La bella stagione

Da queste parti c’è disordine ovunque, un disordine cresciuto negli anni senza censure, senza controlli, senza l’indignazione di nessuno; incurabile perché nessuno lo ha mai creduto una malattia. Ma c’è pure chi non se ne cura; per esempio le formiche a spasso tra i piedi della gente, che portano chicchi di grano sul dorso come Santi in processione. La bella stagione è arrivata, nelle ore lunghe, negli appuntamenti che si rinviano, e in certi abiti che fanno le donne nude, senza essere svestite. I petali dei ciliegi sul terreno sembrano riso sul sagrato al passaggio di una sposa.
Peppino passa la vita seduto sulla panchina che dalla piazza guarda la provinciale. Non parla, non ride, non vede; sta tutto il giorno come sorpreso da un infarto. Dal balcone di mia madre si vede la parte vecchia del paese, col viale di ciottoli che era un tempo l’alveo del fiume. Conto le finestre aperte delle case, con lampade sfiorate da una figura che non si affretta. Davanti al bar stanno i soliti vecchi. Nessuno capisce cosa fissano. Eppure, osservandoli capisco che la vita per loro è un raccolto che dà sempre qualche frutto. Ogni giorno, dopo pranzo prendono una sedia e stanno all’aria aperta, censori impeccabili delle persone che prima c’erano e poi non ci sono più, dello straccio al balcone prima bagnato poi asciutto, di uno che prima stava da solo e adesso è in compagnia.
Tre ragazzi giocano a pallone scalzi, uomini imprecano a carte davanti al circolo, alla radio una canzone di Gianni Morandi. Al tramonto, la gente resta sulle panchine del parco, respirando un fresco di basilico e di pioggia caduta lontano. Molti di quelli che stanno sugli scalini di casa li conoscevo da ragazzi. Hanno negli occhi l’espressione di chi ha cercato per tutta la vita di dire qualcosa, senza trovare mai le parole. Vengono a consolarli le case del paese coi loro grigi pazienti; poi la luna, che sale col passo maestoso delle donne in cammino nel deserto.
Davanti al circolo, intanto, sono arrivati l’elettricista, il meccanico e il calzolaio. Si sono seduti senza dire una parola, fissando la strada su cui in un’ora sono passati solo due gatti e l’auto a tutta di uno straniero. A un certo punto l’elettricista ha detto che a lui piacciono le sere come questa, quando non c’è chiasso, né rumori né gente che va avanti e indietro. Che poi, aggiunge il meccanico, a che serve andare mille volte avanti e indietro? La strada è così corta che se giri la testa una volta a destra e una sinistra il giro è finito, e un giro qui basta e avanza.

Foto: Eliana Petrizzi

 

Paesino solitario

In estate e per pochi giorni, carovane di gitanti popolano i paesi più remoti d’Italia; paesi vuoti arroccati su costoni rocciosi, e borghi medievali che se ne stanno come coni di sassi in cima alle montagne. Gli abitanti ammirano stupiti l’arrivo di tanta gente, come fosse uno sciame di comete. Poi, però, l’unico bar o ristorante del posto non è attrezzato a ricevere i flussi, e la carovana si sposta altrove. Quando la festa finisce, i paesi si riprendono il silenzio che li abita. Continua a leggere

Paesi amari

27 maggio
Le erbe selvatiche raccolgono il vento, iniziando il passante alla legge schiva del luogo.
Appena arrivati si vanno a salutare le comari, si accettano un dolce fatto in casa e qualche uovo fresco. Poi si parla della salute, dei figli emigrati a Torino o a Carpi, della stagione, dei morti, e di nuovo dei parenti lontani.
Gli anziani che stanno all’ospizio ogni tanto escono, e si incontrano con quelli del paese. Seduti l’uno accanto all’altro, fissano la montagna o l’orologio della piazza. Di sera, dalle finestre socchiuse esce solo il respiro di chi dorme. Continua a leggere

La vita spiata e il male di vivere

La vita spiata cop

Cari amici, riporto di seguito l’articolo scritto da Luigi Anzalone, scrittore e filosofo, sul mio libro LA VITA SPIATA (Magenes Editoriale, Collana Voci dal Sud); pubblicato ieri su IL MATTINO di Avellino, 10 aprile 2016, pp. 29,42.

È senz’altro straniante, e induce a riflettere sugli aspetti alienati del nostro così povero tempo, l’impressione che provoca la lettura del libro “La vita spiata”. Lo ha scritto Eliana Petrizzi, una giovane pittrice irpina, che da molti anni si è affermata come artista originale, dotata di raffinati mezzi tecnici e di un inconfondibile stile. Il suo libro si compone di una premessa e di 28 racconti brevi, che prendono il titolo da nomi di persone, per lo più donne. Pubblicato da Magenes Editoriale di Milano (pp. 91, euro 7,50), sta avendo una positiva accoglienza dal pubblico sempre più ridotto dei lettori di saggi e romanzi. La cosa si comprende se si pensa che chi legge “La vita spiata” si vede, talvolta, come riflesso in uno specchio che spera sia deformante, senza però liberarsi dal dubbio che l’immagine che gli rinvia sia proprio la sua. O gli somigli in modo inquietante. Il titolo del libro – come è detto nel risvolto di copertina – rinvia al fatto che racconta storie vere. Ma sulla veridicità del libro non conta discettare: basta non scordare che inventio vuol dire ritrovare qualcosa, così che l’invenzione letteraria o poetica o artistica o scientifica non è che il ritrovamento di una verità. Continua a leggere

Crolli

Le scuole e gli ospedali da poco ricostruiti in base a rinnovati criteri antisismici sono venuti giù come sabbia. Superpotenza della natura o approssimazione dell’uomo? Andando in giro per i paesi crollati e ricostruiti della mia terra, mi accorgo ogni volta che il destino di ogni cosa è di restare in bilico tra il “non si è fatto” e il “si è fatto male”. Se indaghi a fondo nella storia di ciascun paese distrutto e rinato ti accorgi che ogni storia è diversa, ma un poco si assomiglia. C’è stato chi il proprio paese lo ha amato davvero, e che perciò avrà fatto in buona fede quanto avrà potuto per salvarlo. Ci saranno stati giovani volontari convinti che bastino impegno e sacrificio per fare dell’Italia zingara una donna per bene. Ma ci sarà stato pure chi ha sbagliato per mestiere: personaggi sconfortanti su cui sono state puntate tutte le scommesse perse degli ultimi anni: quella dell’ammodernamento strutturale del Paese, come quella di un elementare buon senso nell’amministrazione della cosa pubblica. Questi individui hanno valutato, approvato e firmato provvedimenti riguardanti le vite di ciascun abitante. Tra questi provvedimenti, quelli relativi al capitolo tipicamente italiano degli sprechi, delle operazioni raffazzonate e di tutte le cose che non si faranno mai. Soluzioni a questo stato di cose radicato nel DNA del fare nostrano io non ne conosco, perché pare che l’irrimediabile sia dalle nostre parti la sola e vera struttura portante delle cose. Passate le tragedie, quando il tempo fa un poco più sopportabile la pena si torna in quei paesi col passo lieve della poesia, dove i crolli prendono una strada tutta loro, dove dietro ciò che non si aggiusta si impara a pensare che nella vita le cose migliori riescono se si assecondano le curve e se si perdona spesso. E a crederci persino.