberi, sento di amare ogni cosa indistintamente, soprattutto gli esseri umani che così spesso mi causano amarezze e dolore. Poi torno a casa, e la fatica ricomincia.
A conti fatti devo ringraziare l’arte. Nella vita di ogni giorno, pensieri e azioni sono le convulsioni di un pesce che annega in aria. Ma quando entra l’arte nella vita, il tempo si alza nella sua pienezza di mondi possibili. In certi stati di grazia, capita di trovare una fiducia in ogni cosa e persona incontrata che vale più di un’amicizia, più di una fede, e persino più di un amore.

 

Vita da SGORBY: vivere in casa con un piccione libero

Dicembre 2016
Negli ultimi mesi, molti mi hanno chiesto se è davvero possibile convivere con un piccione libero in casa, e come si fa. La risposta è sì, e vi racconto come. Come in ogni rapporto d’affezione (umano o animale non fa differenza), è fondamentale l’imprinting. Sgorby è stato raccolto su un balcone, caduto dal nido a pochi giorni dalla nascita. Era un uccellino curioso assai, coperto da una peluria gialla, con zampe enormi e una testa da rapace preistorico. Incerta a quale specie di volatile appartenesse, e giacché bruttino, mia sorella che l’aveva trovato, pensò bene di chiamarlo SGORBY, nome cattivo ma simpatico, che perciò non gli abbiamo cambiato.
Non voglio essere patetica; chiunque abbia svezzato un animaletto sa quali sensazioni si provano nel nutrirlo e accudirlo, nel prendersene cura anche a costo di qualche sacrificio, che però, in virtù del legame reciproco che si crea, non costa in fondo alcuna fatica. Così Sgorby piano piano è cresciuto, sempre libero tra i miei spazi, le mie abitudini, le mie cose più care. La domanda che tutti mi hanno posto da subito è quanto sporca, abituati agli assembramenti di piccioni che deturpano edifici e monumenti. Vorrei far notare, tuttavia, che anche gli umani costretti in spazi risicati sporcano e trasmettono malattie, mentre singolarmente sono di solito individui puliti e del tutto innocui. Un piccione non fa differenza. Per loro natura, poi, gli uccelli sono creature che tengono molto alla cura di sé; del piumaggio, delle unghie e dell’igiene in generale. Il mio colombo si nutre esclusivamente di un misto di semi selezionati, e beve una quantità d’acqua inferiore ad un bicchierino da liquore. Per cui le sue deiezioni, certo molto frequenti e senza fissa dimora, somigliano a piccoli spumoncini compatti, che quasi non lasciano traccia, e che si raccolgono con uno strappo di carta igienica e Amuchina. Per il resto, un giornale posizionato sul pavimento e cambiato al mattino sotto la postazione su cui dorme, basta e avanza a tenere puliti sia lui che la casa. In totale, un colombo chiede al giorno non più di 20 minuti di cure, incluse le pulizie. È anche un animaletto estremamente economico: con 4 euro di semi mangia per mesi. È inoltre un uccello inodore, che al massimo lascia per casa qualche bellissima piuma grigia. Bastano infine, e a puro scopo preventivo, uno spry anti acaro e bagnetti regolari (acqua tiepida e un poco di aceto). Ed ecco che il tanto bistrattato piccione diventa un animaletto morbido, pulito e da baciare. Inoltre, il piccione è un uccello fedelissimo, abitudinario, affettuoso, simpatico, intelligente e molto curioso.
Oggi Sgorby ha 5 mesi, e questa che vi descrivo è la sua giornata tipo. Non so se per caso o per telepatia, si sveglia al mio stesso orario, più o meno alle 7, anche se dormiamo lui nel mio studio e io in camera mia. Salta giù dalla sedia, vola lungo il corridoio ed entra nella mia stanza, posando le zampette sul pavimento con passo cauto. Se vede che sto ancora dormendo aspetta ai piedi del letto, se mi vede sveglia salta su e aspetta che mi alzi, fissandomi con la sua testolina curiosa. Mentre faccio la doccia, eccolo volare sul bordo, a scrutarmi dall’alto. Se non vuole saltare si accuccia sulle pantofole, e aspetta che esca dalla cabina. La mattina Sgorby è come un’ombra: ovunque sono io lui vola, mi rincorre, salta sulle spalle o in testa, si arrampica sulla schiena. Devo sempre muovermi con attenzione per evitare di calpestarlo, tanto mi è vicino. Poi andiamo in cucina a fare colazione. Sulla tovaglia metto da un lato la mia tazza coi biscotti, dall’altra la ciotolina coi suoi semini. Finita la colazione, vado nello studio a lavorare. Di solito Sgorby si posa sullo schienale della mia sedia, e lì resta ad osservare ogni mio movimento. Altre volte salta sul tavolo a giocare coi pennelli e i rotoli di scotch. È pure capitato che sia volato di colpo sul quadro nel pieno di una velatura delicata, o di una stesura a corpo di colore. Ma, più che dispiacermi del quadro guastato, la mia preoccupazione è stata quella di pulirlo subito perché non ingerisse sostanze tossiche.
Sgorby è comunque un uccello, e dovrebbe essere libero all’aria aperta. Così gli ho fatto costruire una cassetta al balcone provvista di acqua e semi, per abituarlo all’autonomia. Sgorby, però, non cerca la libertà, ed è poco interessato all’aria aperta. Portato più volte in campagna per esercitarlo a volare, ha compiuto voli bassi e brevi, per finire su un ramo a curarsi il piumaggio. Al balcone va solo se costretto: resta rannicchiato in cima all’infisso, e lì resta immobile per ore. In casa, Sgorby è un animaletto talmente silenzioso che a volte me ne dimentico, salvo trovarlo adagiato sul divano a riposare tra i cuscini, o dietro le mie spalle, gonfio come un gufetto a dormire, con un occhio che apre ogni tanto per controllare che sto facendo. Altre volte passa il tempo a saltare e volare ovunque, o a beccare convulsamente alcune cose in particolare, come pluriball, pilucchi di lana sui maglioni, polistirolo, anfratti di muro e carte rumorose. Fidandosi degli umani, è socievole coi miei ospiti, di cui riconosce subito le predisposizioni. Se avverte ostilità becca o resta in disparte, se invece si sente gradito scherza coi lacci delle scarpe, salta sul braccio degli amici, innervosendosi se trascurato. Ma lì provvedo io, con dosi massicce di baci, che ha imparato a raccogliere prestando il corpo e la testolina, e ricambiando con tocchi delicati di becco sulle labbra e sul viso. Quando invece non gli vanno, becca o mi lancia piccoli schiaffi con le ali, che somigliano a precisissime mosse di karate. Sì, perché il colombino Sgorby ha un suo carattere, fatto di momenti sì e no, di dolcezze e repulsioni, di affezioni e paure, di dipendenze e straordinarie libertà.
Come tutti gli uccelli, preferisce le postazioni in alto; così ha da poco imparato a volare sopra gli armadi, ma ci resta poco. Basta infatti allontanarsi o spegnere la luce, ed eccolo scendere spaventato a rincorrermi. Quando esco, come dicevo, cerco di lasciarlo al balcone per abituarlo alle mie assenze. Ma Sgorby, pure a balcone chiuso ha imparato a riconoscere il mio passo tra le scale, sicché appena apro la porta lui è già ai piedi del vetro pronto ad entrare, col collo lungo come un cigno e gli occhi pieni di un’euforica gioia. Una volta dentro, cerca la sua posizione preferita, cioè lo schienale della mia poltrona da lavoro, dove inizia un rito che consiste nel ruotare su se stesso tubando. Io lo accarezzo, e lui si calma.

-Sgorby è un animaletto geloso, soprattutto degli uomini. Se in casa entra un maschio che non conosce, lo accoglie circospetto, salta sul tavolo, apre le ali come un sontuoso mantello di regina, e comincia a passeggiare in circolo sulla tovaglia, con passo perentorio e maestoso. Ogni tanto si ferma, e con un’altera zampetta sospesa a mezz’aria fissa l’intruso con sguardo severo. Allora io per tranquillizzarlo cerco di accarezzarlo. Ed ecco che le mie mani diventano per Sgorby qualcosa da difendere e proteggere. Ricoprendo le dita di dolci colpi di becco, gioca coi polpastrelli, abbassa le palpebre, strofina la testolina e il petto contro i palmi, poi abbassa il corpo e si lascia accarezzare, immobile e calmo.
Mia madre dice che sono stata iperprotettiva, e che ne ho fatto un piccione antropizzato, diversamente abile. A Sgorby però ho dato da subito la possibilità di vivere all’aperto e di scegliere la sua vita, ma lui ha deciso diversamente. Ogni animale ha la sua storia. Penso anche, a mia discolpa, che un esserino cresciuto in cattività non si possa paragonare a uno nato e cresciuto in natura. L’istinto vince sempre? Non credo. Se non so nuotare e mi buttassero in alto mare, non imparerei a nuotare per sopravvivere, ma morirei annegata.
Comunque, io ufficialmente lo amo, di un amore che spero dovrebbe sempre legare un uomo ad ogni creatura, e tutte le creature tra loro: senza linguaggio verbale, senza pretese di possesso, vocato al bene più puro ed alla dedizione più gioiosa. Non ho la più pallida idea di quale futuro attenda Sgorby. Spero solo che il suo sia un cammino lungo e sereno, e che io diventi una persona migliore insieme a lui.

-Sgorby non è un colombo, ma l’esperienza poetica più alta mai vissuta nella vita, la più tenera, la più luminosa. Lui vive e io ne sono stupefatta, perché mi chiedo ogni minuto da dove viene la luce dei suoi occhi, l’intelligenza della sua testolina che gli fa prendere decisioni imprevedibili; la forza delle sue zampette, la consistenza di pura seta del piumaggio, la potenza sorprendente con cui si libra a volte in volo sull’isolato. Io lo guardo da lontano e quasi non lo riconosco, e lo stimo immensamente, perché lui sa volare. Lui può, sfruttando le correnti, restando in bilico su appoggi precari, e da una distanza che a me pare enorme mi riconosce. Come un Boeing in fase di atterraggio apre i carrelli delle ruote, lo vedo cacciare le zampette dalle piume del petto, per posarsi fermo sulla ringhiera di casa. Così, da abitante dell’aria torna l’esserino trovato appena nato, con la luce nuda dello sguardo e la fragilità fiduciosa nella vita. Mi viene allora difficile ricordare che è un uccello capace di volare su spazi a me inaccessibili, su gente e case che non conosco. Ma è un uccello che torna. Qualcuno dice che questo legame è innaturale perché lui mi crede la sua colomba. Ma io penso a tutte le volte in cui abbiamo amato qualcuno nella vita credendo fosse quella la persona giusta per noi, e invece era solo l’amore che amavamo.

-‘Ogni volta che facciamo qualcosa con cura distruggiamo il male che è in noi.’ (Simone Weil)
Molti mi dicono che sono ridicola, che il mio amore per Sgorby è eccessivo, perché in fondo è solo un piccione. A questa osservazione vorrei rispondere che – anche grazie ad una visione di tipo animista dell’universo – per me Sgorby non è né solo un animale né tantomeno solo un piccione, ma una piccola, preziosa epifania di tutto quanto di puro e sorprendente rappresentano per me la natura e il sacro mistero della creazione: semplicità e pace, l’incapacità di pensare e di fare il male senza scopo, l’imprevedibilità e l’affidarsi cieco, e tanta bellezza. Poca intelligenza, dicono, ma impiegata meglio. Certo, anche un po’ di opportunismo, ma questo è parte di ogni vita.
Ogni giorno il mondo tracima di dolore e di esseri fragili, e il nostro è un potere piccolo che non salva. Eppure, prendersi cura anche di un singolo essere (umano o animale non importa) diventa uno dei modi in cui Dio consente a ciascuno, nello spazio breve del proprio abbraccio, di guarire un poco il male nostro e quello del mondo.

-Non avrei mai scelto di proposito di vivere con un animale, perché richiede attenzioni, cure e qualche sacrificio, perché si crea sempre un legame affettivo forte, a volte persino una dipendenza. È inoltre risaputo che per ogni giorno di amore che si vive, cade una moneta nel salvadanaio del dolore. Ma questo non è un buon motivo per non amare. Sgorby è capitato per caso nella mia vita, e io l’ho accolto con gioia. In questi mesi mi sono spesso sentita dire: ‘Saresti stata un’ottima madre’, o peggio: ‘Invece di perdere tempo con un piccione, perché non fai un figlio?’. Desidero quindi rispondere a queste domande. Per fortuna, tra le mie turbe mancano l’antropocentrismo affettivo e la coazione a ripetermi. Non sono madre per scelta, e a rimpianti zero. Ho invece sempre avuto un amore quasi mistico per tutti gli animali (inclusi insetti, topi e serpenti). La natura è fatta di una enorme varietà di esseri viventi differenti tra loro, e io penso che se quello tra umani è un dialogo tra creature della stessa specie, quello con un animale è un’esperienza straordinaria, di tipo quasi fantascientifico, per dirla sorridendo. Qui non funziona il linguaggio verbale, né le molteplici complicazioni psicanalitiche e sociali che corredano le relazioni tra esseri umani. Bisogna trovare altre strade, spingersi su territori differenti. Certo, si potrà obiettare che con un animale il rapporto si concluderà con un bilancio impari, perché un uomo avrà dato e fatto per un animale sempre più di quanto un animale potrà mai ricambiare. Ma pure questo è falso.
Noto a volte che la maggior parte di coloro che vivono da soli con uno o più animali sono persone che hanno sperimentato nella propria esperienza il fallimento assoluto coi propri simili, e che, stanchi di concedere una seconda chance all’immonda schiatta, hanno deciso di votarsi al rapporto esclusivo con un animale. Ora, io penso che finché c’è vita bisogna sempre dare fiducia e amore agli umani. Ma tante volte, aver scelto un animale non è né un ripiego né una scelta pigra, ma direi piuttosto un vero e proprio salto evolutivo, la vera forma di globalizzazione amorosa del futuro, verso un tipo di rapporto che raramente delude in termini di empatia, salute, gioia, intesa ed amor panico.

-Ai tempi dell’Università, incontrai un giorno un’amica che piangeva a dirotto, distrutta dal dolore. Quando le chiesi cosa fosse accaduto, rispose che le era morto il gatto. Io la trovai ridicola, perché per quanto si disperava ero certa le fosse morto un genitore, un fratello o una sorella. Solo adesso che c’è Sgorby capisco che sì, un animale è parte della tua famiglia primaria. È anzi per certi versi un affetto più felice, perché non conosce delusioni, insoddisfazioni e malintesi. Sgorby raccoglie e restituisce tutta la carica di tenerezza e cura di cui oggi sono capace.
Un disegno eseguito da mio padre anni prima della mia nascita raffigura un busto nudo di donna, dai tratti severi ma sorridenti, che tiene sulla spalla un uccello dalla lunga coda ricciuta. Fin da bambina ho amato gli uccelli: li dipingevo nei miei paesaggi, li raccontavo in scene di paradiso in cui non angeli, ma appunto uccelli di tutte le specie facevano da corona a un sole felice. Sognavo di avere un uccellino tutto mio, che non scappasse e che si lasciasse accarezzare. Una volta lo chiesi persino alla Befana. È probabile che nei misteriosi disegni della vita ogni cosa sia già stabilita. Di fatto adesso c’è Sgorby. Lo osservo a lungo: la sua non è una testolina, ma una vera e propria faccia, di cui riconosco ogni sentimento e desiderio: curiosità, cazzimma, risentimento, paura, tenerezza, noia, felicità, inquietudine, fame, sete, sonno. Vivendo insieme h24, abbiamo sviluppato un linguaggio nostro, e ci intendiamo alla perfezione. La sera resto spesso a guardare un film o dei documentari. Lui viene, si accoccola sulla coperta tra le mie gambe incrociate, e lì resta per ore, tubando sommessamente e chiedendo dolcezza. Mentre stringo il suo corpo, che così raccolto somiglia a un cuore snello e appuntito, rintana la faccina tra i miei palmi, beccando le dita come fossero la sua amata. Sgorby non mi stanca e non mi annoia. A dirla tutta, grazie a lui ho imparato ad operare ulteriori potature nelle mie frequentazioni. Ho imparato a capire quando ha veramente senso uscire, chi vale la pena frequentare e per quanto tempo. Il resto è pula da smaltire, per lasciare campo solo al nostro tenero amore splendido.

-Sgorby è femmina: il 24 gennaio 2017 ha concepito il suo primo uovo. Aveva trascorso i giorni precedenti cercando vicinanza e carezze tutto il giorno. Poi, l’altro ieri si è accovacciata su un cuscino, calma e silenziosa, e quando di sera sono andata a salutarla ho visto questa piccola cosa chiara, traslucida, perfettamente ovale, raccolta tra le piume del petto. Che meravigliosa tenerezza vederla accarezzare il suo uovo col becco, e poi le mie mani, come a chiedermi di prendermene cura, facendo la mia parte. L’uovo non è fecondato, ma lei non lo sa. Perciò lo cova, su un panno morbido accanto al tavolo su cui dipingo. Si gonfia e mi guarda, abbassando delicatamente la testolina come a dire: ‘Vieni”. Il modo in cui sta sul suo uovo ha tutta la fiducia, l’umiltà e la grazia con cui la contadina de L’Angelus di Millet prega la terra alla fine del giorno. C’è nella sua posa la stessa resa al volere della natura, che senza scuola l’ha preparata al suo compito. Mi avvicino, stendo il viso sul tavolo alla sua altezza, accosto il naso alla sua testolina. Il suo becco, posato accanto alle mie labbra, caccia un respiro sottilissimo e caldo. Anche io respiro tra le sue piume un profumo di animale puro, che sa solo d’aria e di semi. Le accarezzo le ali che vibrano appena, fin quando non si addormenta.

-Tra una testa di Madonna, un vaso di fango del Mali e un antico piatto contadino, la mia colomba raccoglie un raggio di sole che pare un’Annunciazione. Ha costruito il nido con piccole cose trovate in giro per casa. Con cieca fiducia nella vita, trova uno stuzzicadenti, lo tiene nel becco, vola per le stanze fino al nido, lo pone con cura ai lati delle uova, che spinge sotto le piume del petto. Mi avvicino, col respiro le riscaldo il corpo, dandole piccoli baci sulle ali e sul collo, che ricambia con lievi carezze appuntite. Quando mi allontano, gonfia le piume per prepararsi al sonno. Da una distanza di molti metri ci guardiamo negli occhi, ciascuna dai confini del proprio mondo; più intime, però, che tra uomo e uomo.

-Ai piedi del mio letto, adagiata su una piccola coperta militare, Sgorby cova ancora i suoi ovetti. La guardo commossa e piena di malinconia. Lei non sa che sono vuoti, non lo capisce, e perciò li cova per tutto il tempo, con la cura e la dolcezza dovute, e anche la violenza: se vede un nemico (la scopa, un piede estraneo) si gonfia e attacca. Il suo collo è già pieno del latte che dovrebbe nutrire i piccoli che non verranno. Spinge le uova sotto le piume del petto, accostandovi i rametti che ha trovato in giro per casa, e così trascorre i giorni, fissandomi quieta e a volte stupita. Io la accarezzo e la bacio, e non so che fare. Colombina diversamente abile, non ha mai incontrato il branco libero, la vita all’aperto. Se vede passare una rondine, si spaventa e scappa dentro casa. Adesso che c’è la bella stagione, la porto al balcone sperando che voli, magari tornando; purché si innamori, e faccia la sua vita da uccello. Ma non c’è verso. La natura per lei è la mia casa; lei mi ama teneramente come madre e come amante, e io sentitamente ricambio.

 

 

Della provincia

È difficile spiegare cos’è la provincia e che significa viverci, perché ogni provincia è diversa dall’altra, e perché un conto è se ci si è nati, un altro è se ci si è dovuti trasferire, o peggio ancora se ci si è dovuti tornare dopo aver vissuto altrove.
Io della mia provincia, quella irpina, ho un’idea molto chiara a cui un poco mi sono arresa, perché ho capito che in fondo la provincia – più che un posto periferico specifico – è innanzitutto una categoria dello spirito, i cui abitanti restano imbrigliati in una rete di solitudini e di relazioni mancate. Incapaci e non desiderosi di incontrarsi veramente, otto volte su dieci sono ignavi e disfattisti, per vocazione personale prima e sociale poi. Il mestiere che gli viene meglio è quello di stare a guardare ciò che gli altri fanno, ma soprattutto quello che gli altri sbagliano, per trovare nei fallimenti altrui il conforto alla propria pochezza. Se poi gli altri riescono, se ce la fanno, è guerra aperta. Curiosi soprattutto del futile e dell’indiscreto, possono parlare per giorni degli eventi più infimi, spesso inventati di sana pianta o esagerati dalla maldicenza, riciclando la notizia in mille salse, come si faceva in guerra con le bucce delle patate. Gli abitanti affetti da questa pericolosa malattia dell’anima non gioiscono dei successi di chi gli è amico o concittadino, ma ne traggono lo spunto per meschine distanze. La provincia è un universo sfocato privo di un centro, che non ha più un’identità né paesaggistica né urbana; che ha scarsi entusiasmi e poca memoria. E a nulla serve correre nelle città vicine che, rammollite da una fama sbiadita, sono diventate se possibile più provinciali della loro provincia.
Ma esiste anche tanta bellezza.
Ci sono dalle mie parti paesaggi solenni e paesi remoti, che curano coi loro alfabeti semplici. Ci sono abitanti che qui riescono a coltivare frutti faticosi, ma più saporiti di quelli cresciuti al sole scemo di una serra. Ci sono soprattutto poeti, scrittori e artisti, che la loro terra la raccontano con grazia, fervore e luce. Questa terra la conoscono bene; ne disperano a volte, ma le augurano ogni bene, e lo aiutano, questo bene, militando sul posto. Non se ne sono andati. Se vanno è per condividere la loro visione di questi luoghi nel mondo, ma poi tornano, per fare una comunità che, se non può smuovere le calcolate impotenze della politica, sa creare nuove mitologie, trasmettere opinioni che diventano progetti, anche attraverso azioni poetiche ad alto voltaggio. La poiesis diventa polis: un modo più gaio, e soprattutto più utile di vivere la pratica creativa.
A loro va tutta la mia stima, e la mia speranza.