La bella stagione

Da queste parti c’è disordine ovunque, un disordine cresciuto negli anni senza censure, senza controlli, senza l’indignazione di nessuno; incurabile perché nessuno lo ha mai creduto una malattia. Ma c’è pure chi non se ne cura; per esempio le formiche a spasso tra i piedi della gente, che portano i chicchi di grano come Santi in processione. La bella stagione è arrivata, nelle ore lunghe, negli appuntamenti che si rinviano e in certi abiti che fanno le donne nude senza essere svestite. Dal balcone di mia madre si vede la parte vecchia del paese, col viale di ciottoli che era un tempo l’alveo del fiume. Conto le finestre aperte delle case, con lampade sfiorate da una figura che non si affretta. Davanti al bar stanno i soliti vecchi. Nessuno capisce cosa fissano, eppure, osservandoli capisco che la vita per loro è un raccolto che dà sempre qualche frutto. Ogni giorno, dopo pranzo prendono una sedia e stanno all’aria aperta, censori impeccabili dei passanti, dello straccio al balcone prima bagnato poi asciutto, di uno che prima stava da solo e adesso è in compagnia. Tre ragazzi giocano a pallone scalzi, uomini imprecano a carte davanti al circolo, alla radio una canzone di Gianni Morandi. Al tramonto, la gente resta sulle panchine del parco, a respirare un fresco di basilico e pioggia caduta lontano. Molti di quelli che stanno sugli scalini di casa li conoscevo da ragazzi: hanno negli occhi l’espressione di chi ha cercato per tutta la vita di dire qualcosa, senza trovare mai le parole. Davanti al circolo, intanto, sono arrivati l’elettricista, il meccanico e il calzolaio. Si sono seduti senza dire una parola, fissando la strada su cui in un’ora sono passati solo due gatti e un’auto a tutta. A un certo punto l’elettricista ha detto che a lui piacciono di più le sere come questa, quando non c’è chiasso, né rumori né gente che va avanti e indietro. Che poi, aggiunge il meccanico, a che serve andare mille volte avanti e indietro? La strada è così corta che se giri la testa una volta a destra e una sinistra il giro è finito, e un giro qui basta e avanza.

Foto: Eliana Petrizzi

 

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Un paesino

Il paesaggio si fa presto silenzio, poiane e maestà selvatica di montagne. Arrivo in un paese visto più volte dall’autostrada, con agglomerati di case diroccate, oggi ricovero per mucche e capre. Nel prato accanto alla fontana, un tronco vuoto giace a ridosso di ruderi. È un paese, questo, senza trucco e senza tacchi, dove si vengono a guardare le gambe spezzate dei solai, cataste di mattonelle come un mucchio di scarpe in guerra, la manopola di porcellana rimasta attaccata al muro, le ossa di un cane, i cocci di un piatto. Si viene a passeggiare lungo i vicoli, diventati col tempo torrenti di un’erba che non perde la sua incandescenza nemmeno nell’uggia di novembre. Lasciata la fontana del Municipio, entro nel ventre del paese. Nelle strade, c’è posto solo per finestre chiuse, illuminate dal raggio radente delle lampade, e per qualche geco sui muri. Un cortile con un nespolo, un antico pozzo, recinti con galline e conigli, cani acquattati accanto agli orti. Ero certa che il posto più taciturno del Sud fosse il paese di mio padre, in Basilicata. E invece nemmeno lì ho ascoltato un silenzio come questo. In un’ora di passeggiata, gli unici rumori sono stati il giro di una chiave nella toppa di una porta, e il mormorio della preghiera dalla chiesa col portale aperto. E poi grilli, tanti, come ad agosto. Mi è parso di fare un lungo giro, ma ho presto rincontrato il nespolo, i cani e la fontana del Comune.
Certi paesi non sono un posto buono per viverci, ma non abbastanza da lasciarti andare. A valle, in cima, nei campi, nelle strade e nelle piazze, l’onestà del vuoto è radicale. Non è come dalle mie parti, dove i paesi troppo vicini alle città sono cafoni fieri del parente altolocato, che possono raggiungere in dieci minuti d’autostrada. In paesi come questo, se sei vecchio e ti sei rotto una gamba, a casa resti e a casa muori. Chi è partito da giovane per lavorare, qui difficilmente torna. Gli anziani rimasti di storie non ne vogliono sentire. Non parlano più nemmeno dei sindaci, che appena eletti si preoccupano solo di mettere le fioriere ai balconi e i sampietrini sulle strade. A loro interessa l’ufficio postale, la farmacia, un pronto soccorso, il dottore h24, la panchina e un loculo al cimitero. Non gliene frega niente della nuova insegna del fornaio da cui si affaccia Hello Kitty; anzi, meglio se non c’è più la scritta a pennello sulla pietra cruda dell’arco, che a loro ricorda solo un tempo di miseria. A loro piace stare a casa a guardare Amadeus. Si lamentano di non aver mai visitato questo e quello, ma se provi a proporgli una gita, ecco un’improvvisa recrudescenza anche delle malattie che non hanno mai avuto. Alcuni di loro trascorrono su una panchina anche dodici ore al giorno. Il bar al mattino non ha ancora aperto, e loro sono già lì immobili, a fissare il sole che gira, la stagione che passa. Guardano l’orologio solo se devono prendere una medicina, e se escono in piazza non hanno voglia di facce nuove. Qui non si prende il numero delle presenze: questi paesi sono un corpo nudo che vuole tornare terra. Ecco perché bisogna andare a visitarli, facendo con loro come con un amico lontano ritrovato per caso: fermarsi e parlargli con gentilezza, senza fretta di passare avanti.

Foto: Eliana Petrizzi