Singolare e plurale

Ci viene chiesto quanto siamo razzisti (parola forte per dire chiusi, endogamici, pigri a distinguere) e quanto invece aperti all’altro. La risposta immediata è sempre la seconda, perché se dici di essere razzista non sei al passo coi tempi. Forse allora il termine che meglio ritrae la realtà è glocal: nessuno scherno al fallimento del progetto globale, nessuna derisione di aspetti che globali non saranno mai.
A ben vedere, non c’è discrimine peggiore alla varietà del mondo che nelle pretese della globalizzazione. Ma qualcosa sta cambiando. Fino a qualche anno fa, non si era abbastanza aperti se non si seguiva una determinata direzione nella fotografia, nel teatro, nella pittura. Si era provinciali a trattare il particolare, a descrivere il non allineabile, si faceva ghetto, non si era up to date. Adesso, le identità altre trovano il coraggio della propria coloritura. Le istituzioni artistiche propongono artisti africani e oceanici, molti dei quali al passo con la fama dei più celebri nomi dell’arte contemporanea occidentale. Non si tratta di esotismo, né di forsennata ricerca del nuovo. I tempi in cui lo straniero veniva celebrato con la nostalgia di una perduta età dell’oro sono finiti da oltre un secolo. Si è invece capito che le paresi dialettiche da botulino globalizzante hanno fatto troppi danni. La pluralità non è una concessione modaiola allo spirito dei tempi, ma fattore costitutivo di ogni crescita, che trova proprio nelle performances plurali il suo motore. Il multiculturalismo andrebbe insegnato a scuola accanto all’educazione civica. Ci interessa condividere ipotesi di viaggio, narrazioni e mitologie. Ci interessano operatori e mediatori culturali che aiutino a rivedere i concetti di patrimonio e di identità collettiva, perché non c’è conoscenza senza trasformazione e contaminazione.
A ben vedere, c’è stato più razzismo nelle pretese egualitarie della globalizzazione che nel percorso verso la frammentazione. Restituire la consapevolezza di ciò che siamo attraverso le schegge di uno specchio infranto: questo è il lavoro di ogni linguaggio, perché il mondo infranto lo è sempre stato, e infranto non smetterà di essere.

 

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Diverso e uguale

Ci viene chiesto quanto siamo razzisti (parola forte per dire chiusi, endogamici, pigri a distinguere) e quanto invece aperti all’altro. La risposta immediata è sempre la seconda, perché se dici di essere razzista non sei al passo coi tempi. Forse, allora, il termine che meglio ritrae la realtà è glocal: nessuno scherno al fallimento del progetto globale, nessuna derisione di aspetti che globali non saranno mai.
A ben vedere, non c’è discrimine peggiore alla varietà del mondo che nelle pretese della globalizzazione. Global language: è stata adottata una lingua comune a tutti i popoli, l’Inglese, che ha eliminato sfumature, eufemismi, sinonimi e tutto quanto è indispensabile alla ricchezza del dire e del pensare. A me certe volte pare di comunicare meglio proprio non conoscendo una lingua, affidandomi al ventaglio della mimica e dei gesti.
Ma qualcosa sta cambiando. Fino a qualche anno fa non si era abbastanza aperti se non si seguiva una determinata direzione nella fotografia, nel teatro, nella pittura. Si era provinciali a trattare il particolare, a descrivere il non allineabile, si faceva ghetto, non si era up to date. Adesso, invece, le identità altre trovano il coraggio della propria coloritura. Le istituzioni artistiche propongono artisti africani e oceanici, molti dei quali al passo con la fama dei più celebri nomi dell’arte contemporanea occidentale. Non si tratta di esotismo, né di forsennata ricerca del nuovo. I tempi in cui lo straniero veniva celebrato con la nostalgia di una perduta età dell’oro sono finiti da oltre un secolo. Si è invece capito che le paresi dialettiche da botulino globalizzante hanno fatto fin troppi danni. La pluralità non è una concessione modaiola allo spirito dei tempi, ma fattore costitutivo di ogni crescita, che trova proprio nelle performances plurali il suo motore. Il multiculturalismo andrebbe insegnato a scuola, accanto all’educazione civica. Ci interessa condividere ipotesi di viaggio, narrazioni e mitologie, ci interessano operatori e mediatori culturali che aiutino a rivedere i concetti di patrimonio e di identità collettiva, perché non c’è conoscenza senza trasformazione e contaminazione.
A ben vedere, c’è stato più razzismo nelle pretese egualitarie della globalizzazione che nel percorso verso le specialità della frammentazione, anche delocalizzando iniziative e proposte per offrire a opere e a idee l’opportunità di essere raccolte e partecipate.
Restituire la consapevolezza di ciò che siamo attraverso le schegge di uno specchio infranto: questo è il lavoro di ogni linguaggio, perché il mondo infranto lo è sempre stato, e infranto non smetterà di essere.

 

Una riflessione sull’arte contemporanea

Nei musei d’arte antica e moderna, accanto a ciascuna opera una targa indica il nome dell’autore, il titolo del lavoro, la tecnica, l’anno e poco altro. Il visitatore sosta dinanzi ai capolavori del passato e li comprende. Se non li comprende, almeno li sente. Nelle sale delle mostre d’arte contemporanea, al contrario, i muri sono pieni di lunghe scritte esplicative, o di video in cui l’artista tenta di motivare il suo lavoro. Infine eccolo il lavoro spiegato, che pochi o nessuno capiscono lo stesso, davanti al quale il visitatore medio si trattiene pochi secondi, ricacciato dal senso di vuoto, di perplessità, di delusione e di sconforto, se non di autentico disgusto. È chiaro che ognuno fa la propria esperienza e che ogni linguaggio merita rispetto, ma è innegabile che l’arte contemporanea si riduce troppe volte ad affare riservato a curatori vanitosi, galleristi, collezionisti pilotati, fondi d’investimento e non meglio precisate operazioni di mercato, dove gli artisti sono ora superstar inarrivabili, ora vittime di un meccanismo da cui vengono sfruttati e presto abbandonati. Unico escluso: il pubblico. Continua a leggere

Artristi

Che cosa succede se un mezzo artista riesce a darsi l’aria e l’aspetto dell’artista integrale, se la mancanza di scrupoli sa presentarsi come se dieci, anzi cento scrupoli, problemi e pensieri lo tormentassero, se l’assoluta nullità assume atteggiamenti di smisurata importanza? Là dove compare questo genere di persone, l’aria buona e sana diventa pesante, cupa e venefica, la vita si guasta, la natura tutt’intorno si corrompe.’
(R.Walser)

Al girone degli artristi appartiene chiunque nutra un amore per l’arte palesemente incorrisposto, accompagnato da impulsi creativi paragonabili solo a certi disturbi del coito o della minzione. Ne fanno parte coloro che si svegliano un mattino all’improvviso, in preda a quel tipo di delirio demiurgico che porta a non saper distinguere tra la Cappella Sistina e un corso di découpage.
Chi stabilisce chi o cosa è un artista? La sua prematura scomparsa, la storia, il mercato, il talento, un gallerista, un curatore, o tutti questi fattori messi insieme? E poi, artista si nasce o si diventa? Si è o si fa? È una missione o un mestiere? Se è una missione, qual è il suo scopo? E se è un mestiere, deve presupporre formazione, disciplina, tecnica, deontologia, esercizio e perizia, oppure no? La verità è che gli artisti sono persone né migliori né più interessanti delle altre. Tante volte sono individui che, in virtù di una libertà d’espressione che pretendono assoluta, amplificano pregi e difetti che chi non è artista (per sua disgrazia o sua fortuna) tende a nascondere o a mitigare.
Raccolgo di seguito alcune tipologie di ar-tristi osservate in circostanze e luoghi diversi, ma che si ripetono immutate nel tempo.
-L’artista autoreferenziale non ha età né sesso. Non sa cosa vuol dire restare in solitudine, affilandosi nel dubbio sul suo (eventuale) talento. Se visitato nel suo studio, mostrerà tutti i quadri che non gli hai chiesto di vedere, elogiandoli uno ad uno come se li avesse dipinti qualcun altro. Se insieme a cena, trascorrerà ore a parlare ovviamente di se stesso, dei suoi progetti, dei suoi successi, obbligandoti a stare incollato al suo I-phone a vedere foto dei suoi lavori, dei suoi viaggi, delle sue serate a destra e a manca. Se invitato alla mostra di un collega, passerà il tempo prima a parlare sempre ed ovviamente di se stesso, poi a distribuire biglietti da visita o l’invito/catalogo della sua prossima mostra, che fingerà di cacciare di nascosto solo per te, e mi raccomando che gli altri non vedano. Anche qui senza che nessuno gliel’abbia chiesto, comincerà a parlare del suo ultimo capolavoro, di chi ha acquistato i suoi lavori, delle sue quotazioni in perpetua ascesa, di quale giornale ha pubblicizzato le sue performances, di chi lo chiama di qua, chi di là, oggi a Berlino, domani a Tokyo. Vale per costui la massima di La Rochefoucauld: ‘L’estremo piacere che si prova a parlare di noi stessi dovrebbe farci temere di non provocarne alcuno a chi ci ascolta”.
-Il secondo genere di artista veste abiti lisi dai colori scuri, fuma sigari o sigarette artigianali, a volte la pipa, il capo coperto da un berretto di lana anche ad agosto. Se ha 20 anni ne dimostra 60, se ne ha 60 ne pretende 30. In pubblico fa di tutto per mostrarsi defilato: appoggiato in un angolo o seduto in disparte, dove tutti però possono accorgersi che è appoggiato in un angolo o seduto in disparte. Parla poco e a bassa voce, nell’esibizionismo dei falsi timidi. Magari un poco schivo lo è davvero, a causa della sua scarsa confidenza col genere umano, da cui viene puntualmente allontanato. Lui è L’Artista, e gli altri non se ne sono accorti, così come a suo tempo nessuno riconobbe il Messia tra il popolo. Questo individuo non conosce vie di mezzo: o è affetto da stipsi creativa, o imbratta tele a dismisura, sepolto vivo da tonnellate di lavori che venera in solitudine e che non mostra a nessuno, perché nessuno secondo lui è all’altezza di comprenderli. Se gli chiedi della sua vita sentimentale, ti risponderà che la ragazza lo ha appena lasciato, o che ha da poco chiuso l’ennesimo matrimonio. È che lui di donne non ne vuole proprio sapere, perché gli tolgono solo tempo ed energie, e poi nessuna lo capisce davvero. Invece, chi lascia lui ha capito troppo bene con chi ha avuto a che fare, e cioè con uno che non è mai stato capace di concludere niente di serio nella vita, addebitando le colpe di ogni caduta ora al Sistema ora a qualcun altro. Se ha deciso di ‘fare l’artista’ è solo perché una volta non voleva studiare, un’altra non voleva lavorare; non voleva insomma impegnarsi in niente e con nessuno. Ecco perché ha sempre fallito, come uomo prima e come artista poi. E si era pure fatto male i conti, pensando di campare a casa e sullo stipendio di quella che al momento giusto l’ha mandato a scopare il mare.
-Otto volte su dieci, l’eccentrico è convinto che un artista, per essere veramente tale debba essere disordinato e pure un poco sporco, vivere di notte, bere, fumare – meglio drogarsi – curare poco l’aspetto; oppure, al contrario, essere azzimato anche per andare a comprare una lattuga al mercato. Il vero artista deve essere impuntuale o manchevole agli appuntamenti, non rispettare alcun genere di impegno o di scadenza, e se per puro caso a volte ci riesce ritarda apposta, perché un vero artista non sa che farsene di regole, orologi e calendari. Certo, a ciascuno la sua strada, ma questo tipo di artista ignora che ci si schianta più facilmente su una via senza delimitazione di carreggiate che su un’autostrada segnata.
-Il terzo tipo di artista è di solito una donna giovane, che si è data all’arte come forma di catarsi, riversando nel suo ‘essere artista’ tutte le avarie che una vita risolta non le avrebbe condonato: atteggiamenti fuori luogo, esterofilie linguistiche gratuite, patologie esibite in luogo di virtù assenti, vizi ostentati come parte integrante del suo, appunto, ‘essere artista’; look trasgressivi o della pacchianeria provinciale tipica di chi dispone solo di questa per farsi notare, visto che davanti alle sue opere la maggior parte della gente passa indifferente, se non disgustata. Ovviamente, anche il concedersi senza alcun riguardo a curatori e galleristi degni di lei per ottenere recensioni e mostre, è parte integrante del suo ‘essere artista’.
-Resta l’artista che vive in perenne competizione coi colleghi. Lo scopo della sua vita è fare asso pigliatutto di collezionisti, galleristi, curatori e opportunità in genere. Guai a dare una mano a un amico o a farsi indietro quando è proprio il caso che ad avanzare sia qualcun altro; guai a dividere la parete di una mostra o la pagina di un catalogo. L’ignobile calcolatore egocentrico sarà simpatico solo se avrà capito di poter ottenere qualcosa da te. In caso contrario, ti passerà sopra come un Caterpillar, col sorriso fosforescente dei viscidi.
Naturalmente, esistono anche altre tipologie di ar-tristi, come per esempio il finto umile e il fallito compiaciuto, che mi riservo di dettagliare in una prossima occasione. Forse gli ar-tristi qualche buona occasione nella vita la otterranno pure, ma varrà per loro la frase di Flaiano: “La Fama si decide ad andare a letto con loro per stanchezza, una volta sola, per levarseli dai piedi”.
Accanto a questa ciurma di grotteschi figuri esiste per fortuna un genere di artista che è anzitutto un tipo di persona, a cui tutti (artisti e non) dovremmo forse un poco somigliare: una creatura attenta e generosa, che crede nel dono come in un viaggio solo andata, che si emoziona e si sorprende per ogni cosa, che spera in ogni direzione come un albero, che accoglie e cura restando schivo; uno che ti dà il benvenuto in casa sua scalzo, nascosto dietro la porta. Non basta una vita.