Piccoli uomini

Negli impietosi confessionali tra amiche gli uomini, devo dire, escono abbastanza male. Probabilmente accadrà lo stesso a noi donne quando sono gli uomini a riunirsi; ma ci sta, perché pure noi all’occorrenza facciamo parecchio schifo. Quindi, a ciascuno il suo. C’è anche da dire che delle storie felici si parla poco: quelle si vivono e basta; mentre sono quelle storte – come le notizie di cronaca nera nei telegiornali – ad attirare curiosità e commenti. Il problema è che secoli di letteratura ci hanno consegnato un’idea dell’amore come qualcosa senza cui la vita non ha senso. Amori romantici, amori passionali, amori felici, amori complicati. Pare che all’amore si perdoni ogni cosa. Credo profondamente in questo sentimento in tutte le sue forme, ma troppo spesso penso se ne sopravvaluti la nobiltà. Ho infatti realizzato nella vita, accanto ad esperienze certo riuscite, che uno dei suoi talenti migliori è la cecità. Mi è addirittura capitato di imbattermi in uomini che dell’amore proprio non sapevano che farsene, e che perciò hanno scelto di stare da soli, liquidando con pretesti banali storie in buona salute che al massimo avevano bisogno di una piccola revisione. Ma andiamo avanti.

-Il tipo di uomo più ricorrente nelle confidenze femminili è ‘la metà piccola’, ovvero l’uomo incapace di condivisione, che porta il conto meschino del tuo e del suo, ignorando la differenza tra coppia e compagnia. Ogni coppia sana rispetta libertà individuali, ma ha pure regole che, quando si ama, vengono naturali perché utili a restare uniti. Chi invece cerca solo compagnia, approfitterà di tutti i piaceri e le comodità offerti dall’altra parte, ma guai a prospettargli una difficoltà: la metà piccola scapperà a gambe levate, adducendo un improvviso bisogno di recuperare i propri spazi, per dedicarsi all’unica persona con cui ha stabilito dalla nascita l’idillio perfetto: se stessa. Se in un momento di crisi verrà chiamata a riconoscere anche le proprie responsabilità, si affretterà a precisare che colpe non ne ha, e che le sue eventuali scivolate sono sempre state una reazione alle tue. La metà piccola non desidera stare a lungo insieme a te, terrorizzata dall’idea di dover stringere legami. Meglio quindi definire ogni giorno nuove separazioni: negli spazi da abitare, negli interessi e nei momenti da condividere, soprattutto in tutte le cose che non si possono fare insieme. E se gli farai notare che tutto questo non va esattamente d’accordo con un naturale stato d’amore tra due persone, ti accuserà di essere soffocante. Il concetto del ‘noi’, infatti, non ha mai neanche lontanamente sfiorato il suo spirito profondo, perché per la metà piccola vige l’IO assoluto e onnipresente. Povero piccolo uomo: non sa che il tempo perduto non si recupera, e che la distanza separa, facendo rigidi come i morti.

-Il tipo a seguire, in cui temo ogni donna sia incappata almeno una volta nella vita, è quello che Franco Arminio ha definito ‘l’evasore sentimentale’: colui che ha una ragazza, o una moglie e dei figli, ma che preferisce amare al nero e fuori porta, in modo da diminuire l’imponibile affettivo dichiarato. Non credo meriti ulteriori dettagli.

– ‘Se dotta è abbandonata’: prendo il via da questa bella battuta di Alberto Troisi.
‘Voglio una donna bella, colta, ironica, divertente, capace, forte, esuberante’. Lo dicono molti uomini, quasi tutti, forse perché dichiarare il contrario non conviene. Ma quanti uomini, nel privato ce la fanno davvero a vivere felici e sereni con donne siffatte accanto? E quanti invece cedono, fiaccati da ataviche competizioni di genere? Care donne ‘belle, colte, ironiche, divertenti, capaci, forti, esuberanti’, ricordate che gli uomini che prima o poi vi lasciano ‘per relazioni più semplici e meno impegnative’ vanno allontanati senza rimpianti. Questi individui daranno sempre la colpa a qualcun altro delle loro lacune, non ne parliamo poi se chi sta loro accanto nella vita di ogni giorno li sorpassa su molti fronti. Non saranno stati loro nella vita a non impegnarsi abbastanza per raggiungere un traguardo, ma voi ad essere andate troppo avanti, e per questo andate punite, invece che essere per loro stimolo e motivo d’orgoglio. Ricordate: senza stima, l’amore è solo una passione di bassa lega. Voi, coi vostri talenti conquistati con merito e sacrificio, dovreste consolare questi invertebrati della loro inettitudine, quasi scusandovi delle vostre capacità, anzi impegnandovi a scendere più in basso che potete per far loro compagnia nel fosso. Questi uomini lasciateli subito; vuoti a perdere, caldaie rotte nei giorni della merla. Non continuate ad aspettarli come madri che attendono invano il ritorno dei figli in guerra. Questi uomini non sono figli vostri, e non sono capaci di combattere nessuna battaglia. Vi sono rimasti accanto per debolezza, invecchiandovi giorno dopo giorno nel gioco al massacro dei loro rinvii, in cui avrete speso il vostro tempo migliore. Le trincee, a questi uomini non servivano né a ripararsi né a decidere strategie, ma a crogiolarsi nel deliquio degli ignavi che sono sempre stati.

-Osservo due piccioni che cercano di fare il nido in un posto assai pericoloso, tra l’infisso della finestra al secondo piano e l’asfalto del marciapiede in basso, ma la cosa non sembra preoccuparli. In ordinata armonia, scendono a turno in picchiata in cerca di ramoscelli, che però ricadono nel vuoto. E giù di nuovo a recuperarli, per dare forma al loro fragile riparo, aspettando che il lavoro svolto prepari alla vita. È sempre dalle semplici creature della natura che ho colto nella vita gli insegnamenti più importanti, come questo: l’amore è un’energia che vive quando, come e dove vuole; per cui alla fine, chiedersi se ne vale la pena, se siamo capaci di amare o se chi si ama merita davvero il nostro amore, è solo un modo per bloccarne il corso e la potenza. Bisogna pensare che quando si ama o si è amati male non serve dispiacersi. La vita, più potente di ogni nostra piccineria, a un certo punto si accorge che una delle sue corde – dei miliardi che la compongono – ha smesso di vibrare. E allora lei, che non ama arrendersi, viene a soccorrerci. A volte basta così poco; uno spiraglio socchiuso attraverso cui la vita s’infila intera, restituendoci giovinezze d’animo e tutti i desideri maltolti. Niente paura dunque, amanti infelici.

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Art(r)isti

Mi capita spesso di riproporre riflessioni scritte tempo fa, ma certi pensieri non hanno scadenza, soprattutto per via del fatto che nell’oggetto in essere – come in questo caso – si incappa con raccapricciante frequenza. Per cui, repetita juvant.

Che cosa succede se un mezzo artista riesce a darsi l’aria e l’aspetto dell’artista integrale, se la mancanza di scrupoli sa presentarsi come se dieci, anzi cento scrupoli, problemi e pensieri lo tormentassero, se l’assoluta nullità assume atteggiamenti di smisurata importanza? Là dove compare questo genere di persone, l’aria buona e sana diventa pesante, cupa e venefica, la vita si guasta, la natura tutt’intorno si corrompe.’
(R.Walser)

Al girone degli ar-tristi appartiene chiunque nutra un amore per l’arte palesemente incorrisposto, accompagnato da impulsi creativi paragonabili solo a certi disturbi del coito o della minzione. Ne fanno parte coloro che si svegliano un mattino all’improvviso, in preda a quel tipo di delirio che porta a non saper distinguere tra la Cappella Sistina e un corso di découpage.
Chi stabilisce chi o cosa è un artista? La sua prematura scomparsa, la storia, il mercato, il talento, un gallerista, un curatore, o tutti questi fattori messi insieme? E poi: artista si nasce o si diventa? Si è o si fa? È una missione o un mestiere? Se è una missione, qual è il suo scopo? E se è un mestiere, deve presupporre formazione, disciplina, tecnica, deontologia, esercizio e perizia, oppure no? La verità è che gli artisti sono persone né migliori né più interessanti delle altre. Tante volte sono individui che, in virtù di una libertà d’espressione che pretendono assoluta, amplificano pregi e difetti che chi non è artista (per sua disgrazia o sua fortuna) tende a nascondere o a mitigare.
Raccolgo di seguito alcune tipologie di art(r)isti osservate in circostanze e luoghi diversi, ma che si ripetono immutate nel tempo.

-L’artista autoreferenziale non ha età né sesso. Non sa cosa vuol dire restare in solitudine, affilandosi nel dubbio sul suo (eventuale) talento. Se visitato nel suo studio, mostrerà tutti i quadri che non gli hai chiesto di vedere, elogiandoli uno ad uno come se li avesse dipinti qualcun altro. Se insieme a cena, trascorrerà ore a parlare ovviamente di se stesso, dei suoi progetti, dei suoi successi, obbligandoti a stare incollato al suo I-phone a vedere foto dei suoi lavori, dei suoi viaggi, delle sue serate a destra e a manca. Se invitato alla mostra di un collega, passerà il tempo prima a parlare sempre ed ovviamente di se stesso, poi a distribuire biglietti da visita o l’invito/catalogo della sua prossima mostra, che fingerà di cacciare di nascosto solo per te, e mi raccomando che gli altri non vedano. Anche qui senza che nessuno gliel’abbia chiesto, comincerà a parlare del suo ultimo capolavoro, di chi ha acquistato i suoi lavori, delle sue quotazioni in perpetua ascesa, di quale giornale ha pubblicizzato le sue performances, di chi lo chiama di qua, chi di là, oggi a Berlino, domani a Tokyo. Vale per costui la massima di La Rochefoucauld: ‘L’estremo piacere che si prova a parlare di noi stessi dovrebbe farci temere di non provocarne alcuno a chi ci ascolta’.

-Il secondo genere di artista veste abiti lisi dai colori scuri, fuma sigari o sigarette artigianali, a volte la pipa, il capo coperto da un berretto di lana anche ad agosto. Se ha 20 anni ne dimostra 60, se ne ha 60 ne pretende 30. In pubblico fa di tutto per mostrarsi defilato: appoggiato in un angolo o seduto in disparte, dove tutti però possono accorgersi che è appoggiato in un angolo o seduto in disparte. Parla poco e a bassa voce, nell’esibizionismo dei falsi timidi. Magari un poco schivo lo è davvero, a causa della sua scarsa confidenza col genere umano, da cui viene puntualmente allontanato. Lui è l’Artista, e gli altri non se ne sono accorti, così come a suo tempo nessuno riconobbe il Messia tra il popolo. Questo individuo non conosce vie di mezzo: o è affetto da stipsi creativa, o imbratta tele a dismisura, sepolto vivo da tonnellate di lavori che venera in solitudine e che non mostra a nessuno, perché nessuno secondo lui è all’altezza di comprenderli. Se gli chiedi della sua vita sentimentale, ti risponderà che la ragazza lo ha appena lasciato, o che ha da poco chiuso l’ennesimo matrimonio. È che lui di donne proprio non ne vuole sapere, perché gli tolgono solo tempo ed energie; e poi nessuna lo capisce davvero. Invece, chi lascia lui ha capito troppo bene con chi ha avuto a che fare, e cioè con uno che non è mai stato capace di concludere niente di serio nella vita, addebitando le colpe di ogni caduta ora al Sistema, ora a qualcun altro. Se ha deciso di ‘fare l’artista’ è solo perché una volta non voleva studiare, un’altra non voleva lavorare. Ecco perché ha sempre fallito, come uomo prima e come artista poi. E si era pure fatto male i conti, pensando di campare a casa e sullo stipendio di quella che al momento giusto l’ha mandato a scopare il mare.

-Otto volte su dieci, l’eccentrico è convinto che un artista, per essere veramente tale debba essere disordinato e pure un poco sporco; vivere di notte, bere, fumare – meglio drogarsi – curare poco l’aspetto. Il vero artista deve essere impuntuale o manchevole agli appuntamenti, non rispettare alcun genere di impegno o di scadenza, e se per puro caso a volte ci riesce, ritarda apposta, perché un vero artista non sa che farsene di regole, orologi e calendari. Certo, a ciascuno la sua strada, ma questo tipo di artista ignora che ci si schianta più facilmente su una via senza delimitazione di carreggiate che su un’autostrada segnata.

-Questo tipo di artista è di solito una donna giovane, che si è data all’arte come forma di catarsi, riversando nel suo ‘essere artista’ tutte le avarie che una vita risolta non le avrebbe condonato: atteggiamenti fuori luogo, esterofilie linguistiche modaiole, patologie esibite in luogo di virtù assenti, e vizi ostentati come parte integrante del suo ‘essere artista’; look trasgressivi o dalla pacchianeria provinciale, tipica di chi dispone solo di questa per farsi notare, visto che davanti alle sue opere la maggior parte della gente passa indifferente, se non disgustata. Ovviamente, anche il concedersi sessualmente senza alcun riguardo a curatori e galleristi degni di lei per ottenere recensioni e mostre, è parte integrante del suo ‘essere artista’.

-Per l’artista che vive in perenne competizione coi colleghi, scopo della vita è fare asso pigliatutto di collezionisti, galleristi, curatori e opportunità in genere. Guai a dare una mano a un amico o a farsi indietro quando è proprio il caso che ad avanzare sia qualcun altro; guai a dividere la parete di una mostra o la pagina di un catalogo. L’ignobile calcolatore egocentrico sarà simpatico solo se avrà capito di poter ottenere qualcosa da te. In caso contrario, ti passerà sopra come un Caterpillar, col sorriso fosforescente dei viscidi.

Naturalmente, esistono anche altre tipologie di art(r)isti, come per esempio il finto umile, che mi riservo di dettagliare in una prossima occasione. Forse gli di art(r)isti qualche buona occasione nella vita la otterranno pure, ma varrà per loro la frase di Flaiano: ‘La Fama si decide ad andare a letto con loro per stanchezza, una volta sola, per levarseli dai piedi’. Accanto a questa ciurma di grotteschi figuri esiste per fortuna un genere di artista che è anzitutto un tipo di persona, a cui tutti (artisti e non) dovremmo forse un poco somigliare: una creatura attenta e generosa, che crede nel dono come in un viaggio solo andata, che si emoziona e si sorprende per ogni cosa, che spera in ogni direzione come un albero, che accoglie e cura restando schivo; uno che ti dà il benvenuto in casa sua scalzo, nascosto dietro la porta. Non basta una vita.

 

Nella foto, un’opera di Vincenzo Agnetti

Sette incubi

-Gioco a palla con mia madre. Il pallone cade in un canale che ci divide, tanto stretto che quasi non si vede, ma profondo e pieno d’acqua.

-Mio padre malato vive come una statua a mezzo busto su un piedistallo, nello scantinato dove tenevo la bicicletta da bambina. Entro in casa: non c’è nessuno. Mio padre è steso morto sul letto: il suo corpo è un tronco di sequoia carbonizzato. La bicicletta con cui giocavo mi è stata rubata. Diventata grande, ho comprato una macchina scintillante e molto costosa, di cui però non mi curo: la dimentico nei parcheggi e la struscio dove capita, soprattutto in certi vicoli, dove nemmeno a piedi si passa.

-Un uomo va a New York con sua madre. Appena arrivati si trovano in una strada popolare. Entrano nella casa di una parente, ma si accorgono che è diventata un ospedale pieno di vecchi lasciati morire come cani. La madre ha un malore. Un dottore le dice che deve ricoverarsi subito e che deve restare lì per sempre. La madre inizia a gridare, dicendo che le gira solo un poco la testa, che sta bene e che vuole andarsene subito, ma non c’è niente da fare. Il figlio si allontana. Quando torna, trova la madre nuda, seduta per terra in un angolo. L’uomo prende le valige che aveva posato per terra. Afferra in questo modo anche la madre, sollevandone il corpo. La madre guarda il figlio, roteando gli occhi come un bue appena macellato.

-Dobbiamo andare a una festa in paese. Partiamo io, mia madre, mio padre e le mie sorelle, ma mi accorgo che la casa dove sono nata è in fiamme, il paese è stato distrutto, la collina brucia, la strada che porta in piazza è diventata un torrente d’acqua nera, e tutti quelli che conoscevo sono morti sotto le macerie dei palazzi. Attraversando una serie di cunicoli sotterranei, dove si passa a stento come vermi, arriviamo in un cimitero in cui tutte le lapidi sono scavate nel sapone. È notte, piove; passeggiamo serenamente tenendoci per mano.

-È estate, mi trovo nella vecchia casa dei miei genitori. Uscendo dal portone incontro un bambino di cinque anni. Lo conosco, è il figlio di una prostituta del posto. Mi avvicino, lo saluto, gli faccio una carezza. All’improvviso forse inciampo, e qualcosa mi spinge a terra; mi ritrovo sull’asfalto, stesa sopra di lui. Gli chiedo scusa, cerco di rialzarmi, ma una forza strana mi blocca. Le sue piccole braccia mi stringono, poi una bava viscida inizia a scorrermi lungo il collo: è la sua lingua che mi lecca. Mi divincolo, ma mentre mi risistemo la gonna scomposta dalla caduta, sento tra le gambe un fallo adulto che cerca di entrare dentro di me. Il bambino mi fissa con un sorriso immobile e crudele.

-Mio padre è morto. Le mie sorelle non si vedono. Io e mia madre passeggiamo silenziose in aperta campagna. È un giorno d’autunno tiepido e velato. La campagna era dei miei nonni, un tempo fiorita e ricca di frutti. Adesso gli alberi sono spogli e la terra è polvere. Il paese dove viveva mia madre da piccola, si vede in lontananza oltre il campo, ridotto a una fila di case con porte e finestre chiuse. Ci scambiano qualche parola, poi ci voltiamo, e di quelle case all’improvviso non rimane che una colombaia di loculi, sospesa tra il prato e la collina. Restiamo a fissare il paesaggio. A un certo punto, vediamo in lontananza un uomo e una donna che tengono una bimba per mano, camminare verso quelle che forse un tempo erano le loro abitazioni. Vanno calmi e indifferenti. Ci chiediamo chi possano essere, ma è difficile riconoscerli, avvolti come sono dalla lana dei pioppi a primavera, che a ogni loro movimento vola via in vortici di delicata bellezza. Ci avviciniamo per guardare meglio: sono i miei nonni. La bimba si volta: è mia madre vecchia.

-La casa dell’infanzia che sogno da vent’ anni non è mai esistita. Da piccola abitavo con la mia famiglia in un appartamento al centro del paese. Quello che sogno è invece un seminario abbandonato, con un corridoio più ampio di una strada, stucchi pregiati, soffitti a capriate, stanze con mobili alti come castelli. Una stanza più stretta delle altre è piena di giocattoli che so essermi appartenuti, ma di cui al risveglio non ho più alcuna memoria. Mio padre si vede in giro ogni tanto, silenzioso e sempre nudo. Io, mia madre e le mie sorelle ci chiediamo con quali soldi ripareremo mai una dimora così costosa. Ne concludiamo che non se ne farà niente, e che tutto andrà in malora. Ogni tanto mia madre cerca di aggiustare qualcosa, col suo modo di fare che mio padre detestava, perché fuori luogo rispetto al lusso della dimora. Neanche a me piacciono le iniziative di mia madre, ma poi la guardo e penso: “Forse in questa casa si può vivere ancora”.

Foto: Eliana Petrizzi

ILL

Chi prende un treno veloce ha fretta e pensa solo alla sua meta, dimenticando quella degli altri e tutte le cose lungo il percorso. Gli interregionali attraversano i paesi e si fermano spesso. Io li amo per le molte cose che osservo: per il vecchio che sale senza biglietto, per la signora che fa visita a una parente con un pacco di mozzarelle in mano, per gli indiani stanchi e mansueti che vanno o tornano dalle spiagge. Durante i miei viaggi in giro per il mondo, ho ricordato sempre poco quelli dove tutto è andato bene. Ho invece rimpianto con più nostalgia quelli in cui un accidente mi ha ricordato la nostra affascinante impotenza dinanzi ai progetti della vita. Questi treni, questi viaggi dicono: ‘Lascia la via principale, e vai per sentieri’. Continua a leggere

KITSCH BEACH – la classe non è acqua di mare

Sulla spiaggia arrivano caterve di bagnanti, talmente tanti che l’effetto gentaglia è assicurato a prescindere. In un giorno solo, ecco riunite tutte le cose che più mi disgustano: zanzare, karaoke, selfie, griffe a vista su abbigliamento e accessori, espressioni come: un attimino, amo’, cara, bella, teso’. Ma ben mi sta. È colpa mia se scelgo ogni anno spiagge in cui l’unica bellezza è la straordinaria varietà del brutto. È uno spettacolo che non cessa di stupire, e che ignora migliorie. Eleganza e comodità poco vanno d’accordo. Supini a quattro di bastoni, o proni come orche spiaggiate, il corpo gioisce, e alla salute diventiamo più simpatici. In spiaggia, rendiamo grazie alla semplicità della vita, dove bon-ton ed astrazioni speculative risultano per quello che ancora molti credono che siano: refusi dell’evoluzione. Visto da lontano, il litorale ha una bellezza tropicale. Ma se ti stendi a pancia in sotto sulla sabbia e guardi in prospettiva la distesa degli ombrelloni, ti sembra di scrutare la misteriosa esistenza di cavallette, lucertole, scarafaggi, formiche e altre creature non meglio identificate. Qui, le regole contro natura del vivere comune vengono abolite dagli ancestrali diktat del branco. Capisci allora quanto impari sia la lotta tra natura e cultura, e quanto quest’ultima sia destinata a soccombere.
Presenti in ordine sparso:
-un ventenne che entra in spiaggia con un costumino bianco, da cui traspare fallo risicato e puntuto.
– due fidanzati che, come scimmie Bonobo, passano il tempo ad ispezionarsi le pelurie.
-due signore over 50, con leggins neri e canotte nere sintetiche, capelli ossigenati e grossi orecchini di plastica, passano sotto gli ombrelloni a chiedere offerte per bambini disabili.
-una ragazza con occhiali da porno-gatta e smalto fucsia sulle unghie, lecca un gelato, palesando una naturale predisposizione alla fellatio.
-cinque ragazzi giocano a pallone a riva, tra limoni spremuti, gusci di cozze e grossi vermi bianchi.
-una nubile solitaria: 40 anni, bikini tigrato RB, capelli blu, trucco marcato e rossetto spalmato oltre il contorno labbra, scarpino con strass, ipotono muscolare da dimagrimento Duncan. Le squilla il telefono: la suoneria è “’O ball’ ro’ cavall’” di Gigione.
-aeroplano con striscione “40 anni Cettina: Auguri!!!” in volo per quaranta volte.
-in fondo alla spiaggia, una giovane festeggia i suoi 18 anni alle 10 del mattino. Gli invitati siedono all’ombra, azzannando portate da matrimonio con fame da dopoguerra. Tutti presi ad ascoltare l’ospite d’onore, un cantante neo-melodico a torso nudo e in boxer del Napoli, che canta una canzone dal titolo “’Hann’ accis’ ‘o meglio amic’ mio”.
-ragazza con fidanzato siede a gambe aperte, sputando e gracchiando, con frequente ricorso a bestemmie. Il suo nome è Candida: nessuna sorpresa da una che si chiama come la peggiore delle infezioni vaginali.
Sulla via del ritorno, una donna cammina sul marciapiede verso la sua auto. Dietro le spalle si è attaccata un foglio con la scritta “Non sono una puttana”.

 

La baia in cui mi trovo è tra le più belle della zona. Come in molti luoghi d’Italia, l’importante è guardare sempre avanti, perché se ti volti, ecco albergoni sconclusionati, baracche e depositi, nella sciatteria tipica di abusi e condoni. Qui conta solo la salute, che si cura meglio all’aria aperta. Al Sud c’è una merce che si vende da sola, e che perciò non serve migliorare. Il Sud è un frutto che si mangia con le mani e senza togliere la buccia. I turisti si lamenteranno ogni volta di qualcosa, poi guarderanno il paesaggio e gli passerà.
Chi gestisce il turismo da queste parti è di solito l’abitante del posto che, disponendo di locali propri, ne ha fatto nel tempo abitazioni per turisti, bar e ristoranti, senza però aver maturato né spirito imprenditoriale né alcuna forma di cortesia. Questi paesi devono ringraziare la bellezza del paesaggio e soprattutto del mare, se il turista di anno in anno torna, incurante delle molte cose che non cambiano, se non in peggio.
Già stanca a prima mattina, cerco di riposare, ma l’impresa è impossibile. All’equatore dello sgomento, una cosa è chiara: l’uomo inizia dove la folla finisce. La vicinanza tra estranei scatena disagi profondi, a volte progetti esecrabili. La cosa che meglio mi riesce è quindi l’esercizio di una disumanità asciutta e continua, cui gli altri contribuiscono rivelandosi puntualmente per quello che sono. Per vivere vacanze serene, basta di fatto seguire poche, sane regole di asocialità, come chiudere i varchi tra il proprio ombrellone e i lettini, con borse e tutto quanto serve a impedire a mamme e bambini di infilarvisi di continuo come blatte; oppure evitare le amicizie da bagnasciuga, che durano di solito da Natale a S. Stefano. In ogni caso, meglio diffidare subito di quelli che gira e rigira parlano sempre e solo di se stessi, dando per assodato che a chi ascolta possa interessare anche solo in minima parte il racconto gonfiato delle loro vicende. Quando Noemi è venuta qui la prima volta aveva cinque anni. Oggi, a diciassette, è una ragazza obesa che qualcuno l’anno scorso ebbe la pessima idea di presentarmi. Mi saluta con una stretta di mano più sciatta del suo smalto scrostato, sfarfallando occhi di un verde senza speranza. A caccia sul bagnasciuga, decotti rancidi di maschio lanciano segnali che non accenderebbero nemmeno una ninfomane. Perché questi uomini? Una domanda che presuppone fondamenti speculativi e persino morali, ma la natura, si sa, non è niente di tutto questo.
Casalinghe rapite da letture di bassa cilindrata, adolescenti con depilazioni integrali, discussioni estenuanti su smalti per unghie e custodie per cellulari: mi chiedo quale insulto ipossico abbia causato potature cerebrali così diffuse. Famiglia dell’agro-sarnese con stereo a palla durante l’ora del riposo, sguaia conversazioni con costante ricorso alle zone genitali di sorelle e madri dell’interlocutore. Tra i precetti zen, quello di “mirare direttamente al cuore delle persone”: direi il modo più efficace per eliminarne molte. A riva, le famiglie dell’hinterland trascorrono il tempo in letture a basso voltaggio, in pasti consumati con fame da dopoguerra, e in giochi pericolosi a danno degli altri bagnanti.
Passeggiata serale al lungomare: fino a cento anni fa, la più umile delle lavandaie vestiva abiti di una qualità e di una finezza da ritrovarli oggi nei Musei del Costume. Oggi, si indossano vestiti che nei musei di domani non troveremo nemmeno nei cassonetti dell’indifferenziato all’ingresso. In particolare, vedo short indossati dai nove ai sessant’ anni. Individui del genere adorano il brutto, e il brutto sentitamente ricambia.
A fine giornata, sulla spiaggia scorrono i titoli di coda. Portati a riva dalle onde, in ordine di apparizione: un sacchetto nero, un Tampax, una medusa morta, una scorza d’anguria, l’asta di una scopa.
Mi faccio altre tre ore di traffico per arrivare a casa. Solo quando supero l’uscita di Fisciano mi sento salva. Di fronte a me la collina si scioglie come un’ostia, nella bellezza che hanno sempre le cose lontano dagli uomini.

 

La bella stagione

Da queste parti c’è disordine ovunque, un disordine cresciuto negli anni senza censure, senza controlli, senza l’indignazione di nessuno; incurabile perché nessuno lo ha mai creduto una malattia. Ma c’è pure chi non se ne cura; per esempio le formiche a spasso tra i piedi della gente, che portano i chicchi di grano come Santi in processione. La bella stagione è arrivata, nelle ore lunghe, negli appuntamenti che si rinviano e in certi abiti che fanno le donne nude senza essere svestite. Dal balcone di mia madre si vede la parte vecchia del paese, col viale di ciottoli che era un tempo l’alveo del fiume. Conto le finestre aperte delle case, con lampade sfiorate da una figura che non si affretta. Davanti al bar stanno i soliti vecchi. Nessuno capisce cosa fissano, eppure, osservandoli capisco che la vita per loro è un raccolto che dà sempre qualche frutto. Ogni giorno, dopo pranzo prendono una sedia e stanno all’aria aperta, censori impeccabili dei passanti, dello straccio al balcone prima bagnato poi asciutto, di uno che prima stava da solo e adesso è in compagnia. Tre ragazzi giocano a pallone scalzi, uomini imprecano a carte davanti al circolo, alla radio una canzone di Gianni Morandi. Al tramonto, la gente resta sulle panchine del parco, a respirare un fresco di basilico e pioggia caduta lontano. Molti di quelli che stanno sugli scalini di casa li conoscevo da ragazzi: hanno negli occhi l’espressione di chi ha cercato per tutta la vita di dire qualcosa, senza trovare mai le parole. Davanti al circolo, intanto, sono arrivati l’elettricista, il meccanico e il calzolaio. Si sono seduti senza dire una parola, fissando la strada su cui in un’ora sono passati solo due gatti e un’auto a tutta. A un certo punto, l’elettricista ha detto che a lui piacciono di più le sere come questa, quando non c’è chiasso, né rumori né gente che va avanti e indietro. Che poi, aggiunge il meccanico, a che serve andare mille volte avanti e indietro? La strada è così corta che se giri la testa una volta a destra e una sinistra il giro è finito, e un giro qui basta e avanza.

Foto: Eliana Petrizzi

 

Certe donne

Abuso dell’immagine femminile, sfruttamento, violenza privata, discriminazione e stalking, sono temi su cui non si può e non si deve smettere di discutere. Ma per una volta, vorrei andare controcorrente, parlando di una razza a rischio di estinzione – quella degli uomini – a causa di un tipo specifico di figura femminile che ha tracimato ben oltre il buon senso. “Macchiamento” dell’immagine femminile e sfruttamento delle donne sono le espressioni più ricorrenti ovunque si parli del corpo e del valore simbolico della donna. Di “macchiamento” della donna ha però senso parlare ovunque dominano dittature assolute, dove le donne vengono mortificate da una barbarie che non trova alcun tipo di giustificazione né culturale né religiosa. Sono passati decenni dalle rivolte femministe; la donna ha conquistato autonomia pensante, dignità personale, diritti lavorativi, politici e giuridici; quell’indipendenza culturale ed economica che le ha consentito di uscire da matrimoni sbagliati e di separarsi da compagni violenti. E tuttavia, ecco oggi molte donne incapaci di femminilità, di pazienza, di accoglienza e di ascolto; incapaci di rispetto del proprio corpo, che da custode misterioso della vita è diventato il vessillo di libertà sessuali sguaiate. Continua a leggere