KITSCH BEACH – la classe non è acqua di mare

Sulla spiaggia arrivano caterve di bagnanti, talmente tanti che l’effetto gentaglia è assicurato a prescindere. In un giorno solo, ecco riunite tutte le cose che più mi disgustano: zanzare, karaoke, selfie, griffe a vista su abbigliamento e accessori, espressioni come: un attimino, amo’, cara, bella, teso’. Ma ben mi sta. È colpa mia se scelgo ogni anno spiagge in cui l’unica bellezza è la straordinaria varietà del brutto: uno spettacolo che non cessa di stupire, e che ovviamente ignora migliorie. Visto da lontano, il litorale ha una bellezza tropicale. Ma se ti stendi a pancia in sotto sulla sabbia e guardi in prospettiva la distesa degli ombrelloni, ti sembra di scrutare la misteriosa esistenza di cavallette, lucertole, scarafaggi, formiche e altre creature non meglio identificate. Qui, le regole contro natura del vivere comune vengono abolite dagli ancestrali diktat del branco. Capisci allora quanto impari sia la lotta tra natura e cultura, e quanto quest’ultima sia destinata a soccombere.
Presenti in ordine sparso:
-un ventenne in costumino bianco, da cui traspare fallo risicato e puntuto.
-un’adolescente con occhiali da porno-gatta e smalto fucsia sulle unghie, che lecca il gelato palesando una naturale predisposizione alla fellatio.
-una nubile solitaria – 40 anni, bikini tigrato RB, capelli blu, trucco marcato e rossetto spalmato oltre il contorno labbra, scarpino con strass, ipotono muscolare da dimagrimento Duncan – gioca col telefonino. All’improvviso arriva una chiamata: la suoneria è “’O ball’ ro’ cavall’” di Gigione.
-una ragazza con fidanzato siede a gambe aperte, sputando e gracchiando, con frequente ricorso a bestemmie. Il suo nome è Candida: nessuna sorpresa da una che si chiama come la peggiore delle infezioni vaginali.
In fondo alla spiaggia, una giovane festeggia i suoi 18 anni alle 10 del mattino. Gli invitati siedono all’ombra, azzannando portate da matrimonio con una fame da dopoguerra. Tutti presi ad ascoltare l’ospite d’onore, un cantante neo-melodico a torso nudo e in boxer del Napoli, che canta una canzone dal titolo “’Hann’ accis’ ‘o meglio amic’ mio”.

La baia in cui mi trovo è tra le più belle della zona. Come in molti luoghi d’Italia, però, l’importante è guardare sempre avanti, perché se ti volti, ecco albergoni sconclusionati, baracche e depositi, nella sciatteria tipica di abusi e condoni. Qui conta solo la salute, che si cura meglio all’aria aperta. Al Sud c’è una merce che si vende da sola, e che perciò non serve migliorare. Il Sud è un frutto che si mangia con le mani e senza togliere la buccia. I turisti si lamenteranno ogni volta di qualcosa, poi guarderanno il paesaggio e gli passerà.
Chi gestisce il turismo da queste parti è di solito l’abitante del posto che, disponendo di locali propri, ne ha fatto nel tempo abitazioni per turisti, bar e ristoranti, senza però aver maturato né spirito imprenditoriale né alcuna forma di cortesia. Questi paesi devono ringraziare la bellezza del paesaggio e soprattutto del mare, se il turista di anno in anno torna, incurante delle molte cose che non cambiano, se non in peggio.
Già stanca a prima mattina cerco di riposare, ma l’impresa è impossibile. All’equatore dello sgomento, una cosa è chiara: l’uomo inizia dove la folla finisce. La vicinanza tra estranei scatena disagi profondi, a volte progetti esecrabili. La cosa che meglio mi riesce è quindi l’esercizio di una disumanità asciutta e continua, cui gli altri contribuiscono rivelandosi puntualmente per quello che sono. Per vivere vacanze serene, basta di fatto seguire poche, sane regole di asocialità, come chiudere i varchi tra il proprio ombrellone e i lettini, con borse e tutto quanto serve a impedire a mamme e bambini di infilarvisi di continuo come blatte; oppure evitare le amicizie da bagnasciuga, che durano di solito da Natale a S. Stefano. In ogni caso, meglio diffidare subito di quelli che gira e rigira parlano sempre e solo di se stessi, dando per assodato che a chi ascolta possa interessare anche solo in minima parte il racconto gonfiato delle loro vicende.
Quando Noemi è venuta qui la prima volta aveva cinque anni. Oggi, a diciassette, è una ragazza obesa che qualcuno l’anno scorso ebbe la pessima idea di presentarmi. Mi saluta con una stretta di mano più sciatta del suo smalto scrostato, sfarfallando occhi di un verde senza speranza. A caccia sul bagnasciuga, decotti rancidi di maschio lanciano segnali che non accenderebbero nemmeno una ninfomane. Perché questi uomini? Una domanda che presuppone fondamenti speculativi e persino morali, ma la natura, si sa, non è niente di tutto questo.
Casalinghe rapite da letture di bassa cilindrata, adolescenti con depilazioni integrali, discussioni estenuanti su smalti per unghie e custodie per cellulari: mi chiedo quale insulto ipossico abbia causato potature cerebrali così diffuse.
Famiglia dell’agro-sarnese con stereo a palla durante l’ora del riposo, sguaia conversazioni con costante ricorso alle zone genitali di sorelle e madri dell’interlocutore. Tra i precetti zen, quello di “mirare direttamente al cuore delle persone”: direi il modo più efficace per eliminarne molte.
Più a riva, tra le famiglie dell’hinterland abbondano carestie di educazione, di grazia e di buon gusto. Immolati alla demenza di massa, trascorrono il tempo in letture a basso voltaggio, in pasti consumati con fame da dopoguerra, e in giochi pericolosi a danno degli altri bagnanti.
Passeggiata al lungomare: fino a cento anni fa, la più umile delle lavandaie vestiva abiti di una qualità e finezza da ritrovarli oggi nei musei del Costume. Oggi, qualsiasi donna indossa vestiti che nei musei di domani non troveremmo nemmeno nei cassonetti dell’indifferenziato all’ingresso. Ho notato una donna di circa cinquant’anni, che indossava uno short talmente corto da mostrare i glutei, esibendo cosce tali da scoraggiare il più incallito degli erotomani, senza alcuna vergogna né da parte sua né dell’uomo che le era accanto. Individui del genere adorano il brutto, e il brutto sentitamente ricambia.
A fine giornata, sulla spiaggia scorrono i titoli di coda. Portati a riva dalle onde, in ordine di apparizione: un sacchetto nero, un Tampax, una medusa morta, una scorza d’anguria, l’asta di una scopa. Sulla via del ritorno, una donna cammina sul marciapiede, da sola verso la sua auto. Dietro le spalle si è attaccata un foglio con la scritta “Non sono una puttana”.

 

Nei giorni dipinti

Raccolgo di seguito una serie di miei pensieri sulla vita e sull’arte, tratti dai miei taccuini di viaggio.

-Dopo il corpo, l’anima andrà in luoghi che non la vedranno più né ospite né padrona. Eppure, ricorderà quanto era meraviglioso il mondo, e vasta nella sua breve misura la vita. Avrà nostalgia dei suoi voli d’aquilone impossibili senza il filo tenuto al palo. Rimpiangerà il suo essersi incontrata nella carne, senza piacersi che un poco, a volte e per poco. Ricorderà i suoi paradossi di nomade sedentaria, tra la cenere chiara di chi la incontrava nel sonno, correndo tra gli alberi come un nastro sciolto.

-Dei percorsi quotidiani, amo la lentezza e le piccole scelte del momento, come quali dita tenere premute in tasca, o quale fossa evitare. Sotto i piedi, terra e frutti sono tiepidi come mani.
L’anima di garza e un occhio all’albero, dove il pane degli insetti non ha peso.
Se sto zitta è perché manco alle parole. Non corro. Guardo e raccolgo. Sorrido a pieno mondo.

-Ho spianato il crudo del volto e il duro del peso. Nella stagione dell’erba, le parole evaporano come l’impronta di un dito. Odori biondi, sotto l’albero che qui mi ha piantata. Da qui in avanti camminerò a piedi, assumendo la cittadinanza del terreno e dell’asfalto. Mi augurerò del mare l’inquietudine e la capienza; del dolore, l’aspro che non fa male, il freddo di un inverno meridionale.

-Lungo la via corrono giovani, passano ciclisti e signore coi cani. Vivo le luci dei lampioni, l’erba calda, i solchi del campo arato, il filo di un aereo che sale, il rombo di qualcosa che accade. Quando la vita li chiama, alberi, acque, insetti, uccelli e montagne obbediscono. Di nuovo e per la prima volta arrivano, finiscono, ricominciano, certi sempre del giorno dopo; non come me, che conosco solo la tristezza di aver perduto qualcosa, e di continuare a perderlo.

-Per tutta la vita un artista circumnaviga l’autoritratto: operazione faticosa, disonesta e inutile. Lo scrittore scriverà sempre lo stesso libro, il pittore dipingerà lo stesso quadro, e la storia descritta non può che essere la sua. Non esiste al mondo creatura che gli interessi di più, e che conosca meno. Tuttavia, le sue antenne puntano verso distanze e approdi che devono essere convogliati nell’opera e offerti a tutti. L’artista dice: ‘Ecco cosa ho trovato. Spero che questo sia ciò che anche tu stavi cercando’. L’artista svolge un’attività pensante che si traduce infine nella dimenticanza di ogni consapevolezza. Integrità e chiarezza, pulizia e fermezza di metodo, insieme al rinnovarsi della sorpresa. L’artista rispetta l’ignoto. Capace di coralità in una sola voce, e di specchiare tutti i volti nel proprio, per la sua capacità di sentire senza difese, di discutere e di innamorarsi di ogni cosa, merita rispetto. L’artista è libero? Non lo è. Non esiste forma senza responsabilità. Ogni espressione ha sintassi e regole, possibilità e vincoli; di fatto, più doveri che piaceri. Si pensi a questo prima di archiviare gli artisti tra gli operatori socialmente inutili.

-Diroccata da un urto senza peso, anche oggi nella quiete dello zero, dignitosamente e senza fede spero. Ore importanti, più scomode di alberi. Che limpida pace ai confini del buio, dove passano notti più soleggiate del giorno.

-Dolori appollaiati sulle costole come passeri. Il silenzio di ogni cosa che passando non resta, trova in me il suo centro; in me seduta, lenta, nessuno. Intanto il mondo gira sulle ruote di sempre: l’inspiegabile chiaro e tondo, tanto posto per una cosa in più e mai per una in meno, il rigore logico nella furia del sottobosco, il male necessario alla pietà del bene.
Tutto quello che vedo per strada non mi fa domande. Il vento mi indica la direzione in cui nessun incaglio genera eco. Il vuoto però è imperfetto, perché contiene quantomeno la mia cognizione di vuoto. Mi viene chiesta una cosa da qualcuno a cui avrei voluto fare la stessa domanda, ma coperte in giro non se ne trovano, né carri che tornano pieni.

-Invito il mare a riportare con chiarezza la dicitura di “baratro, pericoli, relitti e buio”.
Invito il corpo ad esporre l’avviso: “Affidamento in comodato d’uso”.
Invito l’aereo, che in alto si finge puntino senza peso, a dichiarare in tonnellate il suo carico di corpi, bagagli, cherosene e ferro. E le montagne, che al tramonto sembrano ostie d’aria, ad ammettere senza giri di parole di essere fatte di terra e pietra, e basta.

-Fare domande alla vita è come chiedere informazioni su dove andare alla prima persona che si incontra per caso in una città straniera, che nove volte su dieci non è del posto.

-Non uccidere e non ignorare: ciò che decade non troverà rimpiazzo. Attenzione e grazia per noi e per gli altri, per le cose viventi e per quelle inanimate. Pietà per la fragilità comune, per la luce tenue che insegna, e per gli abbagli in cui si disimpara.

-Ogni mattina, mi rendo conto che non accade niente di diverso. Ma se mi sveglio credendo in qualcosa, qualcosa di nuovo è già accaduto. Una pioggia breve lascia in strada un odore di bruchi a spasso sulle insalate.
In un’edicola votiva, l’immagine del dono non aspetta gratitudine né ricompensa.
Di sera, si sta bene in compagnia del cielo chiaro e di passi calmi.
Stupida, unisco le cose per tenerle insieme, quando a lasciarle sciolte scelgono loro con chi fidanzarsi, e i loro amori sono durevoli.

-Cerco un percorso senza sviluppo di cose, con muri privi di conseguenze e ganci senza presa.
In agenda oggi: tenerezza per lo sbando e per la mano che non tiene.
Mi vesto comoda e non mi affretto: le azioni sono un pane che deve bastare per giorni.
Non mi curo né di piacere né che gli altri mi piacciano: non rincontrerò nessuno di questi luoghi e di queste persone, e in questo è la forza del nostro sodalizio.

-Per la stesura di questa mia vita si ringraziano: la paura maestra di misura, i tratti ciechi delle interruzioni, il tono perentorio delle incertezze, la banalità che ha deposto sempre a favore delle cose, la pena struggente per le ombre del corpo.

-Ansia per il tempo che non basta, e un minuto dopo ecco baratri di ore vuote.
Strategia dell’odio, poi uno sguardo dolce scioglie la rappresaglia.
Esiste un accanimento ridicolo nelle nostre faccende, tanto è breve la distanza tra l’occhio e la cosa osservata. Nei disegni della vita – simili alla forma degli stormi in volo – ci sono progetti chiari per ciascuno. Respirare con calma, esserci e aspettare con fiducia. Rigare dritto ogni giorno, pregando di riuscire a fare un poco di bene. Lavorare con tenacia, restando umili e di poche parole. Imparare soprattutto ad amare, più che pretendere di essere amati, è già una grande rivoluzione.

-Si pensa che un pittore sia un perdigiorno. Ne è sicuro chi lo vede in giro per le strade o per i campi, ad ogni ora del giorno e della sera. Il pittore è invece uno che si occupa del tempo libero a tempo pieno. È questo il suo mestiere: andare lento e osservare a lungo. Il pittore si esercita in questo modo a fare amicizia con le cose esistenti, disimparando i giudizi e le separazioni cui lo stare vicini comporta. Solo così, una volta dipinte si lasciano amare. Meglio passare loro accanto e salutarle, senza niente ignorare, e nulla tralasciare.

-Ora bisogna che tutto nasca. L’oratoria del paesaggio aveva dettagli descritti dalla punta di un pennello narciso. Lo sguardo non aveva guardato. Immobile su una scena così cesellata, si chiedeva: ‘E allora?’
Primo germoglio, erba materna, tronco padre; mi dite adesso che bisogna togliere, affinché il frutto sia pieno. “Hai perso qualcosa? No. Ciò che è caduto dava peso inutile al braccio che ti offriva l’entelechia”. Sottrarre parole, ridurre le pause. Dopo aver dipinto le cose, lasciare che una folata di maestrale le sciolga, restituendole alla completezza del creato. Degli uomini, viene detta in questo modo meglio l’ombra di ciò che furono e che vorrebbero diventare. Le case ci ospitano e ci salutano, le montagne evaporano. Le strade vanno come scie di astri; qualcosa di nuovo nella sostanza della terra, su cui passando non restiamo.

-Sono triste per la disponibilità del corpo a perdersi, e del silenzio che a ogni parola ci rivolgiamo.
Sono felice per il biancoscuro del mondo, e per come lieve permane l’impermanenza.
Il tempo che passa è tutto ciò che resta.

-Guardando una serie di immagini di corpi nudi, rifletto sul tema del corpo. Di certo resta questo: i puntelli ideologici sull’argomento funzionano solo se il corpo è in odore di crollo. Ma se il corpo è bellezza, l’intelletto soccombe al desiderio che, quando la bellezza è al suo stadio più elevato, dimentica l’eros carnale, per farsi panacea, amor mundi, spiritualità e trascendenza della forma, in un perfetto, fragilissimo stato di grazia.

-Bisogna aprire molti occhi negli occhi prima di vedere. L’opera è buona se coglie ciò che resta del transitorio. A quel punto, si alza in piedi e parla di voce propria. L’artista che si lascia alle spalle è una buccia sputata, un forno spento. Un’opera non deve andare d’accordo col colore delle tappezzerie o con lo stile dei mobili. Un’opera dice sì e no, dice passa più tardi, entra, vattene. Un quadro non deve far star bene: se ci inquieta non si sarà sbagliato, perché lui sa bene che la vita si racconta meglio nell’indicibile e nell’irrimediabile, soprattutto nel difetto, che rifinisce la perfezione.

-Splendida giornata di primavera, con fiori sugli alberi e scirocco iridescente; per stupide ragioni sono rimasta al chiuso, indecisa se venire a te o restare. Poi di sera te ne sei andata, e io mi sono sentita come chi non è andata a salutare il poeta che vive da solo nella casa accanto.

-La vita è una pala data a inizio viaggio per scavarti la fossa, ma con cui puoi anche piantare alberi. Guardando i germogli, dimentico volentieri un torto subito. Negli orti, osservo la fuga ordinata dei solchi, le gambe bianche delle betulle. Nel fumo dei campi vivo il tempo importante delle radici. Imparo la vita nell’estraneità di chi mi passa accanto. Mio è solo ciò che non mi appartiene: l’aria spostata dagli uccelli, una traccia di gesso sul muro, una parola senza messaggio.

-A marzo, gli uccelli cantano la sacra immanenza del mondo, insieme a cose e persone che credevo perdute. Ritrovo la pazienza del bruco e della pietra, le braccia aperte dei fiumi, l’eleganza dei serpenti, l’imprevedibilità dei germogli. Un’ignoranza selvatica mi insegna il desiderio senza scopo. Capisco quello che posso comprendere e ciò che non mi è dato chiedere. Vieni vita, a ricordarmi il passo fermo nel ricominciare, il sangue che trova l’alveo anche senza vena, il frutto nuovo che giace accanto al morto, senza pena. È una trascendenza orizzontale quella che chiede di cercare l’altezza intorno, e di raccogliere le cose offerte dal cammino, scoprendo tra loro misteriose concordanze. Perdo la forma e il nome, la coscienza di esserci e la speranza di diventare. Di sera, nel fumo dei campi vivo il tempo importante delle radici. Penso al tempo e me ne dimentico. Il mondo è grande, il mondo è breve.

-Come descrivere la gioia che si prova a essere nella luce del giorno? Ode al miracolo della vita, che ricomincia sempre nuovo da miliardi di anni.  Molte cose e persone se ne sono andate. Noi le crediamo immense nel nostro dolore. Sono piccole, invece, nella potenza della vita, che maestosa ci chiede ogni giorno: “Hai capito?”. Noi rispondiamo di sì, ma non abbiamo capito.

-Il pennello sulla tela fa il verso del vento nel cespuglio e del piccolo animale che scava.
Azzurro parlante dell’ombra, sporco necessario, nero rauco delle cose in transito. Infine, il verde del bosco mi dice dove andare.
La mia casa, le persone e le cose diventano l’essere per strada, dove in ogni direzione traccio assenze di meta. Cerco una forma che realizzi la nostalgia dell’immagine, raccontando della presenza sospensione e impossibilità. Lascio emigrare. Perdono le discese, le smussature, i graffi e le mancanze, accogliendo con letizia soprattutto la pena: acqua alle radici, luce sempre accesa.

-Piove un grigio fatto di bianco, giallo di cromo chiaro, una punta di nero di Marte, blu di Delft e terra d’ombra bruciata.
Bianco, blu di Prussia, bruno Van Dyck, marrone d’ocra rosato, verde di cromo chiaro: di ogni volto, strada e paesaggio, questi cinque colori raccontano la violenza e il rumore a furia di silenzio, restituendo il calore che prepara il travaglio e la pace che segue il parto; la dolcezza autunnale di certe malinconie, la speranza disperata in fondo a ogni cosa.

-Tra tutte le forme di distacco, la morte è l’unica separazione non consensuale. Per questo, un quadro che la rappresenti (ogni pittura di immagine è forse un discorso sulla morte) richiede l’energia della lotta e i guizzi veloci di chi salta per vincere il buio. Solo lontano dal dettato delle forme le opere raccontano la storia misteriosa delle cose.
Dopo mesi di lavoro, distruggo la maggior parte dei quadri dipinti. I quadri sbagliati tacciono a voce alta: li sento non respirare più, non muoversi da sopra il cavalletto. A quel punto, è meglio lasciarli andare, perché è spesso dall’errore che fermentano le opere che restano. Dopo la devastazione, le giornate si riempiono di un vento che trasforma i cieli, lo sguardo degli animali, le mani degli uomini.

-Che grettezza aspettarmi un pubblico. Raggiro l’autoritratto, mi frugo, mi devasto, perdo la pace nello scavo di domande solo andata, e non faccio un piacere a nessuno.
Perché si crea, perché si cerca ascolto? Banalità del vero, verità del banale: per la paura di scomparire e di non riapparire da nessuna parte; per la gioia breve di aver spostato il silenzio un poco più in là.

-La pienezza del mattino mi restituisce a una gioia disumana. Le cose presenti diventano mani piene e porti sicuri. L’occhio va al paesaggio: non esiste nessun luogo in cui possa dire con altrettanta certezza di esserci già stata. Come il vento sposta i semi, il pennello porta il colore dove serve e lo toglie dov’è troppo. Edificare e poi salpare, accompagnando il frutto come solo l’incurante bellezza del creato sa fare. Un’ignoranza selvatica mi insegna il desiderio senza scopo. Niente di utile e niente che non serva. Tocco perfetto dell’esserci, pienissima e vuota, pianissimo.

-Le cose è meglio affidarle al tempo misterioso e sempre esatto del loro accadere. Quando arriverà il momento, non ci saranno bivi. Il mio verrà reso, il rotto sostituito.
Quadri in bilico: il modo giusto per completarli è darsi ad altro. Se sono buoni somiglieranno alle madri d’Africa, che giunto il tempo si inginocchiano e partoriscono per terra.

-Quadri semplici, di un’originalità vigorosa e appartata: così vorrei fossero i miei. Il mio corpo non sarebbe più dolore di carne, ma tepore di pane, belva immune da cattura.
Dipingo il cielo di luglio, le città riassunte in una striscia di bianco increspato, la brezza tra pini e cipressi, l’odore del mare sulle pietre, le ombre azzurre dei passanti sulla calce dei muri. I colori prendono una strada tutta loro nell’impasto della tavolozza. Come sempre nella vita, le cose migliori riescono se si assecondano le curve, perché qualcosa di buono c’è sempre: nella polvere che vola, nelle file agli sportelli, nel sonno che non caglia, nel treno già passato.

-Dio ha affidato a ciascuno un piccolo mondo fatto di persone, di alberi, di animali, di oggetti e di idee. Il nostro compito durante la vita è di prendercene cura. Guardando cose e persone mi sembra di osservare una convulsa colonia di microbi. Ma se mi fermo a dipingere un quadro, posso vederle dal loro interno, imparando ad amarle, a comprenderle e a desiderarle. Ecco allora una gioia senza ragioni, che fa di ogni peso polvere lieve, parte di un eros che dà il rosso alle ciliegie e al vento il brusio del fuoco; un eros di erba calda, di acqua che scivola su sassi rotondi.

Rigor mortis
Ho distrutto un paesaggio che raffigurava una strada bianca, un muro, un albero e una montagna. Era tutto perfetto nell’identità delle tinte e nella fedeltà delle forme. Eppure, qualcosa rendeva la scena sorda. Quello che è successo dopo me ne ha spiegato il motivo. Sul muro del bagno era posato un piccolo insetto, fermo così a lungo che a un certo punto ho soffiato per vedere se fosse vivo. È caduto galleggiando in aria, prima di finire a terra. Verosimilmente vivo, era da tempo morto.

-I bruni di novembre sono i fondali oceanici da cui si prega ogni notte di risalire; bruni pensierosi a cui i colori delle case vogliono somigliare, per sentirsi più amate dagli uomini.
Non esiste peccato più stupido per un pittore che tornare a casa e, preso dall’emozione di ciò che ha visto, mettersi a dipingere il paesaggio. Il quadro dirà poco del momento in cui un uomo si è trovato nel mistero delle forme, e non aiuterà chi guarderà il dipinto a illudersi di esserci mai stato.
Certi momenti vanno vissuti in prima persona e senza testimoni. Bisogna sentire il dolore della bellezza nemica di ogni racconto, ritrovando una a una le cose che non si potranno dire mai.

-Dipingendo più quadri contemporaneamente, lascio libere le mani di capire cosa vogliono. Capisco chi sono io, quella che ignoro e che cerco di incontrare. Infine, scopro quale dipinto aveva ossa e muscoli, e quale era una luce accesa senza scopo. Sarebbe meglio fare con la forma come con chi non si ama più: convocarla per un ultimo appuntamento per spiegarsi con calma, e se fa orecchie da mercante, dirle chiaro e tondo che è finita. Se neanche questo basta, andarsene in giro per i campi, dov’è scritta ogni cosa.

-Non ho mai incontrato in carne e ossa le persone che ho stimato di più, come i grandi filosofi, gli artisti, i poeti, i pensatori: benefattori di varia natura, che mi hanno accompagnata nella crescita, educandomi al rispetto e alla fiducia nell’uomo.
Nella vita di ogni giorno, di persone straordinarie non ne ricordo. Sono state certo brave persone, come si usa dire, ma più simili a pianure o a strade in discesa che a salite avvincenti. Attraverso di loro, però, ogni legame mi ha insegnato che cose e persone si amano con più tenerezza per le loro incrinature, per le loro mani tese, per il loro passo zoppo.

-Il mondo è pieno di creazioni meravigliose e di azioni importanti, meno di gente capace di accorgersene. Un artista aveva esposto nella sua bottega un omino di legno, davanti al quale non si è fermato nessuno. L’omino, però, non sembrava triste per tanta indifferenza. Così ho pensato che gli oggetti, di certo dotati di una loro vita misteriosa, scelgono da chi vogliono essere amati. Se tanti non si accorgono di loro è perché sono loro a non vedere noi, e a non volerci incontrare.

-Se chiedi alla vita: “Perché?”, ti risponderà: “Perché sì”, risposta non meno insoddisfacente di quella che ti darebbe la morte. Meglio allora il fondo del cratere, l’odore presago delle zolle. Meglio scavare, intravedendo un rigo di luce sull’orlo del fosso. Da quanta ombra l’immagine viene fuori, da quanto spessore di nero, da quanta fatica di scalata e ricaduta; solo questo conta.

-L’artista è un operatore umanitario socialmente utile: falso. Ogni artista non si occupa che di se stesso; ogni sua opera non è che un tentativo di sbarazzarsi di sé, dei suoi aspetti migliori come dei più esecrabili. Che poi questo svuotamento possa essere utile a qualcun altro è un effetto collaterale, a volte addirittura imprevisto. L’unica differenza tra l’uomo comune e un artista è che l’artista sa assumersi un impegno costante verso le profondità del proprio baratro.

-Della presenza umana in un quadro di paesaggio si può fare a meno. Il corpo dell’uomo è la bozza di qualcosa che ha urtato uno spigolo. La natura lo batterà sempre, lasciandolo solo con le zavorre millenarie della sua presunzione e della sua irresolutezza.

-Un amico artista che andando all’estero ce l’ha fatta, adesso un poco si lamenta. Dice che al riparo si sente in pericolo, che la voce per gridare gli esce in falsetto, che i pennelli sulla tela se ne vanno come automobili col pilota automatico.
Ma io gliel’avevo detto che la sicurezza può nuocere all’animo degli artisti, che si nutre invece di ponti traballanti, di pietre sconnesse, di tremori di miraggio.

-Bisognerebbe sempre temere la compiutezza come lo stadio della forma più prossimo alla morte.
Dio ci salvi dai difetti della perfezione, che ci priva della nostalgia di ciò che la perfezione avrebbe potuto dirci, se solo fosse stata meno perfetta.

Ascese rovinose
Chi ha raggiunto il successo è uno che risale la foiba, usando come appoggio per il suo piede ora la testa di chi cerca di salire dal basso, ora quella di chi è già morto.
Bisognerebbe invece restare sempre un poco nell’ansia della riuscita, giacere sul fondo del vulcano, correre inseguiti dal buio, tenere i piedi saldi nella pietra della salita e i muscoli tesi nella paura di cadere. Soprattutto, ci si dovrebbe fermare sempre esattamente un passo prima della vetta, per evitare – una volta arrivati in cima – di recitare a memoria ogni mossa, senza più il vuoto nelle vene in cui passava la luce.

-Preparo un dolce a forma di luna. Non scaccio la pigra mosca di novembre sul pane. La tela vuota sul cavalletto ulula come il maestrale in cima alla montagna. Dopo, puntati i quadri che devono morire, ecco finalmente la pioggia dopo l’afa di agosto. La pittura non vive di avanzi o di parentesi. La febbre dell’attenzione chiede incontri, diversità, avversità. Non tollera appartenenze strette, né permanenze troppo lunghe. Nel buio fermo delle cose, i pensieri sono pesci che annegano in aria. Ma quando entra l’arte nella vita, il tempo si alza nella sua pienezza di mondi possibili. In certi stati di grazia può addirittura capitare di trovare una fiducia nell’orizzonte che vale più di un amore, e più di una fede.

-Vengo in questo prato a ringraziare per il popolo dei passeri che chiacchiera tra i rami, e per il piccolo insetto posato sul mio foglio. Bentrovati incenso dei campi, criniere di fontane scomposte dal vento, pino, montagna estinta nell’aria lenta della stagione, camion rosso e blu lungo la strada, fossi e cavolaie.
Al tramonto, risplendono colline color perdono e color addio. Nelle ombre, suonano Beethoven e Rachmaninoff; a nord il pianoforte di Satie. Nella tinta delle vette, il rosa di Napoli e il blu-verde ftalo riposano in un impasto pacato e lieto. Sorvolando il mondo, scopro un respiro senza ritorno al punto di partenza. Com’è breve il tragitto di un solo abbraccio. Com’è imperfetto l’amore che dice: “Il tuo per me, il mio per te, e basta”.

-È un autunno serio quello di paese. Il bruno della terra, l’incandescenza dell’asfalto, il cromo chiaro dei prati e le cose nel taglio di luce, sono respiri senza ritorno al punto di partenza.
Per dipingere la natura, bisogna essere rimasti dentro il paesaggio, scavando con le ciglia nel terreno. Scomparsi i segni del transitorio, non restano che il colore del cielo, la calligrafia dei monti, il vapore degli alberi, forse una strada. Il paesaggio mette radici nel sangue come la lingua degli avi. Bisogna combattere le miserie della compiutezza, esonerando dall’ambizione dell’approdo. La pittura deve accompagnare alla scoperta di quello che non si vede per eccesso di presenza, parlando di un incontro possibile solo se si abbandonano le pretese della trama. Più che le forme piene, deve descrivere gli spazi vuoti, considerando l’intervallo come evento concreto.
-A vent’anni anni, dipingevo con l’ostinazione di chi ha una grande idea del mondo. Oggi dipingo in bilico, prima di spiccare il salto nel vuoto. L’ansia che mi accarezza è una tenda con l’orlo in fiamme. Con me, un dolore di vene aperte e di unghie troppo corte. Luminoso nuota il mondo nel mio sangue, verde montante, inarginabile mare.

-Imparando la lentezza divento nomade, senza affanno né incertezza. Ore importanti, più scomode di alberi. Che limpida pace ai confini del buio, dove passano notti più soleggiate del giorno.
Molti sono morti nel modo più atroce, capolavori sono stati creati e nessuno li ha mai visti, ma il mandorlo ad aprile sboccerà a prescindere. Una belva ha abbandonato il figlio imperfetto, due amanti si sono ritrovati sfiorandosi le dita, le vespe che ti preoccupavano sbattevano le ali per rinfrescare l’aria intorno al loro nido.
Nessuno si curerà di me e niente mi sarà inutile.

-L’ora lenta bruca dalle mie mani: mani migranti, remiganti primarie.
507 uccelli su un albero. Aria nuova dopo le piogge notturne, mandrie.
Anch’io sono frutto, luce e lentezza nel campo.
Poi, a suo tempo, morto accanto al nuovo, senza pena.

-D’estate mi alzo presto la mattina, perché senza essere stata nell’alba, non mi sento degna di iniziare un quadro. È un momento battesimale, che mi pulisce dalle ore ruminate nella notte e da tutte le paure. Se nei campi c’è un uomo che lavora, è silenzioso e quasi non somiglia a un uomo. Se arriva l’eco di qualcosa che accade lontano è il vento, che passando sulle cose le guarisce con cura. Dura poco quest’ora, in cui ritrovo le persone perdute e l’amore per quelle presenti, la misteriosa potenza dell’inintelligibile, il respiro solenne di caos e cosmo.
Poi iniziano i suoni degli uomini, e quello è il momento di mettersi a lavorare.

-Dell’arte contemporanea ho una visione messa a fuoco in vent’anni di attività, frequentazioni, osservazioni e studi. Vengo da una formazione classica, dove per classico intendo non solo un determinato tipo di tecnica pittorica, ma armonia, visione delle cose in base a un sentire archetipico condiviso. Il mio tempo ribadisce invece l’insanabilità dei conflitti, l’impossibilità di ogni equilibrio, sottoscrivendo patti di fedeltà piuttosto con ciò che manca, che resta in bilico, incapace sia di individualità che di interdipendenza. Alle opere classiche, che proponevano un accordo tra uomo e Dio, e tra natura e storia, sono subentrati linguaggi variegati che hanno, però, tutti una cosa in comune: la necessità di cogliere la contingenza, l’incalcolabile come parte del calcolo, il caos come grammatica di base. Il non importa cosa assume una dimensione di senso assoluto. L’opera è ciò che accade e che si lascia accadere. Qualunque sia il soggetto scelto, l’artista non rappresenterà mai ciò che è senza dire insieme tutto ciò che non sarà mai. Anche l’arte contemporanea considera se stessa partendo da questa impossibilità; l’unica dimensione dalla quale scaturisce di fatto ogni affascinante possibile.

Progressi regressivi
Troppa arte mi pare fatta di opere sciatte e arroganti, senza alcuna responsabilità né estetica né metafisica. Qualcuno sostiene che si è contemporanei nella misura in cui si è sensibili all’irrimediabilità del frammento. Ma se l’arte maiuscola abita il frammento perché al frammento è faticosamente approdata, l’arte minuscola al frammento si arrende perché altrove non è riuscita ad andare. Magro traguardo di chi, persa ogni capacità di trascendenza, si riduce al compiacimento delle proprie tare.

Foto: Michele Rinaldi

 

Certe donne

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Abuso dell’immagine femminile, sfruttamento, violenza privata, discriminazione e stalking, sono temi su cui non si può e non si deve smettere di discutere, e che lo si faccia  l’8 marzo poco importa.  Ma per una volta, in questa ricorrenza, vorrei andare controcorrente parlando  di una razza a rischio di estinzione, quella degli uomini, a causa  di un tipo specifico di figura femminile, che ha tracimato ben oltre il buon senso. Sono passati decenni dalle rivolte femministe; la donna ha conquistato autonomia pensante, dignità personale, diritti lavorativi, politici e giuridici; quell’indipendenza culturale ed economica che le ha consentito di uscire da matrimoni sbagliati e di separarsi da compagni violenti. E tuttavia, ecco oggi molte donne incapaci di femminilità, di pazienza, di accoglienza e di ascolto; incapaci di rispetto del proprio corpo, che da custode misterioso della vita è diventato il vessillo di libertà sessuali orripilanti e sguaiate. Continua a leggere

Del Carnevale

L’ultima volta che mi sono divertita a Carnevale è stato un febbraio di ventidue anni fa. Organizzammo una festa a casa di un’amica di mia madre, travestite alla meno peggio, io da militare. Negli ultimi anni ho tentato gite fuori porta. Putignano? Troppo lontano. Venezia? Troppo cara. A Sarno ci sono carri che somigliano un poco a quelli di Viareggio; almeno un Carnevale diverso da quello che si festeggia dalle mie parti. Un tempo, la tradizione religiosa era fondata su credenze nutrite da sentimenti condivisi. Oggi, la gente rumina la fibra di un rito che non significa più niente, perché nessuno ne ricorda più l’origine e il senso. Alla tradizione si è sostituita la coazione a ripetere dettata, più che dalla fede e dalla storia, da un onnipresente horror vacui. Il martedì grasso è diventato una parata kitsch che diverte solo i bambini. Le sfilate si sono ridotte da anni a cortei di trattori, dietro cui adolescenti danzano una musica assordante di cui arrivano solo i bassi. E mi dispiace, perché dietro ciascuno di questi carri e balli di gruppo ci sono mesi di prove, energie, soldi spesi e un sincero entusiasmo. Le maschere sono per la maggior parte personaggi violenti, che incutono terrore e distanza. I trucchi ricordano tumefazioni e tagli. Di fatto, il Carnevale diventa il pretesto per spurgare energie cattive represse. Specie nei più giovani, l’impulso è all’urlo primordiale, all’interiezione disarticolata, al gesto teppistico, allo scherzo che diverte solo chi lo infligge, al movimento del corpo da stupro di gruppo. Più che gioia, è isteria collettiva.
L’origine simbolica del Carnevale è legata al mese di febbraio (dal latino februare= purificare) dedicato alla purificazione quaresimale. In questi giorni, attraverso riti propiziatori, le anime dei defunti scendono sulla terra per auspicare un periodo futuro di abbondanza. Dal canto suo, la parola maschera deriva dal latino medioevale, e significa strega, demone, a rappresentare l’anima del trapassato. Solo in questo senso resta giustificato l’aspetto orrifico di molti personaggi nelle nostre sfilate.
In questo tripudio di mostri, io mi rifugio nel passato. Serve a poco, ma solo così ritrovo l’onestà delle feste di un tempo. Se si digiunava si sapeva perché, le risate si accendevano con poco, se andava via la luce restavano il suono del fuoco e quello delle tammorre, che riportavano in vita i morti e tutte le paure dell’infanzia. La festa era una giornata d’agosto nel cuore dell’inverno. Il giorno dopo non ti svegliavi confuso e malconcio come dopo una sbornia, ma lieve, come appena nato.

 

JANNIS KOUNELLIS – a cura di Ludovico Pratesi

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Ripropongo di seguito questo testo – pubblicato  su ARTRIBUNE in occasione della scomparsa di Kounellis – che merita un’attenta lettura.

Jannis Kounellis era un umanista, un artista che non ha mai avuto paura di esprimere le proprie idee. Ludovico Pratesi lo ricorda con un testo, intitolato “Il dubbio, l’arte e la passione civile”, che oggi appare profetico, firmato da Kounellis e pubblicato sul terzo numero di “Micromega” nel 2004.

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COSA VUOL DIRE GLOBALIZZAZIONE

Io ho visto svolgersi gli avvenimenti dietro le finestre del mio studio, i messaggi lanciati dai pirati dentro una bottiglia non mi soddisfano. Preferisco, se dopo un viaggio ho qualcosa da dire, sussurrarlo nell’orecchio di qualcuno, magari in una taverna, aspettando con ansia un segno di approvazione anche da parte di un artista morto da secoli perché io intuisco dai suoi quadri se il mio discorso gli piace oppure no. Quando viaggio penso a Rimbaud in Etiopia. Nel mondo della globalizzazione non hai una meta precisa, e quindi non viaggi perché non hai un destino. È bello andare ad Hong Kong, ma è terrificante pensare di tornarci dopo una settimana senza avere almeno una persona da incontrare. Oggi ci si sposta in maniera convulsa da una bottega all’altra, come i venditori ambulanti degli anni Cinquanta. La globalizzazione è come un lago del quale si attraversano le rive con facilità: si pensa che non esistano più i paesi e si sia finalmente realizzato il sogno di fare scomparire le differenze che anche lontanamente ricordano un conflitto. Intanto, in America c’è un pittore come Jasper Johns che, tempo fa, ha dipinto la bandiera americana che indica un centro reale. La globalizzazione non mette in discussione questo centro, e riduce tutto il resto ad una desolante periferia. Io sono abituato a considerare un pittore come un protagonista: la condizione dell’artista definita da Picasso quando dipinge Les demoiselles d’Avignon in un piccolo studio a Parigi. Considero quel quadro rivoluzionario a livello linguistico: non indica un lago ma un oceano, e non si può non amare l’oceano. Gli impressionisti erano nomadi, si spostavano dappertutto per inseguire un sogno di libertà, quello di abbandonare lo studio e di dipingere all’aria aperta. I cubisti hanno fatto il contrario, sono tornati nello studio per ritrovare la libertà di inventare una nuova lingua pittorica. Ma sia gli impressionisti sia i cubisti indicano un pensiero forte. Oggi invece il pittore è l’ultimo anello di un’espansione di debolezza, voluto anche da una certa politica di sinistra, che ha voluto questa perdita di peso. Mentre una volta il quadro centralizzava l’interesse culturale, oggi è l’istituzione burocratica che offre la centralità, ma questa idea globale di pluralità allontana la critica, ed è un discorso nefasto nascosto sotto un’apparenza libertaria. In questo momento dove anche la parte imprenditoriale avverte che è nella costruzione di cose che si disegna il futuro (il che è una critica alla società dei servizi) il ritorno alla volontà di costruire e la fine della dispersione non è un sogno che finisce, ma un orizzonte che si apre.

ORIENTE OCCIDENTE

Nel Vicino Oriente c’è un conflitto ormai cronico fra gli ebrei, nei confronti dei quali abbiamo un debito enorme. Non bisogna mai scordarselo, e i palestinesi sono un popolo martirizzato alla ricerca di una terra possibile. Questa condizione ha paralizzato ogni investimento culturale verso quest’angolo del Mediterraneo. Per quanto nel porto di Alessandria siano nate delle grandi personalità come Kavafis, Ungaretti e Marinetti, non si può dimenticare che a Salonicco è nato Atatiirk che ha rivoluzionato la politica turca e del Medio Oriente. Tutte queste coste, da Smirne ad Istanbul, da Venezia a Barcellona era-no luoghi di vibrante attivismo commerciale e culturale e la pre-senza di Joyce a Trieste dove scrisse l’Ulisse ne è la prova.

L’IDENTITÀ EUROPEA

In un qualsiasi museo del Centro Europa, l’identità europea la vedi appesa ai muri perché vi sono raccolti, dal Neoclassicismo al moderno, tutti i momenti creativi. L’identità dell’Europa moderna si nutre di diversità. L’europeo non ha la monumentale certezza dell’americano, del resto la profondità delle tragedie che ha vissuto lo porta ad essere critico. Questo vuol dire essere europeo: coltivare il dubbio, la distanza, e dunque esercitare la critica. L’europeo non può essere un uomo legato ad una forma qualsiasi di apologia come gli americani, che hanno le grandi praterie e ci hanno regalato un’idea unica dello spazio, e Pollock ne è uno dei protagonisti giustamente amato. Il suo lirismo è profondamente poetico e per niente apologetico. L’Europa non avrà mai una sola bandiera, ma tante, e questo non ci rende meno europei, ma caso mai di più. I pittori ideologici come Masaccio o Caravaggio hanno segnato la mia vita. I loro quadri non hanno il dogmatismo medievale delle icone. È gente che firma le proprie opinioni poetiche e le difende. La modernità della pittura è anche in questa firma. Il patrimonio visivo non esiste solo come storia, ma come presenza condizionante e la novità, anche la più estrema, dialoga e ri-immagina questi testi fondamentali che sono le pitture e i loro segni apocrifi. La globalizzazione sicuramente serve all’America per non ricadere nell’isolazionismo, e serve alle forze separatiste europee perché crea un alibi per non unirsi veramente. Ma per quel che riguarda la poesia scritta in lingua non serve a niente. Anzi è piuttosto dannosa.

DOV’È IL POPOLO?

Da sempre il popolo ha scandito i limiti ed ha separato nettamente il bene dal male, forse ha anche trovato il fondamento che è dietro al bello. La politica esiste come esiste l’opinione o l’emozione. Non è stato il Capitale di Karl Marx, ma piuttosto i romanzi di Dickens o Victor Hugo ad avermi spinto ad essere partigiano di colui che soffre, ad essere vicino non agli Dei dell’Olimpo o alle Feste Galanti di Watteau, ma ai contadini di Millet. Oggi in Europa non esiste più né una vera sinistra né una vera destra. Sono sparite le opinioni forti, non esiste più la classe operaia, e dicono che non ci sia più nemmeno il popolo. Come facciamo a vivere senza popolo? Capisco che si possa vivere senza la classe operaia, ma senza popolo? Tutta la nostra tradizione pittorica nasce da un concetto popolare della civiltà contadina, così come le Madonne, quelle dipinte da Tiziano, che utilizzava delle prostitute come modelle. È difficile distanziarsi dal concetto di popolo. Forse abbiamo capito con il passare del tempo che il concetto di massa non era realmente importante, ma quello di popolo è importantissimo, qualsiasi cosa è nata da quell’indicazione.

IL TERRORISMO

Sostenere il Cubismo oggi, davanti alla volontà americana di gestire il secolo, è già eversivo. Ricordo le nostre mostre degli anni Sessanta, formalizzate fuori dalla tela con telaio, che rivoluzionavano non solo l’aspetto visivo ma minavano il sostegno ad un certo tipo di forma che era finito col rappresentare la conformità, e offrivano anche una diversa gerarchia di valori. Oggi c’è una grande velocità che ha ucciso il tempo, non c’è più una borghesia capace di mediare. Gli eventi sono talmente rapidi che tutti viviamo in un terribile parossismo. Il terrorismo nasce dalla complessità dell’Occidente. Noi occidentali offriamo non solo i prodotti, ma ne facciamo anche la critica. Dunque mettiamo una pesante ipoteca sul nuovo. Gli altri hanno solo la possibilità di consumare.

LA SINISTRA E L’ARTE

Il mio sentimento di sinistra viene da un quadro, i Mangiatori di patate di Van Gogh. La sinistra oggi è diventata astratta, mentre storicamente nasce per contrastare la destra e portare una moralità diversa, un concetto diverso di pratica civile. Oggi, lontane dalla loro fonte popolare, le virtù di prima vivono nell’ombra, ma non si sa però in quale struttura piranesiana le hanno depositate. Così è arrivata l’incertezza. Di fronte al monumentalismo del Ventennio i paesaggi romani di Mafai nascono dall’opposizione e sono di sinistra, ma per quel che riguarda la pittura, l’appartenenza ad un partito non conta. Oggi più di ieri si vede con chiarezza che esistono dei legami fra Sironi e Burri almeno come emotività, come capacità di ancorarsi all’Italia, e questo non è uno scandalo.

ARTE E POLITICA

Se uno vive dentro la città si accorge facilmente che il potere politico lascia dei segni visibili e condizionanti. L’artista che lo ignora è difficile da comprendere. Esiste naturalmente la scelta dell’eremo, ma è lontano dal centro delle case. Gli artisti non servono a niente. Costruiscono il proprio immaginario con una lentezza senza precedenti, portano all’estremo la loro capacità di essere comprensibili attraverso la lingua e possono essere, per chi li legge, l’introduzione ad una frequenza diversa. Isaac Singer scriveva articoli in yiddish per un giornale ebraico di New York che aveva trecento lettori. Lui credeva che fosse importante scrivere senza tenerne conto, come fa un buon parroco di campagna, o un artista di Avanguardia alle sue prime esperienze espositive. Grande precisione e poco pubblico, ma è difficile immaginare il teatro di Beckett dentro un’arena. Oggi i politici inseguono la chimera della globalizzazione con le sue tecniche televisive di alto gradimento. Bisogna dire loro che quei musei chilometrici, disegnati con maestria e destinati ad accogliere milioni di spettatori all’anno, offrono un’idea di cultura drasticamente contraria al modello dadaista del Cabaret Voltaire. Se invece la costruzione è oggi quello che conta, se l’epoca del virtuale ha fatto il suo tempo, forse quell’attitudine sottile ed acuta che gli artisti offrono, in quanto costruttori di immagini per eccellenza e in grado di trasformare la materia, può essere utile al politico: offre il passato su un piatto d’argento, riplasmato, e nei casi migliori brillante e dialettico.

 

Dell’amore

Rivolgo questi scritti a tutti gli uomini e le donne che credono nell’amore, ma pure a quelli che dall’amore sono rimasti delusi o feriti, e lo faccio oggi, giornata dedicata a troppa ipocrita melassa.

-Una volta, un uomo e una donna si incontravano, e dopo aver superato insieme mareggiate e derive, giungevano a quella sponda della vita dove tutto è più lento e caldo, dove si sta bene a bassa voce, più importante che essere felici. È stato naturale per loro non stancarsi alla prima guerra, ma accoglierla come invito alla necessità di restare uniti. Non esisteva il mio e il tuo ma, e naturalmente, il nostro.
Una volta, la coppia era una casa che si costruiva insieme. Oggi, per ciascuno dei due è una costruzione edificata in precedenza e da soli, con la possibilità di modifiche comuni pressoché nulla. Passano pochi mesi dal primo incontro, ed ecco quella sensazione di finito, l’angoscia della strada chiusa, del respiro corto. L’altro non è più la via per la tua crescita, ma l’estraneo di cui liberarti. Quando muore il “noi”, le parole escono a fatica, dolorose nella loro secchezza. Sembra che l’unica soddisfazione sia nel colpirsi a morte, per restare soli in trincee opposte.
Chiediamo di imparare l’amore: tutte chiacchiere. A chi entra nei nostri giorni reagiamo come zitelle cui hanno spostato le tazzine nella credenza. L.A.T.: Living Apart Together; è la scelta sempre più diffusa di quelle coppie che stanno insieme, ma vivendo in luoghi separati, in case e città differenti. Indipendenza fisica, indipendenza affettiva. Occasionalità degli incontri. Anemia delle condivisioni. Porta sempre aperta alle chiusure. L’indipendenza è un valore, ma diventa limite quando rende incapaci di interdipendenza, quando fraintende la felicità con l’assenza di problemi, allontanandoci dalle ricchezze della resilienza. Né l’uomo né la donna si accorgono che l’autonomia va bene, ma vivere e morire soli è il modo più amaro di sprecare una vita. Ogni cosa si spegne se non viene condivisa, ricordandoci che si muore male se non ci apriamo a chi non siamo. Ad ogni incomprensione, diciamo che i nostri comportamenti sono prove di sforzo cui sottoporre l’altro, per capire se è equipaggiato per la salita. Ma spesso è tardi e l’altro se ne è andato. Abbiamo dissipato un giorno intero a dare di noi solo la faccia brutta e le mani spente. Avremmo dovuto fare più attenzione. In quei momenti, la sua mano calda sfiorandoci ha detto: ‘Allungati, prendimi nella distanza che ci appartiene. Soprattutto nella distanza che ci appartiene’.

-Amare è fatica di ogni giorno. È portare pesi fermandosi sempre un passo prima del precipizio. Io donna e tu uomo siamo razze diverse dentro la stessa specie. Quante volte, credendo di amare, abbiamo smesso di riconoscerci? Quante volte l’amore è stata per noi la via maestra per l’errore?
Nessuno ci ha educati al rispetto di ciò che non ci appartiene. La mia vita e la tua sono fatte di strade già battute. Poi ci siamo incontrati, scegliendoci tra molti altri. Esisto io, esisti tu ed esiste il noi, che deve arricchirci oltre l’uno che anche insieme ciascuno continua a essere. Per stare insieme a volte persino l’amore non basta. Ci vogliono piuttosto intelligenza e umanità, rispetto e delicatezza, distanza e grazia. Quando la distanza da te è rispetto e accoglienza, diventa distanza verso di te. Voglio poter scegliere ciò che mi migliora, rifiutando chi mi annoia e mi deprime. Credo nella possibilità di un benessere profondo che libera da zavorre e controfigure. Cerco una felicità fatta di agi e abbandoni, d’intese silenziose e freschi spazi d’ombra. Ma per amare bisogna avere prima imparato a stare da soli. Molti confondono la luna con la luce dei lampioni, facendosi compagnia nel cratere della vita.
Guardo il mio compagno e penso alla tenerezza tra noi, all’amore che va e viene, che oggi chiude e separa, domani apre e pulisce. A volte, per festeggiare S. Valentino basta il tepore familiare seduti l’uno accanto all’altra, o riconoscere il rumore della sua macchina tra quello delle altre in strada. A cena ogni sera, si parla delle solite cose, che pure hanno una loro forma meravigliosa. Nulla è cambiato in fondo, soprattutto l’amore.

-È colpa della natura occuparsi solo delle parti basse del corpo. Il cuore le interessa poco. Meglio la violenza e una certa cecità, più adatte all’esistenza delle sue creature, che vivono più forti se lontane da sensibilità, attaccamenti, attitudini speculative ed astrazioni varie. Se la natura avesse avuto interesse per tutto questo, avrebbe per esempio fatto in modo che ci si innamorasse di persone adatte a noi, e capaci di amare. E invece capita di non riuscire neanche a distinguere tra l’amore per un essere umano e l’amore per l’amore; equivoco tra i più comuni, oltre che somma eccellenza dell’ignorante natura. È che l’amore dovrebbe avere a un certo punto il buon senso di farsi da parte, lasciando posto all’intelletto, che direbbe: “Uomini e donne, sveglia! Vi siete accontentati di un amore cattivo e sgangherato, buono a stento a non restare soli. Per debolezza e per speranza, avete creduto normale lo squallore cui l’abitudine vi aveva costretti. I segnali però vi erano stati dati. Quell’amore era bravo solo al confine; demone ignorante che non sentiva i sapori, che cercava solo l’ingozzata, l’assalto, la fatica e il peso. Vi sfinite ogni giorno tra abitudini in fila, rivestendo di parole cose che hanno rifiutato da tempo ogni commento. Lui/lei non vede, non sente, non parla. Più che la passione, aspettate la stanchezza; più che un momento di pace, la depravazione dell’abbandono. Per stare insieme bisogna affidarsi. Voi invece restate impietriti, al buio. Non vi fidiate più, non vi lasciate cadere, non ci volete più nemmeno provare. Vi siete guardati allo specchio, e avete notato la pelle un poco stanca intorno alle labbra. Sono gli anni? Non sempre. A volte, più del tempo, è la distrazione di chi ci ci vive accanto a farci vecchi. Le luci accese non vi piacciono. Nell’intimità cercate il buio, perché al buio non c’è viso e non ci sono parole; lui/lei potrebbe essere qualcun altro/a. C’è solo calore in cui perdersi, grembo cieco senza volto, fondale d’oceano e caverna.
La metà piccola è una persona incapace di condivisione spontanea; porta il conto meschino del tuo e del suo, ignorando la differenza tra coppia e compagnia. Per non morire asfissiata, ogni coppia sana rispetta libertà individuali, ma ha pure regole che, quando si ama, vengono naturali e si accettano con gioia, perché utili a restare uniti. Chi invece cerca solo compagnia, approfitterà di tutti i piaceri e le comodità offerti dall’altra parte, ma guai a prospettargli una difficoltà: la metà piccola scapperà a gambe levate, adducendo un improvviso bisogno di recuperare i propri spazi e la propria serenità, per dedicarsi all’unica persona con cui ha stabilito dalla nascita l’idillio perfetto: se stessa. Se in un momento di crisi verrà chiamata a riconoscere anche le proprie responsabilità, si affretterà a precisare che colpe non ne ha, e che le sue eventuali scivolate sono sempre state una reazione alle tue di colpe e di scivolate, giacché lui/lei è estraneo/a all’errore.
La metà piccola non desidera stare a lungo insieme all’altra/o, terrorizzata dall’idea di dover stringere legami, dovendosi prendere pure il carico delle avarie che ogni legame duraturo per sua natura comporta. Meglio quindi definire ogni giorno nuove ed accurate separazioni: negli spazi da abitare, negli interessi e nei momenti da condividere, soprattutto in tutte le cose che non si possono fare insieme. E se gli/le farai notare che tutto questo non va d’accordo con un naturale stato d’amore tra due persone, ti accuserà di essere soffocante. Il concetto del ‘noi’, infatti, non ha mai sfiorato il suo spirito profondo, perché per la metà piccola vige l’IO assoluto e onnipresente.
Il tempo perduto non si recupera mai. Lui/lei pensa che la distanza calmi e curi. La distanza invece separa, facendo rigidi e freddi come i morti.

 

Citazioni

Quando finisco di leggere un libro, è mia abitudine trascrivere su un quaderno le frasi e i passaggi che mi hanno colpita. Quello che segue è un viaggio nomade attraverso il pensiero di molti grandi autori, senza indicazioni né di testo né di tempo; un volo planare per offrire a ciascuno uno spunto di riflessione, l’occasione di una dedica, o il modo per dire le cose quando a noi mancano le parole. (Nella foto, un’opera dell’artista Maya Pacifico)

-L’unità meravigliosa di questa vita è la sua intransigenza nella ricerca dell’assoluto.

-Siamo intimi da così tanto tempo di creature lisce e mute, fatte per consolarci dal male di avere un corpo; quei numi tutelari hanno sorvegliato i giochi della nostra infanzia, testimoniano nei giardini che il mondo è senza rischi, che non succede nulla a nessuno e, in realtà, a loro è successo solo di morire alla nascita. (…) Invece, queste nature fini e delicate salgono in cielo; scopriamo tutto quanto un involo d’Ascensione, d’Assunzione; danzano, sono danze, sono fatte della stessa materia rarefatta dei corpi gloriosi che ci promettono.

-Perché vi è qualcosa invece del nulla? Eppure qualcosa c’è: c’è questa apparizione ostinata, ingiustificabile e superflua.

-L’artista è un sospetto; chiunque può interrogarlo, arrestarlo e trascinarlo davanti ai giudici; ogni sua parola, ogni sua opera può ritorcersi contro di lui. Gode di enormi vantaggi, ma ogni cittadino ha, in cambio, il diritto di chiedergliene conto.

-Se il pittore vuole animare la sua pittura, che proietti sulle cose la trascendenza dell’uomo, che le unifichi ancor più attraverso armonie di colori e rapporti di forme, impegnandole tutte assieme in un solo movimento umano, che schizzino il gesto di prendere, di respingere, di fuggire; che l’uomo, infine, visibile o dissimulato, sia il polo magnetico che fa dire ciò che vuole a tutta quanta la tela.

-Nella pittura figurativa, le convenzioni non hanno molta importanza: è sufficiente convincerci che la figura proposta è, in quel sistema di referenze, la migliore rappresentazione dell’oggetto. La migliore significa la forma più forte, più densa, più significativa. Questione di fortuna o di abilità. Tuttavia, dal secolo scorso ad ogni nuova scelta, la figura si allontana sempre più dall’oggetto figurato. Più grande è la distanza che li separa, più forte è la tensione interna dell’opera. Quando giunge a eliminare la somiglianza, ad avvertire che ogni similitudine tra immagine e realtà non può essere che fortuita, il senso, liberato dal cedimento della rappresentazione, si manifesta nel suo aspetto negativo; è la cifra di questo fallimento, che luccica attraverso dissomiglianze, lacune, pressappoco, indeterminazioni volute. Invisibile, acceca perché dissolve le figure nella sua presenza non raffigurabile. Tali sono anche i sensi che abitano il nostro mondo: annientano il dettaglio e se ne nutrono. Sulla tela, l’artista ci offre ancora gli elementi figurati di una intuizione, ma li cancella subito. Suscitata da questo rifiuto, la Presenza – che è la cosa in sé, senza dettaglio, in uno spazio senza parti – si realizzerà. Le immagini che si rompono e cadono in frantumi, non è una scelta tranquilla dei nuovi pittori, è un avvenimento che si continua ancora e le cui conseguenze non sono ancora del tutto note. Questa deflagrazione permanente si rincorre a catena da una tela all’altra: ogni pittore la vede al tempo stesso come il suo problema e il suo materiale. L’Arte gli dà un’esplosione da governare. Sarà con un ordine esplosivo. Gli antenati hanno seminato il vento, quelli che oggi vogliono dettar legge sulla tempesta, bisognerà che si facciano ciclone in mezzo al ciclone, e che ne organizzino ogni minima pagliuzza con inesorabile rigore. Ma bisogna trovare all’occhio una motivazione molto potente perché intraprenda senza cercare la figura o la rassomiglianza, l’unificazione di questo sparpagliamento sontuoso. Ne esiste una sola: l’unità segreta dell’opera.

Dell’uomo
Com’è strano, com’è emozionante che questa durezza sia così fragile. Nulla può interromperla, e tutto può spezzarla.

-Non domando che di potermi commuovere dei guai degli altri (…). Io non ho guai, vivo di rendita, non ho superiori, non ho moglie né figli; esisto, nient’altro. Ed è così vago, così metafisico questo guaio, che me ne vergogno.

-E allora questo IO è sempre la stessa cosa, una pasta che s’allunga, s’allunga, e si rassomiglia talmente che ci si domanda come la gente abbia avuto l’idea di inventare nomi, fare distinzioni.

-L’uomo è una passione inutile.
SARTRE Continua a leggere