Certe donne

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Abuso dell’immagine femminile, sfruttamento, violenza privata, discriminazione e stalking, sono temi su cui non si può e non si deve smettere di discutere, e che lo si faccia  l’8 marzo poco importa.  Ma per una volta, in questa ricorrenza, vorrei andare controcorrente parlando  di una razza a rischio di estinzione, quella degli uomini, a causa  di un tipo specifico di figura femminile, che ha tracimato ben oltre il buon senso. Sono passati decenni dalle rivolte femministe; la donna ha conquistato autonomia pensante, dignità personale, diritti lavorativi, politici e giuridici; quell’indipendenza culturale ed economica che le ha consentito di uscire da matrimoni sbagliati e di separarsi da compagni violenti. E tuttavia, ecco oggi molte donne incapaci di femminilità, di pazienza, di accoglienza e di ascolto; incapaci di rispetto del proprio corpo, che da custode misterioso della vita è diventato il vessillo di libertà sessuali orripilanti e sguaiate. Continua a leggere

La vita spiata e il male di vivere

La vita spiata cop

Cari amici, riporto di seguito l’articolo scritto da Luigi Anzalone, scrittore e filosofo, sul mio libro LA VITA SPIATA (Magenes Editoriale, Collana Voci dal Sud); pubblicato ieri su IL MATTINO di Avellino, 10 aprile 2016, pp. 29,42.

È senz’altro straniante, e induce a riflettere sugli aspetti alienati del nostro così povero tempo, l’impressione che provoca la lettura del libro “La vita spiata”. Lo ha scritto Eliana Petrizzi, una giovane pittrice irpina, che da molti anni si è affermata come artista originale, dotata di raffinati mezzi tecnici e di un inconfondibile stile. Il suo libro si compone di una premessa e di 28 racconti brevi, che prendono il titolo da nomi di persone, per lo più donne. Pubblicato da Magenes Editoriale di Milano (pp. 91, euro 7,50), sta avendo una positiva accoglienza dal pubblico sempre più ridotto dei lettori di saggi e romanzi. La cosa si comprende se si pensa che chi legge “La vita spiata” si vede, talvolta, come riflesso in uno specchio che spera sia deformante, senza però liberarsi dal dubbio che l’immagine che gli rinvia sia proprio la sua. O gli somigli in modo inquietante. Il titolo del libro – come è detto nel risvolto di copertina – rinvia al fatto che racconta storie vere. Ma sulla veridicità del libro non conta discettare: basta non scordare che inventio vuol dire ritrovare qualcosa, così che l’invenzione letteraria o poetica o artistica o scientifica non è che il ritrovamento di una verità. Continua a leggere

Madre VS Non madre

Quella che segue è una testimonianza ilare e un po’ irriverente, con cui ho voluto rappresentare e difendere le idee – spesso taciute per imbarazzo o per prudenza – di molte donne che, pure sane di corpo e di mente, non hanno alcuna voglia di mettere al mondo dei figli.

1.
La mia migliore amica mi rassicura che andrà tutto bene, che è la cosa più naturale del mondo, che sarà un’esperienza meravigliosa, che se non lo farò diventerò una donna stagnante, e che me ne pentirò per tutta la vita. Ho pensato a molte che hanno speso migliaia di euro per provare ad avere figli senza esito, mentre io, che ho fianchi larghi e buona salute, continuo a dire no. Ma la mia amica non mi ha convinta. Molte delle madri che conosco soffocano ogni giorno nelle zone a traffico illimitato delle cose da fare. In questo frastuono, molte credono di essere felici, e alcune lo sono davvero. Nessuno però pensa alle non madri. Stare da sole obbliga a discese speleologiche dure. Le cose che si scoprono di sé raramente sono confortanti. Si crede che stare da sole significhi distrarsi: falso. In compagnia ci si distrae, ma da sole si è nude, senza scampo e senza ripari. Alle donne che non hanno voluto avere figli, nessuno perdonerà mai la diserzione al dovere della specie. Per quanto di buono faranno nella vita per sé e per gli altri, verrà sempre detto loro che l’avranno fatto per lenire la propria immaturità, per vedersi condonato qualche vecchio trauma o per curare una strisciante depressione. Per le mie amiche madri, io sono un’infantile eccentrica senza dimora affettiva, una che rimanda, che perde tempo. Mi lasciano intendere che tutto quello che si è vissuto fino a prima del concepimento non ha in fondo alcun valore, che è la maternità l’unica esperienza degna nella vita. Al pari delle mistiche, si scoprono abitate da qualcosa di potente che non ammette dinieghi, convinte che generare un nuovo essere sia l’unico modo per prendersi cura del mondo. Ma mi chiedo: se tutti dichiarano che in giro c’è troppa gente inutile, come mai nessuno pensa che quel qualcuno in più potrebbe essere – oltre che sé stesso – proprio suo figlio? E poi, non è sempre vero che le madri sono donne migliori delle altre. Spesso sono creature che salgono la china della vita piene di carichi, tanto da non avere più la forza di alzare lo sguardo, di rendersi conto del paesaggio intorno e di tutte le cose che cambiano lungo il percorso. Per molte, il figlio non è stato una finestra aperta, ma uno specchio ustorio. Altre diventano sciatte, noiose e viziate, come se le fatiche della maternità concedessero ogni licenza. A me, in tutta franchezza, i bambini non piacciono. Da piccola ho giocato con le bambole per pochi giorni, per passare subito a dinosauri e costruzioni. Preferisco i cuccioli animali, che impiegano pochi mesi per diventare autonomi, laddove a quelli umani occorre un tempo che supera spesso i quarant’anni. Senza considerare il fatto che solo un’esigua minoranza di homo sapiens è in grado di adoperare la propria intelligenza in maniera interessante e costruttiva. La maggior parte la impiega di fatto per raggiungere gli stessi scopi degli animali, con l’unica differenza che gli esseri umani lo fanno attraverso linguaggi, suppellettili e tecnologie più o meno avanzate, e per scopi non altrettanto necessari. Tutte le donne fanno figli: alla natura non interessa che la parte bassa del corpo. Per questo si dice che per mettere al mondo un figlio ‘non ci devi pensare’. Ed ecco anche spiegato perché nascono figli più felici nei paesi poveri. La natura li premia perché il mondo è esattamente come loro: casuale, pieno di bellezza, di semplicità, di calore e di violenza. Quale missione giustifica a pieno un’esistenza? Oltre all’amore per un figlio, esistono nella vita molte forme d’amore degne di percorso e di racconto, che non puntano su chi più potrà rassomigliarci, ma verso altre frequenze, altre forme di fatica e di dono. Curioso resta il fatto che la maggior parte degli uomini e delle donne che hanno cambiato in meglio la storia del mondo non avessero figli. Capaci di faticare e di educare anche senza parto, hanno saputo esprimere la loro genitorialità in un modo diverso da quello che porta tutte le madri a liquefarsi quando si riconoscono nel taglio degli occhi del loro bambino, o si accorgono che il figlio ha la stessa reazione che avevano loro da piccole davanti a un sapore, a un rumore. A ben vedere, non c’è granché di nobile nemmeno nel concetto di famiglia. Molte famiglie sono società costituite per crescere figli allo scopo di non dover vivere da soli. Ma ecco la trappola: laddove l’amore per un uomo o per una donna ammette eufemismi e cancellature, quello per un figlio è un monosillabo, l’unico argomento definitivo. Nella sua cecità, la creazione di sangue crea legami senza scampo. L’abbiamo voluto noi: per questo, quando arriva, un figlio assume ogni diritto, diventando l’unico subalterno tenuto a ricevere. L’altro giorno, ho visto rientrare la mia vicina di casa, che ha partorito da poco. Tornando dalla sua bambina, aveva sul viso una luce che non le avevo mai visto in tutti gli anni in cui, più o meno serenamente, ha vissuto qui col marito. Quella luce diceva: “Ho qualcuno di cui occuparmi ogni giorno per il resto della mia vita.” Io invece ho pensato che probabilmente morirò da sola, che non avrò nessuno a cui lasciare la mia casa, i miei soldi e tutto quanto avrò costruito di importante nel corso della vita, e che dovrò sempre essere in grado di lavorare e di guadagnare per pagarmi la retta in un ricovero per anziani. Eppure, questo pensiero non mi ha dato una particolare angoscia. Mi è parso anzi in perfetta sintonia con la mia visione della vita: quella di un viaggio senza compagnia. Mi sembra più fertile e sincero ciò che contraddice e che traballa, che deve essere rimpastato, cancellato, rifatto. Diffido delle dedizioni continuative, di quelle ricevute come di quelle da restituire. La vita per me si racconta nell’indicibile, nell’irrimediabile, nell’assente, nel difetto che ne completa la perfezione. Se non dovessi cambiare idea, lascerò che il mio no si trasformi con gli anni in euforia, in un eros di dolci, di erba calda, di acqua che scivola su sassi rotondi.

2.
Tra le cose che mi irritano, metto senz’altro la retorica sui bambini. Tutti i bimbi sono belli, buoni, simpatici, amabili e puri: falso. Ci sono bambini belli, ma ce ne sono anche di brutti; a volte di una bruttezza che non fa nemmeno tenerezza, perché accompagnata dai segni inequivocabili di un’indole respingente. Ci sono bambini simpatici e bambini antipatici, bambini che profumano e bambini che puzzano. Ci sono bambini educati e bambini maleducati, e di certo un bimbo maleducato non è un bel bambino. La cosa che però tutti i bambini hanno in comune è l’innocenza, visto che ciò che fanno dipende dall’imprinting ricevuto dai genitori prima, e dall’ habitat socio-culturale poi.
Sere fa, al ristorante ho trovato una tavolata di circa 30 bambini dagli 8 ai 10 anni, che festeggiavano un compleanno, i genitori nella sala accanto. Sorvolerei su come erano conciati, su come parlavano e di cosa, già così piccoli. Oltre a loro, in sala c’erano altre persone venute a mangiare una pizza in santa pace, almeno così avevano sperato. Impossibile descrivere la gamma di suoni striduli, acuti e a massimo volume emessi senza tregua dai bimbi, oltre a sedie e tavoli continuamente trascinati o sbattuti per terra. Ogni tanto un cameriere entrava a chiedere loro di abbassare la voce. Ovviamente, nessuno degli adulti che accompagnava l’orda degli infanti si è reso conto che quella non era casa loro, ma un locale pubblico dove è bene rispettare anche i diritti degli altri. A un certo punto, un’adulta è entrata e, guardando noi altri chiaramente infastiditi, ha detto sorridendo: “Che dobbiamo fare? Un poco di pazienza, siamo stati bambini anche noi.” E no, mia cara. Per fortuna non tutti i bimbi, né tutti i genitori sono uguali. Un bambino può essere molte cose, ma maleducato, incivile, rozzo e prepotente è un’altra cosa. E hai voglia a squittire accanto a tuo figlio: “Ma quanto sei bello! Ma come ho fatto a vivere prima senza di te!” L’ho detto altrove e lo ripeto: il sospetto è che avresti vissuto invano anche senza questo tuo figlio, evitando di generare il quale avresti contribuito nel tuo piccolo al miglioramento del mondo.

3.
A cena con una coppia di amici che non vediamo da tempo. La prima brutta sorpresa è che Clara, la loro bimba di quattro anni, è seduta tra mamma e papà sul sedile posteriore, in piedi con le scarpe sulla tappezzeria in alcantara. Per tutto il viaggio, durato circa un’ora, è stata con l’I-Pad in mano, aiutata dal padre a scaricare da You-Tube video incomprensibili, da cui non arrivavano che schiamazzi, suoni striduli e violenti. Non sono riuscita a nascondere il mio disappunto, io che detesto il chiasso e persino la radio accesa in macchina, preferendo a canzoni che non ho scelto il piacere della conversazione. Mi ha sorpresa il padre, che ha speso un sincero interesse per tutto ciò che accadeva in quei video, senza mai chiedersi se per caso il volume così alto potesse darci fastidio, o se a un certo punto non fosse il caso di spegnerlo per chiacchierare un po’ con noi. Poco dopo la madre ha ricevuto una telefonata, un invito a pranzo per il giorno dopo, che ha declinato inventandosi prontamente una febbre di Clara, la quale, ovviamente e purtroppo, sta bene. Inutile dire che per tutta la serata non si è potuto discorrere di niente se non di Clara. Fatti del genere si verificano ogni volta che mi trovo in presenza di adulti con bambini. Durante queste serate la lotta è impari. Se non hai figli resti in disparte, annuisci e sorridi per i primi minuti, fingendo di capire di cosa si sta parlando. Poi lo sguardo si distrae, guardi l’orologio sempre più spesso, mandi un sms al tuo compagno, chiedendogli di chiamarti all’istante fingendo un impegno di cui ti eri dimenticata. La casa degli amici più cari diventa un bunker da cui progettare la fuga con la dovuta scaltrezza. Ma è possibile che la gioia che i genitori provano nel raccontare ogni minimo progresso del loro bimbo non faccia mai temere loro di non procurarne affatto in chi li ascolta? I genitori di figli molto piccoli precipitano in una forma di demenza esulcerante, che li porta a parlare con voci da cartone animato, a squittire per ogni minimo gesto dell’infante, a provare tenerezza al suono del ruttino, addirittura compiacimento per la sua cacca che, ti ripetono, non puzza e non sporca, perché ‘la cacca dei bimbi è santa’. Se inizi una conversazione, dopo pochi minuti eccoli illustrarti tutti i progressi della sua crescita: ti dicono che se lo chiami già si volta, che è in grado di riconoscere questo e quello, soprattutto che è molto in avanti rispetto ai bimbi della sua età (dicono tutti così). Ti mostrano la foto scattata col cellulare ad un’ora appena dalla nascita. Quello che per loro è l’essere più adorabile del mondo, a te – immune dall’affetto miope di un genitore – appare per ciò che è un neonato: una creatura il più delle volte mostruosa, con la testa enorme e gli occhi tumefatti. Oppure ti costringono a sorbirti il video del suo primo compleanno, con tutto il contorno di cantilene, applausi, schiamazzi, versi animali, palloncini e giocattoli, da cui non si esce. Sì, perché se prima di diventare genitori i tuoi amici ti ricevevano in un salotto arredato con gusto, adesso ogni spazio è diventato la stanza giochi dell’invasore: puzzle sparsi dappertutto, diorami, castelli di mostri, gru, escavatrici, trattori, camion, auto di tutte le epoche e cilindrate, bambole, costruzioni, animali preistorici, carillon con voci in tutte le lingue; insomma, tutto quanto può servire al bambino per annoiarlo, confonderlo e indurlo a desiderare cose sempre più inutili. Ovviamente Livia e Paolo, i genitori, non sono più gli stessi. Dall’avvento dell’infante sono invecchiati di dieci anni e hanno cessato di esistere come coppia. Il piccolo ha attentato al corpo di lei e all’alopecia di lui, succhiando a entrambi ogni energia, ogni spazio disponibile, ogni tempo pensabile. Ancora prima che nascesse, sono caduti in un letargo sessuale fatto di prudenza, di paura, o più semplicemente di un lutto del desiderio a tempo indeterminato. Ma tutto si sopporta, pare, per amore di un figlio.

4.
Gibran diceva che un figlio è una freccia lanciata nell’infinito. Mi domando: se si sapesse per certo che, come accade tra gli animali, tuo figlio ti lascerà presto e per sempre senza più nemmeno riconoscerti, quante donne ne metterebbero al mondo uno con tanto slancio? Quante donne decidono di mettere al mondo un figlio perché ne hanno davvero voglia? E quante, invece, lo fanno schiacciate dal condizionamento sociale? Dalle mie parti, se hai trent’anni e non ti sei ancora sposata c’è qualcosa che non va. Se poi ti sposi e non fai subito un figlio, di certo avrai problemi fisici o di coppia. Per strada o al supermercato, chiunque si sente in dovere di metterti una mano sulla pancia e di chiederti: “Allora? Lo state mettendo in cantiere?” Conosco donne che hanno consultato cartomanti o avviato pratiche di adozione dopo soli tre mesi, durante i quali, pur provandoci non erano riuscite a restare incinte. Tutto comprensibile in un contesto in cui chi non è madre è un refuso della specie e un esito indegno dell’evoluzione. Il risultato è sotto gli occhi di tutti: la gran parte dei genitori è assolutamente impreparata, quando non addirittura negata, a costruire un essere umano, che è cosa diversa dal mettere al mondo un figlio. Si tratta di persone incolte e rudimentali, il cui prodotto sono ragazzi svogliati e violenti, ragazzine idiote dalle predilezioni effimere. Adolescenti come zattere in mare aperto, che diventeranno padri assenti e madri represse. Persone del genere cresceranno e faranno a loro volta figli, per caso, per dovere, per darsi un motivo. Il sospetto è che avrebbero vissuto invano anche senza mettere al mondo un figlio, evitando di generare il quale avrebbero nel loro piccolo contribuito al miglioramento del mondo.

5.
Giungere al culmine del proprio tempo senza rimpianti, aver lasciato qualcosa agli altri, con la salute che solo l’amore e un intelletto curioso riescono a procurare: non c’è modo migliore di salutare la vita e di sopravviverle. Ognuno, naturalmente, fa questo come crede e come può. Trasmettere attraverso un figlio è una vocazione al futuro come un’altra: io non ce l’ho, non so come si fa, da dove si comincia. Mi stanco presto di ogni cosa. Franca mi dice: “Ma a che scopo fai questo e fai quello se poi non lo lasci a nessuno?” Preferisco seminare vivendo, per arrivare alla morte con la valigia leggera. Quando chiedo ai miei amici perché trovino così naturale fare figli, la loro risposta è sempre la stessa: “Per continuare dopo la mia morte”. Ma ne sono proprio sicuri? Se hai educato con amore i tuoi figli, di certo avrai con loro un rapporto profondo. Ti accudiranno se starai male, e dopo la tua morte custodiranno di te ogni cosa. Per lo stesso motivo, avrai nipoti che soffriranno sinceramente per la tua perdita. Ma già i loro figli avranno di te un ricordo vago, conserveranno di te forse qualche proprietà e un cognome. Il sangue non dura. Come ai funerali, a piangere il morto sono le prime due file. Alla terza, la vita ha già preso altre strade.
So per certo che né la cultura né l’intelligenza hanno generato in me un buon carattere o la predisposizione all’amore oblativo. Ho sempre nutrito fondati dubbi sulla mia capacità di accudimento, di rinuncia, di pazienza, addirittura sulla mia voglia di trasmettermi. Chi mi conosce dice: “Peccato, sei un’artista. Pensa quanto avresti potuto dare a un figlio di diverso, di più profondo rispetto a tutte noi”. Come mai invece nessuna mi ha detto: “Sei un’artista. Pensa ad altro”? Mio figlio sarebbe stato un diverso di sicuro, per l’esattezza uno squilibrato, e mia figlia mi avrebbe detestata senza ombra di dubbio. Non so cosa sia una mistificazione d’amore. Non ho mai difeso i difetti di chi ho amato, né ho mai tentato di giustificarli. Ho anzi sempre pensato all’amore come ad un difetto cognitivo, che può indurre a pericolose sopravvalutazioni. A me i bimbi piacciono pochi giorni dopo la nascita. Poi, eccoli diventare impegnativi, faticosi, arroganti, noiosi. Mi affascina di più la persona adulta, con una coscienza definita e il carico degli anni; quella che crescendo ha imparato più a salpare che a cercare l’approdo, come invece fanno i bambini. Quando ho provato ad immaginarmi madre non mi sono trovata a mio agio in nessuna fase della vita di mio figlio. La mia sensazione è stata quella di uscire in strada in pieno inverno con gli abiti zuppi. Le cose che a dire di tutte sembrano faticose, ma per le quali trovi infine una forza insperata, a me sono sempre apparse incomprensibili e contro natura. E se mio figlio fosse stato uno di cui il mondo avrebbe potuto fare tranquillamente a meno? Sarebbe stato questo il mio tributo alla vita? Per colpa mia o mio malgrado? Resta il fatto che nelle mie prefigurazioni non ho mai considerato nulla di buono: più paure che speranze. E con questo ho detto tutto.

6.
L’altra sera ho fatto outing in una serata tra conoscenti, esponendo le mie idee da non madre ad un nutrito consesso di neo-mamme e di giovani donne che non vedevano l’ora di partorire. Quelle che mi hanno disprezzata da subito hanno trascorso il tempo a cullare il loro piccolo, ostentando una tenerezza che, secondo loro, avrebbe dovuto farmi sentire carente. Altre che concordavano con me, ma che non avrebbero mai potuto ammetterlo, si tenevano in disparte lanciandomi cenni d’intesa. Le altre hanno cercato a turno di farmi cambiare idea, con motivazioni troppo frivole per poter essere prese seriamente in considerazione. La loro conclusione è stata: “Quindi tu disprezzi la famiglia e odi i bambini?!” Il punto da correggere è proprio questo. Io non disprezzo la famiglia e non odio i bambini, semplicemente non mi piacciono in modo particolare; un po’ come quando ti trovi davanti al dipinto studiato a scuola per anni, di cui tutti hanno sempre parlato, ma ti limiti a guardarlo da lontano perché non hai nessuna voglia di osservarlo da vicino.
Non serve liquidare la questione del non fare figli con motivazioni del tipo ‘Limitiamo il sovraffollamento del pianeta e le orde di disoccupati’. Di sicuro, che un figlio oggi più che mai vada pensato seriamente lo credo eccome. Forse questo genererà meno figli, ma neanche tanto, visto che ci saranno sempre miliardi di persone che procreeranno per caso, per incoscienza, per sciatteria, per dovere, assicurando in questo modo la sopravvivenza della specie. Costruire un essere umano: questo vuol dire fare un figlio. Per la stessa ragione, penso che genitore non sia necessariamente chi ti ha partorito, ma chi ti ha generato a una vita che vuol dire soprattutto coscienza, relazione, sensibilità, incontro con la preziosa complessità del mondo, apertura alla vastità dell’esserci, del fare, del donare: impresa ardua di cui solo pochi genitori sono davvero capaci. Talvolta non basta neppure l’amore, che troppo spesso fa rima con errore. Avendo sempre creduto di essere tra le inadeguate, mi sono messa a guardare ciò che fanno o non fanno le altre, maturando convinzioni, dubbi, spesso confermando le mie distanze. Ciò nonostante, non mi sentirei mai di dire a una donna: “Non procreare e pensa a te stessa”, perché, organizzandosi, una cosa non esclude l’altra. Generate pure, fate figli. Ma prima di costruire una casa, sondate il terreno e scegliete i materiali giusti, sforzandovi di capire che decidere di vivere senza un tetto sulla testa è a volte una scelta non meno faticosa, e di certo più onesta di voler vivere per forza al riparo, o di credere di meritarlo.