Sette incubi

-Gioco a palla con mia madre. Il pallone cade in un canale che ci divide, tanto stretto che quasi non si vede, ma profondo e pieno d’acqua.

-Mio padre malato vive come una statua a mezzo busto su un piedistallo, nello scantinato dove tenevo la bicicletta da bambina. Entro in casa: non c’è nessuno. Mio padre è steso morto sul letto: il suo corpo è un tronco di sequoia carbonizzato. La bicicletta con cui giocavo mi è stata rubata. Diventata grande, ho comprato una macchina scintillante e molto costosa, di cui però non mi curo: la dimentico nei parcheggi e la struscio dove capita, soprattutto in certi vicoli, dove nemmeno a piedi si passa.

-Un uomo va a New York con sua madre. Appena arrivati si trovano in una strada popolare. Entrano nella casa di una parente, ma si accorgono che è diventata un ospedale pieno di vecchi lasciati morire come cani. La madre ha un malore. Un dottore le dice che deve ricoverarsi subito e che deve restare lì per sempre. La madre inizia a gridare, dicendo che le gira solo un poco la testa, che sta bene e che vuole andarsene subito, ma non c’è niente da fare. Il figlio si allontana. Quando torna, trova la madre nuda, seduta per terra in un angolo. L’uomo prende le valige che aveva posato per terra. Afferra in questo modo anche la madre, sollevandone il corpo. La madre guarda il figlio, roteando gli occhi come un bue appena macellato.

-Dobbiamo andare a una festa in paese. Partiamo io, mia madre, mio padre e le mie sorelle, ma mi accorgo che la casa dove sono nata è in fiamme, il paese è stato distrutto, la collina brucia, la strada che porta in piazza è diventata un torrente d’acqua nera, e tutti quelli che conoscevo sono morti sotto le macerie dei palazzi. Attraversando una serie di cunicoli sotterranei, dove si passa a stento come vermi, arriviamo in un cimitero in cui tutte le lapidi sono scavate nel sapone. È notte, piove; passeggiamo serenamente tenendoci per mano.

-È estate, mi trovo nella vecchia casa dei miei genitori. Uscendo dal portone incontro un bambino di cinque anni. Lo conosco, è il figlio di una prostituta del posto. Mi avvicino, lo saluto, gli faccio una carezza. All’improvviso forse inciampo, e qualcosa mi spinge a terra; mi ritrovo sull’asfalto, stesa sopra di lui. Gli chiedo scusa, cerco di rialzarmi, ma una forza strana mi blocca. Le sue piccole braccia mi stringono, poi una bava viscida inizia a scorrermi lungo il collo: è la sua lingua che mi lecca. Mi divincolo, ma mentre mi risistemo la gonna scomposta dalla caduta, sento tra le gambe un fallo adulto che cerca di entrare dentro di me. Il bambino mi fissa con un sorriso immobile e crudele.

-Mio padre è morto. Le mie sorelle non si vedono. Io e mia madre passeggiamo silenziose in aperta campagna. È un giorno d’autunno tiepido e velato. La campagna era dei miei nonni, un tempo fiorita e ricca di frutti. Adesso gli alberi sono spogli e la terra è polvere. Il paese dove viveva mia madre da piccola, si vede in lontananza oltre il campo, ridotto a una fila di case con porte e finestre chiuse. Ci scambiano qualche parola, poi ci voltiamo, e di quelle case all’improvviso non rimane che una colombaia di loculi, sospesa tra il prato e la collina. Restiamo a fissare il paesaggio. A un certo punto, vediamo in lontananza un uomo e una donna che tengono una bimba per mano, camminare verso quelle che forse un tempo erano le loro abitazioni. Vanno calmi e indifferenti. Ci chiediamo chi possano essere, ma è difficile riconoscerli, avvolti come sono dalla lana dei pioppi a primavera, che a ogni loro movimento vola via in vortici di delicata bellezza. Ci avviciniamo per guardare meglio: sono i miei nonni. La bimba si volta: è mia madre vecchia.

-La casa dell’infanzia che sogno da vent’ anni non è mai esistita. Da piccola abitavo con la mia famiglia in un appartamento al centro del paese. Quello che sogno è invece un seminario abbandonato, con un corridoio più ampio di una strada, stucchi pregiati, soffitti a capriate, stanze con mobili alti come castelli. Una stanza più stretta delle altre è piena di giocattoli che so essermi appartenuti, ma di cui al risveglio non ho più alcuna memoria. Mio padre si vede in giro ogni tanto, silenzioso e sempre nudo. Io, mia madre e le mie sorelle ci chiediamo con quali soldi ripareremo mai una dimora così costosa. Ne concludiamo che non se ne farà niente, e che tutto andrà in malora. Ogni tanto mia madre cerca di aggiustare qualcosa, col suo modo di fare che mio padre detestava, perché fuori luogo rispetto al lusso della dimora. Neanche a me piacciono le iniziative di mia madre, ma poi la guardo e penso: “Forse in questa casa si può vivere ancora”.

Foto: Eliana Petrizzi

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LA VITA SPIATA

La vita spiata cop

Amici, pubblico di seguito la premessa del mio libro LA VITA SPIATA, edito da Magenes Editoriale, Milano, introdotto da un pensiero di Pino Aprile. Chi di voi fosse interessato ad acquistare il libro, può effettuare l’ordine on line su IBS, AMAZON, LIBRERIA UNIVERSITARIA , o presso la vostra libreria di fiducia. Grazie a tutti voi.

‘Da queste parti i passaggi a livello si chiudono con largo anticipo e si riaprono con comodo, e nell’attesa non ci sono motori accesi, ma lucertole che riposano, cicale che brillano.
A mezzogiorno, sulle panchine davanti al Comune, i corpi dei vecchi assumono la posizione di quelli che si vedono al telegiornale dopo una strage.
Mi sono laureata per fare contenti i miei genitori, ma mi sono sempre guadagnata da vivere dipingendo e creando oggetti piuttosto inutili. Ho tre amiche e nessun amico. La mia vita sociale è prossima allo zero. Una paura strana scompagina ogni mia intenzione, paura del minuto prossimo come degli anni a venire. L’angoscia di non riuscire a fare tutto quello che devo non si placa neanche davanti alla rivelazione quotidiana di non avere niente da fare. Mi lamento di tutte le cose che si potrebbero fare e che non si fanno, ma io per prima faccio schifo: non mi interesso di niente, credo poco in ogni cosa, non voglio partecipare, sto bene solo assente o defilata. Cosa deve cambiare? Non saprei nemmeno da dove iniziare. Le mie amiche, però, hanno capito da dove finire: esattamente da qui. Due di loro si sono trasferite a Londra, dove, dopo tre mesi di colloqui, sono state assunte a tempo indeterminato. Cos’hanno lasciato? Una era giornalista, pagata con un rimborso spese che non le bastava nemmeno per la benzina, l’altra era ricercatrice all’università “a gratis”. Il loro unico rimpianto? Non essersene andate prima.
Nel mio paese quello dell’artista è un hobby che alimenta pittoresche leggende popolari. Per le amiche rimaste con me nel cratere, la mia è follia. Io infatti sarei dovuta essere la prima a scappare, ma proprio non ce la faccio a trasferirmi a Londra, a Berlino o a Tokyo, a imparare un’altra lingua, a lavorare in un bar fino a tardi, io che alle nove di sera vado a dormire e che ho tutte le fisime di una vecchia zitella. Anche perché, tutto sommato, io qui non sto poi così male. Intorno a me, montagne a est e colline a ovest; un paesaggio che mi ha insegnato negli anni il buono del limite, maestro di pazienza e di misura. Sto bene perché non mi illudo. Certo, pesano gli strascichi dell’assistenzialismo, l’opportunismo delle combriccole politiche, gli scempi perpetrati ai danni del paesaggio da vecchi abusi e da nuovi condoni, la bancarotta intellettuale, la paccottiglia degli ignavi e dei disfattisti, falsità, cattivo gusto, pettegolezzi e pregiudizi. Ma questi sono i contro della provincia, di ogni provincia.
Una volta ho provato ad andarmene, e ho fallito. A Milano, al mio primo appuntamento di lavoro, ho litigato con l’assistente del titolare, un pugliese trapiantato che si mangiava le unghie e che si vergognava di sua madre, perché quando saliva a trovarlo viaggiava con una borsa piena di marmellate e teglie di pasta al forno che poi, appena arrivata, scartava orgogliosa davanti a chiunque si trovasse in casa.
Meglio il mio cratere. Sono passati diciassette anni. Quando esco in strada, la gente si chiede se ho messo la testa a posto, se porto le mutande, se sono fedele al mio compagno, com’è la mia casa, se mi drogo, se bevo, perché una pittrice che non si droga e non beve che artista è?
Qui la gente si accende per poco, e ti fa sentire importante per niente. Ti fa visita per accertarsi che vada tutto bene. Sa gioire come si deve, e cioè senza farsi tante domande. Altre volte, invece, la semplicità diventa dabbenaggine, nella corsa alla mediocrità della sopravvivenza.
Il circo della provincia mi intenerisce, mi affascina e mi diverte; è uno dei motivi per cui sono rimasta.
Le città sono pomate profumate sopra ferite che non si rimargineranno. I paesi di provincia invece sono onesti, perché le loro ferite le lasciano all’aria aperta ad asciugare, o a compiacersi del fatto che non guariranno. Non me ne sono andata anche perché viaggiando ho capito che il mondo si somiglia dappertutto. Di certo, però, se fossi rimasta a Milano non avrei incontrato la piccola piazza di S. Felice. Mi siedo sulla panchina davanti alla lapide in memoria dei caduti dell’ultima guerra. L’olmo al centro della piazza diventa in primavera la cattedrale di insetti e piccoli fiori. Vengo a scrivere, solida come la sponda di un letto che raccoglie i colpi della vita, vita che dormendo si rivolta, vita che azzanna, quando il mio amore per le cose diventa amico dell’errore.
Anche oggi viene a trovarmi una signora che ha perso il figlio da poco. Non ce la fa a rialzarsi, così per distrarsi si è messa a dipingere. Chiede un consiglio sull’ultimo quadro, di solito il ritratto del figlio, che non riesce a finire. Mentre mi ringrazia, la vedo armeggiare con le mani nella borsa, da cui caccia infine un pan di Spagna ancora caldo fatto apposta per me; non una fetta, ma un dolce intero, solo perché l’ho ascoltata un poco. Sono questi piccoli episodi, vasti silenzi e la paura di non farcela a darmi la spinta per un salto ancora. Ogni giorno mi dico: “Non chiuderti, conserva una mente curiosa, la capacità di amare l’esistenza col suo carico di povertà, varietà e bellezza”. Quando il salto arriva, la vita va come un vento portato dall’urgenza del suo racconto. Ho tempo, ne ho molto in questo vivere nel poco, cercando sempre quello che è già mio, nella certezza di esistere che avrei se solo io ci fossi.’

 

Pandolina

Con oggi, fanno dieci giorni che convivo con una mosca entrata di soppiatto una domenica di pioggia, mentre chiudevo la finestra. Di solito le mosche le stordisco con un panno e, vive, le ricaccio all’aperto. È inutile ucciderle, perché muoiono anche da sole: d’ infarto, di fame, di vecchiaia, non lo so. Ma visto che prima o poi spariscono, non vedo perché eliminare questa, a cui ho anche dato un nome: Pandolina. Il primo giorno mi sono accorta che veniva attirata dalle briciole della colazione. Pandolina con un granello di zucchero; mi sono chiesta: ‘Perché schiacciarla? Non sente anche lei paura e dolore?’ La sua fuga il primo giorno mentre cercavo di stordirla, non era degna di pietà, e non meno disperata di quella di un innocente inseguito dal cecchino? Se fosse rimasta moribonda o mutilata, chi sarebbe accorso a salvarla? Io chiamerei la vicina, un’autoambulanza, ma lei? Devo cura e pazienza anche a Pandolina, che quando i primi giorni l’avvicinavo con lo straccio, forse si accorgeva che stava per morire, perché volava alla rinfusa, senza capire a chi mai potesse dare fastidio il suo piccolo essere al mondo.
È lunedì, sono le due del pomeriggio, e come al solito non ho niente da fare. Prendo il libro e mi porto accanto al vetro. Pandolina compie un tragitto lento e preciso da un capo all’altro del vuoto. Della sua specie, in casa c’è solo il ragno Jack e una decina di formiche. Non ha dunque con chi condividere il territorio, tentare un accoppiamento, imbastire una conversazione, litigare per i pasti. Schizza all’inseguimento di qualcosa d’invisibile, poi salta sul promontorio del mio ginocchio, in cima alle pagine del libro aperto.
Passano le ore e i giorni. La vita di Pandolina è elementare: vola, mangia, si nasconde, si palesa, scompare e riappare. Stamattina mi sono alzata alla solita ora. L’orologio si è fermato alle 4,38 del mattino. Di Pandolina nessuna traccia. Alle undici comincio il mio giro per la casa. Ed ecco Pandolina, immobile come un pallino di lana ai piedi del balcone. Pandolina è morta. Sono triste, di una tristezza accurata e profonda.
Ne danno il triste annunzio le briciole del mattino, il sugo sull’orlo del piatto, il lino della tenda, i vetri, gli specchi e le pareti tutte; la punta del naso, il mio ginocchio, e l’amico Dostoevskij, che a lei, non a me, aveva confidato i suoi Ricordi del sottosuolo.

 

Della vita tra gli altri

Ho condotto per anni una vita distante dagli altri. Poi è venuto un momento in cui il lavoro mi ha convinta ad essere presente, perché è pure vero che da soli non si vive. Ma ho presto concluso che tra gli altri otto volte su dieci le cose che sorprendono vengono miseramente sconfitte da quelle che disgustano. Solo chiasso e messe in scena, in uno straripante sperpero di non senso.
Ho certo incontrato persone sensibili, vocate al rapporto col prossimo, di fine intelletto e cultura; e se mancava la cultura splendeva un animo limpido e generoso. Rare eccezioni purtroppo, troppo rare per condonare l’immagine dell’umanità che mi sono trovata davanti.
Tra gli altri ho capito l’importanza, se non della menzogna, almeno della bugia bianca, cioè di quel cauto omettere l’espressione compiuta di un pensiero, a difesa della sacrosanta necessità di una maschera, indispensabile per non restare sfigurati nella vita pubblica.
Ho capito l’importanza del sorriso e di un aspetto possibilmente fiero, che attirerà l’invidia dei mediocri, ma pure le energie positive del mondo.
Ho capito che gli altri mentono sempre e senza pudore; su ciò che posseggono, che fanno, che valgono. Credono in questo modo di sminuire l’interlocutore, spacciando per vantaggi o pregi solo il calco della loro mancanza, che però l’interlocutore attento stana.
Ho capito che la gente è spesso fragile. Ognuno di noi è al mondo per non morire solo, e questo porta a voler essere considerati, chiedendo un applauso almeno. All’essere umano si devono stupore, commozione e cura, e questo sentimento speciale fatto di dolore e di speranza, è il solo motivo per cui vale forse la pena amare. Ma quando si passa la misura, ecco l’individuo diventare una creatura goffa, che passa la vita a sgomitare per un posto sugli altri, commerciando coi piaceri più grevi, come vanità, lussuria, gozzoviglia, potere.
Molti si fingeranno dalla tua parte per carpire confidenze, che andranno poi a sperperare, zavorrate da crudeli maldicenze. Amico, parente, conoscente o collega che sia, l’individuo brillante, intelligente, colto, simpatico, con un discreto successo nella vita, alla lunga dà fastidio e stanca. Nella vita di ogni giorno vincono il focolare e la caverna, i tori da monta e le giumente silenziose. Le verità dell’etologia infilzano impunite il loro vessillo sulle inutili conquiste dell’evoluzione intellettuale. Meglio vivere a luci basse, affinché i mediocri e gli ignavi, ritrovando nelle tue lacune il meglio di sé, traggano da questo la loro forza e il loro conforto.
Mi conosco, e so di me cose molto spiacevoli. Per questo, passo la vita nella fatica e nella speranza di migliorarmi. Il mondo però non mi aiuta, invitandomi troppo spesso a preferire la solitudine del mio studio e dei boschi alla compagnia della gente. La natura mi raccoglie e mi consola sempre. Seduta nell’erba sotto gli alberi, sento di amare ogni cosa indistintamente, soprattutto gli esseri umani, che così spesso mi causano amarezza. Poi torno a casa, e la fatica ricomincia. A conti fatti devo ringraziare la pittura. Nella vita di ogni giorno, pensieri e azioni sono le convulsioni di un pesce che annega in aria. Ma quando entra l’arte nella vita, il tempo si alza nella sua pienezza di mondi possibili. In certi stati di grazia, capita di trovare una fiducia in ogni cosa e persona incontrata, che vale più di un’amicizia, più di una fede, persino più di un amore.

 

Vita da SGORBY: vivere in casa con un piccione libero

Dicembre 2016
Molti mi chiedono se è possibile convivere con un piccione libero in casa. La risposta è sì. Come in ogni rapporto d’affezione (umano o animale non fa differenza), è fondamentale l’imprinting. Sgorby è stato raccolto su un balcone, caduto dal nido a pochi giorni dalla nascita. Era un uccellino curioso assai, coperto da una peluria gialla, con zampe enormi e una testa da rapace. Incerta a quale specie di volatile appartenesse, e giacché bruttino, mia sorella che l’aveva trovato, pensò bene di chiamarlo SGORBY: nome cattivo ma simpatico, che perciò non gli abbiamo più cambiato. Continua a leggere

Della provincia

È difficile spiegare cos’è la provincia e che significa viverci, perché ogni provincia è diversa dall’altra, e perché un conto è se ci si è nati, un altro è se ci si è dovuti trasferire, o peggio ancora se ci si è dovuti tornare dopo aver vissuto altrove. Io della mia provincia, quella irpina, ho un’idea molto chiara a cui un poco mi sono arresa, perché ho capito che in fondo la provincia – più che un posto periferico specifico – è innanzitutto una categoria dello spirito, i cui abitanti restano imbrigliati in una rete di solitudini e di relazioni mancate. Incapaci e non desiderosi di incontrarsi veramente, otto volte su dieci sono ignavi e disfattisti, per vocazione personale prima e sociale poi. Il mestiere che gli viene meglio è quello di stare a guardare ciò che gli altri fanno, ma soprattutto quello che gli altri sbagliano, per trovare nei fallimenti altrui il conforto alla propria pochezza. Se poi gli altri riescono, se ce la fanno, è guerra aperta. Curiosi soprattutto del futile e dell’indiscreto, possono parlare per giorni degli eventi più infimi, spesso inventati di sana pianta o esagerati dalla maldicenza, riciclando la notizia in mille salse, come si faceva in guerra con le bucce delle patate. Gli abitanti affetti da questa pericolosa malattia dell’anima non gioiscono dei successi di chi gli è amico o concittadino, ma ne traggono lo spunto per meschine distanze. La provincia è un universo sfocato privo di un centro, che non ha più un’identità né paesaggistica né urbana; che ha scarsi entusiasmi e poca memoria. E a nulla serve correre nelle città vicine che, rammollite da una fama sbiadita, sono diventate se possibile più provinciali della loro provincia.
Ma esiste anche tanta bellezza. Ci sono dalle mie parti paesaggi solenni e paesi remoti, che curano coi loro alfabeti semplici. Ci sono abitanti che qui riescono a coltivare frutti faticosi, ma più saporiti di quelli cresciuti al sole scemo di una serra. Ci sono soprattutto poeti, scrittori e artisti, che la loro terra la raccontano con grazia, fervore e luce. Questa terra la conoscono bene; ne disperano a volte, ma le augurano ogni bene, e lo aiutano, questo bene, militando sul posto. Non se ne sono andati. Se vanno è per condividere la loro visione di questi luoghi nel mondo, ma poi tornano, per fare una comunità che, se non può smuovere le calcolate impotenze della politica, sa creare nuove mitologie, trasmettere opinioni che diventano progetti, anche attraverso azioni poetiche ad alto voltaggio. La poiesis diventa polis: un modo più gaio, e soprattutto più utile di vivere la pratica creativa.
A loro va tutta la mia stima, e la mia speranza.

 

Due

Perciò dobbiamo incontrarci da lontano, tu lì io qui, lasciando solo socchiusa la porta degli oceani, e la preghiera, e quel bianco nutrimento che è la disperazione.
(E. Dickinson)

1.Te le ricordi le iperboli buffone dell’amore? E quelle nostre burrasche che non chiedevano ripari? Amavi il mio naso affilato e le mani magre, che stringevo al petto come se non fossero le mie.
Quando te ne andavi, il mio corpo era la giacca appesa, piena del tuo mancante. Tu: chiodo arrugginito per la mia sottana, uccello che cadendo si rompeva, oceano che sapeva di terra. Peccato, però, aver abitato a lungo in una città impervia e non averla capita. Era una città in cui pochi avrebbero detto: ‘Resteremo’, così brava a ingannare col passo fermo delle sue incertezze. In quel luogo dove non abitammo, c’erano ombre che si stagliavano contro la luce torrenziale di strade senza bivi, né trasparenze tra gli alberi che indicassero la direzione. La vita miope di ogni giorno tante volte ci aveva salvati, e di questa debolezza avremmo dovuto ringraziarla. Era nostra la dolcezza con cui si ripara una crepa, si ferma il corpo che cade; nostro quel generoso traboccare di letizia che arrivava all’improvviso, stando insieme. Quando è andata via la luce, abbiamo ritrovato le paure dell’infanzia sempre certe della cura. Poi, tornato il sole ci siamo salutati ciascuno nella propria direzione. Si fa presto a rimpiangere il bel tempo quando fuori piove. Ma se arriva un’ora di caldo, eccoci pregare perché torni l’inverno che io e te siamo.

2.Non ho altro Io all’infuori di me. Finita la febbre delle grandi cose, mi rannicchierò nel poco e me lo fingerò immenso. Alla fine, non avrò munto che pietre. Amore è fame impossibile da saziare; è sete immensa davanti al mare. Ci avevano detto che per raggiungere le baie più belle bisognava camminare nel bosco per sentieri sterrati e lungo tratti rocciosi; che ci volevano gambe forti, che con gli infradito di gomma sarebbe stato meglio non partire. Ma noi con quelli siamo andati, inventando scalini tra le pietre e le radici dei pini. Abbiamo posato i passi con cura, trovando ogni volta più faticosa la discesa della salita. Un chilometro è durato come dieci, ma quando abbiamo intravisto il mare abbiamo ringraziato per il cammino duro, che si ricorda meglio e più a lungo di una strada spianata.

3.Ti fisso a lungo e non ti riconosco. Chi dà prima o poi chiede; pure chi non chiede col suo non chiedere domanda. Mi sfinisco tra abitudini in fila come denti digrignati in una notte di guerra. Più che la passione, aspetto la stanchezza; più che un momento di pace, cerco la depravazione dell’abbandono. La mia gioia non ha nomi di persone, ma quiete di pozzi e capienza di strade vuote. Per stare insieme bisogna affidarsi. Io invece non mi fido, non mi lascio cadere; non ci ho mai nemmeno provato. Nel viaggio insieme porto anche la mia solitudine, muta e lieve, come affonda una nave. Ciò che resta è la banalità delle cose, affidabile come il muro sotto l’intonaco, la lana dietro il ricamo. All’inizio, l’amore solleva burrasche, ma poi lui per primo si stanca. Restiamo al riparo in questa casa graziosa, di quelle di cui gli uragani si fanno beffe. La pigrizia dell’amore chiama fedeltà la sciatteria benevola di un’abitudine, chiudendo gli occhi alla varietà del mondo. Ora tu dici: “Ma io la varietà del mondo l’ho trovata in noi”. Non avrai mai allora neanche sospettato quanto grande è la varietà del mondo. Se sono infelice è perché vorrei conoscere le cose che hanno smesso di conoscere noi, offese dalla misura breve del nostro abbraccio.

4.Prendo un treno oggi, dopo anni. Sei seduto accanto a me, perso nell’I-Phone. Io e te siamo una carta geografica piegata negli stessi punti, che alla lunga si è spezzata, deviando il corso dei fiumi, e separando territori un tempo confinanti.
Mi ricordo il sogno fatto stanotte. Mi trovavo da sola in una città sconosciuta. Molti estranei mi sorridevano senza fermarsi. Ti ho incontrato per caso all’angolo di un grande incrocio, e pure tu mi hai sorriso senza fermarti. Mi sono ricordata del paese in cui sono nata. Ho visto un portone chiuso, un muro lasciato ai morsi degli anni, il selciato su cui in un giorno non passano che la luce del sole e un gatto. Più in là, strade impensierite dalle ombre degli assenti. Ma io lì volevo tornare e lì sono arrivata. Come alla fine di una guerra, ho corso per i vicoli portata dal vento, abbracciando anche quelli che non conoscevo.
Da finestrino di un treno il brutto non esiste, ridotto a macchie di quel grigio che i pittori faticano una vita a indovinare. Non sono triste e non sono felice. Se adesso penso per quale ragione non vorrei morire, non è né per l’amore né per i piaceri, ma per il mistero delle cose che scopro in queste ore solitarie, e per quello mio profondo, al cui appuntamento sono a lungo mancata.