Cosa mi rende felice

cirigliano-agosto-09-22

Cambiare saponi e shampoo per nuovi profumi sulla pelle.
Iniziare un libro nuovo, respirando tra le pagine il profumo di carta appena stampata.
Leggere sul viso di una persona cara l’espressione che illumina gli occhi, dopo una paura
Il saluto gentile che ti porge lo sconosciuto in un Paese straniero.
Trovare i disegni di quand’ero bambina, e scoprire che dopo anni riempirei con gli stessi colori i prati e i cieli, il volo degli uccelli, la forma delle case.
Ricevere la visita di qualcuno in cui avevo creduto, e capire che anche questo ha un senso nel cratere degli amori.
Il fumo del cerino appena spento.
L’acqua calda sulle mani.
L’ardore e la calma dei treni vuoti.
Il suono di pioggia della verdura che cuoce.
Baci piccolissimi e fitti, senza lingua.

È incomprensibile la tristezza per le cose che iniziano e finiscono, considerando che non c’è altra regola nella vita. Tutto nasce in un momento di pienezza. Poi il passo si fa calmo e arriva il silenzio, in cui brillano misteriose tutte le cose.

 

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Breve taccuino birmano

Premessa
Dopo aver viaggiato per gran parte dei Paesi più poveri del mondo, confermo il mio disappunto per l’uomo occidentale, me compresa. Non mi perderò in una mistica della povertà, ma di certo posso dire che ogni giorno, in ogni luogo e nelle condizioni più estreme, in quei luoghi ho sempre incontrato grazia, pacatezza d’animo, educazione e pudore; nessuna diffidenza, furberia o prevaricazione; cura per le cose, fiducia in tutto ciò che non si può né fare né sapere. Considerando che nessun progresso ha mai risolto granché dei problemi dell’esistenza, a parità di risultato preferisco stare dalla parte di questa gente, per cui non esiste cammino più grande dei propri passi, e niente che travalichi la curva del giorno. Per loro, ogni cosa si fa e si disfa con quello che è a portata di mano, con letizia per ciò che si è avuto, e nessun rancore per ciò che è mancato.

I piedi scalzi sulle pietre e nel terreno: neanche cento metri e già si lamentano. Non fermarsi: è giusto che ricordino cos’erano una volta i piedi.
Incontro un manipolo di provinciali che per tutto il tempo rimpiangono le spiagge appena lasciate, i confort delle loro case italiane, la Nutella. Vengono in questi posti chiedendo un bagno caldo, vestiti di tutto punto.
Sulle strade vanno motocicli di fortuna e carri trainati dai buoi. Anche da lontano la differenza si vede: gli uomini sui motori vanno spenti; quelli sugli animali hanno il movimento fiducioso di piccoli frutti sui rami.
La venditrice di frittelle al mercato di Phyu mi saluta gentilmente e abbassa lo sguardo. Aspetta che sia io a desiderare.
I templi di Bagan somigliano alle piramidi egizie: tanto splendore per contenere cosa? A dimostrazione che alla lunga solo le cose inutili la spuntano.
Ad Amarapura, un pittore sul ponte dipinge gouache per i turisti. Banale, dice uno alle mie spalle. Nei dipinti si vedono un fiume, un albero, una casa, un ponte, una figura che va o che torna. Mi chiedo in cos’altro consiste la vita.
Yangoon: negli slogan pubblicitari, nelle pose delle donne sui manifesti e nelle merci in vendita, c’è tutto il pudore dei villaggi, con l’ansia di darsi delle metropoli. La marca di sapone più famosa in Birmania si chiama PARIS.
Stormo di uccelli su Mingun, in volo come un nastro sciolto.
Mandalay; città brutta e chiassosa, che, però, dopo le due del mattino ritrova il silenzio dei villaggi, interrotto solo da un grillo o da un gufo.
Trasportatori di riso bevono il tè seduti in acqua tra le piante del fiume. Quando mi vedono passare sorridono, schernendosi come bambine.
L’avorio fine delle ore, una parola onesta del suo splendore insignificante. Mi viene uno stupore continuo per cose che non conosco, a ricordare che i momenti più pieni sono sempre quelli vuoti di me. In una capanna che dalle mie parti sarebbe un rifugio di struggente miseria, trovo il senso profondo della casa. Sconfitta sulla soglia, sono il punto in cui l’orologio fermo segna l’ora esatta.
Avere la pazienza dell’acqua, che aspetta per giorni nei pozzi. Cercare l’uomo, che a volte solo cambiando aria s’incontra, come riconosci l’odore di casa da quello rimasto tra i tuoi capelli spostati dal vento.

 

Appunti cubani

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A un amico che c’è appena stato, Cuba non è piaciuta. Mi ha consigliato di evitare l’Havana perché squallida e malfamata. Dell’entroterra verso Pinar del Rio ha detto: “Che ci vai a fare?” Delle spiagge: “Niente di che”. Della gente: “Contadini, miserabili e comunisti”.
In aereo, molti italiani confrontano le medicine comprate contro il colera, altri parlano di come portarsi in camere le ragazze e di quanto costano, di come evitare parassiti e diarree.
A ciascuno il suo viaggio.

1.
Vado all’Hotel Nacional a cambiare gli euro in cuc. Percorro il Malecon; a destra l’oceano, a sinistra le ambasciate, brutti alberghi ed edifici governativi. Dal lato opposto, i cubani restano per ore a guardare il mare.
Mi ritiro nel ventre antico della capitale, a guardare fregi, portoni, colonnati, balconate, scale e ceramiche che struggono coi loro sapori di zucchero grezzo, di carne calda, di vento battente. Nell’erosione degli intonaci e dei legni si sente il mare tra le palme, la pazienza del giorno, la luce che intarsia le avarie delle strade, salvandole in una delicatezza di trina. Ragazzi scalzi e a torso nudo giocano a baseball al centro delle strade, bimbi fanno gare nel terriccio con le biglie di vetro: schizzi saporiti di piccole cose, pane fatto coi prodigi dei semplici.
Indosso scarpe basse, il viso per la prima volta senza trucco. Qui niente mi rassomiglia, e in questo mi riconosco.
Per strada, molti capiscono da lontano che sono italiana. Quando si avvicinano mi salutano e mi dicono: “Holà, Italia! Mozzarella, Mafia e Berlusconi!” Continua a leggere

Litoranea

Giornata tiepida, velata, ventosa. Attraversando il tratto di città verso il mare, vedo negozi che non c’erano tre mesi fa. Dai negozi di abbigliamento escono folate di aria bollente e colla cinese. Molti punti scommesse e sale da gioco. Un manifesto promette di pagare il tuo argento a peso d’oro. Fondo stradale pessimo; la prova di destrezza non riguarda quale fossa evitare, ma come affrontare al meglio quella meno profonda. Sul rettifilo del lungomare vedo intatte le insegne dei lidi e vuote le spiagge. Le macchine che escono dai parcheggi sono quelle dei clienti che vanno a puttane. La pista ciclabile costata miliardi è un viale lurido e sconnesso delimitato da uno steccato in legno su cui, appollaiati in fila, marocchini e tunisini passano il tempo a controllare un traffico di affari e spostamenti che sfugge ai più. Un’auto della polizia passa a tutta velocità, diretta altrove. Continua a leggere

I raccolti dello sguardo

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Il pieno giorno ha la maledizione dell’insonnia. Accanto alla macelleria chiusa sta il negozio “Tutto a 10 Euro”, chiuso pure quello. Sulle panchine in piazza, quattro anziani siedono dall’alba come lattine del tiro a segno. Guardo lo scorcio di una casa con una finestra vuota, la montagna, un fumo snello che sale, il muro di una fabbrica col graffito “Mio figlio non è solo tuo”.
Ore 11,00: vado in ospedale a donare il sangue. Nel reparto ci sono soprattutto giovani in jeans a vita bassa e t-shirt con disegni violenti, teste rasate, sopracciglia sfoltite, la pelle scura per la vita all’aria aperta, molti tatuaggi su ex muscoli da palestra, lo sguardo senza pietà dei bambini che non sono mai stati. Una signora va a lamentarsi, perché uno che perdeva sangue ha seminato gocce lungo il corridoio fino a dentro il lavandino del bagno. Un infermiere risponde: “Non è di questo reparto”. Guardo fuori la finestra nuvole chiare che si spostano senza particolari intenzioni.
Alle 14,00 solo il vento è cambiato: la bandiera dell’Italia punta a ovest. Accanto alla pubblicità del supermercato, un 6×3 annuncia il matrimonio di due giovani: con l’effetto flou, i visi racchiusi in un cuore e la scritta “Destinazione Paradiso: insieme per sempre”, la foto sembra quella di due fidanzati morti in un incidente stradale.
Davanti a un disco bar dal nome esotico svetta una palma finta come ne crescerebbero dopo una catastrofe nucleare. Fabbriche chiuse, con parcheggi grandi come aeroporti. Al bar cerco il bagno, attraversando la sala giochi. Contro il muro ci sono cinque macchinette occupate; un ragazzo spinge il bacino contro i pulsanti come si scopa una puttana. Cielo scuro, tuoni, poi solo una pioggia inconcludente. Più avanti, qualcuno ha spicconato il muro del ciglio e ci ha ficcato dentro un Gesù Cristo grande come un nano. Sui manifesti vedo soprattutto cantanti neo-melodiche agghindate come pornostar. Verso il centro, osservo abitazioni dagli intonaci crollati, i colori delicati nella resa dell’abbandono. All’ incrocio, un venditore abusivo di cozze sta seduto con le cosce aperte al centro della via, in pantaloncini corti e torso nudo; tatuato sul braccio il Cuore di Gesù con la scritta “Mamma perdonami”. Dalle mie parti piove. Meglio andare verso Pompei, seguendo paesi che si distinguono l’uno dall’altro solo per un’insegna ogni tanto. La strada che porta al centro è circondata da coltivazioni di cipolle, ortaggi, alberi da frutta e case basse. Silenzio, odore di pioggia caduta lontano, l’afa dolciastra di una carogna nell’erba. Molti manifesti funebri di giovani, con grandi foto di Padre Pio. Pompei centro. Bancarelle di souvenir. Turisti, pochi. Quello del bar dice che ne vengono sempre meno, da quando si è sparsa la voce che gli scavi se non sono chiusi crollano.
Alla fine, nemmeno oggi è piovuto. Il grigio si è mantenuto calmo, da sfondo a paesaggi che ricordano la pacata inumanità delle foto di Ghirri. I paesi senza trucco, se li osservi dall’alto se ne stanno come un mare da cui affiora ogni tanto un relitto. Poi però, mano mano che scendi quel mare diventa una risacca intessuta di grigi delicati, di ocre, di verdi e rosa antichi. Forme perse nelle trame dell’ora brillano in un tremore di miraggio. Se non si sapesse che secolo è, il paesaggio in lontananza sembra in fondo un dipinto di Leonardo o del Pinturicchio: stessa pace, stessa fiducia, stessa bellezza.

 

Un paesino

1.Il paesaggio si fa presto silenzio, poiane, maestà selvatica di montagne. Arrivo in un paese visto più volte dall’autostrada, con agglomerati di case diroccate, oggi ricovero per mucche e capre. Nel prato accanto alla fontana, un tronco vuoto giace a ridosso di ruderi. È un paese, questo, senza trucco e senza tacchi, dove si vengono a guardare le gambe spezzate dei solai, cataste di mattonelle come un mucchio di scarpe in guerra, la manopola di porcellana rimasta attaccata al muro, le ossa di un cane, i cocci di un piatto. Si viene a passeggiare lungo i vicoli, diventati col tempo torrenti di un’erba che non perde la sua incandescenza nemmeno nell’uggia di novembre.
Lasciata la fontana del Municipio, entro nel ventre del paese. Nelle strade, c’è posto solo per finestre chiuse, illuminate dal raggio radente delle lampade, e per qualche geco sui muri. Vedo un cortile con un nespolo, un antico pozzo, recinti con galline e conigli, cani acquattati accanto agli orti. Ero certa che il posto più taciturno del Sud fosse il paese di mio padre, in Basilicata. E invece nemmeno lì ho ascoltato un silenzio come questo. In un’ora di passeggiata, gli unici rumori sono stati il giro di una chiave nella toppa di una porta, e il mormorio della preghiera dalla chiesa col portale aperto. E poi grilli, tanti, come ad agosto. Mi è parso di fare un lungo giro, ma ho presto rincontrato il nespolo, i cani e la fontana del Comune.

2.La verità e che certi paesi non sono un posto buono per viverci, ma non abbastanza da lasciarti andare. A valle, in cima, nei campi, nelle strade e nelle piazze, l’onestà del vuoto è radicale. Non è come dalle mie parti, dove i paesi troppo vicini alle città sono cafoni fieri del parente altolocato, che possono raggiungere in dieci minuti d’autostrada. In paesi come questo, se sei vecchio e ti sei rotto una gamba, a casa resti e a casa muori. Chi è partito da giovane per lavorare, qui non vuole più tornare. Gli anziani rimasti di storie non ne vogliono sentire. Non parlano più nemmeno dei sindaci, che appena eletti si preoccupano solo di mettere le fioriere ai balconi e i sampietrini sulle strade. A loro interessa l’ufficio postale, la farmacia, un pronto soccorso, il dottore h24, la panchina e un loculo al cimitero. Non gliene frega niente della nuova insegna del fornaio da cui si affaccia Hello Kitty; anzi, meglio se non c’è più la scritta a pennello sulla pietra cruda dell’arco, che a loro ricorda solo un tempo di miseria. A loro piace stare a casa a guardare Frizzi e Conti. Si lamentano di non aver mai visitato questo e quello, ma se provi a proporgli una gita, ecco un’improvvisa recrudescenza anche delle malattie che non hanno mai avuto. Alcuni di loro trascorrono su una panchina anche dodici ore al giorno. Il bar al mattino non ha ancora aperto, e loro sono già lì immobili, a fissare il sole che gira, la stagione che passa. Guardano l’orologio solo se devono prendere una medicina, e se escono in piazza non hanno voglia di facce nuove. Qui non si prende il numero delle presenze: questi paesi sono morti che non si ricambiano. Sono un corpo nudo che vuole tornare terra. Ecco perché bisogna affrettarsi a visitarli, facendo con loro come con un amico lontano incontrato per caso: fermarsi e parlargli con gentilezza.

 

Passaggio in Rajasthan

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Mi voto a un giorno per volta, come il piede alla pietra davanti passando il fiume. Silenziosa atmosfera ai passaggi di confine, uccelli migratori in composte forme mutevoli, l’anima di garza, il corpo caldo dentro pietre nuove. Il mio nome qui è parola infondata e transumanza. Raccolgo pensieri, cose da ricordare e oggetti trovati in strada per misteriose concordanze. Mezzogiorno: le capanne dei villaggi, i venti del monsone, il chiasso del mercato, l’odore dei miei abiti sdraiata nel terreno. Meglio non agitarsi se il momento non è propizio. In treno verso il deserto del nord, molti uomini in piedi fissano davanti, parlando delle proprie famiglie, del lavoro, del tempo. Passano in fila le gip dei turisti: le bambine offrono un fiore ai viaggiatori di passaggio, i bambini si lanciano al centro della strada per incontrare in corsa il palmo aperto delle mani straniere. Portando i passi senza intenzione, scopro un respiro senza ritorno al punto di partenza. Dei villaggi del Rajasthan mi piacciono la lentezza e le piccole scelte del momento: quale gamba incrociare, quale duna evitare. Passo il tempo tra le tende dei nomadi. Kapil, il mio autista, è un ragazzo di poche parole. Ci fermiamo in un paese sulla strada verso Jodhpur. Lui dorme da un parente, io in una stanza di calce bianca, su un letto per terra. Il vento caldo mi tiene salda allo splendore del giorno. Mi accorgo di come ogni cosa che accade nel momento presente abbia una risonanza profonda in ogni punto dell’universo, e di come ciò che credo disperso si riunisca altrove. Le donne tornano nelle capanne, gli uomini riparano gli animali, i mercati sgombrano. Nei villaggi si accendono fuochi, si mangia in silenzio, ringraziando per il giorno trascorso. Si chiudono gli occhi, e si vede la forma dell’aria.

Foto: Eliana Petrizzi