Bucolicheggiando

1.Il buon tempo dura poco. È dunque bene lasciare ogni impegno, per dedicarsi agli spazi aperti e ai loro insegnamenti. Guardo l’erba nuova, gli alberi sfumati dal maestrale, la vocazione delle strade a una disarmonia che rassicura. Il mio paese è cambiato negli anni. Chi ha fatto un po’ di soldi ha costruito recinzioni intorno a prati su cui ci si stendeva a guardare i papaveri. Dove prima c’erano fichi e gelsi, adesso ci sono palazzi in cui la gente entra ed esce di fretta, e così passa la vita, senza conoscersi. Il suono del vento viene a ricordarmi i miliardi di morti dall’inizio dei tempi, il mistero di civiltà scomparse, la striscia sottile di terra nei dipinti fiamminghi, che riassume onestamente la natura delle cose e degli uomini. E di nuovo la sorpresa sempreverde di essere al mondo.

2.Indosso scarpe basse, il viso senza trucco. Niente mi somiglia, e in questo mi riconosco. Passeggiando, mi accorgo che la gente non fa niente di speciale. Molti restano in casa a riposare, due anziani vanno a passeggio, una donna lancia un pallone a sua figlia, un uomo scava buche per le piante. Nelle misteriose necessità della vita, tutto serve. Molti sono morti nel modo più atroce, capolavori sono stati creati e nessuno li ha mai visti. Una belva ha abbandonato il figlio imperfetto, le vespe che mi preoccupavano sbattevano le ali solo per rinfrescare l’aria intorno al loro nido. E il mandorlo oggi è sbocciato a prescindere. Nessuno si curerà di me, e niente mi sarà inutile.

3.Oltre il muro che cinge la piazza c’è un orto. Fermo in piedi, il proprietario è circondato da piante alte come ragazze. È evidente che questi esseri si scambiano informazioni sullo straniero venuto a controllarli, con qualche riserva che non nascondono, nella grazia severa del loro stare. Ma il contadino non si accorge di nulla; coglie solo la bellezza, come stupito dal ritorno di amiche perdute.
Verso quest’ora, viene a sedersi accanto a me una donna che dicono impazzita. Fuma, sospira, poi si alza e riprende il cammino. Quando ci incontriamo, teniamo conversazioni tranquille, restituendoci il dovere di ore leggere. Le sue disgrazie le tace e fa bene, perché certi dolori solo così restano dignitosi sempre. Distesa sul prato, vedo sui rami degli alberi fiori e germogli mossi dal vento. Gioisco della natura, della sua quiete, della sua maestà violenta e della sua insensatezza, che mi saziano più di qualsiasi risposta. Qui vicino c’è un boschetto di noccioli con un ciliegio al centro. Vado a vedere se è già fiorito, ma scopro che il campo è stato recintato, e il ciliegio reciso. L’anno scorso venivo qui ogni pomeriggio. Restavo fino a sera a guardare il ciliegio in mezzo al prato, posare una lunga ombra di uomo.

4.Ogni cosa che osservo è una parola buona come aria, paese e pane. Ringrazio la natura e i suoi discorsi maestosi, fatti soprattutto di cose che non comprendo. Se penso dove ho cercato la felicità, mi accorgo del tempo sprecato. Bastava spostare un quadro in casa, guarire da un malanno, ritirare il bucato asciutto, ricambiare un saluto. Bastava l’acciottolio dei piatti nei vicoli del paese, persino il solletico delicato di un insetto, per il quale il mio corpo era solo un pezzo di strada tra il cespuglio e la pietra. Non bisognerebbe lamentarsi del bel tempo che non finisce, delle giornate uguali, delle stesse strade percorse. Non bisognerebbe pensare di aver sprecato le ore, nell’inutile rammarico che non ci sarebbe costato nulla spenderle meglio. Anche il tempo vuole starsene leggero, lasciando spazio all’incontro mancato. È sempre nell’orma delle ore vuote che mi accorgo di essere stata felice, perché nell’ordinario c’è tutto quello che mi serve, e davvero in questo non c’è niente di ordinario.

 

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