Certe donne

Abuso dell’immagine femminile, sfruttamento, violenza privata, discriminazione e stalking, sono temi su cui non si può e non si deve smettere di discutere. Ma per una volta, vorrei andare controcorrente, parlando di una razza a rischio di estinzione – quella degli uomini – a causa di un tipo specifico di figura femminile che ha tracimato ben oltre il buon senso. “Macchiamento” dell’immagine femminile e sfruttamento delle donne sono le espressioni più ricorrenti ovunque si parli del corpo e del valore simbolico della donna. Di “macchiamento” della donna ha però senso parlare ovunque dominano dittature assolute, dove le donne vengono mortificate da una barbarie che non trova alcun tipo di giustificazione né culturale né religiosa. Sono passati decenni dalle rivolte femministe; la donna ha conquistato autonomia pensante, dignità personale, diritti lavorativi, politici e giuridici; quell’indipendenza culturale ed economica che le ha consentito di uscire da matrimoni sbagliati e di separarsi da compagni violenti. E tuttavia, ecco oggi molte donne incapaci di femminilità, di pazienza, di accoglienza e di ascolto; incapaci di rispetto del proprio corpo, che da custode misterioso della vita è diventato il vessillo di libertà sessuali sguaiate. Continua a leggere

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JANNIS KOUNELLIS – a cura di Ludovico Pratesi

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Ripropongo di seguito questo testo – pubblicato  su ARTRIBUNE in occasione della scomparsa di Kounellis – che merita un’attenta lettura.

Jannis Kounellis era un umanista, un artista che non ha mai avuto paura di esprimere le proprie idee. Ludovico Pratesi lo ricorda con un testo, intitolato “Il dubbio, l’arte e la passione civile”, che oggi appare profetico, firmato da Kounellis e pubblicato sul terzo numero di “Micromega” nel 2004.

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COSA VUOL DIRE GLOBALIZZAZIONE

Io ho visto svolgersi gli avvenimenti dietro le finestre del mio studio, i messaggi lanciati dai pirati dentro una bottiglia non mi soddisfano. Preferisco, se dopo un viaggio ho qualcosa da dire, sussurrarlo nell’orecchio di qualcuno, magari in una taverna, aspettando con ansia un segno di approvazione anche da parte di un artista morto da secoli perché io intuisco dai suoi quadri se il mio discorso gli piace oppure no. Quando viaggio penso a Rimbaud in Etiopia. Nel mondo della globalizzazione non hai una meta precisa, e quindi non viaggi perché non hai un destino. È bello andare ad Hong Kong, ma è terrificante pensare di tornarci dopo una settimana senza avere almeno una persona da incontrare. Oggi ci si sposta in maniera convulsa da una bottega all’altra, come i venditori ambulanti degli anni Cinquanta. La globalizzazione è come un lago del quale si attraversano le rive con facilità: si pensa che non esistano più i paesi e si sia finalmente realizzato il sogno di fare scomparire le differenze che anche lontanamente ricordano un conflitto. Intanto, in America c’è un pittore come Jasper Johns che, tempo fa, ha dipinto la bandiera americana che indica un centro reale. La globalizzazione non mette in discussione questo centro, e riduce tutto il resto ad una desolante periferia. Io sono abituato a considerare un pittore come un protagonista: la condizione dell’artista definita da Picasso quando dipinge Les demoiselles d’Avignon in un piccolo studio a Parigi. Considero quel quadro rivoluzionario a livello linguistico: non indica un lago ma un oceano, e non si può non amare l’oceano. Gli impressionisti erano nomadi, si spostavano dappertutto per inseguire un sogno di libertà, quello di abbandonare lo studio e di dipingere all’aria aperta. I cubisti hanno fatto il contrario, sono tornati nello studio per ritrovare la libertà di inventare una nuova lingua pittorica. Ma sia gli impressionisti sia i cubisti indicano un pensiero forte. Oggi invece il pittore è l’ultimo anello di un’espansione di debolezza, voluto anche da una certa politica di sinistra, che ha voluto questa perdita di peso. Mentre una volta il quadro centralizzava l’interesse culturale, oggi è l’istituzione burocratica che offre la centralità, ma questa idea globale di pluralità allontana la critica, ed è un discorso nefasto nascosto sotto un’apparenza libertaria. In questo momento dove anche la parte imprenditoriale avverte che è nella costruzione di cose che si disegna il futuro (il che è una critica alla società dei servizi) il ritorno alla volontà di costruire e la fine della dispersione non è un sogno che finisce, ma un orizzonte che si apre.

ORIENTE OCCIDENTE

Nel Vicino Oriente c’è un conflitto ormai cronico fra gli ebrei, nei confronti dei quali abbiamo un debito enorme. Non bisogna mai scordarselo, e i palestinesi sono un popolo martirizzato alla ricerca di una terra possibile. Questa condizione ha paralizzato ogni investimento culturale verso quest’angolo del Mediterraneo. Per quanto nel porto di Alessandria siano nate delle grandi personalità come Kavafis, Ungaretti e Marinetti, non si può dimenticare che a Salonicco è nato Atatiirk che ha rivoluzionato la politica turca e del Medio Oriente. Tutte queste coste, da Smirne ad Istanbul, da Venezia a Barcellona era-no luoghi di vibrante attivismo commerciale e culturale e la pre-senza di Joyce a Trieste dove scrisse l’Ulisse ne è la prova.

L’IDENTITÀ EUROPEA

In un qualsiasi museo del Centro Europa, l’identità europea la vedi appesa ai muri perché vi sono raccolti, dal Neoclassicismo al moderno, tutti i momenti creativi. L’identità dell’Europa moderna si nutre di diversità. L’europeo non ha la monumentale certezza dell’americano, del resto la profondità delle tragedie che ha vissuto lo porta ad essere critico. Questo vuol dire essere europeo: coltivare il dubbio, la distanza, e dunque esercitare la critica. L’europeo non può essere un uomo legato ad una forma qualsiasi di apologia come gli americani, che hanno le grandi praterie e ci hanno regalato un’idea unica dello spazio, e Pollock ne è uno dei protagonisti giustamente amato. Il suo lirismo è profondamente poetico e per niente apologetico. L’Europa non avrà mai una sola bandiera, ma tante, e questo non ci rende meno europei, ma caso mai di più. I pittori ideologici come Masaccio o Caravaggio hanno segnato la mia vita. I loro quadri non hanno il dogmatismo medievale delle icone. È gente che firma le proprie opinioni poetiche e le difende. La modernità della pittura è anche in questa firma. Il patrimonio visivo non esiste solo come storia, ma come presenza condizionante e la novità, anche la più estrema, dialoga e ri-immagina questi testi fondamentali che sono le pitture e i loro segni apocrifi. La globalizzazione sicuramente serve all’America per non ricadere nell’isolazionismo, e serve alle forze separatiste europee perché crea un alibi per non unirsi veramente. Ma per quel che riguarda la poesia scritta in lingua non serve a niente. Anzi è piuttosto dannosa.

DOV’È IL POPOLO?

Da sempre il popolo ha scandito i limiti ed ha separato nettamente il bene dal male, forse ha anche trovato il fondamento che è dietro al bello. La politica esiste come esiste l’opinione o l’emozione. Non è stato il Capitale di Karl Marx, ma piuttosto i romanzi di Dickens o Victor Hugo ad avermi spinto ad essere partigiano di colui che soffre, ad essere vicino non agli Dei dell’Olimpo o alle Feste Galanti di Watteau, ma ai contadini di Millet. Oggi in Europa non esiste più né una vera sinistra né una vera destra. Sono sparite le opinioni forti, non esiste più la classe operaia, e dicono che non ci sia più nemmeno il popolo. Come facciamo a vivere senza popolo? Capisco che si possa vivere senza la classe operaia, ma senza popolo? Tutta la nostra tradizione pittorica nasce da un concetto popolare della civiltà contadina, così come le Madonne, quelle dipinte da Tiziano, che utilizzava delle prostitute come modelle. È difficile distanziarsi dal concetto di popolo. Forse abbiamo capito con il passare del tempo che il concetto di massa non era realmente importante, ma quello di popolo è importantissimo, qualsiasi cosa è nata da quell’indicazione.

IL TERRORISMO

Sostenere il Cubismo oggi, davanti alla volontà americana di gestire il secolo, è già eversivo. Ricordo le nostre mostre degli anni Sessanta, formalizzate fuori dalla tela con telaio, che rivoluzionavano non solo l’aspetto visivo ma minavano il sostegno ad un certo tipo di forma che era finito col rappresentare la conformità, e offrivano anche una diversa gerarchia di valori. Oggi c’è una grande velocità che ha ucciso il tempo, non c’è più una borghesia capace di mediare. Gli eventi sono talmente rapidi che tutti viviamo in un terribile parossismo. Il terrorismo nasce dalla complessità dell’Occidente. Noi occidentali offriamo non solo i prodotti, ma ne facciamo anche la critica. Dunque mettiamo una pesante ipoteca sul nuovo. Gli altri hanno solo la possibilità di consumare.

LA SINISTRA E L’ARTE

Il mio sentimento di sinistra viene da un quadro, i Mangiatori di patate di Van Gogh. La sinistra oggi è diventata astratta, mentre storicamente nasce per contrastare la destra e portare una moralità diversa, un concetto diverso di pratica civile. Oggi, lontane dalla loro fonte popolare, le virtù di prima vivono nell’ombra, ma non si sa però in quale struttura piranesiana le hanno depositate. Così è arrivata l’incertezza. Di fronte al monumentalismo del Ventennio i paesaggi romani di Mafai nascono dall’opposizione e sono di sinistra, ma per quel che riguarda la pittura, l’appartenenza ad un partito non conta. Oggi più di ieri si vede con chiarezza che esistono dei legami fra Sironi e Burri almeno come emotività, come capacità di ancorarsi all’Italia, e questo non è uno scandalo.

ARTE E POLITICA

Se uno vive dentro la città si accorge facilmente che il potere politico lascia dei segni visibili e condizionanti. L’artista che lo ignora è difficile da comprendere. Esiste naturalmente la scelta dell’eremo, ma è lontano dal centro delle case. Gli artisti non servono a niente. Costruiscono il proprio immaginario con una lentezza senza precedenti, portano all’estremo la loro capacità di essere comprensibili attraverso la lingua e possono essere, per chi li legge, l’introduzione ad una frequenza diversa. Isaac Singer scriveva articoli in yiddish per un giornale ebraico di New York che aveva trecento lettori. Lui credeva che fosse importante scrivere senza tenerne conto, come fa un buon parroco di campagna, o un artista di Avanguardia alle sue prime esperienze espositive. Grande precisione e poco pubblico, ma è difficile immaginare il teatro di Beckett dentro un’arena. Oggi i politici inseguono la chimera della globalizzazione con le sue tecniche televisive di alto gradimento. Bisogna dire loro che quei musei chilometrici, disegnati con maestria e destinati ad accogliere milioni di spettatori all’anno, offrono un’idea di cultura drasticamente contraria al modello dadaista del Cabaret Voltaire. Se invece la costruzione è oggi quello che conta, se l’epoca del virtuale ha fatto il suo tempo, forse quell’attitudine sottile ed acuta che gli artisti offrono, in quanto costruttori di immagini per eccellenza e in grado di trasformare la materia, può essere utile al politico: offre il passato su un piatto d’argento, riplasmato, e nei casi migliori brillante e dialettico.

 

Breve taccuino orientale.

Negli ultimi vent’ anni, ho viaggiato per scelta nei Paesi più poveri del pianeta. Prima di partire, mia madre dice sempre: ‘Ma perché non vai a visitare chi sta meglio di te? ‘. Perché i Paesi che stanno meglio di noi sono pochi; il mondo è fatto in gran parte di natura inabitata e da continenti che versano in condizioni di disumanità e miseria inconcepibili. Al ritorno da ognuno di questi viaggi, una sola cosa ho però sempre capito: le ragioni della Storia sono immutate da millenni, e la strada per iniziare a cambiare un poco le cose parte sempre e solo da noi. Nessuna rivoluzione collettiva funzionerà, nessun miracolo salverà miliardi di persone. Onestà, gentilezza, coerenza e cura: ciascuno può imparare ad ascoltare, a porgere un aiuto, a non giudicare, a non sprecare, a donare. Sono queste la sola fede e la sola politica in cui oggi vale la pena credere. Non mi perderò in una mistica della povertà, ma di certo posso dire che ogni giorno, in ogni luogo e nelle condizioni più estreme, nei luoghi visitati ho sempre incontrato grazia, pacatezza d’animo, educazione e pudore; nessuna diffidenza, furberia o prevaricazione; delicatezza per le cose, fiducia in tutto ciò che non si può né fare né sapere. Ora, considerando che nessun progresso ha mai risolto granché dei problemi dell’esistenza, a parità di risultato io preferisco stare dalla parte di questa gente, per cui non esiste cammino più grande dei propri passi, e niente che travalichi la curva del giorno, con letizia per ciò che si è avuto, e nessun rancore per ciò che è mancato.
Per capire la violenza, la bellezza e l’indifferenza della vita, bisogna andare in un mercato del sud-est asiatico; a Phnom Phen per esempio, nel tanfo rancido di pollame macellato al caldo delle botteghe. Sputi, fango e fogne tra i piedi. Animali pronti a morire legati per terra, il loro sangue in faccia a una donna, che ride e si pulisce come fosse pioggia. Mosche sulle carni delle bestie. Un pesce ancora vivo caduto da una cesta, muore sotto la ruota di una bicicletta. I dolci da offrire nelle pagode, l’oro finto per le onorificenze, motori di vecchi camion, incenso e sete. Centinaia di anatre arrostiscono senza posa. Un uomo chiede soldi col brandello di carne che gli è rimasto al posto del braccio. Una ragazza incinta dorme coperta di immondizia. Giovani puttane e vecchi turisti soli al pascolo. Macerie, e case che si costruiscono nel giro di una notte. Panni stesi ad asciugare sopra le viscere calde dei porci. Bambini nudi giocano nella feccia, felici come bambini. Alla fine, però, come sempre nella vita si ricordano solo colori, pochi volti e alcuni profumi. I miei piedi scalzi sulle pietre e nel terreno: neanche cento metri e già si lamentano, ma non bisogna fermarsi: è giusto che ricordino cos’erano una volta i piedi. Incontro un manipolo di provinciali, che per tutto il tempo rimpiangono le spiagge appena lasciate, i confort delle loro case italiane, la Nutella. Vengono in questi posti chiedendo un bagno caldo, vestiti di tutto punto. Sulle strade vanno motocicli di fortuna e carri trainati da buoi. La venditrice di frittelle al mercato di Phyu mi saluta gentilmente e abbassa lo sguardo: aspetta che sia io a desiderare. I templi di Bagan somigliano alle piramidi egizie: tanto splendore per contenere cosa? A dimostrazione che alla lunga solo le cose inutili la spuntano.
Ad Amarapura, un pittore sul ponte dipinge gouache per i turisti. ‘Banale’, dice uno alle mie spalle. Nei dipinti si vedono un fiume, un albero, una casa, un ponte, una figura che va o che torna. Mi chiedo in cos’altro consiste la vita. A Yangoon, la marca di sapone più famosa si chiama PARIS. Stormo di uccelli su Mingun, in volo come un nastro sciolto. Mandalay; città brutta e chiassosa, che dopo le due del mattino ritrova tuttavia il silenzio dei villaggi, interrotto solo da un grillo o da un gufo. Trasportatori di riso bevono il tè seduti in acqua tra le piante del fiume. Quando mi vedono passare sorridono, schernendosi come bambine. L’avorio fine delle ore, una parola onesta del suo splendore insignificante. Mi viene uno stupore continuo per cose che non conosco, a ricordare che i momenti più pieni sono sempre quelli vuoti di me. In una capanna che dalle mie parti sarebbe un rifugio di struggente miseria, ritrovo il senso pieno della casa. Io qui sono il punto in cui l’orologio fermo segna l’ora esatta. Avere la pazienza dell’acqua che aspetta per giorni nei pozzi. Cercare l’uomo, che incontri solo cambiando aria, come riconosci l’odore di casa da quello rimasto tra i tuoi capelli spostati dal vento.

Appunti cubani

A un amico che c’è appena stato, Cuba non è piaciuta. Mi ha consigliato di evitare l’Havana perché squallida e malfamata. Dell’entroterra verso Pinar del Rio, ha detto: “Che ci vai a fare?” Delle spiagge: “Niente di che”. Della gente: “Contadini, miserabili e comunisti”. In aereo, molti italiani confrontano le medicine comprate contro il colera; altri parlano di come portarsi in camere le ragazze e di quanto costano, o di come evitare parassiti e diarree.
A ciascuno il suo viaggio.

1.
Andando all’Hotel Nacional a cambiare gli euro in cuc, percorro il Malecon; a destra l’oceano, a sinistra le ambasciate, brutti alberghi ed edifici governativi. Dal lato opposto, i cubani si siedono su un muro e restano per ore a guardare il mare. Di ritorno, mi ritiro nel ventre antico della capitale, dove fregi, portoni, colonnati, balconate, scale e ceramiche commuovono col loro sapore di zucchero grezzo, di carne calda e di vento battente. La luce del Sud intarsia le avarie delle strade in una delicatezza di trina. Qualcuno canta e balla in strada o dietro le grate delle finestre; voci che mi fanno pensare al canto di chi, carico, si accompagna lungo una salita.
Ragazzi scalzi a torso nudo giocano a baseball al centro delle strade, i bimbi fanno gare nel terriccio con le biglie di vetro. Schizzi saporiti di piccole cose: pane fatto coi prodigi dei semplici.
Vado a visitare il Museo d’Arte Moderna, dove scopro le opere di Edoardo Abele, gli scavi senza speranza di Fidelio Ponce de Leon, l’ubriachezza caraibica di Mariano Rodriguez.
Due giorni in cammino per le strade meno battute del centro storico: inutili le foto, le riprese, la scrittura. Le migliaia di persone che attraverso disgregano i luoghi in una levità di bolla. Indosso scarpe basse, il viso per la prima volta senza trucco. Qui niente mi rassomiglia, e in questo mi riconosco. Per strada, molti capiscono subito che sono italiana: quando si avvicinano, mi salutano e mi dicono: “Holà, Italia! Mozzarella, Mafia e Berlusconi!”. Nel pomeriggio vado a visitare Alamar, un grosso sobborgo popolare a est dell’Havana, affacciato sul mare. Da qui, nel 1994 iniziò la fuga disperata dei balseros verso Miami. All’Havana, come in tutta Cuba, l’odio per gli americani non ha sopito l’istinto esterofilo. Dalle auto in corsa, stampata su scarpe, cappellini e magliette, vedi la bandiera dell’Inghilterra. L’America però i cubani continuano a sognarla. Nelle case, le televisioni servono per vedere i video dei cantanti cubani diventati famosi a Miami, di cui copiano le catene dorate al collo, i pantaloni a vita bassa, le movenze hip-hop e i tatuaggi. Le ragazze che si prostituiscono si riconosco dai capelli ossigenati, dai tacchi a spillo, dalle minigonne e dalla sigaretta accesa tra unghie variopinte. Le trovi sedute in Park Central, al bar accanto all’Hotel Inglaterra. Arrivano, si siedono e aspettano i maschi – di solito over 50 e italiani – che le raccolgono per la sera. Queste ragazze vivono in abitazioni chiamate “solar”, edifici caduti in malora dopo gli anni ‘50, senza vetri né infissi, le finestre vuote da cui vedi solai crollati, preziosi pavimenti in ceramica inizio ‘900, contatori elettrici scoperchiati, abitazioni in fila dietro grate di ferro. Qui, in pochi metri quadri vive una famiglia intera. Una ragazza scopa il pavimento, accantonando la spazzatura che ti aspetti solo in aperta strada. Nella stanza accanto, una brandina da campo, una bambola smembrata, scarpe, scatoli e vestiti attorcigliati alla rinfusa; una tv anni ‘60, un angolo cottura con le pentole di rame. Una giovane cuce i cappellini di Che Guevara, venduti all’angolo della via per un cuc. Le persone che vivono qui mi lasciano entrare senza fare domande, felici che scatti loro delle foto. Le bambine hanno sorrisi che sembrano brividi. Una di loro mi chiede di visitare la sua camera. Saliamo lungo una scala di legno che dà accesso a un sottotetto, di quelli che i nostri nonni usavano per stivare il tabacco. I giacigli accomodati per terra, le lenzuola disfatte, il pavimento di legno, una finestra sventrata accanto alla quale le bambine si sdraiano, per essere ritratte in pose da dive. Il balcone è un rudere coloniale da cui è meglio non affacciarsi. Sotto, si stende un’Havana immensa e cruda. In cucina, il padre ripara una radio, un bimbo di due anni corre spoglio per casa. La madre è una donna che dimostra il doppio dei suoi anni. Le chiedo di fotografarla: lei sorride vistosamente, ma le chiedo di stare naturale: lo scatto che ne esce è quello di una figura in controluce, sul viso le tracce di un’amarezza senza rimedio. Molte delle abitazioni in cui vivono stipate decine di famiglie erano un tempo alberghi del regime caduti in abbandono. Una donna che mi vede filmare il cortile e gli interni mi dice che queste baracche sono del Governo; che anche chi ci abita, incluso il pappagallo in gabbia sul balcone è del Governo. Da queste case, le ragazze che di giorno stanno scalze e senza trucco, la sera scappano, trasformate da minigonne e lustrini. Profumano d’incenso, escono con gli infradito e, tacchi a spillo in mano, si avviano spedite verso il bar accanto all’Hotel Inglaterra. Per le strade, niente pubblicità. Qui i muri e i tabelloni sono dedicati alle frasi di Fidel, Che Guevara e José Martì, scritte a mano con vernici colorate, o alle foto dei cinque detenuti politici a Miami, trattenuti in carcere per aver combattuto il terrorismo americano contro i cubani.
Sera all’Havana. Persi i colori del giorno, le case sono palpebre che anche chiuse vegliano. Una ragazza sta seduta fuori la porta. Dentro casa, dalle stanze arriva il suono di una rumba. Appese ai muri, farfalle di merletto rosa, una stampa del Cuore di Gesù, una Madonna al centro della stanza, brillante come una Barbie. Dalla finestra più avanti, le mani di una donna oltre la grata stanno come le ali di un uccello dopo la migrazione.

2.
Cienfuegos, spiaggia di Rancho Luna. Evito le baie segnalate dalla guida, preferendo quelle consigliate dagli abitanti del posto. A riva, incontro una coppia di calabresi trapiantati da 50 anni in Canada. Lei mi dice che faccio bene a viaggiare e a spendere i soldi adesso; che è inutile risparmiare, perché non si è mai vista la bara di un miliardario seguita da quella piena di tutti i suoi soldi. Lui, grasso e con una vistosa catena d’oro al collo, dice che questo posto fa schifo, che anche Trinidad è una fogna, che la vera Cuba è Varadero, dove ci sono i “bildings” e si fanno i “bisniss”.

3.
Appena fuori dalle città il trambusto smette, per lasciare spazio a un paesaggio tropicale fatto di palme reali, terra rossa, strade sterrate, fiumi e vento. La strada che porta verso Pinar del Rio è un’ampia carreggiata in cui s’ incontra l’anima contadina di Cuba. I mezzi pubblici funzionano solo per i turisti. I cubani chiedono passaggi lungo la via ai mezzi del Governo, concessi in comodato d’uso ai lavoratori delle imprese di allevamento e agricoltura di cui vive la regione. Le strade extraurbane del Paese sono un circo sregolato che diverte o stupisce, a seconda delle circostanze. Auto russe e americane anni ‘50, trattori e camion, motociclette, biciclette e calessi contromano. Tra i pedoni, anche galline, cani, maiali liberi, insieme a venditori che si lanciano al centro della carreggiata, per offrire caschi di banane, polli arrostiti e torroni.
Nei paesi dell’entroterra, le abitazioni sono costruite con assi di legno di palma – molte di sbieco a causa dei cicloni. Ogni cosa in questi luoghi ricorda i racconti di mia madre bambina: il gallo che canta all’alba, il coro dei pulcini nei pollai, lo strillo del venditore di pane e del giornalaio; il calesse che consegna il latte in otri di alluminio; gli ambulanti di frutta, verdura, patate dolci e frutti tropicali, il lustrascarpe sul marciapiede, i friggitori di pesce, chicharritas e dolci in pasta di yuca,. Un giovane all’angolo ripara accendini per sigarette, un altro aggiusta le maglie di una catena a colpi di pietra sul bordo del marciapiede. Nei villaggi, il terminal degli autobus è una fila di calessi a cavallo. Il pomeriggio è caldo e velato. Prendo una bicicletta e vado a fare una passeggiata appena fuori dal paese. Lungo la strada mi fermo a guardare due case abitate da campesinos. Il centro del villaggio è lontano, qui i turisti non si fermano. C’è solo l’asfalto vuoto, palme reali, vento, e i mogotes. Scavalco il recinto e chiedo alle donne che mi hanno vista passare se posso stare un po’ con loro; mi dicono di entrare con un gesto generoso delle mani. Le bambine si guardano, ridono, corrono a nascondersi, poi ritornano. Le pareti che dividono le stanze sono pannelli di legno senza porte. Qui non esiste corrente elettrica: un piccolo pannello solare fornisce l’energia che serve soprattutto per tenere accesa la tv, sintonizzata su un canale che trasmette h24 i video musicali dei cubani a Miami. La camera da letto dei grandi è un giaciglio adagiato a terra, che occupa tutto lo spazio della stanza. In fondo, in un soppalco a scaffali, stanno arrotolate balle di abiti e scarpe. Un angolo cucina con antiche mattonelle colorate, pentole nere, catini di plastica per il recupero delle acque, utensili in legno o in latta. Il bagno è fuori, accanto al ricovero dei maiali e delle galline, che vagano liberi nella stessa terra in cui le bimbe corrono a piedi nudi. Ho con me la solita busta di cose da donare. Per ringraziarmi, mettono su un DVD di salsa e reggaeton, e iniziano a ballare. Potrei restare qui tutto il tempo. È chiaro che oggi io sono per questa famiglia l’unica occupazione del giorno. Le cose che ho dato loro – un pacchetto di gomme, una collana di perline di vetro, un sapone, degli abiti – sono trofei di cui le più piccole si vantano, proponendosi scambi. Dalla finestra si apre una valle immensa. Lontano, un campesino col suo aratro lancia versi d’incitamento ai buoi. Nel solco appena tracciato, grandi uccelli bianchi si alzano in volo come un mulinello di carte al vento, verso le cime dei mogotes.

Litoranea

Giornata calda, velata e ventosa. Attraversando il tratto di città verso il mare, vedo negozi che non c’erano tre mesi fa, con nomi e grafiche che ricordano le grandi metropoli. Dai negozi di abbigliamento escono folate di aria bollente e colla cinese. Molti punti scommesse e sale da gioco. Un manifesto promette di pagare il tuo argento a peso d’oro. Fondo stradale pessimo; la prova di destrezza non riguarda quale fossa evitare, ma come affrontare al meglio quella meno profonda. Sul rettifilo del lungomare, vedo intatte le insegne dei lidi, vuote le spiagge. Le macchine che escono dai parcheggi sono quelle dei clienti che vanno a puttane. La pista ciclabile costata miliardi è un viale lurido e sconnesso, delimitato da uno steccato in legno su cui marocchini e tunisini passano il tempo a controllare un traffico di affari e spostamenti che sfugge ai più. Un’auto della polizia passa a tutta velocità, diretta altrove.
Paesaggio basso, niente palazzi, a parte qualche albergo dipinto col verde del camice dei dentisti, col giallo delle uova andate a male. Il mare e la spiaggia, con pescatori seduti in mezzo a una spazzatura finemente distribuita. Aree coltivate, un campo da golf, venditori abusivi di carciofi arrostiti, un caseificio, la torre in cemento di una fabbrica dismessa, avvolta da ragnatele di edera rossa. Tra le serre, un casolare abbandonato senza finestre mostra file di panni stesi ad asciugare. Le biciclette cadute nel terreno o accatastate contro il muro, sono le automobili degli extracomunitari. Più avanti, un muro di cemento delimita campeggi chiusi. Vedo la baracca abusiva di un ristorante dove una volta si mangiava il pesce buono. Ancora qualche chilometro, e mi fermo per un caffè. Il bar è a ridosso della pineta. La signora al banco è un’italiana sui trent’anni, che ne dimostra cinquanta. Mentre il caffè scende, fissa fuori dalla finestra con lo sguardo di una madre che pensa al figlio in guerra. Chiedo del bagno: è fuori, seconda porta a destra. “Toilette” scritto a mano con l’Uniposca fucsia. La porta è aperta perché non si chiude. Sono stati asportati maniglia, lucchetti, lampadine, le manopole del rubinetto. Sul pavimento del bagno, una bottiglia di plastica vuota, confezioni di fazzoletti di carta, tovagliolini sporchi, un preservativo pieno. Torno indietro a chiedere un po’ di carta igienica. La signora prende un rotolo, si avvolge lungo il polso un paio di giri e me li porge. Le chiedo perché non lascia la carta in bagno: ‘Perché se la portano a casa’. Riprendo il giro. Penso che se questo posto si fosse trovato per esempio in Emilia Romagna, sarebbe diventato un luogo ricco e sicuro: avrebbe portato gente, denaro, e soprattutto dato un senso all’aeroporto di Pontecagnano, fantasma nei paraggi. E invece tutto è rimasto come molte cose da queste parti, nell’irrimediabilità che chiama scrittori, accende amori impossibili e fondati rancori.
Sulla via del ritorno, una prostituta siede su una cassetta rovesciata come su un bidet. Bionda, forse straniera, in là con gli anni. Poco più avanti, sul muro alle sue spalle, qualcuno ha scritto con lo spray nero “Qui fica, economica e amica”.

Foto: Eliana Petrizzi

I raccolti dello sguardo

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Il pieno giorno ha la maledizione dell’insonnia. Accanto alla macelleria chiusa sta il negozio “Tutto a 10 Euro”, chiuso pure quello. Sulle panchine in piazza, quattro anziani siedono dall’alba come lattine del tiro a segno. Guardo lo scorcio di una casa con una finestra vuota, la montagna, un fumo snello che sale, il muro di una fabbrica col graffito “Mio figlio non è solo tuo”.
Ore 11,00: vado in ospedale a donare il sangue. Nel reparto ci sono soprattutto giovani in jeans a vita bassa e t-shirt con disegni violenti, teste rasate, sopracciglia sfoltite, la pelle scura per la vita all’aria aperta, molti tatuaggi su ex muscoli da palestra, lo sguardo senza pietà dei bambini che non sono mai stati. Una signora va a lamentarsi, perché uno che perdeva sangue ha seminato gocce lungo il corridoio fino a dentro il lavandino del bagno. Un infermiere risponde: “Non è di questo reparto”. Fuori la finestra, nuvole chiare si spostano senza particolari intenzioni.
Alle 14,00 solo il vento è cambiato: la bandiera dell’Italia punta a ovest. Accanto alla pubblicità del supermercato, un 6×3 annuncia il matrimonio di due giovani: con l’effetto flou, i visi racchiusi in un cuore e la scritta “Destinazione Paradiso: insieme per sempre”, la foto sembra quella di due fidanzati morti in un incidente stradale.
Davanti a un disco bar dal nome esotico svetta una palma finta come ne crescerebbero dopo una catastrofe nucleare. Fabbriche chiuse, con parcheggi grandi come aeroporti. Al bar cerco il bagno, attraversando la sala giochi. Contro il muro ci sono cinque macchinette occupate; un ragazzo spinge il bacino contro i pulsanti come si scopa una puttana. Cielo scuro, tuoni, poi solo una pioggia inconcludente. Più avanti, qualcuno ha spicconato il muro del ciglio e ci ha ficcato dentro un Gesù Cristo grande come un nano. Sui manifesti vedo soprattutto cantanti neo-melodiche, agghindate come pornostar. Verso il centro, osservo abitazioni dai colori delicati, nella resa dell’abbandono. All’ incrocio, un venditore abusivo di cozze sta seduto con le cosce aperte al centro della via, in pantaloncini corti e torso nudo; tatuato sul braccio il Cuore di Gesù con la scritta “Mamma perdonami”. Dalle mie parti piove. Meglio andare verso Pompei, seguendo paesi che si distinguono l’uno dall’altro solo per un’insegna ogni tanto. La strada che porta al centro è circondata da coltivazioni di cipolle, ortaggi, alberi da frutta e case basse. Silenzio, odore di pioggia caduta lontano, l’afa dolciastra di una carogna nell’erba. Molti manifesti funebri di giovani, con grandi foto di Padre Pio. Pompei centro. Bancarelle di souvenir. Turisti, pochi. Quello del bar dice che ne vengono sempre meno, da quando si è sparsa la voce che gli scavi se non sono chiusi crollano.
Alla fine, nemmeno oggi è piovuto. Il grigio si è mantenuto calmo, da sfondo a paesaggi che ricordano la pacata inumanità delle foto di Ghirri. I paesi senza trucco, se li osservi dall’alto se ne stanno come un mare da cui affiora ogni tanto un relitto. Poi però, mano mano che scendi quel mare diventa una risacca intessuta di grigi delicati, di ocre, di verdi e rosa antichi. Forme perse nelle trame dell’ora brillano in un tremore di miraggio. Se non si sapesse che secolo è, il paesaggio in lontananza sembra in fondo un dipinto di Leonardo o del Pinturicchio: stessa pace, stessa fiducia, stessa bellezza.

 

Un paesino

Il paesaggio si fa presto silenzio, poiane, maestà selvatica di montagne. Arrivo in un paese visto più volte dall’autostrada, con agglomerati di case diroccate, oggi ricovero per mucche e capre. Nel prato accanto alla fontana, un tronco vuoto giace a ridosso di ruderi. È un paese, questo, senza trucco e senza tacchi, dove si vengono a guardare le gambe spezzate dei solai, cataste di mattonelle come un mucchio di scarpe in guerra, la manopola di porcellana rimasta attaccata al muro, le ossa di un cane, i cocci di un piatto. Si viene a passeggiare lungo i vicoli, diventati col tempo torrenti di un’erba che non perde la sua incandescenza nemmeno nell’uggia di novembre. Lasciata la fontana del Municipio, entro nel ventre del paese. Nelle strade, c’è posto solo per finestre chiuse, illuminate dal raggio radente delle lampade, e per qualche geco sui muri. Un cortile con un nespolo, un antico pozzo, recinti con galline e conigli, cani acquattati accanto agli orti. Ero certa che il posto più taciturno del Sud fosse il paese di mio padre, in Basilicata. E invece nemmeno lì ho ascoltato un silenzio come questo. In un’ora di passeggiata, gli unici rumori sono stati il giro di una chiave nella toppa di una porta, e il mormorio della preghiera dalla chiesa col portale aperto. E poi grilli, tanti, come ad agosto. Mi è parso di fare un lungo giro, ma ho presto rincontrato il nespolo, i cani e la fontana del Comune.
Certi paesi non sono un posto buono per viverci, ma non abbastanza da lasciarti andare. A valle, in cima, nei campi, nelle strade e nelle piazze, l’onestà del vuoto è radicale. Non è come dalle mie parti, dove i paesi troppo vicini alle città sono cafoni fieri del parente altolocato, che possono raggiungere in dieci minuti d’autostrada. In paesi come questo, se sei vecchio e ti sei rotto una gamba, a casa resti e a casa muori. Chi è partito da giovane per lavorare, qui difficilmente torna. Gli anziani rimasti di storie non ne vogliono sentire. Non parlano più nemmeno dei sindaci, che appena eletti si preoccupano solo di mettere le fioriere ai balconi e i sampietrini sulle strade. A loro interessa l’ufficio postale, la farmacia, un pronto soccorso, il dottore h24, la panchina e un loculo al cimitero. Non gliene frega niente della nuova insegna del fornaio da cui si affaccia Hello Kitty; anzi, meglio se non c’è più la scritta a pennello sulla pietra cruda dell’arco, che a loro ricorda solo un tempo di miseria. A loro piace stare a casa a guardare Amadeus. Si lamentano di non aver mai visitato questo e quello, ma se provi a proporgli una gita, ecco un’improvvisa recrudescenza anche delle malattie che non hanno mai avuto. Alcuni di loro trascorrono su una panchina anche dodici ore al giorno. Il bar al mattino non ha ancora aperto, e loro sono già lì immobili, a fissare il sole che gira, la stagione che passa. Guardano l’orologio solo se devono prendere una medicina, e se escono in piazza non hanno voglia di facce nuove. Qui non si prende il numero delle presenze: questi paesi sono un corpo nudo che vuole tornare terra. Ecco perché bisogna andare a visitarli, facendo con loro come con un amico lontano ritrovato per caso: fermarsi e parlargli con gentilezza, senza fretta di passare avanti.

Foto: Eliana Petrizzi