KITSCH BEACH – la classe non è acqua di mare

Sulla spiaggia arrivano caterve di bagnanti, talmente tanti che l’effetto gentaglia è assicurato a prescindere. In un giorno solo, ecco riunite tutte le cose che più mi disgustano: zanzare, karaoke, selfie, griffe a vista su abbigliamento e accessori, espressioni come: un attimino, amo’, cara, bella, teso’. Ma ben mi sta. È colpa mia se scelgo ogni anno spiagge in cui l’unica bellezza è la straordinaria varietà del brutto. È uno spettacolo che non cessa di stupire, e che ignora migliorie. Eleganza e comodità poco vanno d’accordo. Supini a quattro di bastoni, o proni come orche spiaggiate, il corpo gioisce, e alla salute diventiamo più simpatici. In spiaggia, rendiamo grazie alla semplicità della vita, dove bon-ton ed astrazioni speculative risultano per quello che ancora molti credono che siano: refusi dell’evoluzione. Visto da lontano, il litorale ha una bellezza tropicale. Ma se ti stendi a pancia in sotto sulla sabbia e guardi in prospettiva la distesa degli ombrelloni, ti sembra di scrutare la misteriosa esistenza di cavallette, lucertole, scarafaggi, formiche e altre creature non meglio identificate. Qui, le regole contro natura del vivere comune vengono abolite dagli ancestrali diktat del branco. Capisci allora quanto impari sia la lotta tra natura e cultura, e quanto quest’ultima sia destinata a soccombere.
Presenti in ordine sparso:
-un ventenne che entra in spiaggia con un costumino bianco, da cui traspare fallo risicato e puntuto.
– due fidanzati che, come scimmie Bonobo, passano il tempo ad ispezionarsi le pelurie.
-due signore over 50, con leggins neri e canotte nere sintetiche, capelli ossigenati e grossi orecchini di plastica, passano sotto gli ombrelloni a chiedere offerte per bambini disabili.
-una ragazza con occhiali da porno-gatta e smalto fucsia sulle unghie, lecca un gelato, palesando una naturale predisposizione alla fellatio.
-cinque ragazzi giocano a pallone a riva, tra limoni spremuti, gusci di cozze e grossi vermi bianchi.
-una nubile solitaria: 40 anni, bikini tigrato RB, capelli blu, trucco marcato e rossetto spalmato oltre il contorno labbra, scarpino con strass, ipotono muscolare da dimagrimento Duncan. Le squilla il telefono: la suoneria è “’O ball’ ro’ cavall’” di Gigione.
-aeroplano con striscione “40 anni Cettina: Auguri!!!” in volo per quaranta volte.
-in fondo alla spiaggia, una giovane festeggia i suoi 18 anni alle 10 del mattino. Gli invitati siedono all’ombra, azzannando portate da matrimonio con fame da dopoguerra. Tutti presi ad ascoltare l’ospite d’onore, un cantante neo-melodico a torso nudo e in boxer del Napoli, che canta una canzone dal titolo “’Hann’ accis’ ‘o meglio amic’ mio”.
-ragazza con fidanzato siede a gambe aperte, sputando e gracchiando, con frequente ricorso a bestemmie. Il suo nome è Candida: nessuna sorpresa da una che si chiama come la peggiore delle infezioni vaginali.
Sulla via del ritorno, una donna cammina sul marciapiede verso la sua auto. Dietro le spalle si è attaccata un foglio con la scritta “Non sono una puttana”.

 

La baia in cui mi trovo è tra le più belle della zona. Come in molti luoghi d’Italia, l’importante è guardare sempre avanti, perché se ti volti, ecco albergoni sconclusionati, baracche e depositi, nella sciatteria tipica di abusi e condoni. Qui conta solo la salute, che si cura meglio all’aria aperta. Al Sud c’è una merce che si vende da sola, e che perciò non serve migliorare. Il Sud è un frutto che si mangia con le mani e senza togliere la buccia. I turisti si lamenteranno ogni volta di qualcosa, poi guarderanno il paesaggio e gli passerà.
Chi gestisce il turismo da queste parti è di solito l’abitante del posto che, disponendo di locali propri, ne ha fatto nel tempo abitazioni per turisti, bar e ristoranti, senza però aver maturato né spirito imprenditoriale né alcuna forma di cortesia. Questi paesi devono ringraziare la bellezza del paesaggio e soprattutto del mare, se il turista di anno in anno torna, incurante delle molte cose che non cambiano, se non in peggio.
Già stanca a prima mattina, cerco di riposare, ma l’impresa è impossibile. All’equatore dello sgomento, una cosa è chiara: l’uomo inizia dove la folla finisce. La vicinanza tra estranei scatena disagi profondi, a volte progetti esecrabili. La cosa che meglio mi riesce è quindi l’esercizio di una disumanità asciutta e continua, cui gli altri contribuiscono rivelandosi puntualmente per quello che sono. Per vivere vacanze serene, basta di fatto seguire poche, sane regole di asocialità, come chiudere i varchi tra il proprio ombrellone e i lettini, con borse e tutto quanto serve a impedire a mamme e bambini di infilarvisi di continuo come blatte; oppure evitare le amicizie da bagnasciuga, che durano di solito da Natale a S. Stefano. In ogni caso, meglio diffidare subito di quelli che gira e rigira parlano sempre e solo di se stessi, dando per assodato che a chi ascolta possa interessare anche solo in minima parte il racconto gonfiato delle loro vicende. Quando Noemi è venuta qui la prima volta aveva cinque anni. Oggi, a diciassette, è una ragazza obesa che qualcuno l’anno scorso ebbe la pessima idea di presentarmi. Mi saluta con una stretta di mano più sciatta del suo smalto scrostato, sfarfallando occhi di un verde senza speranza. A caccia sul bagnasciuga, decotti rancidi di maschio lanciano segnali che non accenderebbero nemmeno una ninfomane. Perché questi uomini? Una domanda che presuppone fondamenti speculativi e persino morali, ma la natura, si sa, non è niente di tutto questo.
Casalinghe rapite da letture di bassa cilindrata, adolescenti con depilazioni integrali, discussioni estenuanti su smalti per unghie e custodie per cellulari: mi chiedo quale insulto ipossico abbia causato potature cerebrali così diffuse. Famiglia dell’agro-sarnese con stereo a palla durante l’ora del riposo, sguaia conversazioni con costante ricorso alle zone genitali di sorelle e madri dell’interlocutore. Tra i precetti zen, quello di “mirare direttamente al cuore delle persone”: direi il modo più efficace per eliminarne molte. A riva, le famiglie dell’hinterland trascorrono il tempo in letture a basso voltaggio, in pasti consumati con fame da dopoguerra, e in giochi pericolosi a danno degli altri bagnanti.
Passeggiata serale al lungomare: fino a cento anni fa, la più umile delle lavandaie vestiva abiti di una qualità e di una finezza da ritrovarli oggi nei Musei del Costume. Oggi, si indossano vestiti che nei musei di domani non troveremo nemmeno nei cassonetti dell’indifferenziato all’ingresso. In particolare, vedo short indossati dai nove ai sessant’ anni. Individui del genere adorano il brutto, e il brutto sentitamente ricambia.
A fine giornata, sulla spiaggia scorrono i titoli di coda. Portati a riva dalle onde, in ordine di apparizione: un sacchetto nero, un Tampax, una medusa morta, una scorza d’anguria, l’asta di una scopa.
Mi faccio altre tre ore di traffico per arrivare a casa. Solo quando supero l’uscita di Fisciano mi sento salva. Di fronte a me la collina si scioglie come un’ostia, nella bellezza che hanno sempre le cose lontano dagli uomini.

 

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La bella stagione

Da queste parti c’è disordine ovunque, un disordine cresciuto negli anni senza censure, senza controlli, senza l’indignazione di nessuno; incurabile perché nessuno lo ha mai creduto una malattia. Ma c’è pure chi non se ne cura; per esempio le formiche a spasso tra i piedi della gente, che portano i chicchi di grano come Santi in processione. La bella stagione è arrivata, nelle ore lunghe, negli appuntamenti che si rinviano e in certi abiti che fanno le donne nude senza essere svestite. Dal balcone di mia madre si vede la parte vecchia del paese, col viale di ciottoli che era un tempo l’alveo del fiume. Conto le finestre aperte delle case, con lampade sfiorate da una figura che non si affretta. Davanti al bar stanno i soliti vecchi. Nessuno capisce cosa fissano, eppure, osservandoli capisco che la vita per loro è un raccolto che dà sempre qualche frutto. Ogni giorno, dopo pranzo prendono una sedia e stanno all’aria aperta, censori impeccabili dei passanti, dello straccio al balcone prima bagnato poi asciutto, di uno che prima stava da solo e adesso è in compagnia. Tre ragazzi giocano a pallone scalzi, uomini imprecano a carte davanti al circolo, alla radio una canzone di Gianni Morandi. Al tramonto, la gente resta sulle panchine del parco, a respirare un fresco di basilico e pioggia caduta lontano. Molti di quelli che stanno sugli scalini di casa li conoscevo da ragazzi: hanno negli occhi l’espressione di chi ha cercato per tutta la vita di dire qualcosa, senza trovare mai le parole. Davanti al circolo, intanto, sono arrivati l’elettricista, il meccanico e il calzolaio. Si sono seduti senza dire una parola, fissando la strada su cui in un’ora sono passati solo due gatti e un’auto a tutta. A un certo punto, l’elettricista ha detto che a lui piacciono di più le sere come questa, quando non c’è chiasso, né rumori né gente che va avanti e indietro. Che poi, aggiunge il meccanico, a che serve andare mille volte avanti e indietro? La strada è così corta che se giri la testa una volta a destra e una sinistra il giro è finito, e un giro qui basta e avanza.

Foto: Eliana Petrizzi

 

Breve taccuino orientale.

Negli ultimi vent’ anni, ho viaggiato per scelta nei Paesi più poveri del pianeta. Prima di partire, mia madre dice sempre: ‘Ma perché non vai a visitare chi sta meglio di te? ‘. Perché i Paesi che stanno meglio di noi sono pochi; il mondo è fatto in gran parte di natura inabitata e da continenti che versano in condizioni di disumanità e miseria inconcepibili. Al ritorno da ognuno di questi viaggi, una sola cosa ho però sempre capito: le ragioni della Storia sono immutate da millenni, e la strada per iniziare a cambiare un poco le cose parte sempre e solo da noi. Nessuna rivoluzione collettiva funzionerà, nessun miracolo salverà miliardi di persone. Onestà, gentilezza, coerenza e cura: ciascuno può imparare ad ascoltare, a porgere un aiuto, a non giudicare, a non sprecare, a donare. Sono queste la sola fede e la sola politica in cui oggi vale la pena credere. Non mi perderò in una mistica della povertà, ma di certo posso dire che ogni giorno, in ogni luogo e nelle condizioni più estreme, nei luoghi visitati ho sempre incontrato grazia, pacatezza d’animo, educazione e pudore; nessuna diffidenza, furberia o prevaricazione; delicatezza per le cose, fiducia in tutto ciò che non si può né fare né sapere. Ora, considerando che nessun progresso ha mai risolto granché dei problemi dell’esistenza, a parità di risultato io preferisco stare dalla parte di questa gente, per cui non esiste cammino più grande dei propri passi, e niente che travalichi la curva del giorno, con letizia per ciò che si è avuto, e nessun rancore per ciò che è mancato.
Per capire la violenza, la bellezza e l’indifferenza della vita, bisogna andare in un mercato del sud-est asiatico; a Phnom Phen per esempio, nel tanfo rancido di pollame macellato al caldo delle botteghe. Sputi, fango e fogne tra i piedi. Animali pronti a morire legati per terra, il loro sangue in faccia a una donna, che ride e si pulisce come fosse pioggia. Mosche sulle carni delle bestie. Un pesce ancora vivo caduto da una cesta, muore sotto la ruota di una bicicletta. I dolci da offrire nelle pagode, l’oro finto per le onorificenze, motori di vecchi camion, incenso e sete. Centinaia di anatre arrostiscono senza posa. Un uomo chiede soldi col brandello di carne che gli è rimasto al posto del braccio. Una ragazza incinta dorme coperta di immondizia. Giovani puttane e vecchi turisti soli al pascolo. Macerie, e case che si costruiscono nel giro di una notte. Panni stesi ad asciugare sopra le viscere calde dei porci. Bambini nudi giocano nella feccia, felici come bambini. Alla fine, però, come sempre nella vita si ricordano solo colori, pochi volti e alcuni profumi. I miei piedi scalzi sulle pietre e nel terreno: neanche cento metri e già si lamentano, ma non bisogna fermarsi: è giusto che ricordino cos’erano una volta i piedi. Incontro un manipolo di provinciali, che per tutto il tempo rimpiangono le spiagge appena lasciate, i confort delle loro case italiane, la Nutella. Vengono in questi posti chiedendo un bagno caldo, vestiti di tutto punto. Sulle strade vanno motocicli di fortuna e carri trainati da buoi. La venditrice di frittelle al mercato di Phyu mi saluta gentilmente e abbassa lo sguardo: aspetta che sia io a desiderare. I templi di Bagan somigliano alle piramidi egizie: tanto splendore per contenere cosa? A dimostrazione che alla lunga solo le cose inutili la spuntano.
Ad Amarapura, un pittore sul ponte dipinge gouache per i turisti. ‘Banale’, dice uno alle mie spalle. Nei dipinti si vedono un fiume, un albero, una casa, un ponte, una figura che va o che torna. Mi chiedo in cos’altro consiste la vita. A Yangoon, la marca di sapone più famosa si chiama PARIS. Stormo di uccelli su Mingun, in volo come un nastro sciolto. Mandalay; città brutta e chiassosa, che dopo le due del mattino ritrova tuttavia il silenzio dei villaggi, interrotto solo da un grillo o da un gufo. Trasportatori di riso bevono il tè seduti in acqua tra le piante del fiume. Quando mi vedono passare sorridono, schernendosi come bambine. L’avorio fine delle ore, una parola onesta del suo splendore insignificante. Mi viene uno stupore continuo per cose che non conosco, a ricordare che i momenti più pieni sono sempre quelli vuoti di me. In una capanna che dalle mie parti sarebbe un rifugio di struggente miseria, ritrovo il senso pieno della casa. Io qui sono il punto in cui l’orologio fermo segna l’ora esatta. Avere la pazienza dell’acqua che aspetta per giorni nei pozzi. Cercare l’uomo, che incontri solo cambiando aria, come riconosci l’odore di casa da quello rimasto tra i tuoi capelli spostati dal vento.

Appunti cubani

A un amico che c’è appena stato, Cuba non è piaciuta. Mi ha consigliato di evitare l’Havana perché squallida e malfamata. Dell’entroterra verso Pinar del Rio, ha detto: “Che ci vai a fare?” Delle spiagge: “Niente di che”. Della gente: “Contadini, miserabili e comunisti”. In aereo, molti italiani confrontano le medicine comprate contro il colera; altri parlano di come portarsi in camere le ragazze e di quanto costano, o di come evitare parassiti e diarree.
A ciascuno il suo viaggio.

1.
Andando all’Hotel Nacional a cambiare gli euro in cuc, percorro il Malecon; a destra l’oceano, a sinistra le ambasciate, brutti alberghi ed edifici governativi. Dal lato opposto, i cubani si siedono su un muro e restano per ore a guardare il mare. Di ritorno, mi ritiro nel ventre antico della capitale, dove fregi, portoni, colonnati, balconate, scale e ceramiche commuovono col loro sapore di zucchero grezzo, di carne calda e di vento battente. La luce del Sud intarsia le avarie delle strade in una delicatezza di trina. Qualcuno canta e balla in strada o dietro le grate delle finestre; voci che mi fanno pensare al canto di chi, carico, si accompagna lungo una salita.
Ragazzi scalzi a torso nudo giocano a baseball al centro delle strade, i bimbi fanno gare nel terriccio con le biglie di vetro. Schizzi saporiti di piccole cose: pane fatto coi prodigi dei semplici.
Vado a visitare il Museo d’Arte Moderna, dove scopro le opere di Edoardo Abele, gli scavi senza speranza di Fidelio Ponce de Leon, l’ubriachezza caraibica di Mariano Rodriguez.
Due giorni in cammino per le strade meno battute del centro storico: inutili le foto, le riprese, la scrittura. Le migliaia di persone che attraverso disgregano i luoghi in una levità di bolla. Indosso scarpe basse, il viso per la prima volta senza trucco. Qui niente mi rassomiglia, e in questo mi riconosco. Per strada, molti capiscono subito che sono italiana: quando si avvicinano, mi salutano e mi dicono: “Holà, Italia! Mozzarella, Mafia e Berlusconi!”. Nel pomeriggio vado a visitare Alamar, un grosso sobborgo popolare a est dell’Havana, affacciato sul mare. Da qui, nel 1994 iniziò la fuga disperata dei balseros verso Miami. All’Havana, come in tutta Cuba, l’odio per gli americani non ha sopito l’istinto esterofilo. Dalle auto in corsa, stampata su scarpe, cappellini e magliette, vedi la bandiera dell’Inghilterra. L’America però i cubani continuano a sognarla. Nelle case, le televisioni servono per vedere i video dei cantanti cubani diventati famosi a Miami, di cui copiano le catene dorate al collo, i pantaloni a vita bassa, le movenze hip-hop e i tatuaggi. Le ragazze che si prostituiscono si riconosco dai capelli ossigenati, dai tacchi a spillo, dalle minigonne e dalla sigaretta accesa tra unghie variopinte. Le trovi sedute in Park Central, al bar accanto all’Hotel Inglaterra. Arrivano, si siedono e aspettano i maschi – di solito over 50 e italiani – che le raccolgono per la sera. Queste ragazze vivono in abitazioni chiamate “solar”, edifici caduti in malora dopo gli anni ‘50, senza vetri né infissi, le finestre vuote da cui vedi solai crollati, preziosi pavimenti in ceramica inizio ‘900, contatori elettrici scoperchiati, abitazioni in fila dietro grate di ferro. Qui, in pochi metri quadri vive una famiglia intera. Una ragazza scopa il pavimento, accantonando la spazzatura che ti aspetti solo in aperta strada. Nella stanza accanto, una brandina da campo, una bambola smembrata, scarpe, scatoli e vestiti attorcigliati alla rinfusa; una tv anni ‘60, un angolo cottura con le pentole di rame. Una giovane cuce i cappellini di Che Guevara, venduti all’angolo della via per un cuc. Le persone che vivono qui mi lasciano entrare senza fare domande, felici che scatti loro delle foto. Le bambine hanno sorrisi che sembrano brividi. Una di loro mi chiede di visitare la sua camera. Saliamo lungo una scala di legno che dà accesso a un sottotetto, di quelli che i nostri nonni usavano per stivare il tabacco. I giacigli accomodati per terra, le lenzuola disfatte, il pavimento di legno, una finestra sventrata accanto alla quale le bambine si sdraiano, per essere ritratte in pose da dive. Il balcone è un rudere coloniale da cui è meglio non affacciarsi. Sotto, si stende un’Havana immensa e cruda. In cucina, il padre ripara una radio, un bimbo di due anni corre spoglio per casa. La madre è una donna che dimostra il doppio dei suoi anni. Le chiedo di fotografarla: lei sorride vistosamente, ma le chiedo di stare naturale: lo scatto che ne esce è quello di una figura in controluce, sul viso le tracce di un’amarezza senza rimedio. Molte delle abitazioni in cui vivono stipate decine di famiglie erano un tempo alberghi del regime caduti in abbandono. Una donna che mi vede filmare il cortile e gli interni mi dice che queste baracche sono del Governo; che anche chi ci abita, incluso il pappagallo in gabbia sul balcone è del Governo. Da queste case, le ragazze che di giorno stanno scalze e senza trucco, la sera scappano, trasformate da minigonne e lustrini. Profumano d’incenso, escono con gli infradito e, tacchi a spillo in mano, si avviano spedite verso il bar accanto all’Hotel Inglaterra. Per le strade, niente pubblicità. Qui i muri e i tabelloni sono dedicati alle frasi di Fidel, Che Guevara e José Martì, scritte a mano con vernici colorate, o alle foto dei cinque detenuti politici a Miami, trattenuti in carcere per aver combattuto il terrorismo americano contro i cubani.
Sera all’Havana. Persi i colori del giorno, le case sono palpebre che anche chiuse vegliano. Una ragazza sta seduta fuori la porta. Dentro casa, dalle stanze arriva il suono di una rumba. Appese ai muri, farfalle di merletto rosa, una stampa del Cuore di Gesù, una Madonna al centro della stanza, brillante come una Barbie. Dalla finestra più avanti, le mani di una donna oltre la grata stanno come le ali di un uccello dopo la migrazione.

2.
Cienfuegos, spiaggia di Rancho Luna. Evito le baie segnalate dalla guida, preferendo quelle consigliate dagli abitanti del posto. A riva, incontro una coppia di calabresi trapiantati da 50 anni in Canada. Lei mi dice che faccio bene a viaggiare e a spendere i soldi adesso; che è inutile risparmiare, perché non si è mai vista la bara di un miliardario seguita da quella piena di tutti i suoi soldi. Lui, grasso e con una vistosa catena d’oro al collo, dice che questo posto fa schifo, che anche Trinidad è una fogna, che la vera Cuba è Varadero, dove ci sono i “bildings” e si fanno i “bisniss”.

3.
Appena fuori dalle città il trambusto smette, per lasciare spazio a un paesaggio tropicale fatto di palme reali, terra rossa, strade sterrate, fiumi e vento. La strada che porta verso Pinar del Rio è un’ampia carreggiata in cui s’ incontra l’anima contadina di Cuba. I mezzi pubblici funzionano solo per i turisti. I cubani chiedono passaggi lungo la via ai mezzi del Governo, concessi in comodato d’uso ai lavoratori delle imprese di allevamento e agricoltura di cui vive la regione. Le strade extraurbane del Paese sono un circo sregolato che diverte o stupisce, a seconda delle circostanze. Auto russe e americane anni ‘50, trattori e camion, motociclette, biciclette e calessi contromano. Tra i pedoni, anche galline, cani, maiali liberi, insieme a venditori che si lanciano al centro della carreggiata, per offrire caschi di banane, polli arrostiti e torroni.
Nei paesi dell’entroterra, le abitazioni sono costruite con assi di legno di palma – molte di sbieco a causa dei cicloni. Ogni cosa in questi luoghi ricorda i racconti di mia madre bambina: il gallo che canta all’alba, il coro dei pulcini nei pollai, lo strillo del venditore di pane e del giornalaio; il calesse che consegna il latte in otri di alluminio; gli ambulanti di frutta, verdura, patate dolci e frutti tropicali, il lustrascarpe sul marciapiede, i friggitori di pesce, chicharritas e dolci in pasta di yuca,. Un giovane all’angolo ripara accendini per sigarette, un altro aggiusta le maglie di una catena a colpi di pietra sul bordo del marciapiede. Nei villaggi, il terminal degli autobus è una fila di calessi a cavallo. Il pomeriggio è caldo e velato. Prendo una bicicletta e vado a fare una passeggiata appena fuori dal paese. Lungo la strada mi fermo a guardare due case abitate da campesinos. Il centro del villaggio è lontano, qui i turisti non si fermano. C’è solo l’asfalto vuoto, palme reali, vento, e i mogotes. Scavalco il recinto e chiedo alle donne che mi hanno vista passare se posso stare un po’ con loro; mi dicono di entrare con un gesto generoso delle mani. Le bambine si guardano, ridono, corrono a nascondersi, poi ritornano. Le pareti che dividono le stanze sono pannelli di legno senza porte. Qui non esiste corrente elettrica: un piccolo pannello solare fornisce l’energia che serve soprattutto per tenere accesa la tv, sintonizzata su un canale che trasmette h24 i video musicali dei cubani a Miami. La camera da letto dei grandi è un giaciglio adagiato a terra, che occupa tutto lo spazio della stanza. In fondo, in un soppalco a scaffali, stanno arrotolate balle di abiti e scarpe. Un angolo cucina con antiche mattonelle colorate, pentole nere, catini di plastica per il recupero delle acque, utensili in legno o in latta. Il bagno è fuori, accanto al ricovero dei maiali e delle galline, che vagano liberi nella stessa terra in cui le bimbe corrono a piedi nudi. Ho con me la solita busta di cose da donare. Per ringraziarmi, mettono su un DVD di salsa e reggaeton, e iniziano a ballare. Potrei restare qui tutto il tempo. È chiaro che oggi io sono per questa famiglia l’unica occupazione del giorno. Le cose che ho dato loro – un pacchetto di gomme, una collana di perline di vetro, un sapone, degli abiti – sono trofei di cui le più piccole si vantano, proponendosi scambi. Dalla finestra si apre una valle immensa. Lontano, un campesino col suo aratro lancia versi d’incitamento ai buoi. Nel solco appena tracciato, grandi uccelli bianchi si alzano in volo come un mulinello di carte al vento, verso le cime dei mogotes.

Litoranea

Giornata calda, velata e ventosa. Attraversando il tratto di città verso il mare, vedo negozi che non c’erano tre mesi fa, con nomi e grafiche che ricordano le grandi metropoli. Dai negozi di abbigliamento escono folate di aria bollente e colla cinese. Molti punti scommesse e sale da gioco. Un manifesto promette di pagare il tuo argento a peso d’oro. Fondo stradale pessimo; la prova di destrezza non riguarda quale fossa evitare, ma come affrontare al meglio quella meno profonda. Sul rettifilo del lungomare, vedo intatte le insegne dei lidi, vuote le spiagge. Le macchine che escono dai parcheggi sono quelle dei clienti che vanno a puttane. La pista ciclabile costata miliardi è un viale lurido e sconnesso, delimitato da uno steccato in legno su cui marocchini e tunisini passano il tempo a controllare un traffico di affari e spostamenti che sfugge ai più. Un’auto della polizia passa a tutta velocità, diretta altrove.
Paesaggio basso, niente palazzi, a parte qualche albergo dipinto col verde del camice dei dentisti, col giallo delle uova andate a male. Il mare e la spiaggia, con pescatori seduti in mezzo a una spazzatura finemente distribuita. Aree coltivate, un campo da golf, venditori abusivi di carciofi arrostiti, un caseificio, la torre in cemento di una fabbrica dismessa, avvolta da ragnatele di edera rossa. Tra le serre, un casolare abbandonato senza finestre mostra file di panni stesi ad asciugare. Le biciclette cadute nel terreno o accatastate contro il muro, sono le automobili degli extracomunitari. Più avanti, un muro di cemento delimita campeggi chiusi. Vedo la baracca abusiva di un ristorante dove una volta si mangiava il pesce buono. Ancora qualche chilometro, e mi fermo per un caffè. Il bar è a ridosso della pineta. La signora al banco è un’italiana sui trent’anni, che ne dimostra cinquanta. Mentre il caffè scende, fissa fuori dalla finestra con lo sguardo di una madre che pensa al figlio in guerra. Chiedo del bagno: è fuori, seconda porta a destra. “Toilette” scritto a mano con l’Uniposca fucsia. La porta è aperta perché non si chiude. Sono stati asportati maniglia, lucchetti, lampadine, le manopole del rubinetto. Sul pavimento del bagno, una bottiglia di plastica vuota, confezioni di fazzoletti di carta, tovagliolini sporchi, un preservativo pieno. Torno indietro a chiedere un po’ di carta igienica. La signora prende un rotolo, si avvolge lungo il polso un paio di giri e me li porge. Le chiedo perché non lascia la carta in bagno: ‘Perché se la portano a casa’. Riprendo il giro. Penso che se questo posto si fosse trovato per esempio in Emilia Romagna, sarebbe diventato un luogo ricco e sicuro: avrebbe portato gente, denaro, e soprattutto dato un senso all’aeroporto di Pontecagnano, fantasma nei paraggi. E invece tutto è rimasto come molte cose da queste parti, nell’irrimediabilità che chiama scrittori, accende amori impossibili e fondati rancori.
Sulla via del ritorno, una prostituta siede su una cassetta rovesciata come su un bidet. Bionda, forse straniera, in là con gli anni. Poco più avanti, sul muro alle sue spalle, qualcuno ha scritto con lo spray nero “Qui fica, economica e amica”.

Foto: Eliana Petrizzi

I raccolti dello sguardo

agro

Il pieno giorno ha la maledizione dell’insonnia. Accanto alla macelleria chiusa sta il negozio “Tutto a 10 Euro”, chiuso pure quello. Sulle panchine in piazza, quattro anziani siedono dall’alba come lattine del tiro a segno. Guardo lo scorcio di una casa con una finestra vuota, la montagna, un fumo snello che sale, il muro di una fabbrica col graffito “Mio figlio non è solo tuo”.
Ore 11,00: vado in ospedale a donare il sangue. Nel reparto ci sono soprattutto giovani in jeans a vita bassa e t-shirt con disegni violenti, teste rasate, sopracciglia sfoltite, la pelle scura per la vita all’aria aperta, molti tatuaggi su ex muscoli da palestra, lo sguardo senza pietà dei bambini che non sono mai stati. Una signora va a lamentarsi, perché uno che perdeva sangue ha seminato gocce lungo il corridoio fino a dentro il lavandino del bagno. Un infermiere risponde: “Non è di questo reparto”. Fuori la finestra, nuvole chiare si spostano senza particolari intenzioni.
Alle 14,00 solo il vento è cambiato: la bandiera dell’Italia punta a ovest. Accanto alla pubblicità del supermercato, un 6×3 annuncia il matrimonio di due giovani: con l’effetto flou, i visi racchiusi in un cuore e la scritta “Destinazione Paradiso: insieme per sempre”, la foto sembra quella di due fidanzati morti in un incidente stradale.
Davanti a un disco bar dal nome esotico svetta una palma finta come ne crescerebbero dopo una catastrofe nucleare. Fabbriche chiuse, con parcheggi grandi come aeroporti. Al bar cerco il bagno, attraversando la sala giochi. Contro il muro ci sono cinque macchinette occupate; un ragazzo spinge il bacino contro i pulsanti come si scopa una puttana. Cielo scuro, tuoni, poi solo una pioggia inconcludente. Più avanti, qualcuno ha spicconato il muro del ciglio e ci ha ficcato dentro un Gesù Cristo grande come un nano. Sui manifesti vedo soprattutto cantanti neo-melodiche, agghindate come pornostar. Verso il centro, osservo abitazioni dai colori delicati, nella resa dell’abbandono. All’ incrocio, un venditore abusivo di cozze sta seduto con le cosce aperte al centro della via, in pantaloncini corti e torso nudo; tatuato sul braccio il Cuore di Gesù con la scritta “Mamma perdonami”. Dalle mie parti piove. Meglio andare verso Pompei, seguendo paesi che si distinguono l’uno dall’altro solo per un’insegna ogni tanto. La strada che porta al centro è circondata da coltivazioni di cipolle, ortaggi, alberi da frutta e case basse. Silenzio, odore di pioggia caduta lontano, l’afa dolciastra di una carogna nell’erba. Molti manifesti funebri di giovani, con grandi foto di Padre Pio. Pompei centro. Bancarelle di souvenir. Turisti, pochi. Quello del bar dice che ne vengono sempre meno, da quando si è sparsa la voce che gli scavi se non sono chiusi crollano.
Alla fine, nemmeno oggi è piovuto. Il grigio si è mantenuto calmo, da sfondo a paesaggi che ricordano la pacata inumanità delle foto di Ghirri. I paesi senza trucco, se li osservi dall’alto se ne stanno come un mare da cui affiora ogni tanto un relitto. Poi però, mano mano che scendi quel mare diventa una risacca intessuta di grigi delicati, di ocre, di verdi e rosa antichi. Forme perse nelle trame dell’ora brillano in un tremore di miraggio. Se non si sapesse che secolo è, il paesaggio in lontananza sembra in fondo un dipinto di Leonardo o del Pinturicchio: stessa pace, stessa fiducia, stessa bellezza.

 

Un paesino

Il paesaggio si fa presto silenzio, poiane, maestà selvatica di montagne. Arrivo in un paese visto più volte dall’autostrada, con agglomerati di case diroccate, oggi ricovero per mucche e capre. Nel prato accanto alla fontana, un tronco vuoto giace a ridosso di ruderi. È un paese, questo, senza trucco e senza tacchi, dove si vengono a guardare le gambe spezzate dei solai, cataste di mattonelle come un mucchio di scarpe in guerra, la manopola di porcellana rimasta attaccata al muro, le ossa di un cane, i cocci di un piatto. Si viene a passeggiare lungo i vicoli, diventati col tempo torrenti di un’erba che non perde la sua incandescenza nemmeno nell’uggia di novembre. Lasciata la fontana del Municipio, entro nel ventre del paese. Nelle strade, c’è posto solo per finestre chiuse, illuminate dal raggio radente delle lampade, e per qualche geco sui muri. Un cortile con un nespolo, un antico pozzo, recinti con galline e conigli, cani acquattati accanto agli orti. Ero certa che il posto più taciturno del Sud fosse il paese di mio padre, in Basilicata. E invece nemmeno lì ho ascoltato un silenzio come questo. In un’ora di passeggiata, gli unici rumori sono stati il giro di una chiave nella toppa di una porta, e il mormorio della preghiera dalla chiesa col portale aperto. E poi grilli, tanti, come ad agosto. Mi è parso di fare un lungo giro, ma ho presto rincontrato il nespolo, i cani e la fontana del Comune.
Certi paesi non sono un posto buono per viverci, ma non abbastanza da lasciarti andare. A valle, in cima, nei campi, nelle strade e nelle piazze, l’onestà del vuoto è radicale. Non è come dalle mie parti, dove i paesi troppo vicini alle città sono cafoni fieri del parente altolocato, che possono raggiungere in dieci minuti d’autostrada. In paesi come questo, se sei vecchio e ti sei rotto una gamba, a casa resti e a casa muori. Chi è partito da giovane per lavorare, qui difficilmente torna. Gli anziani rimasti di storie non ne vogliono sentire. Non parlano più nemmeno dei sindaci, che appena eletti si preoccupano solo di mettere le fioriere ai balconi e i sampietrini sulle strade. A loro interessa l’ufficio postale, la farmacia, un pronto soccorso, il dottore h24, la panchina e un loculo al cimitero. Non gliene frega niente della nuova insegna del fornaio da cui si affaccia Hello Kitty; anzi, meglio se non c’è più la scritta a pennello sulla pietra cruda dell’arco, che a loro ricorda solo un tempo di miseria. A loro piace stare a casa a guardare Amadeus. Si lamentano di non aver mai visitato questo e quello, ma se provi a proporgli una gita, ecco un’improvvisa recrudescenza anche delle malattie che non hanno mai avuto. Alcuni di loro trascorrono su una panchina anche dodici ore al giorno. Il bar al mattino non ha ancora aperto, e loro sono già lì immobili, a fissare il sole che gira, la stagione che passa. Guardano l’orologio solo se devono prendere una medicina, e se escono in piazza non hanno voglia di facce nuove. Qui non si prende il numero delle presenze: questi paesi sono un corpo nudo che vuole tornare terra. Ecco perché bisogna andare a visitarli, facendo con loro come con un amico lontano ritrovato per caso: fermarsi e parlargli con gentilezza, senza fretta di passare avanti.

Foto: Eliana Petrizzi