JANNIS KOUNELLIS – a cura di Ludovico Pratesi

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Ripropongo di seguito questo testo – pubblicato  su ARTRIBUNE in occasione della scomparsa di Kounellis – che merita un’attenta lettura.

Jannis Kounellis era un umanista, un artista che non ha mai avuto paura di esprimere le proprie idee. Ludovico Pratesi lo ricorda con un testo, intitolato “Il dubbio, l’arte e la passione civile”, che oggi appare profetico, firmato da Kounellis e pubblicato sul terzo numero di “Micromega” nel 2004.

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COSA VUOL DIRE GLOBALIZZAZIONE

Io ho visto svolgersi gli avvenimenti dietro le finestre del mio studio, i messaggi lanciati dai pirati dentro una bottiglia non mi soddisfano. Preferisco, se dopo un viaggio ho qualcosa da dire, sussurrarlo nell’orecchio di qualcuno, magari in una taverna, aspettando con ansia un segno di approvazione anche da parte di un artista morto da secoli perché io intuisco dai suoi quadri se il mio discorso gli piace oppure no. Quando viaggio penso a Rimbaud in Etiopia. Nel mondo della globalizzazione non hai una meta precisa, e quindi non viaggi perché non hai un destino. È bello andare ad Hong Kong, ma è terrificante pensare di tornarci dopo una settimana senza avere almeno una persona da incontrare. Oggi ci si sposta in maniera convulsa da una bottega all’altra, come i venditori ambulanti degli anni Cinquanta. La globalizzazione è come un lago del quale si attraversano le rive con facilità: si pensa che non esistano più i paesi e si sia finalmente realizzato il sogno di fare scomparire le differenze che anche lontanamente ricordano un conflitto. Intanto, in America c’è un pittore come Jasper Johns che, tempo fa, ha dipinto la bandiera americana che indica un centro reale. La globalizzazione non mette in discussione questo centro, e riduce tutto il resto ad una desolante periferia. Io sono abituato a considerare un pittore come un protagonista: la condizione dell’artista definita da Picasso quando dipinge Les demoiselles d’Avignon in un piccolo studio a Parigi. Considero quel quadro rivoluzionario a livello linguistico: non indica un lago ma un oceano, e non si può non amare l’oceano. Gli impressionisti erano nomadi, si spostavano dappertutto per inseguire un sogno di libertà, quello di abbandonare lo studio e di dipingere all’aria aperta. I cubisti hanno fatto il contrario, sono tornati nello studio per ritrovare la libertà di inventare una nuova lingua pittorica. Ma sia gli impressionisti sia i cubisti indicano un pensiero forte. Oggi invece il pittore è l’ultimo anello di un’espansione di debolezza, voluto anche da una certa politica di sinistra, che ha voluto questa perdita di peso. Mentre una volta il quadro centralizzava l’interesse culturale, oggi è l’istituzione burocratica che offre la centralità, ma questa idea globale di pluralità allontana la critica, ed è un discorso nefasto nascosto sotto un’apparenza libertaria. In questo momento dove anche la parte imprenditoriale avverte che è nella costruzione di cose che si disegna il futuro (il che è una critica alla società dei servizi) il ritorno alla volontà di costruire e la fine della dispersione non è un sogno che finisce, ma un orizzonte che si apre.

ORIENTE OCCIDENTE

Nel Vicino Oriente c’è un conflitto ormai cronico fra gli ebrei, nei confronti dei quali abbiamo un debito enorme. Non bisogna mai scordarselo, e i palestinesi sono un popolo martirizzato alla ricerca di una terra possibile. Questa condizione ha paralizzato ogni investimento culturale verso quest’angolo del Mediterraneo. Per quanto nel porto di Alessandria siano nate delle grandi personalità come Kavafis, Ungaretti e Marinetti, non si può dimenticare che a Salonicco è nato Atatiirk che ha rivoluzionato la politica turca e del Medio Oriente. Tutte queste coste, da Smirne ad Istanbul, da Venezia a Barcellona era-no luoghi di vibrante attivismo commerciale e culturale e la pre-senza di Joyce a Trieste dove scrisse l’Ulisse ne è la prova.

L’IDENTITÀ EUROPEA

In un qualsiasi museo del Centro Europa, l’identità europea la vedi appesa ai muri perché vi sono raccolti, dal Neoclassicismo al moderno, tutti i momenti creativi. L’identità dell’Europa moderna si nutre di diversità. L’europeo non ha la monumentale certezza dell’americano, del resto la profondità delle tragedie che ha vissuto lo porta ad essere critico. Questo vuol dire essere europeo: coltivare il dubbio, la distanza, e dunque esercitare la critica. L’europeo non può essere un uomo legato ad una forma qualsiasi di apologia come gli americani, che hanno le grandi praterie e ci hanno regalato un’idea unica dello spazio, e Pollock ne è uno dei protagonisti giustamente amato. Il suo lirismo è profondamente poetico e per niente apologetico. L’Europa non avrà mai una sola bandiera, ma tante, e questo non ci rende meno europei, ma caso mai di più. I pittori ideologici come Masaccio o Caravaggio hanno segnato la mia vita. I loro quadri non hanno il dogmatismo medievale delle icone. È gente che firma le proprie opinioni poetiche e le difende. La modernità della pittura è anche in questa firma. Il patrimonio visivo non esiste solo come storia, ma come presenza condizionante e la novità, anche la più estrema, dialoga e ri-immagina questi testi fondamentali che sono le pitture e i loro segni apocrifi. La globalizzazione sicuramente serve all’America per non ricadere nell’isolazionismo, e serve alle forze separatiste europee perché crea un alibi per non unirsi veramente. Ma per quel che riguarda la poesia scritta in lingua non serve a niente. Anzi è piuttosto dannosa.

DOV’È IL POPOLO?

Da sempre il popolo ha scandito i limiti ed ha separato nettamente il bene dal male, forse ha anche trovato il fondamento che è dietro al bello. La politica esiste come esiste l’opinione o l’emozione. Non è stato il Capitale di Karl Marx, ma piuttosto i romanzi di Dickens o Victor Hugo ad avermi spinto ad essere partigiano di colui che soffre, ad essere vicino non agli Dei dell’Olimpo o alle Feste Galanti di Watteau, ma ai contadini di Millet. Oggi in Europa non esiste più né una vera sinistra né una vera destra. Sono sparite le opinioni forti, non esiste più la classe operaia, e dicono che non ci sia più nemmeno il popolo. Come facciamo a vivere senza popolo? Capisco che si possa vivere senza la classe operaia, ma senza popolo? Tutta la nostra tradizione pittorica nasce da un concetto popolare della civiltà contadina, così come le Madonne, quelle dipinte da Tiziano, che utilizzava delle prostitute come modelle. È difficile distanziarsi dal concetto di popolo. Forse abbiamo capito con il passare del tempo che il concetto di massa non era realmente importante, ma quello di popolo è importantissimo, qualsiasi cosa è nata da quell’indicazione.

IL TERRORISMO

Sostenere il Cubismo oggi, davanti alla volontà americana di gestire il secolo, è già eversivo. Ricordo le nostre mostre degli anni Sessanta, formalizzate fuori dalla tela con telaio, che rivoluzionavano non solo l’aspetto visivo ma minavano il sostegno ad un certo tipo di forma che era finito col rappresentare la conformità, e offrivano anche una diversa gerarchia di valori. Oggi c’è una grande velocità che ha ucciso il tempo, non c’è più una borghesia capace di mediare. Gli eventi sono talmente rapidi che tutti viviamo in un terribile parossismo. Il terrorismo nasce dalla complessità dell’Occidente. Noi occidentali offriamo non solo i prodotti, ma ne facciamo anche la critica. Dunque mettiamo una pesante ipoteca sul nuovo. Gli altri hanno solo la possibilità di consumare.

LA SINISTRA E L’ARTE

Il mio sentimento di sinistra viene da un quadro, i Mangiatori di patate di Van Gogh. La sinistra oggi è diventata astratta, mentre storicamente nasce per contrastare la destra e portare una moralità diversa, un concetto diverso di pratica civile. Oggi, lontane dalla loro fonte popolare, le virtù di prima vivono nell’ombra, ma non si sa però in quale struttura piranesiana le hanno depositate. Così è arrivata l’incertezza. Di fronte al monumentalismo del Ventennio i paesaggi romani di Mafai nascono dall’opposizione e sono di sinistra, ma per quel che riguarda la pittura, l’appartenenza ad un partito non conta. Oggi più di ieri si vede con chiarezza che esistono dei legami fra Sironi e Burri almeno come emotività, come capacità di ancorarsi all’Italia, e questo non è uno scandalo.

ARTE E POLITICA

Se uno vive dentro la città si accorge facilmente che il potere politico lascia dei segni visibili e condizionanti. L’artista che lo ignora è difficile da comprendere. Esiste naturalmente la scelta dell’eremo, ma è lontano dal centro delle case. Gli artisti non servono a niente. Costruiscono il proprio immaginario con una lentezza senza precedenti, portano all’estremo la loro capacità di essere comprensibili attraverso la lingua e possono essere, per chi li legge, l’introduzione ad una frequenza diversa. Isaac Singer scriveva articoli in yiddish per un giornale ebraico di New York che aveva trecento lettori. Lui credeva che fosse importante scrivere senza tenerne conto, come fa un buon parroco di campagna, o un artista di Avanguardia alle sue prime esperienze espositive. Grande precisione e poco pubblico, ma è difficile immaginare il teatro di Beckett dentro un’arena. Oggi i politici inseguono la chimera della globalizzazione con le sue tecniche televisive di alto gradimento. Bisogna dire loro che quei musei chilometrici, disegnati con maestria e destinati ad accogliere milioni di spettatori all’anno, offrono un’idea di cultura drasticamente contraria al modello dadaista del Cabaret Voltaire. Se invece la costruzione è oggi quello che conta, se l’epoca del virtuale ha fatto il suo tempo, forse quell’attitudine sottile ed acuta che gli artisti offrono, in quanto costruttori di immagini per eccellenza e in grado di trasformare la materia, può essere utile al politico: offre il passato su un piatto d’argento, riplasmato, e nei casi migliori brillante e dialettico.

 

Dell’amore

Rivolgo questi scritti a tutti gli uomini e le donne che credono nell’amore, ma pure a quelli che dall’amore sono rimasti delusi o feriti, e lo faccio oggi, giornata dedicata a troppa ipocrita melassa.

-Una volta, un uomo e una donna si incontravano, e dopo aver superato insieme mareggiate e derive, giungevano a quella sponda della vita dove tutto è più lento e caldo, dove si sta bene a bassa voce, più importante che essere felici. È stato naturale per loro non stancarsi alla prima guerra, ma accoglierla come invito alla necessità di restare uniti. Non esisteva il mio e il tuo ma, e naturalmente, il nostro.
Una volta, la coppia era una casa che si costruiva insieme. Oggi, per ciascuno dei due è una costruzione edificata in precedenza e da soli, con la possibilità di modifiche comuni pressoché nulla. Passano pochi mesi dal primo incontro, ed ecco quella sensazione di finito, l’angoscia della strada chiusa, del respiro corto. L’altro non è più la via per la tua crescita, ma l’estraneo di cui liberarti. Quando muore il “noi”, le parole escono a fatica, dolorose nella loro secchezza. Sembra che l’unica soddisfazione sia nel colpirsi a morte, per restare soli in trincee opposte.
Chiediamo di imparare l’amore: tutte chiacchiere. A chi entra nei nostri giorni reagiamo come zitelle cui hanno spostato le tazzine nella credenza. L.A.T.: Living Apart Together; è la scelta sempre più diffusa di quelle coppie che stanno insieme, ma vivendo in luoghi separati, in case e città differenti. Indipendenza fisica, indipendenza affettiva. Occasionalità degli incontri. Anemia delle condivisioni. Porta sempre aperta alle chiusure. L’indipendenza è un valore, ma diventa limite quando rende incapaci di interdipendenza, quando fraintende la felicità con l’assenza di problemi, allontanandoci dalle ricchezze della resilienza. Né l’uomo né la donna si accorgono che l’autonomia va bene, ma vivere e morire soli è il modo più amaro di sprecare una vita. Ogni cosa si spegne se non viene condivisa, ricordandoci che si muore male se non ci apriamo a chi non siamo. Ad ogni incomprensione, diciamo che i nostri comportamenti sono prove di sforzo cui sottoporre l’altro, per capire se è equipaggiato per la salita. Ma spesso è tardi e l’altro se ne è andato. Abbiamo dissipato un giorno intero a dare di noi solo la faccia brutta e le mani spente. Avremmo dovuto fare più attenzione. In quei momenti, la sua mano calda sfiorandoci ha detto: ‘Allungati, prendimi nella distanza che ci appartiene. Soprattutto nella distanza che ci appartiene’.

-Amare è fatica di ogni giorno. È portare pesi fermandosi sempre un passo prima del precipizio. Io donna e tu uomo siamo razze diverse dentro la stessa specie. Quante volte, credendo di amare, abbiamo smesso di riconoscerci? Quante volte l’amore è stata per noi la via maestra per l’errore?
Nessuno ci ha educati al rispetto di ciò che non ci appartiene. La mia vita e la tua sono fatte di strade già battute. Poi ci siamo incontrati, scegliendoci tra molti altri. Esisto io, esisti tu ed esiste il noi, che deve arricchirci oltre l’uno che anche insieme ciascuno continua a essere. Per stare insieme a volte persino l’amore non basta. Ci vogliono piuttosto intelligenza e umanità, rispetto e delicatezza, distanza e grazia. Quando la distanza da te è rispetto e accoglienza, diventa distanza verso di te. Voglio poter scegliere ciò che mi migliora, rifiutando chi mi annoia e mi deprime. Credo nella possibilità di un benessere profondo che libera da zavorre e controfigure. Cerco una felicità fatta di agi e abbandoni, d’intese silenziose e freschi spazi d’ombra. Ma per amare bisogna avere prima imparato a stare da soli. Molti confondono la luna con la luce dei lampioni, facendosi compagnia nel cratere della vita.
Guardo il mio compagno e penso alla tenerezza tra noi, all’amore che va e viene, che oggi chiude e separa, domani apre e pulisce. A volte, per festeggiare S. Valentino basta il tepore familiare seduti l’uno accanto all’altra, o riconoscere il rumore della sua macchina tra quello delle altre in strada. A cena ogni sera, si parla delle solite cose, che pure hanno una loro forma meravigliosa. Nulla è cambiato in fondo, soprattutto l’amore.

-È colpa della natura occuparsi solo delle parti basse del corpo. Il cuore le interessa poco. Meglio la violenza e una certa cecità, più adatte all’esistenza delle sue creature, che vivono più forti se lontane da sensibilità, attaccamenti, attitudini speculative ed astrazioni varie. Se la natura avesse avuto interesse per tutto questo, avrebbe per esempio fatto in modo che ci si innamorasse di persone adatte a noi, e capaci di amare. E invece capita di non riuscire neanche a distinguere tra l’amore per un essere umano e l’amore per l’amore; equivoco tra i più comuni, oltre che somma eccellenza dell’ignorante natura. È che l’amore dovrebbe avere a un certo punto il buon senso di farsi da parte, lasciando posto all’intelletto, che direbbe: “Uomini e donne, sveglia! Vi siete accontentati di un amore cattivo e sgangherato, buono a stento a non restare soli. Per debolezza e per speranza, avete creduto normale lo squallore cui l’abitudine vi aveva costretti. I segnali però vi erano stati dati. Quell’amore era bravo solo al confine; demone ignorante che non sentiva i sapori, che cercava solo l’ingozzata, l’assalto, la fatica e il peso. Vi sfinite ogni giorno tra abitudini in fila, rivestendo di parole cose che hanno rifiutato da tempo ogni commento. Lui/lei non vede, non sente, non parla. Più che la passione, aspettate la stanchezza; più che un momento di pace, la depravazione dell’abbandono. Per stare insieme bisogna affidarsi. Voi invece restate impietriti, al buio. Non vi fidiate più, non vi lasciate cadere, non ci volete più nemmeno provare. Vi siete guardati allo specchio, e avete notato la pelle un poco stanca intorno alle labbra. Sono gli anni? Non sempre. A volte, più del tempo, è la distrazione di chi ci ci vive accanto a farci vecchi. Le luci accese non vi piacciono. Nell’intimità cercate il buio, perché al buio non c’è viso e non ci sono parole; lui/lei potrebbe essere qualcun altro/a. C’è solo calore in cui perdersi, grembo cieco senza volto, fondale d’oceano e caverna.
La metà piccola è una persona incapace di condivisione spontanea; porta il conto meschino del tuo e del suo, ignorando la differenza tra coppia e compagnia. Per non morire asfissiata, ogni coppia sana rispetta libertà individuali, ma ha pure regole che, quando si ama, vengono naturali e si accettano con gioia, perché utili a restare uniti. Chi invece cerca solo compagnia, approfitterà di tutti i piaceri e le comodità offerti dall’altra parte, ma guai a prospettargli una difficoltà: la metà piccola scapperà a gambe levate, adducendo un improvviso bisogno di recuperare i propri spazi e la propria serenità, per dedicarsi all’unica persona con cui ha stabilito dalla nascita l’idillio perfetto: se stessa. Se in un momento di crisi verrà chiamata a riconoscere anche le proprie responsabilità, si affretterà a precisare che colpe non ne ha, e che le sue eventuali scivolate sono sempre state una reazione alle tue di colpe e di scivolate, giacché lui/lei è estraneo/a all’errore.
La metà piccola non desidera stare a lungo insieme all’altra/o, terrorizzata dall’idea di dover stringere legami, dovendosi prendere pure il carico delle avarie che ogni legame duraturo per sua natura comporta. Meglio quindi definire ogni giorno nuove ed accurate separazioni: negli spazi da abitare, negli interessi e nei momenti da condividere, soprattutto in tutte le cose che non si possono fare insieme. E se gli/le farai notare che tutto questo non va d’accordo con un naturale stato d’amore tra due persone, ti accuserà di essere soffocante. Il concetto del ‘noi’, infatti, non ha mai sfiorato il suo spirito profondo, perché per la metà piccola vige l’IO assoluto e onnipresente.
Il tempo perduto non si recupera mai. Lui/lei pensa che la distanza calmi e curi. La distanza invece separa, facendo rigidi e freddi come i morti.

 

Cosa mi rende felice

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Cambiare saponi e shampoo per nuovi profumi sulla pelle.
Iniziare un libro nuovo, respirando tra le pagine il profumo della carta appena stampata.
Leggere sul viso di una persona cara l’espressione che illumina gli occhi, dopo una paura
Il saluto gentile che ti porge lo sconosciuto in un Paese straniero.
Trovare i disegni di quand’ero bambina, e scoprire che dopo anni riempirei con gli stessi colori i prati e i cieli, il volo degli uccelli, la forma delle case.
Ricevere la visita di qualcuno in cui avevo creduto, e capire che anche questo ha un senso nel cratere degli amori
Il fumo del cerino appena spento.
L’acqua calda sulle mani.
L’ardore e la calma dei treni vuoti.
Il suono di pioggia della verdura che cuoce.
Baci piccolissimi e fitti, senza lingua.

È incomprensibile la tristezza per le cose che iniziano e finiscono, considerando che non c’è altra regola nella vita. Tutto nasce in un momento di pienezza. Poi il passo si fa calmo e arriva il silenzio, in cui brillano misteriose tutte le cose.

 

Breve taccuino birmano

Premessa
Dopo aver viaggiato per gran parte dei Paesi più poveri del mondo, confermo il mio disappunto per l’uomo occidentale, me compresa. Non mi perderò in una mistica della povertà, ma di certo posso dire che ogni giorno, in ogni luogo e nelle condizioni più estreme, in quei luoghi ho sempre incontrato grazia, pacatezza d’animo, educazione e pudore; nessuna diffidenza, furberia o prevaricazione; cura per le cose, fiducia in tutto ciò che non si può né fare né sapere. Considerando che nessun progresso ha mai risolto granché dei problemi dell’esistenza, a parità di risultato preferisco stare dalla parte di questa gente, per cui non esiste cammino più grande dei propri passi, e niente che travalichi la curva del giorno. Per loro, ogni cosa si fa e si disfa con quello che è a portata di mano, con letizia per ciò che si è avuto, e nessun rancore per ciò che è mancato.

I piedi scalzi sulle pietre e nel terreno: neanche cento metri e già si lamentano. Non fermarsi: è giusto che ricordino cos’erano una volta i piedi.
Incontro un manipolo di provinciali che per tutto il tempo rimpiangono le spiagge appena lasciate, i confort delle loro case italiane, la Nutella. Vengono in questi posti chiedendo un bagno caldo, vestiti di tutto punto.
Sulle strade vanno motocicli di fortuna e carri trainati dai buoi. Anche da lontano la differenza si vede: gli uomini sui motori vanno spenti; quelli sugli animali hanno il movimento fiducioso di piccoli frutti sui rami.
La venditrice di frittelle al mercato di Phyu mi saluta gentilmente e abbassa lo sguardo. Aspetta che sia io a desiderare.
I templi di Bagan somigliano alle piramidi egizie: tanto splendore per contenere cosa? A dimostrazione che alla lunga solo le cose inutili la spuntano.
Ad Amarapura, un pittore sul ponte dipinge gouache per i turisti. Banale, dice uno alle mie spalle. Nei dipinti si vedono un fiume, un albero, una casa, un ponte, una figura che va o che torna. Mi chiedo in cos’altro consiste la vita.
Yangoon: negli slogan pubblicitari, nelle pose delle donne sui manifesti e nelle merci in vendita, c’è tutto il pudore dei villaggi, con l’ansia di darsi delle metropoli. La marca di sapone più famosa in Birmania si chiama PARIS.
Stormo di uccelli su Mingun, in volo come un nastro sciolto.
Mandalay; città brutta e chiassosa, che, però, dopo le due del mattino ritrova il silenzio dei villaggi, interrotto solo da un grillo o da un gufo.
Trasportatori di riso bevono il tè seduti in acqua tra le piante del fiume. Quando mi vedono passare sorridono, schernendosi come bambine.
L’avorio fine delle ore, una parola onesta del suo splendore insignificante. Mi viene uno stupore continuo per cose che non conosco, a ricordare che i momenti più pieni sono sempre quelli vuoti di me. In una capanna che dalle mie parti sarebbe un rifugio di struggente miseria, trovo il senso profondo della casa. Sconfitta sulla soglia, sono il punto in cui l’orologio fermo segna l’ora esatta.
Avere la pazienza dell’acqua, che aspetta per giorni nei pozzi. Cercare l’uomo, che a volte solo cambiando aria s’incontra, come riconosci l’odore di casa da quello rimasto tra i tuoi capelli spostati dal vento.

 

Appunti cubani

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A un amico che c’è appena stato, Cuba non è piaciuta. Mi ha consigliato di evitare l’Havana perché squallida e malfamata. Dell’entroterra verso Pinar del Rio ha detto: “Che ci vai a fare?” Delle spiagge: “Niente di che”. Della gente: “Contadini, miserabili e comunisti”.
In aereo, molti italiani confrontano le medicine comprate contro il colera, altri parlano di come portarsi in camere le ragazze e di quanto costano, di come evitare parassiti e diarree.
A ciascuno il suo viaggio.

1.
Vado all’Hotel Nacional a cambiare gli euro in cuc. Percorro il Malecon; a destra l’oceano, a sinistra le ambasciate, brutti alberghi ed edifici governativi. Dal lato opposto, i cubani restano per ore a guardare il mare.
Mi ritiro nel ventre antico della capitale, a guardare fregi, portoni, colonnati, balconate, scale e ceramiche che struggono coi loro sapori di zucchero grezzo, di carne calda, di vento battente. Nell’erosione degli intonaci e dei legni si sente il mare tra le palme, la pazienza del giorno, la luce che intarsia le avarie delle strade, salvandole in una delicatezza di trina. Ragazzi scalzi e a torso nudo giocano a baseball al centro delle strade, bimbi fanno gare nel terriccio con le biglie di vetro: schizzi saporiti di piccole cose, pane fatto coi prodigi dei semplici.
Indosso scarpe basse, il viso per la prima volta senza trucco. Qui niente mi rassomiglia, e in questo mi riconosco.
Per strada, molti capiscono da lontano che sono italiana. Quando si avvicinano mi salutano e mi dicono: “Holà, Italia! Mozzarella, Mafia e Berlusconi!” Continua a leggere

Litoranea

Giornata tiepida, velata, ventosa. Attraversando il tratto di città verso il mare, vedo negozi che non c’erano tre mesi fa. Dai negozi di abbigliamento escono folate di aria bollente e colla cinese. Molti punti scommesse e sale da gioco. Un manifesto promette di pagare il tuo argento a peso d’oro. Fondo stradale pessimo; la prova di destrezza non riguarda quale fossa evitare, ma come affrontare al meglio quella meno profonda. Sul rettifilo del lungomare vedo intatte le insegne dei lidi e vuote le spiagge. Le macchine che escono dai parcheggi sono quelle dei clienti che vanno a puttane. La pista ciclabile costata miliardi è un viale lurido e sconnesso delimitato da uno steccato in legno su cui, appollaiati in fila, marocchini e tunisini passano il tempo a controllare un traffico di affari e spostamenti che sfugge ai più. Un’auto della polizia passa a tutta velocità, diretta altrove. Continua a leggere

I raccolti dello sguardo

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Il pieno giorno ha la maledizione dell’insonnia. Accanto alla macelleria chiusa sta il negozio “Tutto a 10 Euro”, chiuso pure quello. Sulle panchine in piazza, quattro anziani siedono dall’alba come lattine del tiro a segno. Guardo lo scorcio di una casa con una finestra vuota, la montagna, un fumo snello che sale, il muro di una fabbrica col graffito “Mio figlio non è solo tuo”.
Ore 11,00: vado in ospedale a donare il sangue. Nel reparto ci sono soprattutto giovani in jeans a vita bassa e t-shirt con disegni violenti, teste rasate, sopracciglia sfoltite, la pelle scura per la vita all’aria aperta, molti tatuaggi su ex muscoli da palestra, lo sguardo senza pietà dei bambini che non sono mai stati. Una signora va a lamentarsi, perché uno che perdeva sangue ha seminato gocce lungo il corridoio fino a dentro il lavandino del bagno. Un infermiere risponde: “Non è di questo reparto”. Guardo fuori la finestra nuvole chiare che si spostano senza particolari intenzioni.
Alle 14,00 solo il vento è cambiato: la bandiera dell’Italia punta a ovest. Accanto alla pubblicità del supermercato, un 6×3 annuncia il matrimonio di due giovani: con l’effetto flou, i visi racchiusi in un cuore e la scritta “Destinazione Paradiso: insieme per sempre”, la foto sembra quella di due fidanzati morti in un incidente stradale.
Davanti a un disco bar dal nome esotico svetta una palma finta come ne crescerebbero dopo una catastrofe nucleare. Fabbriche chiuse, con parcheggi grandi come aeroporti. Al bar cerco il bagno, attraversando la sala giochi. Contro il muro ci sono cinque macchinette occupate; un ragazzo spinge il bacino contro i pulsanti come si scopa una puttana. Cielo scuro, tuoni, poi solo una pioggia inconcludente. Più avanti, qualcuno ha spicconato il muro del ciglio e ci ha ficcato dentro un Gesù Cristo grande come un nano. Sui manifesti vedo soprattutto cantanti neo-melodiche agghindate come pornostar. Verso il centro, osservo abitazioni dagli intonaci crollati, i colori delicati nella resa dell’abbandono. All’ incrocio, un venditore abusivo di cozze sta seduto con le cosce aperte al centro della via, in pantaloncini corti e torso nudo; tatuato sul braccio il Cuore di Gesù con la scritta “Mamma perdonami”. Dalle mie parti piove. Meglio andare verso Pompei, seguendo paesi che si distinguono l’uno dall’altro solo per un’insegna ogni tanto. La strada che porta al centro è circondata da coltivazioni di cipolle, ortaggi, alberi da frutta e case basse. Silenzio, odore di pioggia caduta lontano, l’afa dolciastra di una carogna nell’erba. Molti manifesti funebri di giovani, con grandi foto di Padre Pio. Pompei centro. Bancarelle di souvenir. Turisti, pochi. Quello del bar dice che ne vengono sempre meno, da quando si è sparsa la voce che gli scavi se non sono chiusi crollano.
Alla fine, nemmeno oggi è piovuto. Il grigio si è mantenuto calmo, da sfondo a paesaggi che ricordano la pacata inumanità delle foto di Ghirri. I paesi senza trucco, se li osservi dall’alto se ne stanno come un mare da cui affiora ogni tanto un relitto. Poi però, mano mano che scendi quel mare diventa una risacca intessuta di grigi delicati, di ocre, di verdi e rosa antichi. Forme perse nelle trame dell’ora brillano in un tremore di miraggio. Se non si sapesse che secolo è, il paesaggio in lontananza sembra in fondo un dipinto di Leonardo o del Pinturicchio: stessa pace, stessa fiducia, stessa bellezza.