Nei giorni dipinti

Raccolgo di seguito una serie di miei pensieri sulla vita e sull’arte, tratti dai miei taccuini di viaggio.

-Dopo il corpo, l’anima andrà in luoghi che non la vedranno più né ospite né padrona. Eppure, ricorderà quanto era meraviglioso il mondo, e vasta nella sua breve misura la vita. Avrà nostalgia dei suoi voli d’aquilone impossibili senza il filo tenuto al palo. Rimpiangerà il suo essersi incontrata nella carne, senza piacersi che un poco, a volte e per poco. Ricorderà i suoi paradossi di nomade sedentaria, tra la cenere chiara di chi la incontrava nel sonno, correndo tra gli alberi come un nastro sciolto.

-Dei percorsi quotidiani, amo la lentezza e le piccole scelte del momento, come quali dita tenere premute in tasca, o quale fossa evitare. Sotto i piedi, terra e frutti sono tiepidi come mani.
L’anima di garza e un occhio all’albero, dove il pane degli insetti non ha peso.
Se sto zitta è perché manco alle parole. Non corro. Guardo e raccolgo. Sorrido a pieno mondo. Continua a leggere

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Singolare e plurale

Ci viene chiesto quanto siamo razzisti (parola forte per dire chiusi, endogamici, pigri a distinguere) e quanto invece aperti all’altro. La risposta immediata è sempre la seconda, perché se dici di essere razzista non sei al passo coi tempi. Forse allora il termine che meglio ritrae la realtà è glocal: nessuno scherno al fallimento del progetto globale, nessuna derisione di aspetti che globali non saranno mai.
A ben vedere, non c’è discrimine peggiore alla varietà del mondo che nelle pretese della globalizzazione. Ma qualcosa sta cambiando. Fino a qualche anno fa, non si era abbastanza aperti se non si seguiva una determinata direzione nella fotografia, nel teatro, nella pittura. Si era provinciali a trattare il particolare, a descrivere il non allineabile, si faceva ghetto, non si era up to date. Adesso, le identità altre trovano il coraggio della propria coloritura. Le istituzioni artistiche propongono artisti africani e oceanici, molti dei quali al passo con la fama dei più celebri nomi dell’arte contemporanea occidentale. Non si tratta di esotismo, né di forsennata ricerca del nuovo. I tempi in cui lo straniero veniva celebrato con la nostalgia di una perduta età dell’oro sono finiti da oltre un secolo. Si è invece capito che le paresi dialettiche da botulino globalizzante hanno fatto troppi danni. La pluralità non è una concessione modaiola allo spirito dei tempi, ma fattore costitutivo di ogni crescita, che trova proprio nelle performances plurali il suo motore. Il multiculturalismo andrebbe insegnato a scuola accanto all’educazione civica. Ci interessa condividere ipotesi di viaggio, narrazioni e mitologie. Ci interessano operatori e mediatori culturali che aiutino a rivedere i concetti di patrimonio e di identità collettiva, perché non c’è conoscenza senza trasformazione e contaminazione.
A ben vedere, c’è stato più razzismo nelle pretese egualitarie della globalizzazione che nel percorso verso la frammentazione. Restituire la consapevolezza di ciò che siamo attraverso le schegge di uno specchio infranto: questo è il lavoro di ogni linguaggio, perché il mondo infranto lo è sempre stato, e infranto non smetterà di essere.

 

Diverso e uguale

Ci viene chiesto quanto siamo razzisti (parola forte per dire chiusi, endogamici, pigri a distinguere) e quanto invece aperti all’altro. La risposta immediata è sempre la seconda, perché se dici di essere razzista non sei al passo coi tempi. Forse, allora, il termine che meglio ritrae la realtà è glocal: nessuno scherno al fallimento del progetto globale, nessuna derisione di aspetti che globali non saranno mai.
A ben vedere, non c’è discrimine peggiore alla varietà del mondo che nelle pretese della globalizzazione. Global language: è stata adottata una lingua comune a tutti i popoli, l’Inglese, che ha eliminato sfumature, eufemismi, sinonimi e tutto quanto è indispensabile alla ricchezza del dire e del pensare. A me certe volte pare di comunicare meglio proprio non conoscendo una lingua, affidandomi al ventaglio della mimica e dei gesti.
Ma qualcosa sta cambiando. Fino a qualche anno fa non si era abbastanza aperti se non si seguiva una determinata direzione nella fotografia, nel teatro, nella pittura. Si era provinciali a trattare il particolare, a descrivere il non allineabile, si faceva ghetto, non si era up to date. Adesso, invece, le identità altre trovano il coraggio della propria coloritura. Le istituzioni artistiche propongono artisti africani e oceanici, molti dei quali al passo con la fama dei più celebri nomi dell’arte contemporanea occidentale. Non si tratta di esotismo, né di forsennata ricerca del nuovo. I tempi in cui lo straniero veniva celebrato con la nostalgia di una perduta età dell’oro sono finiti da oltre un secolo. Si è invece capito che le paresi dialettiche da botulino globalizzante hanno fatto fin troppi danni. La pluralità non è una concessione modaiola allo spirito dei tempi, ma fattore costitutivo di ogni crescita, che trova proprio nelle performances plurali il suo motore. Il multiculturalismo andrebbe insegnato a scuola, accanto all’educazione civica. Ci interessa condividere ipotesi di viaggio, narrazioni e mitologie, ci interessano operatori e mediatori culturali che aiutino a rivedere i concetti di patrimonio e di identità collettiva, perché non c’è conoscenza senza trasformazione e contaminazione.
A ben vedere, c’è stato più razzismo nelle pretese egualitarie della globalizzazione che nel percorso verso le specialità della frammentazione, anche delocalizzando iniziative e proposte per offrire a opere e a idee l’opportunità di essere raccolte e partecipate.
Restituire la consapevolezza di ciò che siamo attraverso le schegge di uno specchio infranto: questo è il lavoro di ogni linguaggio, perché il mondo infranto lo è sempre stato, e infranto non smetterà di essere.

 

Una riflessione personale sul passato e sul presente dell’arte

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Nei musei d’arte antica e moderna, le opere ci guardano in una luce intima. Accanto a ciascuna, una targa indica il nome dell’autore, il titolo del lavoro, la tecnica, l’anno e poco altro. Il visitatore sosta dinanzi ai capolavori del passato e li comprende, e se non li comprende, otto volte su dieci li sente. Nelle sale delle mostre d’arte contemporanea, al contrario, i muri sono pieni di lunghe scritte esplicative, o di video in cui l’artista si accanisce a spiegare il suo lavoro. Infine eccolo il lavoro spiegato, che pochi o nessuno capiscono comunque, davanti al quale il visitatore medio non si trattiene che pochi secondi, ricacciato dal senso di vuoto, di biasimo, di perplessità, di delusione e di sconforto, se non di autentico disgusto. È chiaro che ognuno fa la propria esperienza e che ogni linguaggio merita rispetto, ma tante volte l’arte contemporanea pare un affare riservato a un’oligarchia di curatori vanitosi, galleristi, collezionisti pilotati, fondi d’investimento e non meglio precisate operazioni di mercato, dove gli artisti sono ora superstar inarrivabili, ora vittime di un meccanismo da cui vengono sfruttati, e presto abbandonati. Unico escluso: il pubblico.
Sol Le Witt scriveva: “L’arte concettuale è buona solo quando l’idea è buona.” Ma oggi, in quante opere esiste un’idea valida? L’onnipresenza di banalità, cattivo gusto e provocazioni gratuite si mascherano dietro l’etichetta concettuale, senza la quale in molti casi apparirebbero per quello che sono: bancarotta estetica e intellettuale. Se si è contemporanei nella misura in cui si è sensibili all’irrimediabilità del frammento, l’arte maiuscola abita il frammento perché al frammento è faticosamente approdata; al contrario dell’arte minuscola, che si arrende al frammento perché altrove non è riuscita ad andare; magro traguardo di chi, persa ogni capacità di trascendenza, si è ridotto al compiacimento delle proprie tare.
Visitando Fiere, Biennali e mostre in genere, annoto di volta in volta le impressioni ricevute. Violenza e mortificazione della carne, nevrosi sadiche, accozzaglia eteroclita, disperazione, il brutto senza bellezza, la città inabitabile, silenzio, la gioia impossibile, la cura inutile. E’ che io dall’arte mi aspetto ancora trascendenza e speranza, e le si possono dare speranza e trascendenza anche attraverso il racconto delle miserie più grevi.
Ma è pure vero che ogni cosa rappresenta a suo modo un aspetto vivo del mondo, che merita di essere raccontato; il fatto che non lo si condivida non solo non toglie nulla al suo diritto di esistere, ma sottrae forse qualcosa a chi si rifiuta di accettarlo. Per questa ragione, alla fine dei conti è meglio spendersi in esercizi di curiosità soprattutto verso ciò che non comprendiamo, trovando ogni cosa utile perché affascinante.

 

Ar-tristi

Che cosa succede se un mezzo artista riesce a darsi l’aria e l’aspetto dell’artista integrale, se la mancanza di scrupoli sa presentarsi come se dieci, anzi cento scrupoli, problemi e pensieri lo tormentassero, se l’assoluta nullità assume atteggiamenti di smisurata importanza? Là dove compare questo genere di persone, l’aria buona e sana diventa pesante, cupa e venefica, la vita si guasta, la natura tutt’intorno si corrompe.’
(R.Walser)

Al girone degli ar-tristi appartiene chiunque nutra un amore per l’arte palesemente incorrisposto, accompagnato da impulsi creativi paragonabili solo a certi disturbi del coito o della minzione. Ne fanno parte coloro che si svegliano un mattino all’improvviso, in preda a quel tipo di delirio demiurgico che porta a non saper distinguere tra la Cappella Sistina e un corso di découpage.
Chi stabilisce chi o cosa è un artista? La sua prematura scomparsa, la storia, il mercato, il talento, il curatore di turno, o tutti questi fattori messi insieme? E poi, artista si nasce o si diventa? Si è o si fa? È una missione o un mestiere? Se è una missione, qual è il suo scopo? E se è un mestiere, deve presupporre formazione, disciplina, tecnica, deontologia, esercizio e perizia, oppure no? La verità è che gli artisti sono persone né migliori né più interessanti delle altre. Tante volte sono individui che, in virtù di una libertà d’espressione che pretendono assoluta, amplificano pregi e difetti che chi non è artista (per sua disgrazia o sua fortuna) tende a nascondere o a mitigare.
Raccolgo di seguito alcune tipologie di ar-tristi osservate in circostanze e luoghi diversi, ma che si ripetono immutate nel tempo.
-L’artista autoreferenziale non ha età né sesso. Non sa cosa vuol dire restare in solitudine, affilandosi nel dubbio sul suo (eventuale) talento. Se visitato nel suo studio, mostrerà tutti i quadri che non gli hai chiesto di vedere, elogiandoli uno ad uno come se li avesse dipinti qualcun altro. Se invitato alla mostra di un collega, passerà il tempo prima a parlare solo di se stesso, in un monologo persino criminale nel suo egotismo, poi a distribuire biglietti da visita o l’invito della sua prossima mostra, che fingerà di cacciare di nascosto solo per te. Anche qui senza che nessuno gliel’abbia chiesto, comincerà a parlare di chi ha acquistato i suoi lavori, delle sue quotazioni in perpetua ascesa, di quale giornale d’arredamento ha pubblicizzato le sue performances, di chi lo chiama di qua, chi di là, oggi a Berlino, domani a Tokyo. Vale per costui la massima di La Rochefoucauld: ‘L’estremo piacere che si prova a parlare di noi stesse dovrebbe farci temere di non provocarne alcuno in chi ci ascolta”.
-Quest’altro genere di artista che nella vita ha deciso di immolarsi all’arte, veste abiti lisi dai colori scuri, fuma sigari o sigarette artigianali, a volte la pipa; il capo coperto da un berretto di lana anche ad agosto. Se ha 20 anni ne dimostra 60, se ne ha 60 ne pretende 30. In pubblico fa di tutto per mostrarsi defilato: appoggiato in un angolo o seduto in disparte, dove tutti però possono accorgersi che è appoggiato in un angolo o seduto in disparte. Parla poco e a bassa voce, nell’esibizionismo dei falsi timidi. Magari un poco schivo lo è davvero, a causa della sua scarsa confidenza col genere umano, da cui viene puntualmente allontanato. Lui è L’Artista e gli altri non se ne sono accorti, così come a suo tempo nessuno riconobbe il Messia tra il popolo. Questo individuo non conosce vie di mezzo: o è affetto da stipsi creativa, o imbratta tele a dismisura, sepolto vivo da tonnellate di lavori che venera in solitudine e che non mostra a nessuno, perché nessuno secondo lui è all’altezza di comprenderli. Se gli chiedi della sua vita sentimentale, ti risponderà che la ragazza lo ha appena lasciato, o che ha da poco chiuso l’ennesimo matrimonio. È che lui di donne non ne vuole proprio sapere, perché gli tolgono solo tempo ed energie, e poi nessuna lo capisce davvero. Invece, chi lascia lui di volta in volta ha capito troppo bene con chi ha avuto a che fare, e cioè con uno che non è mai stato capace di concludere niente di serio nella vita, addebitando le colpe di ogni caduta ora al Sistema ora a qualcun altro. Se ha deciso di ‘fare l’artista’ è solo perché una volta non voleva studiare, un’altra non voleva lavorare; non voleva insomma impegnarsi in niente e con nessuno. Ecco perché ha sempre fallito, come uomo prima e come artista poi. E si era pure fatto male i conti, pensando di campare a casa e sullo stipendio di quella che al momento giusto l’ha mandato a scopare il mare.
-8 volte su 10 l’eccentrico è convinto che un artista, per essere veramente tale debba essere disordinato e pure un poco sporco, vivere di notte, bere, fumare, meglio drogarsi, curare poco l’aspetto; oppure, al contrario, essere azzimato anche per andare a comprare una lattuga al mercato, essere impuntuale o manchevole agli appuntamenti, non rispettare alcun genere di impegno o di scadenza, e se per puro caso a volte ci riesce ritarda apposta, perché un vero artista non sa che farsene di regole, orologi e calendari. Certo, a ciascuno la sua strada, ma questo tipo di artista ignora che ci si schianta più facilmente su una via senza delimitazione di carreggiate che su un’autostrada segnata.
-Quest’altro tipo di artista è di solito una donna giovane, che si è data all’arte come forma di catarsi, riversando nel suo ‘essere artista’ tutte le avarie che una vita risolta non le avrebbe condonato: atteggiamenti fuori luogo, esterofilie linguistiche gratuite, patologie esibite in luogo di virtù assenti, vizi ostentati come parte integrante del suo ‘essere artista’, look trasgressivi o della pacchianeria provinciale tipica di chi dispone solo di questa per farsi notare, visto che davanti alle sue opere la maggior parte della gente passa indifferente, se non disgustata. Ovviamente, anche il concedersi senza alcun riguardo a curatori e galleristi degni di lei per ottenere recensioni e mostre è parte integrante del suo ‘essere artista’.
-Resta l’artista che vive in perenne competizione coi colleghi. Lo scopo della sua vita è fare asso pigliatutto di collezionisti, galleristi, curatori e opportunità in genere. Guai a dare una mano a un amico o a farsi indietro quando è proprio il caso che ad avanzare sia qualcun altro; guai a dividere la parete di una mostra o la pagina di un catalogo. Se ne avrai bisogno, lui sarà per te la caldaia rotta nei giorni della merla. L’ignobile calcolatore egocentrico sarà simpatico solo se avrà capito di poter ottenere qualcosa. In caso contrario ti passerà sopra come un Caterpillar, col sorriso fosforescente dei viscidi.
Forse gli ar-tristi qualche buona occasione nella vita la otterranno pure, ma varrà per loro la frase di Flaiano: “La Fama si decide ad andare a letto con loro per stanchezza, una volta sola, per levarseli dai piedi”.
Accanto a questa ciurma di grotteschi figuri esiste per fortuna un genere di artista che è anzitutto un tipo di persona a cui tutti (artisti e non) dovremmo forse un poco somigliare: una creatura attenta e generosa, che crede nel dono come in un viaggio solo andata, che si emoziona e si sorprende per ogni cosa, che spera in ogni direzione come un albero, che accoglie e cura restando schivo; uno che ti dà il benvenuto in casa sua scalzo, nascosto dietro la porta. Non basta una vita.