Qui

Dalle mie parti, i passaggi a livello si chiudono con largo anticipo e si riaprono con comodo; e nell’attesa non ci sono motori accesi, ma lucertole che riposano, cicale che brillano. A mezzogiorno, sulle panchine davanti al Comune i corpi dei vecchi assumono la posizione di quelli che si vedono al telegiornale dopo una strage.
Mi sono laureata per fare contenti i miei genitori, ma mi sono sempre guadagnata da vivere dipingendo e creando oggetti piuttosto inutili. Ho tre amiche e nessun amico. La mia vita sociale è prossima allo zero. Mi lamento di tutte le cose che si potrebbero fare e che non si fanno, ma io per prima non mi interesso a niente, credo poco in ogni cosa, sto bene solo assente o defilata. Nel mio paese, quello dell’artista è un hobby che alimenta da sempre pittoresche leggende popolari. Per le amiche rimaste con me nel cratere, la mia è follia. Io, infatti, sarei dovuta essere la prima a scappare, ma proprio non ce l’ho fatta a trasferirmi a Londra, a Berlino o a Tokyo; a imparare un’altra lingua, a lavorare in un bar fino a tardi; io che alle nove di sera vado a dormire e che ho tutte le fisime di una vecchia zitella. Anche perché, tutto sommato io qui non sto poi così male. Intorno a me, montagne a est e colline a ovest mi insegnano il buono del limite; maestro di pazienza e di misura. Pesano gli strascichi dell’assistenzialismo, l’opportunismo delle combriccole politiche, gli scempi perpetrati ai danni del paesaggio da vecchi abusi e da nuovi condoni; la bancarotta intellettuale, la paccottiglia degli ignavi e dei disfattisti, falsità, cattivo gusto, pettegolezzi e pregiudizi. Ma questi sono i contro della provincia, di ogni provincia. Una volta ho provato ad andarmene e ho fallito. Sono passati vent’anni anni. Quando esco in strada, la gente si chiede ancora se ho messo la testa a posto, se porto le mutande, se sono fedele al mio compagno, com’è la mia casa, se mi drogo e se bevo, perché una pittrice che non si droga e non beve che artista è? Qui la gente si accende per poco, ti fa sentire importante per niente, e gioisce senza farsi tante domande. Il circo della provincia mi intenerisce, mi affascina e mi diverte; è uno dei motivi per cui sono rimasta. Le città sono pomate profumate sopra ferite che non si rimargineranno. I paesi di provincia invece sono onesti, perché le loro ferite le lasciano all’aria aperta ad asciugare, compiacendosi pure del fatto che non guariranno mai. Non me ne sono andata perché viaggiando ho capito che il mondo si somiglia dappertutto. Di certo, se fossi rimasta a Milano non avrei incontrato la piccola piazza di S. Felice. L’olmo al centro della piazza diventa in primavera la cattedrale di insetti e piccoli fiori. In questo posto vengo a scrivere la vita che azzanna, quando il mio amore per le cose diventa amico dell’errore. A casa, viene spesso a trovarmi una signora che ha perso un figlio. Non ce la fa a rialzarsi, così per distrarsi si è messa a dipingere. Mi chiede consigli sull’ultimo quadro: di solito il ritratto del figlio, che non riesce a finire. Mentre mi ringrazia, la vedo armeggiare con le mani nella borsa, da cui caccia infine un pan di Spagna ancora caldo fatto apposta per me; non una fetta, ma un dolce intero, solo perché l’ho ascoltata. Ecco, sono questi piccoli episodi, vasti silenzi e la paura di non farcela a darmi la spinta per un salto ancora. Ogni giorno mi dico: “Non chiuderti, conserva una mente curiosa, la capacità di amare l’esistenza col suo carico di povertà, varietà e bellezza”. Quando il salto arriva, la vita va come un vento portato dall’urgenza del suo racconto. Ho tempo, ne ho molto in questo vivere nel poco, cercando sempre quello che è già mio, nella certezza di esistere che avrei, se solo io ci fossi.

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La bella stagione

Da queste parti c’è disordine ovunque, un disordine cresciuto negli anni senza censure, senza controlli, senza l’indignazione di nessuno; incurabile perché nessuno lo ha mai creduto una malattia. Ma c’è pure chi non se ne cura; per esempio le formiche a spasso tra i piedi della gente, che portano i chicchi di grano come Santi in processione. La bella stagione è arrivata, nelle ore lunghe, negli appuntamenti che si rinviano e in certi abiti che fanno le donne nude senza essere svestite. Dal balcone di mia madre si vede la parte vecchia del paese, col viale di ciottoli che era un tempo l’alveo del fiume. Conto le finestre aperte delle case, con lampade sfiorate da una figura che non si affretta. Davanti al bar stanno i soliti vecchi. Nessuno capisce cosa fissano, eppure, osservandoli capisco che la vita per loro è un raccolto che dà sempre qualche frutto. Ogni giorno, dopo pranzo prendono una sedia e stanno all’aria aperta, censori impeccabili dei passanti, dello straccio al balcone prima bagnato poi asciutto, di uno che prima stava da solo e adesso è in compagnia. Tre ragazzi giocano a pallone scalzi, uomini imprecano a carte davanti al circolo, alla radio una canzone di Gianni Morandi. Al tramonto, la gente resta sulle panchine del parco, a respirare un fresco di basilico e pioggia caduta lontano. Molti di quelli che stanno sugli scalini di casa li conoscevo da ragazzi: hanno negli occhi l’espressione di chi ha cercato per tutta la vita di dire qualcosa, senza trovare mai le parole. Davanti al circolo, intanto, sono arrivati l’elettricista, il meccanico e il calzolaio. Si sono seduti senza dire una parola, fissando la strada su cui in un’ora sono passati solo due gatti e un’auto a tutta. A un certo punto l’elettricista ha detto che a lui piacciono di più le sere come questa, quando non c’è chiasso, né rumori né gente che va avanti e indietro. Che poi, aggiunge il meccanico, a che serve andare mille volte avanti e indietro? La strada è così corta che se giri la testa una volta a destra e una sinistra il giro è finito, e un giro qui basta e avanza.

Foto: Eliana Petrizzi

 

Paesino solitario

In estate, carovane di gitanti popolano i paesi più remoti d’Italia. I bar e i locali sono felici per i buoni affari, e per una quantità di gente che da quelle parti non si vede nemmeno durante la festa del Santo Patrono. Quando la festa finisce, i vecchi si riprendono le panchine davanti al bar e il vento tra le case in vendita, maledicendo la spazzatura in strada, i giovani alcolizzati, le forestiere sbandate, il sindaco che ha permesso lo scatafascio, e tutti i soldi buttati che si potevano spendere per cose più utili. In certi luoghi, è bene andare con lo sguardo macro e un certo disincanto. Continua a leggere

Il terremoto

Il 23 novembre del 1980 stavo lavando la mia bambola nel lavandino del bagno. È andata via la corrente, e ho sentito salire dai piedi un calore intenso. Poi non ricordo più niente, tranne mia madre che teneva me e mia sorella strette dietro la porta dell’ingresso, e che a bassa voce ripeteva: “Pregate bambine, pregate’. Quando oggi sento una piccola scossa non ho paura; resto immobile e aspetto. In quei pochi secondi, penso a cosa prendere di indispensabile se una scossa più forte mi costringesse a scappare. Mi accorgo così che non ci sarebbe spazio né tempo per alcun oggetto amato. Forse riuscirei a prendere un documento, dei soldi. Di tutta una vita, solo queste poche cose. Continua a leggere

A Licusati – In omaggio ai piccoli borghi del Cilento

Ci voleva una giornata velata e incerta per allontanarmi dalla spiaggia che frequento da vent’anni, in un paese di cui conosco gente e strade come fosse un poco il mio: Marina di Camerota, tra le località balneari più rinomate del Cilento; mare cristallino, cibo tipico, ospitalità e percorsi naturalistici che hanno conservato intatto il rigoglio dell’entroterra mediterraneo.
Il Parco del Cilento non è solo mare. È una vasta area naturale protetta, che comprende ottanta comuni, Patrimonio dell’UNESCO, dal 1997 anche Riserva della biosfera, e dal 2010 primo parco nazionale italiano a diventare Geoparco. Lascio quindi il lido e salgo verso Licusati, borgo di origine medievale, il cui nome pare indicare l’antica divisione territoriale che sussisteva tra “li monaci”, i celibi, e “li accasati”, coloro che contraevano matrimonio. Licusati è una frazione di Camerota, distante circa otto chilometri dal mare. Chi viene qui è di solito il turista straniero, in coppia o con amici, ma anche il viaggiatore italiano che non ama la confusione e che non ha voglia di scendere ogni giorno in spiaggia, preferendo il niente da fare offerto da un borgo nascosto tra gli ulivi pisciottani. Licusati è un paese senza tacchi e senza trucco. Qui non si viene a visitare qualcosa di preciso, non è nemmeno un paese che si incontra andando da una destinazione più nota all’altra. È un paese che appartiene al circuito dell’intenzione lenta, cui si presta il camminatore votato alla deriva psicogeografica suggerita da Guy Debord: “Per fare una deriva, andate in giro a piedi senza meta od orario. Scegliete man mano il percorso non in base a ciò che sapete, ma in base a ciò che vedete intorno. Dovete essere straniati e guardare ogni cosa come se fosse la prima volta”.
Raggiungendo Licusati, il turista affetto da isteria vacanziera resterà spiazzato. Qui ci sono poche distrazioni, mancano soprattutto le paralisi global che hanno fatto di troppi centri luoghi atopici. Licusati è un frutto spontaneo che si mangia con le mani senza togliere la buccia. Qui, passato e presente vivono accanto senza giaculatorie e senza rimpianti. Il vecchio si tiene e si rispetta, il nuovo si fa. Tra le sue strade e nelle campagne, la pace e il vuoto respirano l’orizzonte vasto del mare. Il vuoto allora si consola e diventa ottimista. A Licusati non ci si annoia e non ci si sconforta. Le mete balneari vicine danno lavoro a molti, e dove non arriva il mare, interviene la terra coi suoi uliveti e i suoi prodotti tipici. Si sta bene in compagnia del cielo chiaro e di passi calmi; il clima lascia vivere in salute chi non ha voluto trasferirsi altrove. In strada, passano Ape Piaggio che trasportano bombole del gas e materiale per lavori manuali. Visito la Chiesa di S. Marco, poi entro nel ventre del paese. A Licusati ci sono da vedere, tra le altre cose, i ruderi del Castello di Montelmo e il Cenobio italo-greco di S. Pietro, l’attuale cimitero, che fu per un periodo anche monastero augustiniano dei Premostratensi. Salutate le vestigie storiche, incontro i muri delle botteghe, l’insegna di un negozio che sta lì da cinquant’anni, gli abitanti fuori al circolo, la misura dell’eco di un mezzo che passa, la cui durata dice sempre molto di un posto e di chi ci abita. Le case in pietra di Licusati hanno balconi di ferro battuto, con piante grasse che colano rigogliose oltre le ringhiere. I vasi di gerani vincono sui rossi e i verdi delle bandiere dell’Italia appese ovunque. Nonni, madri e bambini siedono in strada a ripassare i compiti o a scherzare, con quella fiducia nell’ora presente che mi ricorda certi viaggi in Sud America; all’Havana per esempio, o a Caracas. Come lì, fregi, portoni, colonnati, scale e terrecotte commuovono coi loro sapori di zucchero grezzo, di carne calda e di vento battente. Si sente il mare tra gli ulivi, mentre la luce intarsia case e strade in una delicatezza di trina. Nelle abitazioni abbandonate, le finestre sono palpebre che anche chiuse vegliano. Accanto a queste, le anziane vestite di nero siedono sulle scale di casa. Riconoscono subito chi non è del posto, dagli gli abiti della città e il passo di chi non è abituato alla lentezza. Da queste, parti il niente da fare – cancro per chi vive in città – è la cura.
Pantaleo Tarallo è un giovane scultore del posto. Lo conosco per caso, chiedendogli un’informazione, e così, nascosto tra le case del centro storico mi mostra il suo “trappeto a sangue all’uso genovese”, un frantoio risalente alla fine del ‘700, tra i pochi rimasti dei 32 presenti in passato a Licusati. Pantaleo lo sta ristrutturando, per restituire alla comunità e ai turisti un capitolo di storia locale, che anche così diroccato vale un museo della civiltà contadina. Salendo ancora lungo i vicoli, incontro Palazzo Crocco, dimora gentilizia del 1550, trasformata in Bed and Breakfast dalle eredi Elena e Pina, signore riservate e generose, che hanno preservato struttura e arredi originali dell’epoca, creando una formula di accoglienza che abbina l’ospitalità storica di lusso ai pregi del paese tipico: umiltà, genuinità dell’accoglienza, rispetto delle tradizioni e curiosità del nuovo. Tra l’altro, il palazzo offre la possibilità di visitare una pregevole collezione di porcellane antiche, e una libreria storica che annovera testi cinquecenteschi di Cicerone, Tito Livio, Seneca e Orazio. Gli amici venuti con me a Licusati, che all’arrivo avevano detto che la nostra gita era solo una giornata di mare persa, hanno cambiato idea. Adesso anche loro non vogliono più scendere in spiaggia. Il grigio del cielo si è mantenuto calmo, dietro squarci che ricordano a tratti la pacata inumanità delle foto di Ghirri. Nei vicoli di Licusati si sta freschi e non c’è confusione, il cibo è ottimo e costa meno che a Marina. Non c’è passo che non raccolga una storia da cui trarre una foto saporita o una considerazione importante, come questa: in luoghi come Licusati bisogna combattere pretese e miserie della compiutezza, esonerando le azioni dall’ambizione dell’approdo. Il cammino deve accompagnare alla scoperta di quello che non si vede per eccesso di presenza. Più che le forme piene, deve descrivere gli spazi vuoti, considerando l’intervallo come evento concreto. Solo allora il viaggio verso la bellezza pacificante dell’essenziale ha veramente inizio. A Licusati, per questo viaggio si può andare.

Foto: Eliana Petrizzi

Paesi amari

27 maggio
Le erbe selvatiche raccolgono il vento, iniziando il passante alla legge schiva del luogo.
Lungo i vicoli si sente solo il suono dell’aria tra la legna accatastata. Qui, appena arrivati si vanno a salutare le comari, si accettano un dolce fatto in casa o qualche uovo fresco. Poi si parla della salute, dei figli emigrati a Torino o a Carpi, della stagione, dei morti, e di nuovo dei parenti lontani.
Gli anziani che stanno all’ospizio ogni tanto escono per incontrare quelli del paese. Seduti l’uno accanto all’altro, fissano la montagna o l’orologio fermo della piazza. Balconi aperti, il canto dei grilli, il ronzio di un frigo, il tuono di un aereo lontano. Dalle finestre socchiuse esce solo il respiro di chi dorme. Continua a leggere

Paesinoamaro

In estate e per pochi giorni, carovane di gitanti popolano i paesi più remoti d’Italia; paesi vuoti arroccati su costoni rocciosi, e borghi medievali che se ne stanno come coni di sassi in cima alle montagne. Gli abitanti ammirano stupiti l’arrivo di tanta gente. Poi, però, l’unico bar o ristorante del posto non è attrezzato a ricevere i flussi, e la carovana si sposta altrove. Quando la festa finisce, i paesi si riprendono il silenzio che li abita.
Quando erano vivi i miei nonni, il grano era per il pane, le bestie per il lavoro e per la carne, la terra era per il frutto e l’albero per il fuoco. Erano il sacro valore del poco e la fiducia nella vita ad aiutare i miracoli. L’asino attraversava la cucina, gli otri di terracotta borbottavano sulla pietra, i racconti tramavano nell’aureola delle candele, con vecchi e piccoli in cerchio nelle stalle.
Siedo nella piazza di un paese di 200 abitanti scarsi, in cima ad una collina maestosa e schiva. Dal fondovalle, salgono lo scampanio delle mucche e il fischio dei nibbi. Tre anziani seduti sulle scale della Pro Loco chiusa parlano delle olive, del prezzo del vino e male di Renzi. Il paese è deserto. Ho salutato persone sole che cercano di sorridere, ma poi raccontano solo di malattie, di loculi prenotati al cimitero, di morti recenti e di cose che non vogliono dividere con nessuno. Dei giovani rimasti, alcuni sono nati per morire senza vita accanto a una madre vedova. Altri sono andati via da anni. Chi è rimasto ha messo su famiglia, ma è dura. Giovanni era un bel ragazzo sveglio. A 56 anni vive ancora con la madre. Lo saluto e non mi riconosce. Alfonsina, a 20 anni passa la vita dalla casa alla chiesa e dalla chiesa al cimitero; le mani chiuse a pugno, non un filo di trucco, molti capelli bianchi. Lucia ha un tumore: viene a salutarci, mostrandoci la pancia gonfia e la faccia invecchiata. Per curarsi deve andare in un ospedale che dista 93 chilometri, accompagnata da una vicina più vecchia di lei, vedova e madre di un figlio unico che non vede mai. La casa di Filomena è crepata a causa dello smottamento della montagna che in poco tempo, dicono, cancellerà gran parte del paese. Le chiedo perché non se ne va da un’altra parte, magari dai figli a Bologna. Mi risponde che prima o poi bisogna morire, e che se un posto vale l’altro è meglio casa sua. Il paese si svuota, la gente è sola, la malattia non si cura. Di una nascita, dei morti, delle olive che si perdono, si parla senza dispiacere né speranza. Pandolina vive sola da 50 anni, circondata da calendari scaduti, foto di Santi e defunti. Le chiedo come fa a vivere senza tristezza, né allegria per niente. Le dico che nessuno è fatto per stare da solo, che pure le tende appena lavate per stirarsi bene devono stare in compagnia, prendere il vapore di una tisana, il fiato di chi ci dorme accanto. Mi risponde che sta bene così, e che non le manca niente. Visita a donna Titta. Si parla ancora delle cose che non vanno e della sua vita qui, così spenta. Le chiedo che si può fare per cambiare la situazione. Titta guarda fuori, alza le spalle e dice: “Tutte le cose finiscono”. Osservo la piazzetta costruita da poco, con fioriere e panchine che non servono a nessuno. Da qui si vedono solo il cimitero, la montagna, il fondovalle deserto e vecchie cose meravigliose di cui nessuno più si dà pena. A me in questi borghi piace venire da sola in un giorno qualunque, quando i parenti e i curiosi sono andati via, quando restano solo pietre nude e vecchi che non hanno voglia di parlare con nessuno. Mi piace stare nel silenzio di una vita che vive di poco sangue, nella pace di chi ha capito che speranza e illusione sono sorelle carnali. La gente passa ore fuori le scale a fissare i muri. I giovani emigrati, quando tornano in paese, nel loro dialetto sanno dire solo i soprannomi e qualche bestemmia. Superata una forra tra muri, in un recinto di pochi metri quadri due ragazzini cantano a squarciagola Ligabue; una bimba in costume da bagno fissa la montagna di fronte. All’improvviso, mi volto per uno suono curioso. È arrivato un cieco, si è seduto davanti a me, e con un’abilità da ventriloquo ha iniziato a imitare il verso di molti uccelli tropicali. Ce l’ha con me, è chiaro. Io mi guardo intorno e faccio finta di non aver capito, credendo che davvero ci siano strani uccelli nei paraggi. Lui continua, sempre più forte. Gli vengono gli occhi giovani: è felice, io pure.

Foto: Eliana Petrizzi