Qui

Dalle mie parti, i passaggi a livello si chiudono con largo anticipo e si riaprono con comodo; e nell’attesa non ci sono motori accesi, ma lucertole che riposano, cicale che brillano. A mezzogiorno, sulle panchine davanti al Comune i corpi dei vecchi assumono la posizione di quelli che si vedono al telegiornale dopo una strage.
Mi sono laureata per fare contenti i miei genitori, ma mi sono sempre guadagnata da vivere dipingendo e creando oggetti piuttosto inutili. Ho tre amiche e nessun amico. La mia vita sociale è prossima allo zero. Mi lamento di tutte le cose che si potrebbero fare e che non si fanno, ma io per prima non mi interesso a niente, credo poco in ogni cosa, sto bene solo assente o defilata. Nel mio paese, quello dell’artista è un hobby che alimenta da sempre pittoresche leggende popolari. Per le amiche rimaste con me nel cratere, la mia è follia. Io, infatti, sarei dovuta essere la prima a scappare, ma proprio non ce l’ho fatta a trasferirmi a Londra, a Berlino o a Tokyo; a imparare un’altra lingua, a lavorare in un bar fino a tardi; io che alle nove di sera vado a dormire e che ho tutte le fisime di una vecchia zitella. Anche perché, tutto sommato io qui non sto poi così male. Intorno a me, montagne a est e colline a ovest mi insegnano il buono del limite; maestro di pazienza e di misura. Pesano gli strascichi dell’assistenzialismo, l’opportunismo delle combriccole politiche, gli scempi perpetrati ai danni del paesaggio da vecchi abusi e da nuovi condoni; la bancarotta intellettuale, la paccottiglia degli ignavi e dei disfattisti, falsità, cattivo gusto, pettegolezzi e pregiudizi. Ma questi sono i contro della provincia, di ogni provincia. Una volta ho provato ad andarmene e ho fallito. Sono passati vent’anni anni. Quando esco in strada, la gente si chiede ancora se ho messo la testa a posto, se porto le mutande, se sono fedele al mio compagno, com’è la mia casa, se mi drogo e se bevo, perché una pittrice che non si droga e non beve che artista è? Qui la gente si accende per poco, ti fa sentire importante per niente, e gioisce senza farsi tante domande. Il circo della provincia mi intenerisce, mi affascina e mi diverte; è uno dei motivi per cui sono rimasta. Le città sono pomate profumate sopra ferite che non si rimargineranno. I paesi di provincia invece sono onesti, perché le loro ferite le lasciano all’aria aperta ad asciugare, compiacendosi pure del fatto che non guariranno mai. Non me ne sono andata perché viaggiando ho capito che il mondo si somiglia dappertutto. Di certo, se fossi rimasta a Milano non avrei incontrato la piccola piazza di S. Felice. L’olmo al centro della piazza diventa in primavera la cattedrale di insetti e piccoli fiori. In questo posto vengo a scrivere la vita che azzanna, quando il mio amore per le cose diventa amico dell’errore. A casa, viene spesso a trovarmi una signora che ha perso un figlio. Non ce la fa a rialzarsi, così per distrarsi si è messa a dipingere. Mi chiede consigli sull’ultimo quadro: di solito il ritratto del figlio, che non riesce a finire. Mentre mi ringrazia, la vedo armeggiare con le mani nella borsa, da cui caccia infine un pan di Spagna ancora caldo fatto apposta per me; non una fetta, ma un dolce intero, solo perché l’ho ascoltata. Ecco, sono questi piccoli episodi, vasti silenzi e la paura di non farcela a darmi la spinta per un salto ancora. Ogni giorno mi dico: “Non chiuderti, conserva una mente curiosa, la capacità di amare l’esistenza col suo carico di povertà, varietà e bellezza”. Quando il salto arriva, la vita va come un vento portato dall’urgenza del suo racconto. Ho tempo, ne ho molto in questo vivere nel poco, cercando sempre quello che è già mio, nella certezza di esistere che avrei, se solo io ci fossi.

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Autoritratto nei giorni dipinti

Sorpresa dal sospetto di non esistere, sono il punto in cui l’orologio fermo segna l’ora esatta. L’avorio fine delle ore, una parola onesta del suo splendore insignificante: mi viene uno stupore continuo per cose che non conosco, a ricordare che i momenti migliori sono sempre quelli vuoti di me. Avere la quiete dell’acqua, che aspetta per giorni nei pozzi. Cercare l’uomo, che solo cambiando aria s’incontra, come riconosci l’odore di casa da quello rimasto tra i tuoi capelli spostati dal vento.
Sdraiata nel prato, vivo in pienezza il momento presente. Poi, quando mi alzo aiuto l’erba schiacciata a riaversi dal mio peso; l’aggiusto con le dita come fanno le donne toccandosi i capelli, quando vogliono piacere agli uomini. Guardo gli alberi sfumati dal maestrale, la vocazione delle strade a una disarmonia che rassicura. Niente mi somiglia, e in questo mi riconosco. Il suono del vento viene a ricordarmi i miliardi di morti dall’inizio dei tempi, il mistero di civiltà scomparse, la striscia sottile di terra nei dipinti fiamminghi, che riassume così bene la natura delle cose e degli uomini. Nelle misteriose necessità della vita tutto serve. Nessuno si curerà di me, e niente mi sarà inutile. Continua a leggere

A-social network

Su Facebook ho più di 4.000 amici. 4.000 persone sono tante, gli abitanti di un paese. Quando nella vita reale accade di incontrarsi l’imbarazzo è grande, perché si fatica a riconoscersi, o perché ci si aspettava qualcun altro. Su Facebook, in linea di massima le foto vincono sui testi, le banalità sulle notizie interessanti, le gare a pelo d’acqua sulle calate speleologiche. Di fatto, un social è un ritratto fedele dell’umanità che, se resta interessante per la sua varietà, è oggi soprattutto un’umanità distratta e frettolosa. Tra una curiosità fugace e l’indifferenza, il mondo degli uomini è un caleidoscopio di maschere, dove a volte si è uno (più spesso nessuno) attraverso centomila. Ciononostante, mi accorgo pure di quante cose positive succedono in giro, non inferiori per qualità e numero a quelle che ogni giorno alimentano il mio disappunto. Molti trovano FB caotico e pieno di idiozie. Ma il problema è sempre nella gestione dei mezzi. A me Facebook, come il web in generale, fa venire in mente Funes, il personaggio di un racconto di Borges, dotato di una memoria prodigiosa per la quale ricordava ogni cosa vista, sentita o vissuta dalla nascita; una memoria non selettiva, che faceva di Funes un perfetto idiota inadatto alla vita. Il problema non è disporre di una quantità di nozioni e strumenti, ma delle cognizioni critiche necessarie a discernere e ad utilizzarli; insomma, a farli funzionare. Mi sono iscritta su FB nel 2009 costretta dai miei amici, che mi consigliarono di esserci per far conoscere il mio lavoro ad un pubblico più vasto. Dopo molte esitazioni mi iscrissi. Attraverso Facebook, ho conosciuto siti e portali d’informazione, blog di letteratura e di cultura artistica. Ho trovato persone interessanti, ho avuto modo di far conoscere il mio lavoro a tanti che mi ignoravano, e per la stessa via ho conosciuto quello di persone che oggi seguo e stimo. Mi sono pure concessa qualche vanità, imparando a tollerare per par condicio quelle degli altri. Facebook mi ha aiutata a leggere qualcosa di valido quando avevo finito i libri, ingannando attese impreviste fuori casa. Naturalmente, esiste per ciascuno una quota di autoreferenzialità da cui nessuno si salva; anche giusta direi (nei limiti del buon senso e del buon gusto), perché se non siamo noi a comunicare agli altri ciò che siamo e ciò che creiamo, nessuno certo lo farà per noi. Non mancano poi frivolezze, banalità, kitsch, sentimentalismi, bufale, fanatismi, crudeltà e luoghi comuni. Ma questa è la varietà del mondo. Dalla foto del panzarotto appena sfornato al video che spiega la successione di Fibonacci, cose e persone sono bengala nel buio che lanciano ponti, nella speranza di essere meno soli. D’altra parte, tutta la filosofia, l’arte e le religioni nascono da questo bisogno di consolazione. Facebook ne è solo la versione low cost, o se preferiamo, il precipitato pop dei massimi sistemi speculativi della storia. Non serve un social per capire che l’imperativo categorico di ognuno è il proprio ego; priapico, avido, onnipresente; un social semmai serve a confermarlo. Poi certo ciascuno lo gestisce con maggiore o minore buon gusto. Ci offriamo al mondo, e ognuno di noi fa questo pieno di fiducia e privo di pudore, come chi va nudo all’appuntamento con uno sconosciuto sperando in un atto d’amore. Ma qui c’è spazio soprattutto per forme più o meno dissimulate di stupro: il commento impietoso, la battuta fuori luogo, lo scherno, il fastidio, l’invidia. Anche forme accanite di plauso sono a volte un modo diverso e non meno pericoloso di essere violenti.
Nella vita reale, personalmente non conosco più di quindici persone, e ne frequento ancora meno. Su Facebook, il bilancio delle relazioni umane avviene attraverso il conteggio dei like dati e ricevuti, contabilizzati in una sorta di registro quotidiano delle uscite e delle entrate. Il mi piace, però, nove volte su dieci non è che la firma apposta sul quaderno all’ingresso della casa di un morto. Non si vive senza un io c’ero, e non si parla che di sé, in un onanismo che lascia sempre insoddisfatti.
Diceva bene Nausifane: “La non esistenza delle cose che sembrano esistere non è meno probabile della loro esistenza”. È il segno di un tempo storico che invita al chiuso delle proprie mura (di cemento, di carne, di cose da ottenere); tempo storico infelice, che penetra negli spazi più intimi tra gli uomini, rendendo frettolosi gli incontri, deboli le strette di mano, claudicante l’amore. Le grandi passioni collettive, come quelle tra amici ed amanti, si archiviano presto alla voce ‘Chimere giovanili’. Eppure, qui come altrove il bello esiste, ed è un bello fatto di gratitudine, di condivisione, a volte di tenerezza e di grazia. Non bisogna disperare: un andare insieme possibile esiste sempre, anche dove non si vedono strade.

Piccoli uomini

Negli impietosi confessionali tra amiche gli uomini, devo dire, escono abbastanza male. Probabilmente accadrà lo stesso a noi donne quando sono gli uomini a riunirsi, ma ci sta, perché pure noi all’occorrenza facciamo parecchio schifo. C’è anche da dire che delle storie felici si parla poco: si vivono e basta, mentre sono quelle storte – come le notizie di cronaca nera nei telegiornali – ad attirare curiosità e commenti. Il problema è che secoli di letteratura ci hanno consegnato un’idea dell’amore come di qualcosa senza cui la vita non ha senso. Amori romantici, amori passionali, amori felici, amori complicati: pare che all’amore si perdoni ogni cosa. Io credo profondamente in questo sentimento, ma troppo spesso penso se ne sopravvaluti la nobiltà. Ho infatti realizzato nella vita, accanto ad esperienze certo riuscite, che uno dei suoi talenti migliori è la cecità. Mi è addirittura capitato di imbattermi in uomini che dell’amore proprio non sapevano che farsene, e che perciò hanno scelto di stare da soli, liquidando con pretesti banali storie in buona salute, che al massimo avevano bisogno di una piccola revisione.

-Il tipo di uomo più ricorrente nelle confidenze femminili è ‘la metà piccola’, ovvero l’uomo che, incapace di condivisione, porta il conto meschino del tuo e del suo, ignorando la differenza tra coppia e compagnia. Ogni coppia sana rispetta libertà individuali, ma ha pure regole che quando si ama vengono naturali, perché utili a restare uniti. Chi invece cerca solo compagnia, approfitterà di tutti i piaceri e le comodità offerti dall’altra parte, ma guai a prospettargli una difficoltà: la metà piccola scapperà a gambe levate, adducendo un improvviso bisogno di recuperare i propri spazi, per dedicarsi all’unica persona con cui ha stabilito dalla nascita l’idillio perfetto: se stessa. Se in un momento di crisi verrà chiamata a riconoscere anche le proprie responsabilità, si affretterà a precisare che colpe non ne ha, che le sue eventuali scivolate sono sempre state una reazione alle tue. La metà piccola non desidera stare a lungo insieme a te, terrorizzata dall’idea di dover stringere legami. Meglio quindi definire ogni giorno nuove separazioni: negli spazi da abitare, negli interessi e nei momenti da condividere, soprattutto in tutte le cose che non si possono fare insieme. E se gli farai notare che tutto questo non va esattamente d’accordo con un naturale stato d’amore tra due persone, ti accuserà di essere soffocante. Il concetto del ‘noi’, infatti, non ha mai neanche lontanamente sfiorato il suo spirito profondo, perché per la metà piccola vige l’IO assoluto e onnipresente. Povero piccolo uomo: non sa che il tempo perduto non si recupera, e che la distanza separa, facendo rigidi come i morti.

-Il tipo a seguire, in cui temo ogni donna sia incappata almeno una volta nella vita, è quello che Franco Arminio ha definito ‘l’evasore sentimentale’: colui che ha una ragazza, o una moglie e dei figli, ma che preferisce amare al nero e fuori porta, in modo da diminuire l’imponibile affettivo dichiarato. Non credo meriti ulteriori dettagli.

– ‘Se dotta è abbandonata’: prendo il via da questa bella battuta di Alberto Troisi.
‘Voglio una donna bella, colta, ironica, divertente, capace, forte, esuberante’. Lo dicono molti uomini, quasi tutti, forse perché dichiarare il contrario non conviene. Ma quanti uomini, nel privato ce la fanno davvero a vivere felici e sereni con donne siffatte accanto? E quanti invece cedono, fiaccati da ataviche competizioni di genere? Care donne ‘belle, colte, ironiche, divertenti, capaci, forti, esuberanti’, ricordate che gli uomini che prima o poi vi lasciano ‘per relazioni più semplici e meno impegnative’ vanno allontanati senza rimpianti. Questi individui daranno sempre la colpa a qualcun altro delle loro lacune, non ne parliamo poi se chi sta loro accanto nella vita di ogni giorno li sorpassa su molti fronti. Non saranno stati loro nella vita a non impegnarsi abbastanza per raggiungere un traguardo, ma voi ad essere andate troppo avanti, e per questo andate punite, invece che essere per loro stimolo e motivo d’orgoglio. Voi, coi vostri talenti conquistati con merito e sacrificio, dovreste consolare questi invertebrati della loro inettitudine, quasi scusandovi delle vostre capacità, anzi impegnandovi a scendere più in basso che potete per far loro compagnia nel fosso. Questi uomini lasciateli subito; vuoti a perdere, caldaie rotte nei giorni della merla. Non continuate ad aspettarli come madri che attendono il ritorno dei figli in guerra. Questi uomini non sono figli vostri, e non sono capaci di combattere nessuna battaglia. Vi sono rimasti accanto per debolezza, invecchiandovi giorno dopo giorno nel gioco al massacro dei loro rinvii. Le trincee, a questi uomini non servivano né a ripararsi né a decidere strategie, ma a crogiolarsi nel deliquio degli ignavi che sono sempre stati.

-Osservo due piccioni che cercano di fare il nido in un posto assai pericoloso, tra l’infisso della finestra al secondo piano e l’asfalto del marciapiede in basso, ma la cosa non sembra preoccuparli. In ordinata armonia, scendono a turno in picchiata in cerca di ramoscelli, che però ricadono nel vuoto. E giù di nuovo a recuperarli, per dare forma al loro fragile riparo che prepara alla vita. È sempre dalle semplici creature della natura che ho colto nella vita gli insegnamenti più importanti, come questo: l’amore è un’energia che vive quando, come e dove vuole; per cui alla fine, chiedersi se ne vale la pena, se siamo capaci di amare o se chi si ama merita davvero il nostro amore, è solo un modo per bloccarne il corso e la potenza. Bisogna pensare che quando si ama o si è amati male non serve dispiacersi, perché la vita si accorge che una delle sue corde ha smesso di vibrare, e viene a soccorrerci. Basta poco; uno spiraglio socchiuso attraverso cui la vita s’infila intera, restituendoci giovinezze d’animo e tutti i desideri maltolti. Niente paura dunque, amanti infelici.

Art(r)isti

Mi capita spesso di riproporre riflessioni scritte tempo fa, ma certi pensieri non hanno scadenza, soprattutto per via del fatto che nell’oggetto in essere – come in questo caso – si incappa con raccapricciante frequenza. Per cui, repetita juvant.

Che cosa succede se un mezzo artista riesce a darsi l’aria e l’aspetto dell’artista integrale, se la mancanza di scrupoli sa presentarsi come se dieci, anzi cento scrupoli, problemi e pensieri lo tormentassero, se l’assoluta nullità assume atteggiamenti di smisurata importanza? Là dove compare questo genere di persone, l’aria buona e sana diventa pesante, cupa e venefica, la vita si guasta, la natura tutt’intorno si corrompe.’
(R.Walser)

Al girone degli ar-tristi appartiene chiunque nutra un amore per l’arte palesemente incorrisposto, accompagnato da impulsi creativi paragonabili solo a certi disturbi del coito o della minzione. Ne fanno parte coloro che si svegliano un mattino all’improvviso, in preda a quel tipo di delirio che porta a non saper distinguere tra la Cappella Sistina e un corso di découpage.
Chi stabilisce chi o cosa è un artista? La sua prematura scomparsa, la storia, il mercato, il talento, un gallerista, un curatore, o tutti questi fattori messi insieme? E poi: artista si nasce o si diventa? Si è o si fa? È una missione o un mestiere? Se è una missione, qual è il suo scopo? E se è un mestiere, deve presupporre formazione, disciplina, tecnica, deontologia, esercizio e perizia, oppure no? La verità è che gli artisti sono persone né migliori né più interessanti delle altre. Tante volte sono individui che, in virtù di una libertà d’espressione che pretendono assoluta, amplificano pregi e difetti che chi non è artista (per sua disgrazia o sua fortuna) tende a nascondere o a mitigare.
Raccolgo di seguito alcune tipologie di art(r)isti osservate in circostanze e luoghi diversi, ma che si ripetono immutate nel tempo.

-L’artista autoreferenziale non ha età né sesso. Non sa cosa vuol dire restare in solitudine, affilandosi nel dubbio sul suo (eventuale) talento. Se visitato nel suo studio, mostrerà tutti i quadri che non gli hai chiesto di vedere, elogiandoli uno ad uno come se li avesse dipinti qualcun altro. Se insieme a cena, trascorrerà ore a parlare ovviamente di se stesso, dei suoi progetti, dei suoi successi, obbligandoti a stare incollato al suo I-phone a vedere foto dei suoi lavori, dei suoi viaggi, delle sue serate a destra e a manca. Se invitato alla mostra di un collega, passerà il tempo prima a parlare sempre ed ovviamente di se stesso, poi a distribuire biglietti da visita o l’invito/catalogo della sua prossima mostra, che fingerà di cacciare di nascosto solo per te, e mi raccomando che gli altri non vedano. Anche qui senza che nessuno gliel’abbia chiesto, comincerà a parlare del suo ultimo capolavoro, di chi ha acquistato i suoi lavori, delle sue quotazioni in perpetua ascesa, di quale giornale ha pubblicizzato le sue performances, di chi lo chiama di qua, chi di là, oggi a Berlino, domani a Tokyo. Vale per costui la massima di La Rochefoucauld: ‘L’estremo piacere che si prova a parlare di noi stessi dovrebbe farci temere di non provocarne alcuno a chi ci ascolta’.

-Il secondo genere di artista veste abiti lisi dai colori scuri, fuma sigari o sigarette artigianali, a volte la pipa, il capo coperto da un berretto di lana anche ad agosto. Se ha 20 anni ne dimostra 60, se ne ha 60 ne pretende 30. In pubblico fa di tutto per mostrarsi defilato: appoggiato in un angolo o seduto in disparte, dove tutti però possono accorgersi che è appoggiato in un angolo o seduto in disparte. Parla poco e a bassa voce, nell’esibizionismo dei falsi timidi. Magari un poco schivo lo è davvero, a causa della sua scarsa confidenza col genere umano, da cui viene puntualmente allontanato. Lui è l’Artista, e gli altri non se ne sono accorti, così come a suo tempo nessuno riconobbe il Messia tra il popolo. Questo individuo non conosce vie di mezzo: o è affetto da stipsi creativa, o imbratta tele a dismisura, sepolto vivo da tonnellate di lavori che venera in solitudine e che non mostra a nessuno, perché nessuno secondo lui è all’altezza di comprenderli. Se gli chiedi della sua vita sentimentale, ti risponderà che la ragazza lo ha appena lasciato, o che ha da poco chiuso l’ennesimo matrimonio. È che lui di donne proprio non ne vuole sapere, perché gli tolgono solo tempo ed energie; e poi nessuna lo capisce davvero. Invece, chi lascia lui ha capito troppo bene con chi ha avuto a che fare, e cioè con uno che non è mai stato capace di concludere niente di serio nella vita, addebitando le colpe di ogni caduta ora al Sistema, ora a qualcun altro. Se ha deciso di ‘fare l’artista’ è solo perché una volta non voleva studiare, un’altra non voleva lavorare. Ecco perché ha sempre fallito, come uomo prima e come artista poi. E si era pure fatto male i conti, pensando di campare a casa e sullo stipendio di quella che al momento giusto l’ha mandato a scopare il mare.

-Otto volte su dieci, l’eccentrico è convinto che un artista, per essere veramente tale debba essere disordinato e pure un poco sporco; vivere di notte, bere, fumare – meglio drogarsi – curare poco l’aspetto. Il vero artista deve essere impuntuale o manchevole agli appuntamenti, non rispettare alcun genere di impegno o di scadenza, e se per puro caso a volte ci riesce, ritarda apposta, perché un vero artista non sa che farsene di regole, orologi e calendari. Certo, a ciascuno la sua strada, ma questo tipo di artista ignora che ci si schianta più facilmente su una via senza delimitazione di carreggiate che su un’autostrada segnata.

-Questo tipo di artista è di solito una donna giovane, che si è data all’arte come forma di catarsi, riversando nel suo ‘essere artista’ tutte le avarie che una vita risolta non le avrebbe condonato: atteggiamenti fuori luogo, esterofilie linguistiche modaiole, patologie esibite in luogo di virtù assenti, e vizi ostentati come parte integrante del suo ‘essere artista’; look trasgressivi o dalla pacchianeria provinciale, tipica di chi dispone solo di questa per farsi notare, visto che davanti alle sue opere la maggior parte della gente passa indifferente, se non disgustata. Ovviamente, anche il concedersi sessualmente senza alcun riguardo a curatori e galleristi degni di lei per ottenere recensioni e mostre, è parte integrante del suo ‘essere artista’.

-Per l’artista che vive in perenne competizione coi colleghi, scopo della vita è fare asso pigliatutto di collezionisti, galleristi, curatori e opportunità in genere. Guai a dare una mano a un amico o a farsi indietro quando è proprio il caso che ad avanzare sia qualcun altro; guai a dividere la parete di una mostra o la pagina di un catalogo. L’ignobile calcolatore egocentrico sarà simpatico solo se avrà capito di poter ottenere qualcosa da te. In caso contrario, ti passerà sopra come un Caterpillar, col sorriso fosforescente dei viscidi.

Naturalmente, esistono anche altre tipologie di art(r)isti, come per esempio il finto umile, che mi riservo di dettagliare in una prossima occasione. Forse gli di art(r)isti qualche buona occasione nella vita la otterranno pure, ma varrà per loro la frase di Flaiano: ‘La Fama si decide ad andare a letto con loro per stanchezza, una volta sola, per levarseli dai piedi’. Accanto a questa ciurma di grotteschi figuri esiste per fortuna un genere di artista che è anzitutto un tipo di persona, a cui tutti (artisti e non) dovremmo forse un poco somigliare: una creatura attenta e generosa, che crede nel dono come in un viaggio solo andata, che si emoziona e si sorprende per ogni cosa, che spera in ogni direzione come un albero, che accoglie e cura restando schivo; uno che ti dà il benvenuto in casa sua scalzo, nascosto dietro la porta. Non basta una vita.

 

Nella foto, un’opera di Vincenzo Agnetti

Sette incubi

-Gioco a palla con mia madre. Il pallone cade in un canale che ci divide, tanto stretto che quasi non si vede, ma profondo e pieno d’acqua.

-Mio padre malato vive come una statua a mezzo busto su un piedistallo, nello scantinato dove tenevo la bicicletta da bambina. Entro in casa: non c’è nessuno. Mio padre è steso morto sul letto: il suo corpo è un tronco di sequoia carbonizzato. La bicicletta con cui giocavo mi è stata rubata. Diventata grande, ho comprato una macchina scintillante e molto costosa, di cui però non mi curo: la dimentico nei parcheggi e la struscio dove capita, soprattutto in certi vicoli, dove nemmeno a piedi si passa.

-Un uomo va a New York con sua madre. Appena arrivati si trovano in una strada popolare. Entrano nella casa di una parente, ma si accorgono che è diventata un ospedale pieno di vecchi lasciati morire come cani. La madre ha un malore. Un dottore le dice che deve ricoverarsi subito e che deve restare lì per sempre. La madre inizia a gridare, dicendo che le gira solo un poco la testa, che sta bene e che vuole andarsene subito, ma non c’è niente da fare. Il figlio si allontana. Quando torna, trova la madre nuda, seduta per terra in un angolo. L’uomo prende le valige che aveva posato per terra. Afferra in questo modo anche la madre, sollevandone il corpo. La madre guarda il figlio, roteando gli occhi come un bue appena macellato.

-Dobbiamo andare a una festa in paese. Partiamo io, mia madre, mio padre e le mie sorelle, ma mi accorgo che la casa dove sono nata è in fiamme, il paese è stato distrutto, la collina brucia, la strada che porta in piazza è diventata un torrente d’acqua nera, e tutti quelli che conoscevo sono morti sotto le macerie dei palazzi. Attraversando una serie di cunicoli sotterranei, dove si passa a stento come vermi, arriviamo in un cimitero in cui tutte le lapidi sono scavate nel sapone. È notte, piove; passeggiamo serenamente tenendoci per mano.

-È estate, mi trovo nella vecchia casa dei miei genitori. Uscendo dal portone incontro un bambino di cinque anni. Lo conosco, è il figlio di una prostituta del posto. Mi avvicino, lo saluto, gli faccio una carezza. All’improvviso forse inciampo, e qualcosa mi spinge a terra; mi ritrovo sull’asfalto, stesa sopra di lui. Gli chiedo scusa, cerco di rialzarmi, ma una forza strana mi blocca. Le sue piccole braccia mi stringono, poi una bava viscida inizia a scorrermi lungo il collo: è la sua lingua che mi lecca. Mi divincolo, ma mentre mi risistemo la gonna scomposta dalla caduta, sento tra le gambe un fallo adulto che cerca di entrare dentro di me. Il bambino mi fissa con un sorriso immobile e crudele.

-Mio padre è morto. Le mie sorelle non si vedono. Io e mia madre passeggiamo silenziose in aperta campagna. È un giorno d’autunno tiepido e velato. La campagna era dei miei nonni, un tempo fiorita e ricca di frutti. Adesso gli alberi sono spogli e la terra è polvere. Il paese dove viveva mia madre da piccola, si vede in lontananza oltre il campo, ridotto a una fila di case con porte e finestre chiuse. Ci scambiano qualche parola, poi ci voltiamo, e di quelle case all’improvviso non rimane che una colombaia di loculi, sospesa tra il prato e la collina. Restiamo a fissare il paesaggio. A un certo punto, vediamo in lontananza un uomo e una donna che tengono una bimba per mano, camminare verso quelle che forse un tempo erano le loro abitazioni. Vanno calmi e indifferenti. Ci chiediamo chi possano essere, ma è difficile riconoscerli, avvolti come sono dalla lana dei pioppi a primavera, che a ogni loro movimento vola via in vortici di delicata bellezza. Ci avviciniamo per guardare meglio: sono i miei nonni. La bimba si volta: è mia madre vecchia.

-La casa dell’infanzia che sogno da vent’anni non è mai esistita. Da piccola abitavo con la mia famiglia in un appartamento al centro del paese. Quello che sogno è invece un seminario abbandonato, con un corridoio più ampio di una strada, stucchi pregiati, soffitti a capriate, stanze con mobili alti come castelli. Una stanza più stretta delle altre è piena di giocattoli che so essermi appartenuti, ma di cui al risveglio non ho più alcuna memoria. Mio padre si vede in giro ogni tanto, silenzioso e sempre nudo. Io, mia madre e le mie sorelle ci chiediamo con quali soldi ripareremo mai una dimora così costosa. Ne concludiamo che non se ne farà niente, e che tutto andrà in malora. Ogni tanto mia madre cerca di aggiustare qualcosa, col suo modo di fare che mio padre detestava perché fuori luogo rispetto al lusso della dimora. Neanche a me piacciono le iniziative di mia madre, ma poi la guardo e penso: “Forse in questa casa si può vivere ancora”.

Foto: Eliana Petrizzi

ILL

Chi prende un treno veloce ha fretta e pensa solo alla sua meta, dimenticando quella degli altri, e tutte le cose lungo il percorso. Gli interregionali attraversano i paesi e si fermano spesso. Io li amo per le molte cose che osservo: per il vecchio che sale senza biglietto, per la signora che fa visita a una parente con un pacco di mozzarelle in mano, per gli indiani stanchi e mansueti che vanno o tornano dalle spiagge. Durante i miei viaggi in giro per il mondo, ho ricordato sempre poco quelli dove tutto è andato bene. Ho invece rimpianto con più nostalgia quelli in cui un accidente mi ha ricordato la nostra affascinante impotenza dinanzi ai progetti della vita. Questi treni, questi viaggi dicono: ‘Lascia la via principale, e vai per sentieri’. Continua a leggere