KITSCH BEACH – la classe non è acqua di mare

Sulla spiaggia arrivano caterve di bagnanti, talmente tanti che l’effetto gentaglia è assicurato a prescindere. In un giorno solo, ecco riunite tutte le cose che più mi disgustano: zanzare, karaoke, selfie, griffe a vista su abbigliamento e accessori, espressioni come: un attimino, amo’, cara, bella, teso’. Ma ben mi sta. È colpa mia se scelgo ogni anno spiagge in cui l’unica bellezza è la straordinaria varietà del brutto. È uno spettacolo che non cessa di stupire, e che ignora migliorie. Eleganza e comodità poco vanno d’accordo. Supini a quattro di bastoni, o proni come orche spiaggiate, il corpo gioisce, e alla salute diventiamo più simpatici. In spiaggia, rendiamo grazie alla semplicità della vita, dove bon-ton ed astrazioni speculative risultano per quello che ancora molti credono che siano: refusi dell’evoluzione.
Visto da lontano, il litorale ha una bellezza tropicale. Ma se ti stendi a pancia in sotto sulla sabbia e guardi in prospettiva la distesa degli ombrelloni, ti sembra di scrutare la misteriosa esistenza di cavallette, lucertole, scarafaggi, formiche e altre creature non meglio identificate. Qui, le regole contro natura del vivere comune vengono abolite dagli ancestrali diktat del branco. Capisci allora quanto impari sia la lotta tra natura e cultura, e quanto quest’ultima sia destinata a soccombere.
Presenti in ordine sparso:
-un ventenne che entra in spiaggia con un costumino bianco, da cui traspare fallo risicato e puntuto.
– due fidanzati che, come scimmie Bonobo, passano il tempo ad ispezionarsi le pelurie.
-due signore over 50, con leggins neri e canotte nere sintetiche, capelli ossigenati e grossi orecchini di plastica, passano sotto gli ombrelloni a chiedere offerte per bambini disabili.
-una ragazza con occhiali da porno-gatta e smalto fucsia sulle unghie, lecca un gelato, palesando una naturale predisposizione alla fellatio.
-cinque ragazzi giocano a pallone a riva, tra limoni spremuti, gusci di cozze e grossi vermi bianchi.
-una nubile solitaria: 40 anni, bikini tigrato RB, capelli blu, trucco marcato e rossetto spalmato oltre il contorno labbra, scarpino con strass, ipotono muscolare da dimagrimento Duncan. Le squilla il telefono: la suoneria è “’O ball’ ro’ cavall’” di Gigione.
-aeroplano con striscione “40 anni Cettina: Auguri!!!” in volo per quaranta volte.
-in fondo alla spiaggia, una giovane festeggia i suoi 18 anni alle 10 del mattino. Gli invitati siedono all’ombra, azzannando portate da matrimonio con fame da dopoguerra. Tutti presi ad ascoltare l’ospite d’onore, un cantante neo-melodico a torso nudo e in boxer del Napoli, che canta una canzone dal titolo “’Hann’ accis’ ‘o meglio amic’ mio”.
-ragazza con fidanzato siede a gambe aperte, sputando e gracchiando, con frequente ricorso a bestemmie. Il suo nome è Candida: nessuna sorpresa da una che si chiama come la peggiore delle infezioni vaginali.
Sulla via del ritorno, una donna cammina sul marciapiede verso la sua auto. Dietro le spalle si è attaccata un foglio con la scritta “Non sono una puttana”.

La baia in cui mi trovo è tra le più belle della zona. Come in molti luoghi d’Italia, l’importante è guardare sempre avanti, perché se ti volti, ecco albergoni sconclusionati, baracche e depositi, nella sciatteria tipica di abusi e condoni. Qui conta solo la salute, che si cura meglio all’aria aperta. Al Sud c’è una merce che si vende da sola, e che perciò non serve migliorare. Il Sud è un frutto che si mangia con le mani e senza togliere la buccia. I turisti si lamenteranno ogni volta di qualcosa, poi guarderanno il paesaggio e gli passerà.
Chi gestisce il turismo da queste parti è di solito l’abitante del posto che, disponendo di locali propri, ne ha fatto nel tempo abitazioni per turisti, bar e ristoranti, senza però aver maturato né spirito imprenditoriale né alcuna forma di cortesia. Questi paesi devono ringraziare la bellezza del paesaggio e soprattutto del mare, se il turista di anno in anno torna, incurante delle molte cose che non cambiano, se non in peggio.
Già stanca a prima mattina, cerco di riposare, ma l’impresa è impossibile. All’equatore dello sgomento, una cosa è chiara: l’uomo inizia dove la folla finisce. La vicinanza tra estranei scatena disagi profondi, a volte progetti esecrabili. La cosa che meglio mi riesce è quindi l’esercizio di una disumanità asciutta e continua, cui gli altri contribuiscono rivelandosi puntualmente per quello che sono. Per vivere vacanze serene, basta di fatto seguire poche, sane regole di asocialità, come chiudere i varchi tra il proprio ombrellone e i lettini, con borse e tutto quanto serve a impedire a mamme e bambini di infilarvisi di continuo come blatte; oppure evitare le amicizie da bagnasciuga, che durano di solito da Natale a S. Stefano. In ogni caso, meglio diffidare subito di quelli che gira e rigira parlano sempre e solo di se stessi, dando per assodato che a chi ascolta possa interessare anche solo in minima parte il racconto gonfiato delle loro vicende. Quando Noemi è venuta qui la prima volta aveva cinque anni. Oggi, a diciassette, è una ragazza obesa che qualcuno l’anno scorso ebbe la pessima idea di presentarmi. Mi saluta con una stretta di mano più sciatta del suo smalto scrostato, sfarfallando occhi di un verde senza speranza. A caccia sul bagnasciuga, decotti rancidi di maschio lanciano segnali che non accenderebbero nemmeno una ninfomane. Perché questi uomini? Una domanda che presuppone fondamenti speculativi e persino morali, ma la natura, si sa, non è niente di tutto questo.
Casalinghe rapite da letture di bassa cilindrata, adolescenti con depilazioni integrali, discussioni estenuanti su smalti per unghie e custodie per cellulari: mi chiedo quale insulto ipossico abbia causato potature cerebrali così diffuse.
Famiglia dell’agro-sarnese con stereo a palla durante l’ora del riposo, sguaia conversazioni con costante ricorso alle zone genitali di sorelle e madri dell’interlocutore. Tra i precetti zen, quello di “mirare direttamente al cuore delle persone”: direi il modo più efficace per eliminarne molte.
Più a riva, tra le famiglie dell’hinterland abbondano carestie di educazione, di grazia e di buon gusto. Immolati alla demenza di massa, trascorrono il tempo in letture a basso voltaggio, in pasti consumati con fame da dopoguerra, e in giochi pericolosi a danno degli altri bagnanti.
Passeggiata al lungomare: fino a cento anni fa, la più umile delle lavandaie vestiva abiti di una qualità e finezza da ritrovarli oggi nei Musei del Costume. Oggi, qualsiasi donna indossa vestiti che nei musei di domani non troveremmo nemmeno nei cassonetti dell’indifferenziato all’ingresso. In particolare, vedo short indossati dai nove ai sessant’ anni. Ho visto una donna che ne indossava uno talmente corto da mostrare i glutei, esibendo cosce tali da scoraggiare il più incallito degli erotomani, senza alcuna vergogna né da parte sua né dell’uomo che le era accanto. Individui del genere adorano il brutto, e il brutto sentitamente ricambia.
A fine giornata, sulla spiaggia scorrono i titoli di coda. Portati a riva dalle onde, in ordine di apparizione: un sacchetto nero, un Tampax, una medusa morta, una scorza d’anguria, l’asta di una scopa.
Mi faccio altre tre ore di traffico per arrivare a casa. Solo quando supero l’uscita di Fisciano mi sento salva. Di fronte a me la collina si scioglie come un’ostia, nella bellezza che hanno sempre le cose lontano dagli uomini.

 

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La bella stagione

Da queste parti c’è disordine ovunque, un disordine cresciuto negli anni senza censure, senza controlli, senza l’indignazione di nessuno; incurabile perché nessuno lo ha mai creduto una malattia. Ma c’è pure chi non se ne cura; per esempio le formiche a spasso tra i piedi della gente, che portano i chicchi di grano sul dorso come Santi in processione. La bella stagione è arrivata, nelle ore lunghe, negli appuntamenti che si rinviano e in certi abiti che fanno le donne nude, senza essere svestite. Peppino passa la vita seduto sulla panchina che dalla piazza guarda la provinciale. Non parla, non ride, non vede; sta tutto il giorno come sorpreso da un infarto. Dal balcone di mia madre si vede la parte vecchia del paese, col viale di ciottoli che era un tempo l’alveo del fiume. Conto le finestre aperte delle case, con lampade sfiorate da una figura che non si affretta. Davanti al bar stanno i soliti vecchi. Nessuno capisce cosa fissano. Eppure, osservandoli capisco che la vita per loro è un raccolto che dà sempre qualche frutto. Ogni giorno, dopo pranzo prendono una sedia e stanno all’aria aperta, censori impeccabili delle persone che prima c’erano e poi non ci sono più, dello straccio al balcone prima bagnato poi asciutto, di uno che prima stava da solo e adesso è in compagnia. Tre ragazzi giocano a pallone scalzi, uomini imprecano a carte davanti al circolo, alla radio una canzone di Gianni Morandi. Al tramonto, la gente resta sulle panchine del parco, a respirare un fresco di basilico e di pioggia caduta lontano. Molti di quelli che stanno sugli scalini di casa li conoscevo da ragazzi: hanno negli occhi l’espressione di chi ha cercato per tutta la vita di dire qualcosa, senza trovare mai le parole. Viene a consolarli la luna, che sale col passo maestoso delle donne in cammino nel deserto. Davanti al circolo, intanto, sono arrivati l’elettricista, il meccanico e il calzolaio. Si sono seduti senza dire una parola, fissando la strada su cui in un’ora sono passati solo due gatti e un’auto a tutta. A un certo punto, l’elettricista ha detto che a lui piacciono di più le sere come questa, quando non c’è chiasso, né rumori né gente che va avanti e indietro. Che poi, aggiunge il meccanico, a che serve andare mille volte avanti e indietro? La strada è così corta che se giri la testa una volta a destra e una sinistra il giro è finito, e un giro qui basta e avanza.

Foto: Eliana Petrizzi

 

Breve taccuino birmano

Premessa
Dopo aver viaggiato per gran parte dei Paesi più poveri del mondo, confermo il mio disappunto per l’uomo occidentale, me compresa. Non mi perderò in una mistica della povertà, ma di certo posso dire che ogni giorno, in ogni luogo e nelle condizioni più estreme, in quei luoghi ho sempre incontrato grazia, pacatezza d’animo, educazione e pudore; nessuna diffidenza, furberia o prevaricazione; cura per le cose, fiducia in tutto ciò che non si può né fare né sapere. Considerando che nessun progresso ha mai risolto granché dei problemi dell’esistenza, a parità di risultato preferisco stare dalla parte di questa gente, per cui non esiste cammino più grande dei propri passi, e niente che travalichi la curva del giorno. Per loro, ogni cosa si fa e si disfa con quello che è a portata di mano, con letizia per ciò che si è avuto, e nessun rancore per ciò che è mancato.

I piedi scalzi sulle pietre e nel terreno: neanche cento metri e già si lamentano. Non fermarsi: è giusto che ricordino cos’erano una volta i piedi.
Incontro un manipolo di provinciali che per tutto il tempo rimpiangono le spiagge appena lasciate, i confort delle loro case italiane, la Nutella. Vengono in questi posti chiedendo un bagno caldo, vestiti di tutto punto.
Sulle strade vanno motocicli di fortuna e carri trainati dai buoi. Anche da lontano la differenza si vede: gli uomini sui motori vanno spenti; quelli sugli animali hanno il movimento fiducioso di piccoli frutti sui rami.
La venditrice di frittelle al mercato di Phyu mi saluta gentilmente e abbassa lo sguardo. Aspetta che sia io a desiderare.
I templi di Bagan somigliano alle piramidi egizie: tanto splendore per contenere cosa? A dimostrazione che alla lunga solo le cose inutili la spuntano.
Ad Amarapura, un pittore sul ponte dipinge gouache per i turisti. Banale, dice uno alle mie spalle. Nei dipinti si vedono un fiume, un albero, una casa, un ponte, una figura che va o che torna. Mi chiedo in cos’altro consiste la vita.
Yangoon: negli slogan pubblicitari, nelle pose delle donne sui manifesti e nelle merci in vendita, c’è tutto il pudore dei villaggi, con l’ansia di darsi delle metropoli. La marca di sapone più famosa in Birmania si chiama PARIS.
Stormo di uccelli su Mingun, in volo come un nastro sciolto.
Mandalay; città brutta e chiassosa, che, però, dopo le due del mattino ritrova il silenzio dei villaggi, interrotto solo da un grillo o da un gufo.
Trasportatori di riso bevono il tè seduti in acqua tra le piante del fiume. Quando mi vedono passare sorridono, schernendosi come bambine.
L’avorio fine delle ore, una parola onesta del suo splendore insignificante. Mi viene uno stupore continuo per cose che non conosco, a ricordare che i momenti più pieni sono sempre quelli vuoti di me. In una capanna che dalle mie parti sarebbe un rifugio di struggente miseria, trovo il senso profondo della casa. Sconfitta sulla soglia, sono il punto in cui l’orologio fermo segna l’ora esatta.
Avere la pazienza dell’acqua, che aspetta per giorni nei pozzi. Cercare l’uomo, che a volte solo cambiando aria s’incontra, come riconosci l’odore di casa da quello rimasto tra i tuoi capelli spostati dal vento.

 

Appunti cubani

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A un amico che c’è appena stato, Cuba non è piaciuta. Mi ha consigliato di evitare l’Havana perché squallida e malfamata. Dell’entroterra verso Pinar del Rio ha detto: “Che ci vai a fare?” Delle spiagge: “Niente di che”. Della gente: “Contadini, miserabili e comunisti”.
In aereo, molti italiani confrontano le medicine comprate contro il colera, altri parlano di come portarsi in camere le ragazze e di quanto costano, di come evitare parassiti e diarree.
A ciascuno il suo viaggio.

1.
Vado all’Hotel Nacional a cambiare gli euro in cuc. Percorro il Malecon; a destra l’oceano, a sinistra le ambasciate, brutti alberghi ed edifici governativi. Dal lato opposto, i cubani restano per ore a guardare il mare.
Mi ritiro nel ventre antico della capitale, a guardare fregi, portoni, colonnati, balconate, scale e ceramiche che struggono coi loro sapori di zucchero grezzo, di carne calda, di vento battente. Nell’erosione degli intonaci e dei legni si sente il mare tra le palme, la pazienza del giorno, la luce che intarsia le avarie delle strade, salvandole in una delicatezza di trina. Ragazzi scalzi e a torso nudo giocano a baseball al centro delle strade, bimbi fanno gare nel terriccio con le biglie di vetro: schizzi saporiti di piccole cose, pane fatto coi prodigi dei semplici.
Indosso scarpe basse, il viso per la prima volta senza trucco. Qui niente mi rassomiglia, e in questo mi riconosco.
Per strada, molti capiscono da lontano che sono italiana. Quando si avvicinano mi salutano e mi dicono: “Holà, Italia! Mozzarella, Mafia e Berlusconi!” Continua a leggere

Litoranea

Giornata tiepida, velata, ventosa. Attraversando il tratto di città verso il mare, vedo negozi che non c’erano tre mesi fa. Dai negozi di abbigliamento escono folate di aria bollente e colla cinese. Molti punti scommesse e sale da gioco. Un manifesto promette di pagare il tuo argento a peso d’oro. Fondo stradale pessimo; la prova di destrezza non riguarda quale fossa evitare, ma come affrontare al meglio quella meno profonda. Sul rettifilo del lungomare vedo intatte le insegne dei lidi e vuote le spiagge. Le macchine che escono dai parcheggi sono quelle dei clienti che vanno a puttane. La pista ciclabile costata miliardi è un viale lurido e sconnesso delimitato da uno steccato in legno su cui, appollaiati in fila, marocchini e tunisini passano il tempo a controllare un traffico di affari e spostamenti che sfugge ai più. Un’auto della polizia passa a tutta velocità, diretta altrove. Continua a leggere

I raccolti dello sguardo

agro

Il pieno giorno ha la maledizione dell’insonnia. Accanto alla macelleria chiusa sta il negozio “Tutto a 10 Euro”, chiuso pure quello. Sulle panchine in piazza, quattro anziani siedono dall’alba come lattine del tiro a segno. Guardo lo scorcio di una casa con una finestra vuota, la montagna, un fumo snello che sale, il muro di una fabbrica col graffito “Mio figlio non è solo tuo”.
Ore 11,00: vado in ospedale a donare il sangue. Nel reparto ci sono soprattutto giovani in jeans a vita bassa e t-shirt con disegni violenti, teste rasate, sopracciglia sfoltite, la pelle scura per la vita all’aria aperta, molti tatuaggi su ex muscoli da palestra, lo sguardo senza pietà dei bambini che non sono mai stati. Una signora va a lamentarsi, perché uno che perdeva sangue ha seminato gocce lungo il corridoio fino a dentro il lavandino del bagno. Un infermiere risponde: “Non è di questo reparto”. Guardo fuori la finestra nuvole chiare che si spostano senza particolari intenzioni.
Alle 14,00 solo il vento è cambiato: la bandiera dell’Italia punta a ovest. Accanto alla pubblicità del supermercato, un 6×3 annuncia il matrimonio di due giovani: con l’effetto flou, i visi racchiusi in un cuore e la scritta “Destinazione Paradiso: insieme per sempre”, la foto sembra quella di due fidanzati morti in un incidente stradale.
Davanti a un disco bar dal nome esotico svetta una palma finta come ne crescerebbero dopo una catastrofe nucleare. Fabbriche chiuse, con parcheggi grandi come aeroporti. Al bar cerco il bagno, attraversando la sala giochi. Contro il muro ci sono cinque macchinette occupate; un ragazzo spinge il bacino contro i pulsanti come si scopa una puttana. Cielo scuro, tuoni, poi solo una pioggia inconcludente. Più avanti, qualcuno ha spicconato il muro del ciglio e ci ha ficcato dentro un Gesù Cristo grande come un nano. Sui manifesti vedo soprattutto cantanti neo-melodiche agghindate come pornostar. Verso il centro, osservo abitazioni dagli intonaci crollati, i colori delicati nella resa dell’abbandono. All’ incrocio, un venditore abusivo di cozze sta seduto con le cosce aperte al centro della via, in pantaloncini corti e torso nudo; tatuato sul braccio il Cuore di Gesù con la scritta “Mamma perdonami”. Dalle mie parti piove. Meglio andare verso Pompei, seguendo paesi che si distinguono l’uno dall’altro solo per un’insegna ogni tanto. La strada che porta al centro è circondata da coltivazioni di cipolle, ortaggi, alberi da frutta e case basse. Silenzio, odore di pioggia caduta lontano, l’afa dolciastra di una carogna nell’erba. Molti manifesti funebri di giovani, con grandi foto di Padre Pio. Pompei centro. Bancarelle di souvenir. Turisti, pochi. Quello del bar dice che ne vengono sempre meno, da quando si è sparsa la voce che gli scavi se non sono chiusi crollano.
Alla fine, nemmeno oggi è piovuto. Il grigio si è mantenuto calmo, da sfondo a paesaggi che ricordano la pacata inumanità delle foto di Ghirri. I paesi senza trucco, se li osservi dall’alto se ne stanno come un mare da cui affiora ogni tanto un relitto. Poi però, mano mano che scendi quel mare diventa una risacca intessuta di grigi delicati, di ocre, di verdi e rosa antichi. Forme perse nelle trame dell’ora brillano in un tremore di miraggio. Se non si sapesse che secolo è, il paesaggio in lontananza sembra in fondo un dipinto di Leonardo o del Pinturicchio: stessa pace, stessa fiducia, stessa bellezza.

 

Un paesino

1.Il paesaggio si fa presto silenzio, poiane, maestà selvatica di montagne. Arrivo in un paese visto più volte dall’autostrada, con agglomerati di case diroccate, oggi ricovero per mucche e capre. Nel prato accanto alla fontana, un tronco vuoto giace a ridosso di ruderi. È un paese, questo, senza trucco e senza tacchi, dove si vengono a guardare le gambe spezzate dei solai, cataste di mattonelle come un mucchio di scarpe in guerra, la manopola di porcellana rimasta attaccata al muro, le ossa di un cane, i cocci di un piatto. Si viene a passeggiare lungo i vicoli, diventati col tempo torrenti di un’erba che non perde la sua incandescenza nemmeno nell’uggia di novembre.
Lasciata la fontana del Municipio, entro nel ventre del paese. Nelle strade, c’è posto solo per finestre chiuse, illuminate dal raggio radente delle lampade, e per qualche geco sui muri. Vedo un cortile con un nespolo, un antico pozzo, recinti con galline e conigli, cani acquattati accanto agli orti. Ero certa che il posto più taciturno del Sud fosse il paese di mio padre, in Basilicata. E invece nemmeno lì ho ascoltato un silenzio come questo. In un’ora di passeggiata, gli unici rumori sono stati il giro di una chiave nella toppa di una porta, e il mormorio della preghiera dalla chiesa col portale aperto. E poi grilli, tanti, come ad agosto. Mi è parso di fare un lungo giro, ma ho presto rincontrato il nespolo, i cani e la fontana del Comune.

2.La verità e che certi paesi non sono un posto buono per viverci, ma non abbastanza da lasciarti andare. A valle, in cima, nei campi, nelle strade e nelle piazze, l’onestà del vuoto è radicale. Non è come dalle mie parti, dove i paesi troppo vicini alle città sono cafoni fieri del parente altolocato, che possono raggiungere in dieci minuti d’autostrada. In paesi come questo, se sei vecchio e ti sei rotto una gamba, a casa resti e a casa muori. Chi è partito da giovane per lavorare, qui non vuole più tornare. Gli anziani rimasti di storie non ne vogliono sentire. Non parlano più nemmeno dei sindaci, che appena eletti si preoccupano solo di mettere le fioriere ai balconi e i sampietrini sulle strade. A loro interessa l’ufficio postale, la farmacia, un pronto soccorso, il dottore h24, la panchina e un loculo al cimitero. Non gliene frega niente della nuova insegna del fornaio da cui si affaccia Hello Kitty; anzi, meglio se non c’è più la scritta a pennello sulla pietra cruda dell’arco, che a loro ricorda solo un tempo di miseria. A loro piace stare a casa a guardare Frizzi e Conti. Si lamentano di non aver mai visitato questo e quello, ma se provi a proporgli una gita, ecco un’improvvisa recrudescenza anche delle malattie che non hanno mai avuto. Alcuni di loro trascorrono su una panchina anche dodici ore al giorno. Il bar al mattino non ha ancora aperto, e loro sono già lì immobili, a fissare il sole che gira, la stagione che passa. Guardano l’orologio solo se devono prendere una medicina, e se escono in piazza non hanno voglia di facce nuove. Qui non si prende il numero delle presenze: questi paesi sono morti che non si ricambiano. Sono un corpo nudo che vuole tornare terra. Ecco perché bisogna affrettarsi a visitarli, facendo con loro come con un amico lontano incontrato per caso: fermarsi e parlargli con gentilezza.