A-social network

Su Facebook ho più di 4.000 amici. 4.000 persone sono tante, gli abitanti di un paese. Quando nella vita reale accade di incontrarsi l’imbarazzo è grande, perché si fatica a riconoscersi, o perché ci si aspettava qualcun altro. Su Facebook, in linea di massima le foto vincono sui testi, le banalità sulle notizie interessanti, le gare a pelo d’acqua sulle calate speleologiche. Di fatto, un social è un ritratto fedele dell’umanità che, se resta interessante per la sua varietà, è oggi soprattutto un’umanità distratta e frettolosa. Tra una curiosità fugace e l’indifferenza, il mondo degli uomini è un caleidoscopio di maschere, dove a volte si è uno (più spesso nessuno) attraverso centomila. Ciononostante, mi accorgo pure di quante cose positive succedono in giro, non inferiori per qualità e numero a quelle che ogni giorno alimentano il mio disappunto. Molti trovano FB caotico e pieno di idiozie. Ma il problema è sempre nella gestione dei mezzi. A me Facebook, come il web in generale, fa venire in mente Funes, il personaggio di un racconto di Borges, dotato di una memoria prodigiosa per la quale ricordava ogni cosa vista, sentita o vissuta dalla nascita; una memoria non selettiva, che faceva di Funes un perfetto idiota inadatto alla vita. Il problema non è disporre di una quantità di nozioni e strumenti, ma delle cognizioni critiche necessarie a discernere e ad utilizzarli; insomma, a farli funzionare. Mi sono iscritta su FB nel 2009 costretta dai miei amici, che mi consigliarono di esserci per far conoscere il mio lavoro ad un pubblico più vasto. Dopo molte esitazioni mi iscrissi. Attraverso Facebook, ho conosciuto siti e portali d’informazione, blog di letteratura e di cultura artistica. Ho trovato persone interessanti, ho avuto modo di far conoscere il mio lavoro a tanti che mi ignoravano, e per la stessa via ho conosciuto quello di persone che oggi seguo e stimo. Mi sono pure concessa qualche vanità, imparando a tollerare per par condicio quelle degli altri. Facebook mi ha aiutata a leggere qualcosa di valido quando avevo finito i libri, ingannando attese impreviste fuori casa. Naturalmente, esiste per ciascuno una quota di autoreferenzialità da cui nessuno si salva; anche giusta direi (nei limiti del buon senso e del buon gusto), perché se non siamo noi a comunicare agli altri ciò che siamo e ciò che creiamo, nessuno certo lo farà per noi. Non mancano poi frivolezze, banalità, kitsch, sentimentalismi, bufale, fanatismi, crudeltà e luoghi comuni. Ma questa è la varietà del mondo. Dalla foto del panzarotto appena sfornato al video che spiega la successione di Fibonacci, cose e persone sono bengala nel buio che lanciano ponti, nella speranza di essere meno soli. D’altra parte, tutta la filosofia, l’arte e le religioni nascono da questo bisogno di consolazione. Facebook ne è solo la versione low cost, o se preferiamo, il precipitato pop dei massimi sistemi speculativi della storia. Non serve un social per capire che l’imperativo categorico di ognuno è il proprio ego; priapico, avido, onnipresente; un social semmai serve a confermarlo. Poi certo ciascuno lo gestisce con maggiore o minore buon gusto. Ci offriamo al mondo, e ognuno di noi fa questo pieno di fiducia e privo di pudore, come chi va nudo all’appuntamento con uno sconosciuto sperando in un atto d’amore. Ma qui c’è spazio soprattutto per forme più o meno dissimulate di stupro: il commento impietoso, la battuta fuori luogo, lo scherno, il fastidio, l’invidia. Anche forme accanite di plauso sono a volte un modo diverso e non meno pericoloso di essere violenti.
Nella vita reale, personalmente non conosco più di quindici persone, e ne frequento ancora meno. Su Facebook, il bilancio delle relazioni umane avviene attraverso il conteggio dei like dati e ricevuti, contabilizzati in una sorta di registro quotidiano delle uscite e delle entrate. Il mi piace, però, nove volte su dieci non è che la firma apposta sul quaderno all’ingresso della casa di un morto. Non si vive senza un io c’ero, e non si parla che di sé, in un onanismo che lascia sempre insoddisfatti.
Diceva bene Nausifane: “La non esistenza delle cose che sembrano esistere non è meno probabile della loro esistenza”. È il segno di un tempo storico che invita al chiuso delle proprie mura (di cemento, di carne, di cose da ottenere); tempo storico infelice, che penetra negli spazi più intimi tra gli uomini, rendendo frettolosi gli incontri, deboli le strette di mano, claudicante l’amore. Le grandi passioni collettive, come quelle tra amici ed amanti, si archiviano presto alla voce ‘Chimere giovanili’. Eppure, qui come altrove il bello esiste, ed è un bello fatto di gratitudine, di condivisione, a volte di tenerezza e di grazia. Non bisogna disperare: un andare insieme possibile esiste sempre, anche dove non si vedono strade.

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Piccoli uomini

Negli impietosi confessionali tra amiche gli uomini, devo dire, escono abbastanza male. Probabilmente accadrà lo stesso a noi donne quando sono gli uomini a riunirsi, ma ci sta, perché pure noi all’occorrenza facciamo parecchio schifo. C’è anche da dire che delle storie felici si parla poco: si vivono e basta, mentre sono quelle storte – come le notizie di cronaca nera nei telegiornali – ad attirare curiosità e commenti. Il problema è che secoli di letteratura ci hanno consegnato un’idea dell’amore come di qualcosa senza cui la vita non ha senso. Amori romantici, amori passionali, amori felici, amori complicati: pare che all’amore si perdoni ogni cosa. Io credo profondamente in questo sentimento, ma troppo spesso penso se ne sopravvaluti la nobiltà. Ho infatti realizzato nella vita, accanto ad esperienze certo riuscite, che uno dei suoi talenti migliori è la cecità. Mi è addirittura capitato di imbattermi in uomini che dell’amore proprio non sapevano che farsene, e che perciò hanno scelto di stare da soli, liquidando con pretesti banali storie in buona salute, che al massimo avevano bisogno di una piccola revisione.

-Il tipo di uomo più ricorrente nelle confidenze femminili è ‘la metà piccola’, ovvero l’uomo che, incapace di condivisione, porta il conto meschino del tuo e del suo, ignorando la differenza tra coppia e compagnia. Ogni coppia sana rispetta libertà individuali, ma ha pure regole che quando si ama vengono naturali, perché utili a restare uniti. Chi invece cerca solo compagnia, approfitterà di tutti i piaceri e le comodità offerti dall’altra parte, ma guai a prospettargli una difficoltà: la metà piccola scapperà a gambe levate, adducendo un improvviso bisogno di recuperare i propri spazi, per dedicarsi all’unica persona con cui ha stabilito dalla nascita l’idillio perfetto: se stessa. Se in un momento di crisi verrà chiamata a riconoscere anche le proprie responsabilità, si affretterà a precisare che colpe non ne ha, che le sue eventuali scivolate sono sempre state una reazione alle tue. La metà piccola non desidera stare a lungo insieme a te, terrorizzata dall’idea di dover stringere legami. Meglio quindi definire ogni giorno nuove separazioni: negli spazi da abitare, negli interessi e nei momenti da condividere, soprattutto in tutte le cose che non si possono fare insieme. E se gli farai notare che tutto questo non va esattamente d’accordo con un naturale stato d’amore tra due persone, ti accuserà di essere soffocante. Il concetto del ‘noi’, infatti, non ha mai neanche lontanamente sfiorato il suo spirito profondo, perché per la metà piccola vige l’IO assoluto e onnipresente. Povero piccolo uomo: non sa che il tempo perduto non si recupera, e che la distanza separa, facendo rigidi come i morti.

-Il tipo a seguire, in cui temo ogni donna sia incappata almeno una volta nella vita, è quello che Franco Arminio ha definito ‘l’evasore sentimentale’: colui che ha una ragazza, o una moglie e dei figli, ma che preferisce amare al nero e fuori porta, in modo da diminuire l’imponibile affettivo dichiarato. Non credo meriti ulteriori dettagli.

– ‘Se dotta è abbandonata’: prendo il via da questa bella battuta di Alberto Troisi.
‘Voglio una donna bella, colta, ironica, divertente, capace, forte, esuberante’. Lo dicono molti uomini, quasi tutti, forse perché dichiarare il contrario non conviene. Ma quanti uomini, nel privato ce la fanno davvero a vivere felici e sereni con donne siffatte accanto? E quanti invece cedono, fiaccati da ataviche competizioni di genere? Care donne ‘belle, colte, ironiche, divertenti, capaci, forti, esuberanti’, ricordate che gli uomini che prima o poi vi lasciano ‘per relazioni più semplici e meno impegnative’ vanno allontanati senza rimpianti. Questi individui daranno sempre la colpa a qualcun altro delle loro lacune, non ne parliamo poi se chi sta loro accanto nella vita di ogni giorno li sorpassa su molti fronti. Non saranno stati loro nella vita a non impegnarsi abbastanza per raggiungere un traguardo, ma voi ad essere andate troppo avanti, e per questo andate punite, invece che essere per loro stimolo e motivo d’orgoglio. Voi, coi vostri talenti conquistati con merito e sacrificio, dovreste consolare questi invertebrati della loro inettitudine, quasi scusandovi delle vostre capacità, anzi impegnandovi a scendere più in basso che potete per far loro compagnia nel fosso. Questi uomini lasciateli subito; vuoti a perdere, caldaie rotte nei giorni della merla. Non continuate ad aspettarli come madri che attendono il ritorno dei figli in guerra. Questi uomini non sono figli vostri, e non sono capaci di combattere nessuna battaglia. Vi sono rimasti accanto per debolezza, invecchiandovi giorno dopo giorno nel gioco al massacro dei loro rinvii. Le trincee, a questi uomini non servivano né a ripararsi né a decidere strategie, ma a crogiolarsi nel deliquio degli ignavi che sono sempre stati.

-Osservo due piccioni che cercano di fare il nido in un posto assai pericoloso, tra l’infisso della finestra al secondo piano e l’asfalto del marciapiede in basso, ma la cosa non sembra preoccuparli. In ordinata armonia, scendono a turno in picchiata in cerca di ramoscelli, che però ricadono nel vuoto. E giù di nuovo a recuperarli, per dare forma al loro fragile riparo che prepara alla vita. È sempre dalle semplici creature della natura che ho colto nella vita gli insegnamenti più importanti, come questo: l’amore è un’energia che vive quando, come e dove vuole; per cui alla fine, chiedersi se ne vale la pena, se siamo capaci di amare o se chi si ama merita davvero il nostro amore, è solo un modo per bloccarne il corso e la potenza. Bisogna pensare che quando si ama o si è amati male non serve dispiacersi, perché la vita si accorge che una delle sue corde ha smesso di vibrare, e viene a soccorrerci. Basta poco; uno spiraglio socchiuso attraverso cui la vita s’infila intera, restituendoci giovinezze d’animo e tutti i desideri maltolti. Niente paura dunque, amanti infelici.

Art(r)isti

Mi capita spesso di riproporre riflessioni scritte tempo fa, ma certi pensieri non hanno scadenza, soprattutto per via del fatto che nell’oggetto in essere – come in questo caso – si incappa con raccapricciante frequenza. Per cui, repetita juvant.

Che cosa succede se un mezzo artista riesce a darsi l’aria e l’aspetto dell’artista integrale, se la mancanza di scrupoli sa presentarsi come se dieci, anzi cento scrupoli, problemi e pensieri lo tormentassero, se l’assoluta nullità assume atteggiamenti di smisurata importanza? Là dove compare questo genere di persone, l’aria buona e sana diventa pesante, cupa e venefica, la vita si guasta, la natura tutt’intorno si corrompe.’
(R.Walser)

Al girone degli ar-tristi appartiene chiunque nutra un amore per l’arte palesemente incorrisposto, accompagnato da impulsi creativi paragonabili solo a certi disturbi del coito o della minzione. Ne fanno parte coloro che si svegliano un mattino all’improvviso, in preda a quel tipo di delirio che porta a non saper distinguere tra la Cappella Sistina e un corso di découpage.
Chi stabilisce chi o cosa è un artista? La sua prematura scomparsa, la storia, il mercato, il talento, un gallerista, un curatore, o tutti questi fattori messi insieme? E poi: artista si nasce o si diventa? Si è o si fa? È una missione o un mestiere? Se è una missione, qual è il suo scopo? E se è un mestiere, deve presupporre formazione, disciplina, tecnica, deontologia, esercizio e perizia, oppure no? La verità è che gli artisti sono persone né migliori né più interessanti delle altre. Tante volte sono individui che, in virtù di una libertà d’espressione che pretendono assoluta, amplificano pregi e difetti che chi non è artista (per sua disgrazia o sua fortuna) tende a nascondere o a mitigare.
Raccolgo di seguito alcune tipologie di art(r)isti osservate in circostanze e luoghi diversi, ma che si ripetono immutate nel tempo.

-L’artista autoreferenziale non ha età né sesso. Non sa cosa vuol dire restare in solitudine, affilandosi nel dubbio sul suo (eventuale) talento. Se visitato nel suo studio, mostrerà tutti i quadri che non gli hai chiesto di vedere, elogiandoli uno ad uno come se li avesse dipinti qualcun altro. Se insieme a cena, trascorrerà ore a parlare ovviamente di se stesso, dei suoi progetti, dei suoi successi, obbligandoti a stare incollato al suo I-phone a vedere foto dei suoi lavori, dei suoi viaggi, delle sue serate a destra e a manca. Se invitato alla mostra di un collega, passerà il tempo prima a parlare sempre ed ovviamente di se stesso, poi a distribuire biglietti da visita o l’invito/catalogo della sua prossima mostra, che fingerà di cacciare di nascosto solo per te, e mi raccomando che gli altri non vedano. Anche qui senza che nessuno gliel’abbia chiesto, comincerà a parlare del suo ultimo capolavoro, di chi ha acquistato i suoi lavori, delle sue quotazioni in perpetua ascesa, di quale giornale ha pubblicizzato le sue performances, di chi lo chiama di qua, chi di là, oggi a Berlino, domani a Tokyo. Vale per costui la massima di La Rochefoucauld: ‘L’estremo piacere che si prova a parlare di noi stessi dovrebbe farci temere di non provocarne alcuno a chi ci ascolta’.

-Il secondo genere di artista veste abiti lisi dai colori scuri, fuma sigari o sigarette artigianali, a volte la pipa, il capo coperto da un berretto di lana anche ad agosto. Se ha 20 anni ne dimostra 60, se ne ha 60 ne pretende 30. In pubblico fa di tutto per mostrarsi defilato: appoggiato in un angolo o seduto in disparte, dove tutti però possono accorgersi che è appoggiato in un angolo o seduto in disparte. Parla poco e a bassa voce, nell’esibizionismo dei falsi timidi. Magari un poco schivo lo è davvero, a causa della sua scarsa confidenza col genere umano, da cui viene puntualmente allontanato. Lui è l’Artista, e gli altri non se ne sono accorti, così come a suo tempo nessuno riconobbe il Messia tra il popolo. Questo individuo non conosce vie di mezzo: o è affetto da stipsi creativa, o imbratta tele a dismisura, sepolto vivo da tonnellate di lavori che venera in solitudine e che non mostra a nessuno, perché nessuno secondo lui è all’altezza di comprenderli. Se gli chiedi della sua vita sentimentale, ti risponderà che la ragazza lo ha appena lasciato, o che ha da poco chiuso l’ennesimo matrimonio. È che lui di donne proprio non ne vuole sapere, perché gli tolgono solo tempo ed energie; e poi nessuna lo capisce davvero. Invece, chi lascia lui ha capito troppo bene con chi ha avuto a che fare, e cioè con uno che non è mai stato capace di concludere niente di serio nella vita, addebitando le colpe di ogni caduta ora al Sistema, ora a qualcun altro. Se ha deciso di ‘fare l’artista’ è solo perché una volta non voleva studiare, un’altra non voleva lavorare. Ecco perché ha sempre fallito, come uomo prima e come artista poi. E si era pure fatto male i conti, pensando di campare a casa e sullo stipendio di quella che al momento giusto l’ha mandato a scopare il mare.

-Otto volte su dieci, l’eccentrico è convinto che un artista, per essere veramente tale debba essere disordinato e pure un poco sporco; vivere di notte, bere, fumare – meglio drogarsi – curare poco l’aspetto. Il vero artista deve essere impuntuale o manchevole agli appuntamenti, non rispettare alcun genere di impegno o di scadenza, e se per puro caso a volte ci riesce, ritarda apposta, perché un vero artista non sa che farsene di regole, orologi e calendari. Certo, a ciascuno la sua strada, ma questo tipo di artista ignora che ci si schianta più facilmente su una via senza delimitazione di carreggiate che su un’autostrada segnata.

-Questo tipo di artista è di solito una donna giovane, che si è data all’arte come forma di catarsi, riversando nel suo ‘essere artista’ tutte le avarie che una vita risolta non le avrebbe condonato: atteggiamenti fuori luogo, esterofilie linguistiche modaiole, patologie esibite in luogo di virtù assenti, e vizi ostentati come parte integrante del suo ‘essere artista’; look trasgressivi o dalla pacchianeria provinciale, tipica di chi dispone solo di questa per farsi notare, visto che davanti alle sue opere la maggior parte della gente passa indifferente, se non disgustata. Ovviamente, anche il concedersi sessualmente senza alcun riguardo a curatori e galleristi degni di lei per ottenere recensioni e mostre, è parte integrante del suo ‘essere artista’.

-Per l’artista che vive in perenne competizione coi colleghi, scopo della vita è fare asso pigliatutto di collezionisti, galleristi, curatori e opportunità in genere. Guai a dare una mano a un amico o a farsi indietro quando è proprio il caso che ad avanzare sia qualcun altro; guai a dividere la parete di una mostra o la pagina di un catalogo. L’ignobile calcolatore egocentrico sarà simpatico solo se avrà capito di poter ottenere qualcosa da te. In caso contrario, ti passerà sopra come un Caterpillar, col sorriso fosforescente dei viscidi.

Naturalmente, esistono anche altre tipologie di art(r)isti, come per esempio il finto umile, che mi riservo di dettagliare in una prossima occasione. Forse gli di art(r)isti qualche buona occasione nella vita la otterranno pure, ma varrà per loro la frase di Flaiano: ‘La Fama si decide ad andare a letto con loro per stanchezza, una volta sola, per levarseli dai piedi’. Accanto a questa ciurma di grotteschi figuri esiste per fortuna un genere di artista che è anzitutto un tipo di persona, a cui tutti (artisti e non) dovremmo forse un poco somigliare: una creatura attenta e generosa, che crede nel dono come in un viaggio solo andata, che si emoziona e si sorprende per ogni cosa, che spera in ogni direzione come un albero, che accoglie e cura restando schivo; uno che ti dà il benvenuto in casa sua scalzo, nascosto dietro la porta. Non basta una vita.

 

Nella foto, un’opera di Vincenzo Agnetti

ILL

Chi prende un treno veloce ha fretta e pensa solo alla sua meta, dimenticando quella degli altri, e tutte le cose lungo il percorso. Gli interregionali attraversano i paesi e si fermano spesso. Io li amo per le molte cose che osservo: per il vecchio che sale senza biglietto, per la signora che fa visita a una parente con un pacco di mozzarelle in mano, per gli indiani stanchi e mansueti che vanno o tornano dalle spiagge. Durante i miei viaggi in giro per il mondo, ho ricordato sempre poco quelli dove tutto è andato bene. Ho invece rimpianto con più nostalgia quelli in cui un accidente mi ha ricordato la nostra affascinante impotenza dinanzi ai progetti della vita. Questi treni, questi viaggi dicono: ‘Lascia la via principale, e vai per sentieri’. Continua a leggere

Certe donne

Abuso dell’immagine femminile, sfruttamento, violenza privata, discriminazione e stalking, sono temi su cui non si può e non si deve smettere di discutere. Ma per una volta, vorrei andare controcorrente, parlando di una razza a rischio di estinzione – quella degli uomini – a causa di un tipo specifico di figura femminile che ha tracimato ben oltre il buon senso. “Macchiamento” dell’immagine femminile e sfruttamento delle donne sono le espressioni più ricorrenti ovunque si parli del corpo e del valore simbolico della donna. Di “macchiamento” della donna ha però senso parlare ovunque dominano dittature assolute, dove le donne vengono mortificate da una barbarie che non trova alcun tipo di giustificazione né culturale né religiosa. Sono passati decenni dalle rivolte femministe; la donna ha conquistato autonomia pensante, dignità personale, diritti lavorativi, politici e giuridici; quell’indipendenza culturale ed economica che le ha consentito di uscire da matrimoni sbagliati e di separarsi da compagni violenti. E tuttavia, ecco oggi molte donne incapaci di femminilità, di pazienza, di accoglienza e di ascolto; incapaci di rispetto del proprio corpo, che da custode misterioso della vita è diventato il vessillo di libertà sessuali sguaiate. Continua a leggere

JANNIS KOUNELLIS – a cura di Ludovico Pratesi

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Ripropongo di seguito questo testo – pubblicato  su ARTRIBUNE in occasione della scomparsa di Kounellis – che merita un’attenta lettura.

Jannis Kounellis era un umanista, un artista che non ha mai avuto paura di esprimere le proprie idee. Ludovico Pratesi lo ricorda con un testo, intitolato “Il dubbio, l’arte e la passione civile”, che oggi appare profetico, firmato da Kounellis e pubblicato sul terzo numero di “Micromega” nel 2004.

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COSA VUOL DIRE GLOBALIZZAZIONE

Io ho visto svolgersi gli avvenimenti dietro le finestre del mio studio, i messaggi lanciati dai pirati dentro una bottiglia non mi soddisfano. Preferisco, se dopo un viaggio ho qualcosa da dire, sussurrarlo nell’orecchio di qualcuno, magari in una taverna, aspettando con ansia un segno di approvazione anche da parte di un artista morto da secoli perché io intuisco dai suoi quadri se il mio discorso gli piace oppure no. Quando viaggio penso a Rimbaud in Etiopia. Nel mondo della globalizzazione non hai una meta precisa, e quindi non viaggi perché non hai un destino. È bello andare ad Hong Kong, ma è terrificante pensare di tornarci dopo una settimana senza avere almeno una persona da incontrare. Oggi ci si sposta in maniera convulsa da una bottega all’altra, come i venditori ambulanti degli anni Cinquanta. La globalizzazione è come un lago del quale si attraversano le rive con facilità: si pensa che non esistano più i paesi e si sia finalmente realizzato il sogno di fare scomparire le differenze che anche lontanamente ricordano un conflitto. Intanto, in America c’è un pittore come Jasper Johns che, tempo fa, ha dipinto la bandiera americana che indica un centro reale. La globalizzazione non mette in discussione questo centro, e riduce tutto il resto ad una desolante periferia. Io sono abituato a considerare un pittore come un protagonista: la condizione dell’artista definita da Picasso quando dipinge Les demoiselles d’Avignon in un piccolo studio a Parigi. Considero quel quadro rivoluzionario a livello linguistico: non indica un lago ma un oceano, e non si può non amare l’oceano. Gli impressionisti erano nomadi, si spostavano dappertutto per inseguire un sogno di libertà, quello di abbandonare lo studio e di dipingere all’aria aperta. I cubisti hanno fatto il contrario, sono tornati nello studio per ritrovare la libertà di inventare una nuova lingua pittorica. Ma sia gli impressionisti sia i cubisti indicano un pensiero forte. Oggi invece il pittore è l’ultimo anello di un’espansione di debolezza, voluto anche da una certa politica di sinistra, che ha voluto questa perdita di peso. Mentre una volta il quadro centralizzava l’interesse culturale, oggi è l’istituzione burocratica che offre la centralità, ma questa idea globale di pluralità allontana la critica, ed è un discorso nefasto nascosto sotto un’apparenza libertaria. In questo momento dove anche la parte imprenditoriale avverte che è nella costruzione di cose che si disegna il futuro (il che è una critica alla società dei servizi) il ritorno alla volontà di costruire e la fine della dispersione non è un sogno che finisce, ma un orizzonte che si apre.

ORIENTE OCCIDENTE

Nel Vicino Oriente c’è un conflitto ormai cronico fra gli ebrei, nei confronti dei quali abbiamo un debito enorme. Non bisogna mai scordarselo, e i palestinesi sono un popolo martirizzato alla ricerca di una terra possibile. Questa condizione ha paralizzato ogni investimento culturale verso quest’angolo del Mediterraneo. Per quanto nel porto di Alessandria siano nate delle grandi personalità come Kavafis, Ungaretti e Marinetti, non si può dimenticare che a Salonicco è nato Atatiirk che ha rivoluzionato la politica turca e del Medio Oriente. Tutte queste coste, da Smirne ad Istanbul, da Venezia a Barcellona era-no luoghi di vibrante attivismo commerciale e culturale e la pre-senza di Joyce a Trieste dove scrisse l’Ulisse ne è la prova.

L’IDENTITÀ EUROPEA

In un qualsiasi museo del Centro Europa, l’identità europea la vedi appesa ai muri perché vi sono raccolti, dal Neoclassicismo al moderno, tutti i momenti creativi. L’identità dell’Europa moderna si nutre di diversità. L’europeo non ha la monumentale certezza dell’americano, del resto la profondità delle tragedie che ha vissuto lo porta ad essere critico. Questo vuol dire essere europeo: coltivare il dubbio, la distanza, e dunque esercitare la critica. L’europeo non può essere un uomo legato ad una forma qualsiasi di apologia come gli americani, che hanno le grandi praterie e ci hanno regalato un’idea unica dello spazio, e Pollock ne è uno dei protagonisti giustamente amato. Il suo lirismo è profondamente poetico e per niente apologetico. L’Europa non avrà mai una sola bandiera, ma tante, e questo non ci rende meno europei, ma caso mai di più. I pittori ideologici come Masaccio o Caravaggio hanno segnato la mia vita. I loro quadri non hanno il dogmatismo medievale delle icone. È gente che firma le proprie opinioni poetiche e le difende. La modernità della pittura è anche in questa firma. Il patrimonio visivo non esiste solo come storia, ma come presenza condizionante e la novità, anche la più estrema, dialoga e ri-immagina questi testi fondamentali che sono le pitture e i loro segni apocrifi. La globalizzazione sicuramente serve all’America per non ricadere nell’isolazionismo, e serve alle forze separatiste europee perché crea un alibi per non unirsi veramente. Ma per quel che riguarda la poesia scritta in lingua non serve a niente. Anzi è piuttosto dannosa.

DOV’È IL POPOLO?

Da sempre il popolo ha scandito i limiti ed ha separato nettamente il bene dal male, forse ha anche trovato il fondamento che è dietro al bello. La politica esiste come esiste l’opinione o l’emozione. Non è stato il Capitale di Karl Marx, ma piuttosto i romanzi di Dickens o Victor Hugo ad avermi spinto ad essere partigiano di colui che soffre, ad essere vicino non agli Dei dell’Olimpo o alle Feste Galanti di Watteau, ma ai contadini di Millet. Oggi in Europa non esiste più né una vera sinistra né una vera destra. Sono sparite le opinioni forti, non esiste più la classe operaia, e dicono che non ci sia più nemmeno il popolo. Come facciamo a vivere senza popolo? Capisco che si possa vivere senza la classe operaia, ma senza popolo? Tutta la nostra tradizione pittorica nasce da un concetto popolare della civiltà contadina, così come le Madonne, quelle dipinte da Tiziano, che utilizzava delle prostitute come modelle. È difficile distanziarsi dal concetto di popolo. Forse abbiamo capito con il passare del tempo che il concetto di massa non era realmente importante, ma quello di popolo è importantissimo, qualsiasi cosa è nata da quell’indicazione.

IL TERRORISMO

Sostenere il Cubismo oggi, davanti alla volontà americana di gestire il secolo, è già eversivo. Ricordo le nostre mostre degli anni Sessanta, formalizzate fuori dalla tela con telaio, che rivoluzionavano non solo l’aspetto visivo ma minavano il sostegno ad un certo tipo di forma che era finito col rappresentare la conformità, e offrivano anche una diversa gerarchia di valori. Oggi c’è una grande velocità che ha ucciso il tempo, non c’è più una borghesia capace di mediare. Gli eventi sono talmente rapidi che tutti viviamo in un terribile parossismo. Il terrorismo nasce dalla complessità dell’Occidente. Noi occidentali offriamo non solo i prodotti, ma ne facciamo anche la critica. Dunque mettiamo una pesante ipoteca sul nuovo. Gli altri hanno solo la possibilità di consumare.

LA SINISTRA E L’ARTE

Il mio sentimento di sinistra viene da un quadro, i Mangiatori di patate di Van Gogh. La sinistra oggi è diventata astratta, mentre storicamente nasce per contrastare la destra e portare una moralità diversa, un concetto diverso di pratica civile. Oggi, lontane dalla loro fonte popolare, le virtù di prima vivono nell’ombra, ma non si sa però in quale struttura piranesiana le hanno depositate. Così è arrivata l’incertezza. Di fronte al monumentalismo del Ventennio i paesaggi romani di Mafai nascono dall’opposizione e sono di sinistra, ma per quel che riguarda la pittura, l’appartenenza ad un partito non conta. Oggi più di ieri si vede con chiarezza che esistono dei legami fra Sironi e Burri almeno come emotività, come capacità di ancorarsi all’Italia, e questo non è uno scandalo.

ARTE E POLITICA

Se uno vive dentro la città si accorge facilmente che il potere politico lascia dei segni visibili e condizionanti. L’artista che lo ignora è difficile da comprendere. Esiste naturalmente la scelta dell’eremo, ma è lontano dal centro delle case. Gli artisti non servono a niente. Costruiscono il proprio immaginario con una lentezza senza precedenti, portano all’estremo la loro capacità di essere comprensibili attraverso la lingua e possono essere, per chi li legge, l’introduzione ad una frequenza diversa. Isaac Singer scriveva articoli in yiddish per un giornale ebraico di New York che aveva trecento lettori. Lui credeva che fosse importante scrivere senza tenerne conto, come fa un buon parroco di campagna, o un artista di Avanguardia alle sue prime esperienze espositive. Grande precisione e poco pubblico, ma è difficile immaginare il teatro di Beckett dentro un’arena. Oggi i politici inseguono la chimera della globalizzazione con le sue tecniche televisive di alto gradimento. Bisogna dire loro che quei musei chilometrici, disegnati con maestria e destinati ad accogliere milioni di spettatori all’anno, offrono un’idea di cultura drasticamente contraria al modello dadaista del Cabaret Voltaire. Se invece la costruzione è oggi quello che conta, se l’epoca del virtuale ha fatto il suo tempo, forse quell’attitudine sottile ed acuta che gli artisti offrono, in quanto costruttori di immagini per eccellenza e in grado di trasformare la materia, può essere utile al politico: offre il passato su un piatto d’argento, riplasmato, e nei casi migliori brillante e dialettico.

 

Citazioni

Quando finisco di leggere un libro, è mia abitudine trascrivere su un quaderno le frasi e i passaggi che mi hanno colpita. Quello che segue è un viaggio nomade attraverso il pensiero di molti grandi autori, senza indicazioni né di testo né di tempo; un volo planare per offrire a ciascuno uno spunto di riflessione, l’occasione di una dedica, o il modo per dire le cose quando a noi mancano le parole. (Nella foto, un’opera dell’artista Maya Pacifico)

-L’unità meravigliosa di questa vita è la sua intransigenza nella ricerca dell’assoluto.

-Siamo intimi da così tanto tempo di creature lisce e mute, fatte per consolarci dal male di avere un corpo; quei numi tutelari hanno sorvegliato i giochi della nostra infanzia, testimoniano nei giardini che il mondo è senza rischi, che non succede nulla a nessuno e, in realtà, a loro è successo solo di morire alla nascita. (…) Invece, queste nature fini e delicate salgono in cielo; scopriamo tutto quanto un involo d’Ascensione, d’Assunzione; danzano, sono danze, sono fatte della stessa materia rarefatta dei corpi gloriosi che ci promettono.

-Perché vi è qualcosa invece del nulla? Eppure qualcosa c’è: c’è questa apparizione ostinata, ingiustificabile e superflua.

-L’artista è un sospetto; chiunque può interrogarlo, arrestarlo e trascinarlo davanti ai giudici; ogni sua parola, ogni sua opera può ritorcersi contro di lui. Gode di enormi vantaggi, ma ogni cittadino ha, in cambio, il diritto di chiedergliene conto.

-Se il pittore vuole animare la sua pittura, che proietti sulle cose la trascendenza dell’uomo, che le unifichi ancor più attraverso armonie di colori e rapporti di forme, impegnandole tutte assieme in un solo movimento umano, che schizzino il gesto di prendere, di respingere, di fuggire; che l’uomo, infine, visibile o dissimulato, sia il polo magnetico che fa dire ciò che vuole a tutta quanta la tela.

-Nella pittura figurativa, le convenzioni non hanno molta importanza: è sufficiente convincerci che la figura proposta è, in quel sistema di referenze, la migliore rappresentazione dell’oggetto. La migliore significa la forma più forte, più densa, più significativa. Questione di fortuna o di abilità. Tuttavia, dal secolo scorso ad ogni nuova scelta, la figura si allontana sempre più dall’oggetto figurato. Più grande è la distanza che li separa, più forte è la tensione interna dell’opera. Quando giunge a eliminare la somiglianza, ad avvertire che ogni similitudine tra immagine e realtà non può essere che fortuita, il senso, liberato dal cedimento della rappresentazione, si manifesta nel suo aspetto negativo; è la cifra di questo fallimento, che luccica attraverso dissomiglianze, lacune, pressappoco, indeterminazioni volute. Invisibile, acceca perché dissolve le figure nella sua presenza non raffigurabile. Tali sono anche i sensi che abitano il nostro mondo: annientano il dettaglio e se ne nutrono. Sulla tela, l’artista ci offre ancora gli elementi figurati di una intuizione, ma li cancella subito. Suscitata da questo rifiuto, la Presenza – che è la cosa in sé, senza dettaglio, in uno spazio senza parti – si realizzerà. Le immagini che si rompono e cadono in frantumi, non è una scelta tranquilla dei nuovi pittori, è un avvenimento che si continua ancora e le cui conseguenze non sono ancora del tutto note. Questa deflagrazione permanente si rincorre a catena da una tela all’altra: ogni pittore la vede al tempo stesso come il suo problema e il suo materiale. L’Arte gli dà un’esplosione da governare. Sarà con un ordine esplosivo. Gli antenati hanno seminato il vento, quelli che oggi vogliono dettar legge sulla tempesta, bisognerà che si facciano ciclone in mezzo al ciclone, e che ne organizzino ogni minima pagliuzza con inesorabile rigore. Ma bisogna trovare all’occhio una motivazione molto potente perché intraprenda senza cercare la figura o la rassomiglianza, l’unificazione di questo sparpagliamento sontuoso. Ne esiste una sola: l’unità segreta dell’opera.

Dell’uomo
Com’è strano, com’è emozionante che questa durezza sia così fragile. Nulla può interromperla, e tutto può spezzarla.

-Non domando che di potermi commuovere dei guai degli altri (…). Io non ho guai, vivo di rendita, non ho superiori, non ho moglie né figli; esisto, nient’altro. Ed è così vago, così metafisico questo guaio, che me ne vergogno.

-E allora questo IO è sempre la stessa cosa, una pasta che s’allunga, s’allunga, e si rassomiglia talmente che ci si domanda come la gente abbia avuto l’idea di inventare nomi, fare distinzioni.

-L’uomo è una passione inutile.
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