Nei giorni dipinti

Raccolgo di seguito una serie di miei pensieri sulla vita e sull’arte, tratti dai miei taccuini di viaggio.

-Dopo il corpo, l’anima andrà in luoghi che non la vedranno più né ospite né padrona. Eppure, ricorderà quanto era meraviglioso il mondo, e vasta nella sua breve misura la vita. Avrà nostalgia dei suoi voli d’aquilone impossibili senza il filo tenuto al palo. Rimpiangerà il suo essersi incontrata nella carne, senza piacersi che un poco, a volte e per poco. Ricorderà i suoi paradossi di nomade sedentaria, tra la cenere chiara di chi la incontrava nel sonno, correndo tra gli alberi come un nastro sciolto.

-Dei percorsi quotidiani, amo la lentezza e le piccole scelte del momento, come quali dita tenere premute in tasca, o quale fossa evitare. Sotto i piedi, terra e frutti sono tiepidi come mani.
L’anima di garza e un occhio all’albero, dove il pane degli insetti non ha peso.
Se sto zitta è perché manco alle parole. Non corro. Guardo e raccolgo. Sorrido a pieno mondo.

-Ho spianato il crudo del volto e il duro del peso. Nella stagione dell’erba, le parole evaporano come l’impronta di un dito. Odori biondi, sotto l’albero che qui mi ha piantata. Da qui in avanti camminerò a piedi, assumendo la cittadinanza del terreno e dell’asfalto. Mi augurerò del mare l’inquietudine e la capienza; del dolore, l’aspro che non fa male, il freddo di un inverno meridionale.

-Lungo la via corrono giovani, passano ciclisti e signore coi cani. Vivo le luci dei lampioni, l’erba calda, i solchi del campo arato, il filo di un aereo che sale, il rombo di qualcosa che accade. Quando la vita li chiama, alberi, acque, insetti, uccelli e montagne obbediscono. Di nuovo e per la prima volta arrivano, finiscono, ricominciano, certi sempre del giorno dopo; non come me, che conosco solo la tristezza di aver perduto qualcosa, e di continuare a perderlo.

-Per tutta la vita un artista circumnaviga l’autoritratto: operazione faticosa, disonesta e inutile. Lo scrittore scriverà sempre lo stesso libro, il pittore dipingerà lo stesso quadro, e la storia descritta non può che essere la sua. Non esiste al mondo creatura che gli interessi di più, e che conosca meno. Tuttavia, le sue antenne puntano verso distanze e approdi che devono essere convogliati nell’opera e offerti a tutti. L’artista dice: ‘Ecco cosa ho trovato. Spero che questo sia ciò che anche tu stavi cercando’. L’artista svolge un’attività pensante che si traduce infine nella dimenticanza di ogni consapevolezza. Integrità e chiarezza, pulizia e fermezza di metodo, insieme al rinnovarsi della sorpresa. L’artista rispetta l’ignoto. Capace di coralità in una sola voce, e di specchiare tutti i volti nel proprio, per la sua capacità di sentire senza difese, di discutere e di innamorarsi di ogni cosa, merita rispetto. L’artista è libero? Non lo è. Non esiste forma senza responsabilità. Ogni espressione ha sintassi e regole, possibilità e vincoli; di fatto, più doveri che piaceri. Si pensi a questo prima di archiviare gli artisti tra gli operatori socialmente inutili.

-Diroccata da un urto senza peso, anche oggi nella quiete dello zero, dignitosamente e senza fede spero. Ore importanti, più scomode di alberi. Che limpida pace ai confini del buio, dove passano notti più soleggiate del giorno.

-Dolori appollaiati sulle costole come passeri. Il silenzio di ogni cosa che passando non resta, trova in me il suo centro; in me seduta, lenta, nessuno. Intanto il mondo gira sulle ruote di sempre: l’inspiegabile chiaro e tondo, tanto posto per una cosa in più e mai per una in meno, il rigore logico nella furia del sottobosco, il male necessario alla pietà del bene.
Tutto quello che vedo per strada non mi fa domande. Il vento mi indica la direzione in cui nessun incaglio genera eco. Il vuoto però è imperfetto, perché contiene quantomeno la mia cognizione di vuoto. Mi viene chiesta una cosa da qualcuno a cui avrei voluto fare la stessa domanda, ma coperte in giro non se ne trovano, né carri che tornano pieni.

-Invito il mare a riportare con chiarezza la dicitura di “baratro, pericoli, relitti e buio”.
Invito il corpo ad esporre l’avviso: “Affidamento in comodato d’uso”.
Invito l’aereo, che in alto si finge puntino senza peso, a dichiarare in tonnellate il suo carico di corpi, bagagli, cherosene e ferro. E le montagne, che al tramonto sembrano ostie d’aria, ad ammettere senza giri di parole di essere fatte di terra e pietra, e basta.

-Fare domande alla vita è come chiedere informazioni su dove andare alla prima persona che si incontra per caso in una città straniera, che nove volte su dieci non è del posto.

-Non uccidere e non ignorare: ciò che decade non troverà rimpiazzo. Attenzione e grazia per noi e per gli altri, per le cose viventi e per quelle inanimate. Pietà per la fragilità comune, per la luce tenue che insegna, e per gli abbagli in cui si disimpara.

-Ogni mattina, mi rendo conto che non accade niente di diverso. Ma se mi sveglio credendo in qualcosa, qualcosa di nuovo è già accaduto. Una pioggia breve lascia in strada un odore di bruchi a spasso sulle insalate.
In un’edicola votiva, l’immagine del dono non aspetta gratitudine né ricompensa.
Di sera, si sta bene in compagnia del cielo chiaro e di passi calmi.
Stupida, unisco le cose per tenerle insieme, quando a lasciarle sciolte scelgono loro con chi fidanzarsi, e i loro amori sono durevoli.

-Cerco un percorso senza sviluppo di cose, con muri privi di conseguenze e ganci senza presa.
In agenda oggi: tenerezza per lo sbando e per la mano che non tiene.
Mi vesto comoda e non mi affretto: le azioni sono un pane che deve bastare per giorni.
Non mi curo né di piacere né che gli altri mi piacciano: non rincontrerò nessuno di questi luoghi e di queste persone, e in questo è la forza del nostro sodalizio.

-Per la stesura di questa mia vita si ringraziano: la paura maestra di misura, i tratti ciechi delle interruzioni, il tono perentorio delle incertezze, la banalità che ha deposto sempre a favore delle cose, la pena struggente per le ombre del corpo.

-Ansia per il tempo che non basta, e un minuto dopo ecco baratri di ore vuote.
Strategia dell’odio, poi uno sguardo dolce scioglie la rappresaglia.
Esiste un accanimento ridicolo nelle nostre faccende, tanto è breve la distanza tra l’occhio e la cosa osservata. Nei disegni della vita – simili alla forma degli stormi in volo – ci sono progetti chiari per ciascuno. Respirare con calma, esserci e aspettare con fiducia. Rigare dritto ogni giorno, pregando di riuscire a fare un poco di bene. Lavorare con tenacia, restando umili e di poche parole. Imparare soprattutto ad amare, più che pretendere di essere amati, è già una grande rivoluzione.

-Si pensa che un pittore sia un perdigiorno. Ne è sicuro chi lo vede in giro per le strade o per i campi, ad ogni ora del giorno e della sera. Il pittore è invece uno che si occupa del tempo libero a tempo pieno. È questo il suo mestiere: andare lento e osservare a lungo. Il pittore si esercita in questo modo a fare amicizia con le cose esistenti, disimparando i giudizi e le separazioni cui lo stare vicini comporta. Solo così, una volta dipinte si lasciano amare. Meglio passare loro accanto e salutarle, senza niente ignorare, e nulla tralasciare.

-Ora bisogna che tutto nasca. L’oratoria del paesaggio aveva dettagli descritti dalla punta di un pennello narciso. Lo sguardo non aveva guardato. Immobile su una scena così cesellata, si chiedeva: ‘E allora?’
Primo germoglio, erba materna, tronco padre; mi dite adesso che bisogna togliere, affinché il frutto sia pieno. “Hai perso qualcosa? No. Ciò che è caduto dava peso inutile al braccio che ti offriva l’entelechia”. Sottrarre parole, ridurre le pause. Dopo aver dipinto le cose, lasciare che una folata di maestrale le sciolga, restituendole alla completezza del creato. Degli uomini, viene detta in questo modo meglio l’ombra di ciò che furono e che vorrebbero diventare. Le case ci ospitano e ci salutano, le montagne evaporano. Le strade vanno come scie di astri; qualcosa di nuovo nella sostanza della terra, su cui passando non restiamo.

-Sono triste per la disponibilità del corpo a perdersi, e del silenzio che a ogni parola ci rivolgiamo.
Sono felice per il biancoscuro del mondo, e per come lieve permane l’impermanenza.
Il tempo che passa è tutto ciò che resta.

-Guardando una serie di immagini di corpi nudi, rifletto sul tema del corpo. Di certo resta questo: i puntelli ideologici sull’argomento funzionano solo se il corpo è in odore di crollo. Ma se il corpo è bellezza, l’intelletto soccombe al desiderio che, quando la bellezza è al suo stadio più elevato, dimentica l’eros carnale, per farsi panacea, amor mundi, spiritualità e trascendenza della forma, in un perfetto, fragilissimo stato di grazia.

-Bisogna aprire molti occhi negli occhi prima di vedere. L’opera è buona se coglie ciò che resta del transitorio. A quel punto, si alza in piedi e parla di voce propria. L’artista che si lascia alle spalle è una buccia sputata, un forno spento. Un’opera non deve andare d’accordo col colore delle tappezzerie o con lo stile dei mobili. Un’opera dice sì e no, dice passa più tardi, entra, vattene. Un quadro non deve far star bene: se ci inquieta non si sarà sbagliato, perché lui sa bene che la vita si racconta meglio nell’indicibile e nell’irrimediabile, soprattutto nel difetto, che rifinisce la perfezione.

-Splendida giornata di primavera, con fiori sugli alberi e scirocco iridescente; per stupide ragioni sono rimasta al chiuso, indecisa se venire a te o restare. Poi di sera te ne sei andata, e io mi sono sentita come chi non è andata a salutare il poeta che vive da solo nella casa accanto.

-La vita è una pala data a inizio viaggio per scavarti la fossa, ma con cui puoi anche piantare alberi. Guardando i germogli, dimentico volentieri un torto subito. Negli orti, osservo la fuga ordinata dei solchi, le gambe bianche delle betulle. Nel fumo dei campi vivo il tempo importante delle radici. Imparo la vita nell’estraneità di chi mi passa accanto. Mio è solo ciò che non mi appartiene: l’aria spostata dagli uccelli, una traccia di gesso sul muro, una parola senza messaggio.

-A marzo, gli uccelli cantano la sacra immanenza del mondo, insieme a cose e persone che credevo perdute. Ritrovo la pazienza del bruco e della pietra, le braccia aperte dei fiumi, l’eleganza dei serpenti, l’imprevedibilità dei germogli. Un’ignoranza selvatica mi insegna il desiderio senza scopo. Capisco quello che posso comprendere e ciò che non mi è dato chiedere. Vieni vita, a ricordarmi il passo fermo nel ricominciare, il sangue che trova l’alveo anche senza vena, il frutto nuovo che giace accanto al morto, senza pena. È una trascendenza orizzontale quella che chiede di cercare l’altezza intorno, e di raccogliere le cose offerte dal cammino, scoprendo tra loro misteriose concordanze. Perdo la forma e il nome, la coscienza di esserci e la speranza di diventare. Di sera, nel fumo dei campi vivo il tempo importante delle radici. Penso al tempo e me ne dimentico. Il mondo è grande, il mondo è breve.

-Come descrivere la gioia che si prova a essere nella luce del giorno? Ode al miracolo della vita, che ricomincia sempre nuovo da miliardi di anni.  Molte cose e persone se ne sono andate. Noi le crediamo immense nel nostro dolore. Sono piccole, invece, nella potenza della vita, che maestosa ci chiede ogni giorno: “Hai capito?”. Noi rispondiamo di sì, ma non abbiamo capito.

-Il pennello sulla tela fa il verso del vento nel cespuglio e del piccolo animale che scava.
Azzurro parlante dell’ombra, sporco necessario, nero rauco delle cose in transito. Infine, il verde del bosco mi dice dove andare.
La mia casa, le persone e le cose diventano l’essere per strada, dove in ogni direzione traccio assenze di meta. Cerco una forma che realizzi la nostalgia dell’immagine, raccontando della presenza sospensione e impossibilità. Lascio emigrare. Perdono le discese, le smussature, i graffi e le mancanze, accogliendo con letizia soprattutto la pena: acqua alle radici, luce sempre accesa.

-Piove un grigio fatto di bianco, giallo di cromo chiaro, una punta di nero di Marte, blu di Delft e terra d’ombra bruciata.
Bianco, blu di Prussia, bruno Van Dyck, marrone d’ocra rosato, verde di cromo chiaro: di ogni volto, strada e paesaggio, questi cinque colori raccontano la violenza e il rumore a furia di silenzio, restituendo il calore che prepara il travaglio e la pace che segue il parto; la dolcezza autunnale di certe malinconie, la speranza disperata in fondo a ogni cosa.

-Tra tutte le forme di distacco, la morte è l’unica separazione non consensuale. Per questo, un quadro che la rappresenti (ogni pittura di immagine è forse un discorso sulla morte) richiede l’energia della lotta e i guizzi veloci di chi salta per vincere il buio. Solo lontano dal dettato delle forme le opere raccontano la storia misteriosa delle cose.
Dopo mesi di lavoro, distruggo la maggior parte dei quadri dipinti. I quadri sbagliati tacciono a voce alta: li sento non respirare più, non muoversi da sopra il cavalletto. A quel punto, è meglio lasciarli andare, perché è spesso dall’errore che fermentano le opere che restano. Dopo la devastazione, le giornate si riempiono di un vento che trasforma i cieli, lo sguardo degli animali, le mani degli uomini.

-Che grettezza aspettarmi un pubblico. Raggiro l’autoritratto, mi frugo, mi devasto, perdo la pace nello scavo di domande solo andata, e non faccio un piacere a nessuno.
Perché si crea, perché si cerca ascolto? Banalità del vero, verità del banale: per la paura di scomparire e di non riapparire da nessuna parte; per la gioia breve di aver spostato il silenzio un poco più in là.

-La pienezza del mattino mi restituisce a una gioia disumana. Le cose presenti diventano mani piene e porti sicuri. L’occhio va al paesaggio: non esiste nessun luogo in cui possa dire con altrettanta certezza di esserci già stata. Come il vento sposta i semi, il pennello porta il colore dove serve e lo toglie dov’è troppo. Edificare e poi salpare, accompagnando il frutto come solo l’incurante bellezza del creato sa fare. Un’ignoranza selvatica mi insegna il desiderio senza scopo. Niente di utile e niente che non serva. Tocco perfetto dell’esserci, pienissima e vuota, pianissimo.

-Le cose è meglio affidarle al tempo misterioso e sempre esatto del loro accadere. Quando arriverà il momento, non ci saranno bivi. Il mio verrà reso, il rotto sostituito.
Quadri in bilico: il modo giusto per completarli è darsi ad altro. Se sono buoni somiglieranno alle madri d’Africa, che giunto il tempo si inginocchiano e partoriscono per terra.

-Quadri semplici, di un’originalità vigorosa e appartata: così vorrei fossero i miei. Il mio corpo non sarebbe più dolore di carne, ma tepore di pane, belva immune da cattura.
Dipingo il cielo di luglio, le città riassunte in una striscia di bianco increspato, la brezza tra pini e cipressi, l’odore del mare sulle pietre, le ombre azzurre dei passanti sulla calce dei muri. I colori prendono una strada tutta loro nell’impasto della tavolozza. Come sempre nella vita, le cose migliori riescono se si assecondano le curve, perché qualcosa di buono c’è sempre: nella polvere che vola, nelle file agli sportelli, nel sonno che non caglia, nel treno già passato.

-Dio ha affidato a ciascuno un piccolo mondo fatto di persone, di alberi, di animali, di oggetti e di idee. Il nostro compito durante la vita è di prendercene cura. Guardando cose e persone mi sembra di osservare una convulsa colonia di microbi. Ma se mi fermo a dipingere un quadro, posso vederle dal loro interno, imparando ad amarle, a comprenderle e a desiderarle. Ecco allora una gioia senza ragioni, che fa di ogni peso polvere lieve, parte di un eros che dà il rosso alle ciliegie e al vento il brusio del fuoco; un eros di erba calda, di acqua che scivola su sassi rotondi.

Rigor mortis
Ho distrutto un paesaggio che raffigurava una strada bianca, un muro, un albero e una montagna. Era tutto perfetto nell’identità delle tinte e nella fedeltà delle forme. Eppure, qualcosa rendeva la scena sorda. Quello che è successo dopo me ne ha spiegato il motivo. Sul muro del bagno era posato un piccolo insetto, fermo così a lungo che a un certo punto ho soffiato per vedere se fosse vivo. È caduto galleggiando in aria, prima di finire a terra. Verosimilmente vivo, era da tempo morto.

-I bruni di novembre sono i fondali oceanici da cui si prega ogni notte di risalire; bruni pensierosi a cui i colori delle case vogliono somigliare, per sentirsi più amate dagli uomini.
Non esiste peccato più stupido per un pittore che tornare a casa e, preso dall’emozione di ciò che ha visto, mettersi a dipingere il paesaggio. Il quadro dirà poco del momento in cui un uomo si è trovato nel mistero delle forme, e non aiuterà chi guarderà il dipinto a illudersi di esserci mai stato.
Certi momenti vanno vissuti in prima persona e senza testimoni. Bisogna sentire il dolore della bellezza nemica di ogni racconto, ritrovando una a una le cose che non si potranno dire mai.

-Dipingendo più quadri contemporaneamente, lascio libere le mani di capire cosa vogliono. Capisco chi sono io, quella che ignoro e che cerco di incontrare. Infine, scopro quale dipinto aveva ossa e muscoli, e quale era una luce accesa senza scopo. Sarebbe meglio fare con la forma come con chi non si ama più: convocarla per un ultimo appuntamento per spiegarsi con calma, e se fa orecchie da mercante, dirle chiaro e tondo che è finita. Se neanche questo basta, andarsene in giro per i campi, dov’è scritta ogni cosa.

-Non ho mai incontrato in carne e ossa le persone che ho stimato di più, come i grandi filosofi, gli artisti, i poeti, i pensatori: benefattori di varia natura, che mi hanno accompagnata nella crescita, educandomi al rispetto e alla fiducia nell’uomo.
Nella vita di ogni giorno, di persone straordinarie non ne ricordo. Sono state certo brave persone, come si usa dire, ma più simili a pianure o a strade in discesa che a salite avvincenti. Attraverso di loro, però, ogni legame mi ha insegnato che cose e persone si amano con più tenerezza per le loro incrinature, per le loro mani tese, per il loro passo zoppo.

-Il mondo è pieno di creazioni meravigliose e di azioni importanti, meno di gente capace di accorgersene. Un artista aveva esposto nella sua bottega un omino di legno, davanti al quale non si è fermato nessuno. L’omino, però, non sembrava triste per tanta indifferenza. Così ho pensato che gli oggetti, di certo dotati di una loro vita misteriosa, scelgono da chi vogliono essere amati. Se tanti non si accorgono di loro è perché sono loro a non vedere noi, e a non volerci incontrare.

-Se chiedi alla vita: “Perché?”, ti risponderà: “Perché sì”, risposta non meno insoddisfacente di quella che ti darebbe la morte. Meglio allora il fondo del cratere, l’odore presago delle zolle. Meglio scavare, intravedendo un rigo di luce sull’orlo del fosso. Da quanta ombra l’immagine viene fuori, da quanto spessore di nero, da quanta fatica di scalata e ricaduta; solo questo conta.

-L’artista è un operatore umanitario socialmente utile: falso. Ogni artista non si occupa che di se stesso; ogni sua opera non è che un tentativo di sbarazzarsi di sé, dei suoi aspetti migliori come dei più esecrabili. Che poi questo svuotamento possa essere utile a qualcun altro è un effetto collaterale, a volte addirittura imprevisto. L’unica differenza tra l’uomo comune e un artista è che l’artista sa assumersi un impegno costante verso le profondità del proprio baratro.

-Della presenza umana in un quadro di paesaggio si può fare a meno. Il corpo dell’uomo è la bozza di qualcosa che ha urtato uno spigolo. La natura lo batterà sempre, lasciandolo solo con le zavorre millenarie della sua presunzione e della sua irresolutezza.

-Un amico artista che andando all’estero ce l’ha fatta, adesso un poco si lamenta. Dice che al riparo si sente in pericolo, che la voce per gridare gli esce in falsetto, che i pennelli sulla tela se ne vanno come automobili col pilota automatico.
Ma io gliel’avevo detto che la sicurezza può nuocere all’animo degli artisti, che si nutre invece di ponti traballanti, di pietre sconnesse, di tremori di miraggio.

-Bisognerebbe sempre temere la compiutezza come lo stadio della forma più prossimo alla morte.
Dio ci salvi dai difetti della perfezione, che ci priva della nostalgia di ciò che la perfezione avrebbe potuto dirci, se solo fosse stata meno perfetta.

Ascese rovinose
Chi ha raggiunto il successo è uno che risale la foiba, usando come appoggio per il suo piede ora la testa di chi cerca di salire dal basso, ora quella di chi è già morto.
Bisognerebbe invece restare sempre un poco nell’ansia della riuscita, giacere sul fondo del vulcano, correre inseguiti dal buio, tenere i piedi saldi nella pietra della salita e i muscoli tesi nella paura di cadere. Soprattutto, ci si dovrebbe fermare sempre esattamente un passo prima della vetta, per evitare – una volta arrivati in cima – di recitare a memoria ogni mossa, senza più il vuoto nelle vene in cui passava la luce.

-Preparo un dolce a forma di luna. Non scaccio la pigra mosca di novembre sul pane. La tela vuota sul cavalletto ulula come il maestrale in cima alla montagna. Dopo, puntati i quadri che devono morire, ecco finalmente la pioggia dopo l’afa di agosto. La pittura non vive di avanzi o di parentesi. La febbre dell’attenzione chiede incontri, diversità, avversità. Non tollera appartenenze strette, né permanenze troppo lunghe. Nel buio fermo delle cose, i pensieri sono pesci che annegano in aria. Ma quando entra l’arte nella vita, il tempo si alza nella sua pienezza di mondi possibili. In certi stati di grazia può addirittura capitare di trovare una fiducia nell’orizzonte che vale più di un amore, e più di una fede.

-Vengo in questo prato a ringraziare per il popolo dei passeri che chiacchiera tra i rami, e per il piccolo insetto posato sul mio foglio. Bentrovati incenso dei campi, criniere di fontane scomposte dal vento, pino, montagna estinta nell’aria lenta della stagione, camion rosso e blu lungo la strada, fossi e cavolaie.
Al tramonto, risplendono colline color perdono e color addio. Nelle ombre, suonano Beethoven e Rachmaninoff; a nord il pianoforte di Satie. Nella tinta delle vette, il rosa di Napoli e il blu-verde ftalo riposano in un impasto pacato e lieto. Sorvolando il mondo, scopro un respiro senza ritorno al punto di partenza. Com’è breve il tragitto di un solo abbraccio. Com’è imperfetto l’amore che dice: “Il tuo per me, il mio per te, e basta”.

-È un autunno serio quello di paese. Il bruno della terra, l’incandescenza dell’asfalto, il cromo chiaro dei prati e le cose nel taglio di luce, sono respiri senza ritorno al punto di partenza.
Per dipingere la natura, bisogna essere rimasti dentro il paesaggio, scavando con le ciglia nel terreno. Scomparsi i segni del transitorio, non restano che il colore del cielo, la calligrafia dei monti, il vapore degli alberi, forse una strada. Il paesaggio mette radici nel sangue come la lingua degli avi. Bisogna combattere le miserie della compiutezza, esonerando dall’ambizione dell’approdo. La pittura deve accompagnare alla scoperta di quello che non si vede per eccesso di presenza, parlando di un incontro possibile solo se si abbandonano le pretese della trama. Più che le forme piene, deve descrivere gli spazi vuoti, considerando l’intervallo come evento concreto.
-A vent’anni anni, dipingevo con l’ostinazione di chi ha una grande idea del mondo. Oggi dipingo in bilico, prima di spiccare il salto nel vuoto. L’ansia che mi accarezza è una tenda con l’orlo in fiamme. Con me, un dolore di vene aperte e di unghie troppo corte. Luminoso nuota il mondo nel mio sangue, verde montante, inarginabile mare.

-Imparando la lentezza divento nomade, senza affanno né incertezza. Ore importanti, più scomode di alberi. Che limpida pace ai confini del buio, dove passano notti più soleggiate del giorno.
Molti sono morti nel modo più atroce, capolavori sono stati creati e nessuno li ha mai visti, ma il mandorlo ad aprile sboccerà a prescindere. Una belva ha abbandonato il figlio imperfetto, due amanti si sono ritrovati sfiorandosi le dita, le vespe che ti preoccupavano sbattevano le ali per rinfrescare l’aria intorno al loro nido.
Nessuno si curerà di me e niente mi sarà inutile.

-L’ora lenta bruca dalle mie mani: mani migranti, remiganti primarie.
507 uccelli su un albero. Aria nuova dopo le piogge notturne, mandrie.
Anch’io sono frutto, luce e lentezza nel campo.
Poi, a suo tempo, morto accanto al nuovo, senza pena.

-D’estate mi alzo presto la mattina, perché senza essere stata nell’alba, non mi sento degna di iniziare un quadro. È un momento battesimale, che mi pulisce dalle ore ruminate nella notte e da tutte le paure. Se nei campi c’è un uomo che lavora, è silenzioso e quasi non somiglia a un uomo. Se arriva l’eco di qualcosa che accade lontano è il vento, che passando sulle cose le guarisce con cura. Dura poco quest’ora, in cui ritrovo le persone perdute e l’amore per quelle presenti, la misteriosa potenza dell’inintelligibile, il respiro solenne di caos e cosmo.
Poi iniziano i suoni degli uomini, e quello è il momento di mettersi a lavorare.

-Dell’arte contemporanea ho una visione messa a fuoco in vent’anni di attività, frequentazioni, osservazioni e studi. Vengo da una formazione classica, dove per classico intendo non solo un determinato tipo di tecnica pittorica, ma armonia, visione delle cose in base a un sentire archetipico condiviso. Il mio tempo ribadisce invece l’insanabilità dei conflitti, l’impossibilità di ogni equilibrio, sottoscrivendo patti di fedeltà piuttosto con ciò che manca, che resta in bilico, incapace sia di individualità che di interdipendenza. Alle opere classiche, che proponevano un accordo tra uomo e Dio, e tra natura e storia, sono subentrati linguaggi variegati che hanno, però, tutti una cosa in comune: la necessità di cogliere la contingenza, l’incalcolabile come parte del calcolo, il caos come grammatica di base. Il non importa cosa assume una dimensione di senso assoluto. L’opera è ciò che accade e che si lascia accadere. Qualunque sia il soggetto scelto, l’artista non rappresenterà mai ciò che è senza dire insieme tutto ciò che non sarà mai. Anche l’arte contemporanea considera se stessa partendo da questa impossibilità; l’unica dimensione dalla quale scaturisce di fatto ogni affascinante possibile.

Progressi regressivi
Troppa arte mi pare fatta di opere sciatte e arroganti, senza alcuna responsabilità né estetica né metafisica. Qualcuno sostiene che si è contemporanei nella misura in cui si è sensibili all’irrimediabilità del frammento. Ma se l’arte maiuscola abita il frammento perché al frammento è faticosamente approdata, l’arte minuscola al frammento si arrende perché altrove non è riuscita ad andare. Magro traguardo di chi, persa ogni capacità di trascendenza, si riduce al compiacimento delle proprie tare.

Foto: Michele Rinaldi